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ROMA E BERLINO | DA ROMA A BERLINO. 
L'imperatore di Germania partito da Neuberg, in Stiria, alle 11.30 ant. del 10 ottobre, giungeva con qualche minuto di anticipazione alla stazione di confine della Pontebba alle 8 pom. dello stesso giorno e vi trovava a riceverlo, a nome del re d'Italia, il maggiore generale conte Lanza aiutante generale con un aiutante di campo, ed i comm. Borgnini, Bastogi, e Brambilla rappresentanti della Società delle ferrovie meridionali. Dopo aver passato in rivista una compagnia di fanteria, con musica e bandiera, schierata sotto la tettoia, e pranzato in una sala appositamente addobbata, S. M. imperiale ripartiva entrando nel regno d'Italia e trovava subito, a Pordenone, a Udine, a Mestre festose accoglienze.
Guglielmo II era accompagnato dal fratello principe Enrico di Prussia. Componevano il suo seguito il gran maresciallo di corte
von Liebenau che da 16 anni si trova al fianco del suo giovane sovrano; il tenente generale von Hahnke capo del gabinetto
militare, il dottore von Lucanus consigliere intimo di gabinetto, il tenente generale von Wittich aiutante generale; il colonnello
von Bissing ed i maggiori von Lippe e von Scholle, aiutanti di campo, il maggiore generale von Brautschisch, il conte Pückler
capitano delle guardie del corpo. Accompagnava l'Imperatore anche il conte Erberto

Conte Herbert Bismarck.
Il treno imperiale giunse a Rovigo alle 2.32 ant. dell'11; a Ferrara alle 3.28: a Bologna alle 4.10: a Pistoia alle 7.20. L'Imperatore, che aveva riposato dalle 11 di sera fino alle prime ore della mattina, fece colazione a Pistoia senza scendere dalla, sua carrozza; il seguito sedette a mense preparate nella stazione. A Firenze attendeva l'Imperatore l'ambasciatore tedesco conte de Solms che gli presentò le autorità civili e militari e la colonia tedesca. Il tenente generale Driquet comandante dell'VIII corpo, per incarico ricevutone dal Re, salì sul treno imperiale mettendosi a disposione dell'Imperatore che lo invitò ad accompagnarlo a Roma.
Alle 9.15 ant. il treno imperiale partì da Firenze fra gli applausi della folla. Alle 4.10 entrava nella stazione di Roma.
La città era in gran movimento fino dalla mattina. Per la lunga e larga via Nazionale la folla era infinita. Tutte le case erano adorne di arazzi, di bandiere, di fiori e di festoni verdi: le finestre, i terrazzini, i balconi, pieni di signore elegantemente vestite. Lungo la strada erano state innalzate delle grandi antenne con pennoni, in ognuno dei quali era uno stemma di una città italiana; in fondo, dalla parte della piazza di Termini, s'innalzava maestoso il getto della grande fontana ricadendo come una minuta pioggia di diamanti. L'effetto di quella strada era veramente stupendo. Dove vi sono ancora fabbriche in costruzione erano stati eretti solidi palchi addobbati, anche quelli gremiti di signore in eleganti toilettes. La guarnigione di Roma, agli ordini del tenente generale comandante la divisione, conte Paolo d'Oncieu de la Batie, faceva ala lungo lo stradale. Una compagnia del 5º fanteria con bandiera e musica era nell'interno della stazione: la legione allievi carabinieri formava un gran quadrato sul piazzale esterno della stazione stessa; un reggimento di fanteria, due di bersaglieri, uno d'alpini e un reggimento d'artiglieria da fortezza stavano schierati lungo via Nazionale, in piazza di Termini ed in piazza del Quirinale.
Molte persone alle finestre e nella via portavano in mano bandiere dai colori tedeschi ed italiani col ritratto dell' Imperatore.
All'esterno della stazione era stato eretto un gran padiglione in velluto e broccato; copriva il marciapiede un ricco tappeto di Bruxelles. Alle due estremità del padiglione due grandi pennoni sostenevano gli stendardi italiano e tedesco. In piazza di Termini ergevasi un padiglione ad uso baldacchino sostenuto da otto pennoni fra i quali dovevano essere collocate delle figure equestri di guerrieri armati di tutt'arma, ciascuno dei quali doveva rappresentare una regione italiana; ma all'ultimo momento si rinunziò a completare siffatta decorazione che non incontrava punto il gusto del pubblico.
Pochi momenti prima delle 4 giunge il Re alla stazione. Lo accompagnano il principe di Napoli, il duca d'Aosta e il duca di Genova, tutti in grande uniforme con il gran cordone dell'Aquila Nera. Li ricevono l'on. Crispi, e il conte di Launay ambasciatore italiano a Berlino. Sono presenti il generale Pallavicini, il generale Cosenz, il sindaco Guiccioli e pochi altri. Il Re passa in rassegna la compagnia d'onore. Intanto un colpo di cannone annunzia l'arrivo del treno imperiale e la gran campana del Campidoglio risponde a quel colpo suonando a festa. Il treno entra lentamente sotto la tettoia, tirato da due locomotive imbandierate ed inghirlandate, con i colori italiani e tedeschi: la musica del 5º fanteria intuona l'inno prussiano Heil dir im Sieges-Kranz — salve, o cinto dal lauro della vittoria.
Guglielmo II è in piedi sulla piattaforma. Veste l'uniforme rossa del reggimento ussari della guardia con il collare dell'Annunziata. Ha l'aspetto sorridente. Appena fermato il treno, scende per il primo ed abbraccia e bacia il Re ripetutamene. Bacia ed abbraccia anche il principe di Napoli e stringe la mano ai principi Amedeo e Tommaso. Poi i Sovrani entrano nella sala dove hanno luogo poche presentazioni. Quando ne escono por salire in carrozza un grido di entusiasmo si solleva imponente dal mare di teste che inonda il piazzale esterno. Guglielmo II si sofferma a considerare il grandioso spettacolo.
Saliti i Sovrani in carrozza, il corteggio si avvia verso il Quirinale.
Nella prima carrozza vi sono due aiutanti di campo e due maestri di cerimonie del Re.
Nella seconda, a due cavalli, l'imperatore Guglielmo e il re Umberto: la precedono e la seguono i corazzieri. Il generale D'Oncieu cavalca a destra, il capitano Werner comandante dei corazzieri a sinistra.
Nella terza carrozza stanno il principe Enrico di Prussia ed il principe di Napoli. Nella quarta il duca d'Aosta e il duca di Genova.
Nella quinta carrozza il conte Erberto Bismarck, l'onorevole Crispi, il conte di Solms ambasciatore tedesco ed il von Liebenau gran maresciallo di Corte dell'Imperatore. Nella sesta il generale Vittich, il generale von Hahnke, il conte Visone ed il generale Pasi. Nelle seguenti le altre persone del seguito dell'Imperatore e della casa militare del Re d'Italia. Un drappello di corazzieri chiude il corteggio.
Quando questo ha traversata la piazza di Termini e giunge all'esedra che serve d'ingresso a via Nazionale, s'offre allo sguardo
dell'imperatore

Arrivo del Corteggio Reale in Piazza del Quirinale
(Disegno dal vero di Dante Paolocci).
Dalle finestre, imbandierate ed ornate di parati di fiori e di verzura, si gettano fiori e piccole banderuole con i ritratti dei due Sovrani. Parecchie bande musicali distribuite lungo la strada suonano l'inno tedesco. Guglielmo II, la cui fisonomia, non severa ma impassibile, tradisce difficilmente lo stato dell'animo, saluta con rigida compostezza alzando il braccio destro ed avvicinandosi al kolback l'indice ed il medio: ma nel suo occhio chiaro ed espressivo si legge facilmente che quella accoglienza gli è graditissima. Le grida, le acclamazioni entusiastiche accompagnano la carrozza dei due Sovrani fino al Quirinale. La folla tenta più volte di rompere i cordoni della truppa, appena passato il corteggio: poi si precipita per tutte le vie laterali verso la piazza del Quirinale, dove gli applausi ripetuti, insistenti continuano per più d' un quarto d'ora, fino a quando cioé non si veggono due staffieri di corte venuti a mettere un arazzo sul parapetto del balcone.
Entrato nella reggia italiana, Guglielmo II fu ricevuto a' piedi del grande scalone dal conte Cesare Gianotti primo maestro di cerimonie di S. M. e ff. di prefetto di palazzo che, precedendolo, lo accompagnò fino al salone detto degli Svizzeri, dove attendeva l'Imperatore S. M. la Regina con le principesse Letizia, Elisabetta e Isabella, e la marchesa ed il marchese di Villamarina.
Guglielmo salì lo scalone tenendosi alla destra del Re ed appena giunto davanti alla Regina prese la mano che essa gli stendeva e gliela baciò. Quindi baciò la mano alle principesse mentre il principe Enrico s'inchinava davanti alla Regina e le baciava egli pure la mano.
La Regina al braccio dell'Imperatore, la principessa Letizia a braccio del Re, la duchessa di Genova madre a braccio del principe
Enrico, e la

S. M. la Regina Margherita.
Dalla sala azzurra i Sovrani e le principesse passarono nella sala da ballo dove erano riuniti i cavalieri dell'Annunziata, i grandi dignitari dello Stato e della Corte, i presidenti del Senato e dalla Camera con gli uffizi delle due presidenze, il comandante del IX corpo d'esercito e quello della divisione di Roma, il prefetto, ed il prosindaco con la giunta municipale.
Le presentazioni furono brevissime perché giungeva fino alla sala da ballo il fragore degli applausi, annunziando che la popolazione desiderava di salutare nuovamente l'Imperatore. Questi strinse la mano al generale Della Rocca, agli onorevoli Biancheri e Farini, al generale Pallavicini, ed espresse in poche ma cordiali parole al marchese Alessandro Guiccioli ff. di Sindaco il piacere di essere stato accolto tanto festosamente nella capitale d'Italia.
Gli applausi intanto continuavano. Finalmente si affacciarono al balcone l'Imperatore col Re, la Regina, la principessa Letizia, le due duchesse di Genova, il principe Enrico, il principe di Napoli, il duca d'Aosta e il duca di Genova. L'Imperatore rispondeva alle acclamazioni agitando il kolback che aveva in mano e sorridendo di soddisfazione. Girò più volte intorno lo sguardo non potendo trattenersi dall'ammirare lo stupendo panorama di Roma, ed il non meno stupendo panorama della folla che a perdita d'occhio riempiva non soltanto la piazza ma tutte le strade che vi fanno capo. Prima di ritirarsi Guglielmo II fece un nuovo saluto allargando le braccia come se volesse comprendere in un solo abbraccio quel popolo che ricordava d'aver veduto dieci anni addietro, su quello stesso balcone, il Kronprinz Federico sollevare nelle braccia il principe di Napoli allora fanciullo.
L'appartamento occupato da Guglielmo II al Quirinale, preparato sotto la direzione del marchese di Villamarina e dell'architetto Stramucci, si componeva di cinque stanze e uno spogliatoio. La prima stanza, o sala d'aspetto, parata di stoffa rossa aveva uno zoccolo di marmo grigio che collegava armonicamente con il caminetto dello stesso marmo e la tinta predominante nei Gobelins che ornavano le pareti, rappresentanti soggetti fiamminghi. Anche la seconda stanza, o sala da ricevere, era ornata di preziosi Gobelins firmati dal Bouchè, fatti venire dal guardamobili di Torino. Le tende erano di velluto contratagliato; i mobili di legno scolpito in stile Luigi XV; il tappeto di Breslavia; il soffitto dipinto a fondo azzurrino popolato di genietti in atto di gettar fiori, opera del professore Perricci.
Dopo la sala da ricevimento v'era un salottino giapponese, con zoccolo di vero legno del Giappone; le pareti ed il soffitto
formati da grandi specchi incorniciati in lacca scolpita, e con pitture di soggetto giapponese. Tutti i mobili e gli accessori,
fra i quali alcuni vasi preziosi, sono di autentica provenienza giapponese; moltissimi antichi. La stanza da studio

La samera da studio.
In occasione della dimora dell'Imperatore di Germania al Quirinale fu costruita una grande galleria di ferro e cristalli,
che riunisco, il salone degli Svizzeri alla palazzina di via Venti Settembre, ed ha per conseguenza una lunghezza corrispondente
quasi al così detto braccio lungo

Il letto.
S. A. R. il principe Enrico di Prussia, ed il gran maresciallo di corte von Liebenau furono alloggiati al Quirinale nella «Manica Lunga» in appartamenti prossimi a quelli dell'Imperatore.
Il conte Erberto di Bismarck, il consigliere von Lucanus, gli aiutanti di campo generali dell'Imperatore era presero stanza nella palazzina di via Venti Settembre. Le altre persone del seguito alloggiavano all'Hotel Royal.
Verso sera un manifesto del Sindaco annunziava ai Romani che l'Imperatore profondamente commosso lo incaricava di manifestare all'intera cittadinanza, quanto gli fosse stata gradita l'imponente dimostrazione.
Al Quirinale ebbe luogo alle 7.30 un pranzo di famiglia. I commensali erano 48, cioé i sovrani, i principi, le principesse ed i principali personaggi del seguito dell'Imperatore e della corte italiana.
L'Imperatore di Germania, sovrano di parecchi milioni di cattolici, non avrebbe potuto venire a Roma senza recarsi a fare atto d'ossequio al Pontefice. La visita di Guglielmo II in Vaticano doveva bensì essere fatta in modo da non ferire la suscettibilità del sovrano e della nazione della quale l'Imperatore era ospite.
Fu stabilito che, il giorno seguente al suo arrivo in Roma, l'Imperatore sarebbe andato a colazione dal dott. Schlöetzer ambasciatore di Germania presso la Santa Sede, e di là sarebbesi recato al Vaticano. Dopo una passeggiata mattutina Guglielmo II si recò, di fatto, col fratello Enrico, il conte Bismarck ed i principali personaggi del seguito, in carrozze del Re d'Italia, al palazzo Capranica in piazza della Valle, residenza del dottor Schloetzer dove lo attendevano il cardinale Rampolla segretario di Stato, e altri due o tre prelati della curia vaticana. L'Imperatore sedette in mezzo all'ambasciatore ed al cardinale Rampolla col quale parlò lungamente durante la colazione.
Al tocco e mezzo preciso Guglielmo II usciva dal palazzo Capranica per recarsi al Vaticano, in una carrozza della corte tedesca fatta venire espressamente da Berlino; una victoria attaccata a quattro alla Daumont, verniciata di scuro, con le armi imperiali ai lati. I cavalli, venuti da Berlino insieme con la carrozza, erano quattro bei morelli bardati con finimenti neri guarniti d'argento. I due postiglioni avevano la livrea imperiale rossa col lutto al braccio. Avanti alla carrozza cavalcavano due battistrada, con livrea eguale ai postiglioni e varie decorazioni militari sul petto. Dietro la carrozza sedevano due staffieri con abito di panno scuro filettato d'argento con lunghissima barba intiera.
La carrozza imperiale entrò nel cortile di San Damaso, all'ingresso della scala detta papale.
Molte persone, la maggior parte devote al Vaticano e appartenenti all'aristocrazia romana, erano state ammesse a vedere l'arrivo dell'Imperatore, nelle Loggie dette di Raffaello.
L'Imperatore indossava la splendida divisa bianca di colonnello della Guardia del Corpo, coll'elmo d'argento sormontato dall'aquila.
Il signor di Schlöetzer giunse nella medesima carrozza dell'Imperatore. Precedevano e seguivano, il signor de Liebenau, il conte Herbert di Bismarck il signor de Hahnke, luogotenente generale ed aiutante di campo generale, il signor de Brautschitsch maggior generale; il signor de Lucanus, consigliere del Gabinetto civile di S. M.; il maggior generale de Wittich, aiutante di campo generale; i signori de Bissing, luogotenente colonnello; de Lippe, maggiore; e de Scholl, maggiore, aiutanti di campo; il professor dott. Leuthold, medico di S. M.
Nel cortile di San Damaso era schierato in grande tenuta il piccolo avanzo dell'esercito pontificio. Cento guardie palatine, la cui uniforme è somigliante all'antica uniforme della fanteria francese: pochi gendarmi col berrettone di pelo: le guardie svizzere nel loro medioevale bizzarro costume, e infine il corpo delle guardie nobili.
Sua Maestà fu ricevuto a' piedi dello scalone dal principe Ruspoli, maestro del Sacro Ospizio, e da un cameriere segreto di spada, e cappa. Poi, montati pochi gradini, veniva incontrato da monsignor Macchi, maggiordomo del Papa, da altri prelati, dal principe Altieri, comandante della Guardia Nobile, dai comandanti dei diversi corpi, e da un seguito di cavalieri di spada e cappa e di camerieri segreti e bussolanti, che formavano un pittoresco gruppo, avviantesi per le magnifiche sale papali verso il gabinetto di Leone XIII.
Giunto che fu Guglielmo nell'anticamera segreta, vide venirsi incontro il Papa, nel suo abito da camera, veste bianca di lana e zucchetto bianco. Sua Maestà fece un profondo inchino, mentre Leone XIII stendeva all'Imperatore ambe le mani, e lo invitava a entrare nel suo gabinetto. Fu in questo punto che all'Imperatore cadde l'elmo di mano, raccolto subito da monsignor Della Volpe.
Leone XIII e Guglielmo II stettero ventinove minuti precisi rinchiusi a segreto colloquio, interrotto dal sopravvenire del principe Enrico fratello dell'Imperatore.
Il Papa si congratulò innanzi tutto, coll'Imperatore, della pace religiosa di cui gode presentemente la Germania, frutto di lunga e paziente opera: e impegnò tutta la sua eloquenza a persuadere il novello Monarca della convenienza, non solo di mantenere, ma sempre più consolidare questa pace. Espose inoltre per sommi capi le sue idee intorno alla costituzione civile degli Stati, conformi a quelle ripetutamente manifestate nelle sue encicliche e nei suoi discorsi. In quanto all'attuale condizione del Pontefice in Roma, Leone XIII vi accennò ripetutamente in via indiretta, rinnovando le proteste già più volte manifestate, circa l'anormalità, secondo lui, di tale condizione.
Fu presentato al Papa, dopo il principe Enrico, tutto il seguito dell'Imperatore. Quindi nel medesimo ordine e cogli stessi onori, con i quali l'Imperatore aveva acceduto al gabinetto del Papa, ne fece ritorno, e S. M. salì al terzo piano a fare una breve visita al cardinale Rampolla.
S. M. Imperiale e il seguito visitarono poi rapidamente la Pinacoteca, le Camere di Raffaello, le Loggie, la Biblioteca, i musei del Vaticano fiancheggiati da due maestri di Camera del Papa, dal comm. Visconti direttore dei musei, dall'architetto Vespignani e da numerosa scorta d'onore.
L'Imperatore fu particolarmente colpito dall'affresco rappresentante la conversione di Costantino, dipinta sulla parete di una camera di Raffaello; e poi dinanzi al colossale quadro rappresentante il trionfo di Sobjeski in Polonia.
Nel passaggio della prima Loggia, l'Imperatore e il seguito si confusero colla folla di signore e signori ivi adunati, i quali salutarono rispettosamente Sua Maestà. Poi entrato nella Cappella Sistina, da questa discese nella basilica di San Pietro, che visitò sollecitamente, per uscire dalla porta di Santa Marta, e ritornare direttamente al Quirinale, nella propria carrozza, insieme al principe Enrico. Sulla piazza di San Pietro due battaglioni di bersaglieri resero a Guglielmo II gli onori militari, e la popolazione, affollatasi, in varii punti dello stradale percorso, lo salutò con vive acclamazioni.
Appena tornato al Quirinale, l'Imperatore, mandato a chiamare l'onorevole Crispi, si tratteneva mezz'ora con lui e gli conferiva la più alta onorificenza dell'Impero germanico, il gran cordone dell'Aquila Nera consegnandogliene egli stesso le insegne. Tale atto sembrò premeditatamente pensato, a fine di togliere qualsiasi imaginaria speranza che il partito ultramontano avesse potuto fondare sulla visita di Guglielmo II a Leone XIII.
La visita del conte Erberto di Bismarck al Papa tolse agli intransigenti le ultime loro illusioni. Il conte Bismarck avrebbe detto essere oramai l'Italia riconosciuta quale grande potenza; essersi persuaso de visu l'Imperatore della piena indipendenza del pontefice e del rispetto universale del quale gode. Leone XIII, dopo tali dichiarazioni sarebbesi contentato di parlare di questioni ecclesiastiche relative ai cattolici della Germania.
La stessa sera aveva luogo al Quirinale un grande pranzo di gala, al quale assistevano i ministri, i grandi funzionali di corte, parecchi generali, le dame di S. M. la Regina e delle principesse e tutto il seguito dell'Imperatore.
Alzandosi per bere alla salute di Guglielmo II re Umberto disse in italiano:
«Con gioia profonda e con viva gratitudine, saluto qui nella mia Reggia, qui nella capitale d'Italia, l'Imperatore e Re Guglielmo II. La presenza in Roma del capo di una grande Nazione e di una gloriosa Dinastia, alla quale sono legato da antica e salda amicizia, è nuovo pegno dell'alleanza stretta tra noi per la pace d'Europa e pel benessere dei nostri popoli.
«Bevo alla salute di S. M. Imperiale e Reale il mio ospite Augusto. Le sue virtù mi affidano che Iddio gli serberà lungo e glorioso Regno.
«Bevo alla salute di S. M. l'Imperatrice e Regina.
«Bevo alla salute dell'esercito tedesco, tutela e gloria della Germania.»

L'imperatore Guglielmo II depone una corona davanti la tomba di Vittorio Emanuele al Pantheon.
(Disegno dal vero di Dante Paolocci).
L'Imperatore rispose in tedesco:
«Ringrazio la M. V. dal profondo del cuore per le calde parole che Ella mi ha rivolto. L'accenno alla alleanza ereditata dai nostri padri trova in me una vivace eco. I nostri paesi guidati dai loro grandi Sovrani conquistarono colla spada la loro unità. L'analogia fra le nostre storie implica il perpetuo accordo di entrambi i popoli pel mantenimento di questa unità che è la più sicura guarentigia di pace. Le nostre relazioni hanno trovato la più viva espressione nella grandiosa (erhebenden) accoglienza che la capitale di V. M. mi ha fatto. Io alzo il mio calice e bevo alla salute di V. M., di S. M. la Regina e del valoroso esercito di V. M.»
Queste significanti parole destarono in Roma ed in tutta l'Italia un vero entusiasmo.
Una grande rivista di truppe riunite a Roma da varie guarnigioni ebbe luogo la mattina del 13, nella pianura di Centocelle, località adattatissima, situata a 5 chilometri da Roma lungo la via Tuscolana, fuori di porta San Giovanni.
Mancando all'effettivo dei reggimenti una delle tre classi stata congedata da pochi giorni, erano stati formati dei reggimenti di fanteria provvisori, composti di intiere brigate.
Uscite, alle 6 dai loro quartieri, le truppe erano schierate alle 9 su tre linee: la prima composta di due divisioni di fanteria: la seconda di due reggimenti alpini, tre di bersaglieri, la legione allievi carabinieri e le truppe suppletive a piedi; la terza di sei reggimenti cavalleria formanti due brigate, una brigata d'artiglieria a cavallo e due reggimenti di artiglieria da campagna.
Le truppe erano sotto gli ordini del tenente generale marchese Emilio Pallavicini di Priola, comandante il IX corpo; le due divisioni erano comandate dai tenenti generali conte Paolo d'Oncieu de la Batie e conte Annibale Boni, comandanti le divisioni di Roma e di Torino. Il tenente generale Asinari di San Marzano comandava la seconda linea; il maggiore generale Testafochi, i bersaglieri; il maggiore generale Luigi Pelloux, gli alpini. Il tenente generale Boselli comandava la terza linea e le due brigate di cavalleria erano agli ordini dei maggiori generali Crotti De Rossi di Costigliole, e De Morra.
La regina Margherita giunse sul campo della rivista alle 10 e un quarto con le principesse Letizia, Isabella ed Elisabetta ed i loro seguiti. La tribuna reale nella quale Sua Maestà prese posto non era molto ampia ma elegantissima, di forma rettangolare, sostenuta da diverse colonne. Sulla tribuna sventolavano bandiere italiane e tedesche, ed il frontone era ornato degli stemmi degli Hohenzollern e di casa Savoia. Oltre la regina e le principesse presero posto nella tribuna reale anche gli onorevoli Crispi, Brin e Boselli, i presidenti della Camera e del Senato, gli ambasciatori di Turchia, d'Austria e di Spagna e il conte De Launay.
Pochi minuti dopo, il corteo imperiale comparve dalla strada del forte Casilino, dove i sovrani erano montati a cavallo. Guglielmo II cavalcava un magnifico cavallo nero e vestiva la divisa bianca dei corazzieri della guardia, con l'elmo sormontato da un'aquila d'argento ad ali spiegate. Re Umberto era vestito da generale d'armata, e montava un cavallo sauro. Subito dopo cavalcavano il principe di Napoli in uniforme di tenente di fanteria, ed il principe Enrico di Prussia vestito da capitano di corvetta. Seguivano il duca d'Aosta, il duca di Genova, il ministro della guerra Bertolè Viale, il conte Bismarck, il generale Cosenz, i generali Hanke, Brautschisch, Wittich, ed il maresciallo di corte von Liebenau, il generale Corvetto sotto-segretario di Stato, gli ispettori generali d'artiglieria e genio con i generali addetti agli ispettorati, tutti gli addetti militari esteri — meno quello di Francia — i seguiti dei due sovrani e dei principi.
Le truppe presentarono le armi e le musiche intonarono l'inno prussiano. Le LL. MM. si fermarono dinanzi al palco reale a complimentare S. M. la Regina. Si portarono poi al galoppo alla destra delle truppe ed ebbe principio la rivista. L'Imperatore era alla destra del Re, ed incominciando a percorrere l'estesissima fronte della prima linea mise il cavallo di passo.
Le musiche intuonavano l'inno tedesco successivamente, man mano che l'Imperatore sopraggiungeva; nella seconda linea S. M. passò in rivista con speciale attenzione le truppe speciali, i bersaglieri, l'artiglieria da montagna e gli alpini; il contegno di quelle truppe era ottimo.
Finita la rivista i due Sovrani si diressero al palco ove trovavasi S. M. la Regina. Intanto eransi iniziati col massimo ordine i movimenti per disporre le truppe allo sfìlamento, movimenti che furono compiuti in brevissimo tempo.
I Sovrani presero posto a destra di S. M. la Regina: in prima linea e a destra del Re l'imperatore Guglielmo: presso e dietro di loro i Principi Reali e le altissime cariche militari; si contavano 22 generali italiani e 4 tedeschi. Alle 11.25 cominciò lo sfilamento. La legione allievi RR. Carabinieri sfilò in testa di tutte le truppe, al suono della marcia reale della propria musica. I carabinieri, la fanteria, l'artiglieria da fortezza, il genio, l'artiglieria di montagna e gli alpini sfilarono al passo; i bersaglieri alla corsa, l'artiglieria da campagna al trotto, l'artiglieria a cavallo e la cavalleria al galoppo.
I carabinieri, la fanteria, l'artiglieria da fortezza, li genio, gli alpini e i bersaglieri sfilarono per battaglioni o brigate in colonna serrata per compagnia. L'artiglieria da montagna, l'artiglieria da campagna, l'artiglieria a cavallo e la cavalleria sfilarono per batteria e squadroni in linea. Sfilarono ottimamente i carabinieri, bene tutti i reggimenti di fanteria di linea; furono ammirate le nostre robuste e severe milizie alpine che per la prima volta prendevano parte ad una rivista in numero così considerevole. L'artiglieria di montagna, veramente caratteristica, richiamò in particolare l'attenzione dei tecnici.
La comparsa dei bersaglieri che sfilarono con molto slancio al passo di corsa provocò una vera esplosione di contento popolare. Applausi fragorosi scoppiarono da tutte le tribune. Gli applausi continuarono al sopraggiungere dell'artiglieria da campagna che sfilò magnificamente: l'artiglieria a cavallo provocò una vera ovazione.
Guglielmo II espresse più volte a re Umberto la propria compiacenza, e quando i bersaglieri sfilarono davanti ai Sovrani, gli strinse ripetutamente la mano.
La rivista incominciata alle 10.20 era terminata alle 12.30. Vi aveva assistito una immensa folla recatasi a Centocelle con un infinito numero di carrozze, senza contare quella a piedi.
Un ordine del giorno del ministro della guerra all'esercito, pubblicato poche ore dopo la rivista, diceva che l'imperatore Guglielmo e il re Umberto avevano espressa la loro alla soddisfazione per l'aspetto ed il contegno delle truppe.
La sera stessa alle 7.30 vi fu al Quirinale un altro pranzo di gala. Alle 10.30 per gradire all'invito fattogli a nome della città di Roma, l'Imperatore recavasi con i Sovrani ad un ricevimento offertogli nei tre palazzi Capitolini, riuniti per mezzo di solide costruzioni provvisorie. La piazza del Campidoglio, illuminata a luce elettrica, presentava uno spettacolo veramente fantastico.
Acclamati per tutto lo stradale percorso, i Sovrani giunsero e scesero alle 10,50 all'ingresso dei Musei Capitolini, dove li attendeva il pro-sindaco marchese Alessandro Guiccioli con la marchesa Guiccioli e la Giunta municipale. I Musei erano illuminati, ma intieramente vuoti, per dare agio all'Imperatore di osservare le magnifiche opere d'arte antica in esso raccolte. Guglielmo II, vestito coll'uniforme rossa degli ussari della guardia, dava il braccio alla regina Margherita, re Umberto alla duchessa d'Aosta: li seguivano tutti i principi, le principesse ed i loro seguiti. Attraversarono il gran salone del primo piano nel quale si veggono i due centauri rinvenuti dal cardinale Furietti a Villa Adriana: la statua d'Ercole fanciullo trovata sull'Aventino ed altre statue pregevolissime.
Otto staffieri precedevano il corteo de' Sovrani e principi, che dai Musei passò nel palazzo Senatorio e nella sala delle Bandiere trovò il Consiglio Comunale adunalo a rendere omaggio all'augusto ospite.
Dalla sala delle Bandiere il corteggio passò poi nell'aula Massima, dove al suono dell'inno prussiano — v'era nell'aula la
Società orchestrale romana diretta dal maestro Ettore Tinelli — fu subito scoperta la lapide commemorativa della visita imperiale,
deliberata dal Consiglio comunale. La iscrizione dice:
Cominciò, subito dopo, un breve concerto. Dopo avere udita la sinfonia del Fernando Cortes di Spontini e la prima parte d'un inno sinfonico del Pinelli, i Sovrani si avviarono verso il Palazzo dei Conservatori in una sala del quale furono loro serviti alcuni rinfreschi.
A mezzanotte la Corte si ritirò accompagnata fino alla porta principale del Palazzo dei Conservatori dal sindaco e dalla Giunta. Più di 2600 persone assistevano al ricevimento per il quale erano stati spediti 3500 inviti.
Domenica mattina, 14 ottobre, l'Imperatore, alzatosi di buon'ora, si trattenne lungamente a lavorare col conte di Bismarck; poi uscì dal Quirinale e andò al palazzo Caffarelli sede dell'ambasciata tedesca presso il Re d'Italia. Nella cappella luterana del palazzo, S. M. assistette all'ufficio religioso. Vi fu ricevuto dall'ambasciatore De Solms, e cantò con gli altri i versetti del salmo intuonato dai cantori, secondo il rito. Guglielmo era in piccola tenuta di generale di fanteria; il principe Enrico in uniforme di ufficiale di marina; il conte Bismarck vestiva da maggiore dei dragoni.
S. M. fece colazione all'ambasciata dove erano stati invitati gli onorevoli Crispi, Bertolè-Viale, Boselli e Brin ed il sindaco Guiccioli. Quando stava per prendere commiato giunse all'ambasciata la sorella dell'Imperatore, maritata al granduca ereditario di Sassonia Meiningen, che viaggiando in strettissimo incognito col marito, volle essere testimone delle accoglienze fatte in Italia al fratello.
Trattenutosi qualche tempo con la sorella, Guglielmo II uscì nella carrozza imperiale accompagnato dal solo principe Enrico, e si fece condurre direttamente al Pantheon. Le persone del seguito seguirono l'Imperatore in tre carrozze di corte. Egli non aveva prevenuto alcuno della sua intenzione: giunse perciò inaspettato. Erano di guardia alla tomba di Vittorio Emanuele i veterani Melone di Palermo, Casadei di Fano, e Guazzardoni romano. Il principe Enrico aveva in mano una corona d'alloro con bacche dorate e nastri bianchi, rossi e neri. Quando fu vicino alla tomba, l'Imperatore la prese dalle mani del fratello e l'appese con le proprie mani al contro del sarcofago, sotto una corona di bronzo. Appesa la corona, l'Imperatore domandò ai veterani:
Un veterano gli indicò che l'album stava a destra. L'Imperatore ed il principe vi fecero allora la loro firma che qui sotto riproduciamo.
Vi si legge: Wilhelm, Deutscher Kaiser, König von Preussen 14 X. 88. — Heinrich prinz von Preussen 14 X. 88 — cioé: Guglielmo imperatore tedesco re di Prussia. 14 ottobre 1888. Enrico principe di Prussia, 14 ottobre 1888.
Anche tutti i personaggi del seguito fecero la loro firma. Intanto le case di Piazza del Pantheon si erano imbandierate e l'Imperatore uscendo dal tempio si trovò, sotto l'intercolumnio, circondato da un'immensa folla, a traverso la quale dovettero aprirgli una strada alcuni soldati di buona volontà ch'egli salutò e ringraziò sorridendo.
Verso le 4 l'Imperatore ed il Re uscirono insieme soli in carrozza facendo una passeggiata nel Corso ed al Gianicolo. Rientrando al Quirinale il Re presentò all'imperatore i 17 generali che avevano un comando alla rivista di Centocelle. Guglielmo II aveva mostrato il desiderio di congratularsi personalmente con loro. Si espresse di fatto in modo molto lusinghiero per il nostro esercito, mostrando di essere pienamente ed esattamente informato di quanto riguarda l'ordinamento di esso.
Per la stessa ragione del pessimo tempo fu rimandata a miglior momento anche la progettata gita dei Sovrani a Tivoli ed agli altri castelli romani. La mattina, l'Imperatore si trattenne a lavorare nelle sue stanze col conte di Bismarck, il quale ebbe più tardi un lungo colloquio col ministro Crispi. Prima della colazione S. M. passeggiò per circa un'ora a cavallo nel giardino del Quirinale: dopo colazione uscì in carrozza col generale Driquet e visitò varii monumenti della città, fra i quali il Colosseo.
La sera vi fu al Quirinale pranzo di gala, con invito al corpo diplomatico. I commensali erano 102. Guglielmo II sedeva fra la Regina ed il Re, di rimpetto all'Imperatore stava il duca d'Aosta fra la duchessa di Genova madre e la duchessa Isabella. Mancavano gli ambasciatori di Francia e di Russia, assenti ambedue da Roma, il primo per congedo, il secondo per malattia.
La stessa sera i Tedeschi residenti a Roma si riunirono alla Sala Dante. L'Imperatore, invitato a questa riunione, vi si fece rappresentare dal dott. Schloëtzer. Si cantarono inni patriottici tedeschi e fu fatta suonare più volte, sempre applauditissima, la marcia reale italiana.
Alle 7.30 antimeridiane salve d'artiglieria annunziavano la partenza dei Sovrani per Napoli. Dal Quirinale alla stazione le truppe erano schierate per rendere gli onori. Grande folla. Guglielmo e Umberto uscirono dal palazzo nella seconda carrozza dopo quella degli aiutanti; il principe Enrico, il principe di Napoli, il duca d'Aosta e il duca di Genova nella terza: poi il seguito. I Sovrani furono acclamati lungo la via e ossequiati alla stazione dalle Autorità. Alle 8.10 il treno reale parti per Napoli. Gli onorevoli Crispi, Bertolé Viale, Brin e Boselli accompagnavano il Re.

Il varo della « Re Umberto » — La rivista navale.
La mattina del 17 i due Sovrani andarono a Castellamare ad assistere al varo della Re Umberto ed a passare in rivista la squadra italiana posta sotto gli ordini del viceammiraglio Acton comandante supremo.
La Re Umberto è una delle nostre grandi navi di prima linea, che va alla pari col Duilio, l'Italia, la Lepanto e il Dandolo.
La costruzione di questo nuovo colosso fu diretta dal comm. Capaldo, direttore dell'arsenale di Napoli, e dal cav. Micheli direttore del cantiere di Castellamare, figlio del compianto comm. Micheli deputato ed ispettore del genio navale.
Tutte le stazioni della linea Roma-Napoli erano imbandierate ed affollate. Dovunque si fecero grandi accoglienze ai Sovrani. Ma ogni accoglienza doveva essere superata da quella che li aspettava a Napoli. Vi giunsero puntualmente alle 1.50 pomeridiane. Nella stazione v'erano ad attenderli le autorità politiche, militari e amministrative, le dame della Regina ed il Corpo consolare. L'Imperatore scese per il primo dal treno, poi re Umberto, i principi, Crispi, Bismarck, gli altri ministri ed il seguito. Le presentazioni durarono poco: i Sovrani montarono subito in carrozza, essi due soli come a Roma. Erano tutti e due in gran tenuta. Un urlo, immenso entusiastico, li accolse al loro comparire. Dalla strada e da tutte le finestre si gridava evviva, si gettavano fiori, si agitavano fazzoletti e bandiere. La folla era straordinaria: non se n'era mai vista tanta neppure a Napoli dove la folla può considerarsi quale un sesto elemento. Facevano ala lungo lo stradale, da una parte le truppe, dall'altra le Società operaie di Napoli e delle provincie. N'erano venute perfino di Sicilia. Qualcuna di queste Società vestiva costumi strani e tradizionali, come i pescatori del quartiere di Santa Lucia.
Il corteo impiegò più d'un'ora per giungere dalla stazione alla reggia. Bisognava che ogni tanto la carrozza dei Sovrani si fermasse, allorché rotte le file delle Società operaie la folla plaudente le si accalcava dintorno. Passato il corteo una vera fiumana di popolo le si riversò dietro; ne facevano parte 70 bande musicali e 600 bandiere.
Questa folla immensa che procedeva ordinata a traverso l'altra folla sfilò in bell'ordine sotto il palazzo reale, dove i Sovrani stettero affacciati più di 10 minuti. Le acclamazioni rispondevano alle acclamazioni.
Tale spettacolo indimenticabile si ripeté poco dopo, quando alle 4,45 i Sovrani, accompagnati dai principi e dai ministri, uscirono dalla reggia per visitare i Musei. La folla li accompagnò applaudendo, mentre migliaia e migliaia di persone ne aspettavano il ritorno al largo del Palazzo Reale.
La dimostrazione si rinnuovò con lo stesso entusiasmo quando i Sovrani rientrarono in palazzo alle sei. Alle 7 vi fu un pranzo di Corte; alle 9 ½ serata di gala al San Carlo. I Sovrani non vi andarono: vi assistettero bensì parecchie persone del loro seguito. Il vero spettacolo grandioso era per le strade. Alle 6 cominciò l'illuminazione; alle 8.30 fu fatta davanti al palazzo una serenata di mandolini. Re ed Imperatore si affacciarono, ma dovettero presto ritirarsi a causa di un impetuosissimo vento. La folla era tale da rendere quasi impossibile il transito delle carrozze.
Nella reggia di Napoli, l'Imperatore occupò un appartamento diviso soltanto da un pianerottolo da quello del Re. L'appartamento imperiale era composto di un'anticamera, di un salotto giallo, semplicissimo; di uno spogliatoio grigio-rosa con grandi specchi e mobili dorati; di una stanza da bagno e di una stanza da letto decorata d'arazzi, e di una stanza da studio. Le armi che decoravano alcune stanze furono tolte provvisoriamente dall'armeria di Capodimonte; ammirevoli uno scudo di Roberto il Normanno, varie armi turche, non che varii gruppi di majolica di Capodimonte.
Al lato sinistro del secondo piano fu alloggiato il seguito dell'Imperatore. Il conte Bismarck aveva tre stanze ed un gabinetto da bagno. Anche il principe di Napoli ed il conte De Launay stavano al secondo piano. Al principe Enrico di Prussia fu destinato un mezzanino già abitato da Vittorio Emanuele nei suoi brevi soggiorni a Napoli; il duca d'Aosta era a piano terreno; il duca di Genova al primo piano di fronte alla scaletta privata dell'appartamento del Re. L'onorevole Crispi era al secondo piano: gli altri ministri e personaggi del seguito a piano terreno. Sovrani, principi, e seguiti — circa 200 persone — poterono essere tutte alloggiate comodamente in palazzo.
La nave si cominciò a costruire nel novembre del 1883. Un incendio minacciò di distruggere completamente lo scafo quando era già condotto a buon punto, e per tale incidente, ed anche per la poca larghezza dei mezzi posti a disposizione del ministero della marina, i lavori subirono qualche mese d'interruzione.
La nave in cantiere, prima del varo, quale è rappresentata in un nostro disegno, era collocata sopra una invasatura di legno e di ferro, con trinche colossali intorno allo scafo, puntellata ai due lati da grossi pali. Lo scafo dipinto di rosso e nero, con le due immense eliche sporgenti alle spalle di poppa, e le àncore provvisorie sospese ai due lati della prua, sembrava dolcemente inclinato verso il mare.

Guglielmo II a Roma — La grande rivista del 13 ottobre a Centocelle.
(Disegno dal vero di G. Amato.)

Aspetto del Porto di Castellamare pochi minuti prima del varo dell'Umberto I.
Fra l'invasatura ed il pavimento eravi una soluzione di continuità di sei o sette millimetri ottenuta con una serie di zeppe di ferro. Questo breve spazio è stato riempito di sego, due giorni prima del varo, in modo che la nave immensa non si abbassasse levando con una macchina le zeppe di ferro.
Parte dei puntelli fu tolta prima della cerimonia del varo. Al momento della cerimonia si abbatterono gli altri pochi, si tagliarono i due enormi cavi che trattenevano la prua allo scalo e la nave scivolò sullo strato di sego innalzando un denso e puzzolente nembo di fumo; effetto della combustione del sego determinato dallo sfregamento di tanta mole.
I due Sovrani assistevano alla cerimonia da una grande tribuna costrutta nel cantiere. Guglielmo II era in uniforme di ammiraglio germanico.
Monsignor Sarnelli vescovo di Castellamare, seguito da tutto il capitolo, benedì la prua della nave; poi discese e fece il giro dell'immane colosso, benedicendo. Alle 11.23 il comm. Capaldo direttore del cantiere di Castellamare salì la scaletta di prua con la signorina Acton, figlia dell'ammiraglio. Questa battezzò la nave infrangendo una bottiglia d'Asti spumante sospesa ad un nastro. Mentre la gentile madrina era presentata ai due Sovrani, si metteva mano alle operazioni del varo dirette dal commendatore Capaldo. Si cominciò dal rimuovere i puntelli; poi le taccate di sostegno estremo. Quando la nave fu sostenuta soltanto dall'invasatura, si levarono i due scontri di poppa, si tagliarono le trinche e si messero in moto i quattro martinetti per dare l'ultima spinta alla nave che si mosse prima lentamente, poi scese maestosa in mare.
Vi fu un momento di ansia terribile quando la nave parve esitare a scendere sul piano inclinato. Ma dopo 45 o 50 secondi la maestosa mole si mosse lentamente accompagnata dalle grida dei marinai e dagli applausi entusiastici del pubblico.
L'imperatore di Germania lodò molto il ministro Brin e decorò il comm. Capaldo delle insegne di commendatore della Corona di Prussia.
Saliti i Sovrani a bordo del Savoja, fu subito servita la colazione, durante la quale Guglielmo II fece un brindisi a Crispi e al ministro Brin. Terminata la colazione i Sovrani salirono in coperta per assistere alla rivista.
Le quattro squadriglie di torpediniere erano disposte ad angolo, a 100 metri di distanza fra loro; i capi fila della prima e seconda squadriglia a 200 metri da esso, ed a 400 quelli della terza e quarta; rilevandolo sotto un angolo di 30º a sinistra della rotta le torpediniere delle squadre pari, e a dritta quelle impari. Nelle acque del Savoja venivano a 300 metri, l'uno dall'altro, il r. avviso Messaggero e i r. trasporti Washington e Volta; poi le due squadre in ordine di fila su due colonne, e a sinistra della fiotta due altre colonne, l'una dei piroscafi della S. G. N., l'altra degli yachts, aventi rispettivamente per capitila i r. trasporti America e Città di Napoli.
Questa flotta riuniva in sé tutti i principali tipi: dai grandi colossi come l'Italia e la Lepanto che spostano circa 14,000 tonnellate, agli avvisi torpedinieri, alle torpediniere di alto mare, alle barche torpediniere.
Interessanti e precise riuscirono le evoluzioni: nello schizzo N. 2 esse sono sintetizzate. Prima è indicato l'ordine di marcia da Castellamare a Napoli nel momento che il Savoja si arresta al traverso di Torre Annunziata per passare in rivista le navi della flotta che sfilano, le une a destra di esso, le altre a sinistra, su due colonne in linea di fila, alla velocità di 10 miglia l'ora; poi sono schematicamente accennate le varie accostate per contromarcie di 90º, sia per essere passate in rassegna una seconda volta dal Savoja, che le ha precedute per ancorarsi alla boa della Riviera Caracciolo, sfilando in una sola colonna; sia quelle per venire all'ancoraggio assegnato, su quattro colonne parallele.
La flotta della quale abbiamo indicato le evoluzioni, era agli ordini del comandante supremo viceammiraglio Ferdinando Acton imbarcato sul Savoja. Si divideva in due squadre comandate dai contr'ammiragli Lovera di Maria e Martinez, che avevano per capo di stato maggiore i capitani di vascello Castelluccio, e Quigini Puliga, ed avevano issato le loro bandiere di comando sull'Etna e sul Dandolo.
Le navi che presero parte alla rivista rappresentavano complessivamente un disloco di 80,359 tonnellate ed un valore di 146 milioni di lire. Erano armate da 103 cannoni di vario calibro, 36 mitragliere, e 42 tubi lancia-siluri. Meno il Bausan, costruito a Newcastle, alcune torpediniere costruite ad Elbing, ed i trasporti America, Volta, Città di Milano e Garigliano costruiti in Inghilterra, tutte le altre erano uscite dai cantieri nazionali.
L'Imperatore espresse con vivacità a tutti coloro che ebbero l'onore di parlare con lui l'ammirazione grandissima da lui provata per Napoli, il bellissimo golfo e la nostra flotta. S. M. Imperiale, subito dopo la rivista, conferì al ministro Brin il gran cordone dell'Aquila Rossa.
La sera si ripeté l'illumuiazione ed il concerto davanti alla reggia.
La mattina del 18 i Sovrani andarono prima delle 9 a Pompei e vi furono ricevuti dal ministro Boselli, dal sottosegretario di Stato F. Mariotti e dal senatore Fiorelli. Visitarono la città; poi furono eseguiti in loro presenza alcuni scavi in via della Fortuna con buon resultato. Le popolazioni di Scafati, Torre Annunziata e delle ville vicine, fecero ai Sovrani grande accoglienza.
Alle 5.55 i Sovrani, parliti da Napoli al tocco, salutati dall'intiera popolazione erano di ritorno a Roma.
Alle 8 vi fu pranzo di famiglia al Quirinale. Il Corso e Via Nazionale erano illuminate: una folla immensa si dirigeva da tutte le parli verso il Foro Romano.
Alle 9.30 le Loro Maestà con i principi e i loro seguiti andarono al Palatino ad assistere alla illuminazione del Colosseo e del Foro, spettacolo fantastico e sempre incantevole anche per chi vi e stato molte volte presente.
Di rimpetto al Colosseo, sotto la gigantesca arcala centrale del tempio della Pace erano state collocate una banda musicale di 374 suonatori e numerose masse corali. Fu suonato prima l'inno reale italiano, poi quello germanico ed il Wacht am Rhein. Lo spettacolo pirotecnico si alternava con pezzi di musica strumentale e corale, eseguiti con precisione e mirabile accordo. La imponente, massiccia ed oscura massa del Colosseo apparve esternamente, poi internamente rischiarata dai vivi e rossi bagliori delle fiamme del Bengala. Gli orti Farnesiani, all'arrivo ed alla partenza dei Sovrani e dei principi, furono illuminati a luce di magnesio. Vi si trovavano, oltre la corte, il corpo diplomatico in uniforme, deputati, senatori, grandi dignitari dello Stato, consiglieri provinciali e comunali. S'illuminarono uno dopo l'altro, come tanti magnifici quadri, la parte posteriore del Campidoglio, col Tabulario e l'arco di Settimio Severo; gli avanzi del tempio di Vespasiano, il tempio di Saturno, la colonna di Foca, la basilica Giulia, il tempio di Romolo e Remo, la basilica di Costantino, e l'arco di Tito. Poi vi fu una grande scappata di razzi dal Colosseo ed una illuminazione generale a bengala di tutti i monumenti del Foro. Mentre gli ultimi razzi guizzavano ancora per l'aria, la musica intuonava la classica marcia dell'Assedio di Corinto ed i Sovrani lasciavano, poco prima delle 11, il Palatino, accompagnali fino al Quirinale dalla folla plaudente.
In seguito a desiderio espresso dell' Imperatore, la mattina del giorno della sua partenza un battaglione di bersaglieri sotto gli ordini del tenente colonnello Maggiora del 3º reggimento, si trovava schierato sul piazzale del Macao. Erano presenti il ministro della guerra, il generale Pallavicini ed il generale D'Oncieu. Il generale Pallavicini presentò il battaglione a Guglielmo II che giunse sul piazzale accompagnato dal Re.
Il battaglione manovrò in ordine chiuso, poi in ordine sparso; e sfilò due volte davanti ai Sovrani, al passo ordinario da bersagliere e a passo di corsa. Terminato lo sfilamento, l'Imperatore si mostrò soddisfattissimo. Chiamati a rapporto gli ufficiali del battaglione, dopo partiti i Sovrani, il generale Pallavicini annunziò loro che l'Imperatore, per dimostrare la propria soddisfazione, aveva decorato il colonnello comandante del reggimento, il tenente colonnello comandante del battaglione, i quattro capitani e i quattro tenenti anziani.
Alle 2.35 l'Imperatore usciva dal Quirinale dopo aver preso congedo dalla Regina e dalle principesse. Il corteo imperiale era formato come all'arrivo: le truppe erano schierate lungo lo stradale; la folla numerosa e plaudente.
Entrato nella stazione l'Imperatore salutò i Ministri e le Autorità e prese congedo dai principi, mentre il principe Enrico
salutava il Re con affettuoso rispetto. Poi Guglielmo ed Umberto si abbracciarono con

Illuminazione del Colosseo e del Foro Romano.
Il treno imperiale parti da Roma alle 3.10 pom. Da Ala, ove giunse alle 10.30 ant. del 20, l'Imperatore tedesco mandò un telegramma di ringraziamento a Re Umberto, rinnovando espressioni di viva gratitudine per le accoglienze ricevute a Roma ed a Napoli.
Ad Ala l'Imperatore si separò dal principe Enrico: questi andò a Vienna; S. M. invece proseguì direttamente per Berlino.
Fino da Napoli fra i due Sovrani, il conte Bismarck e l'on. Crispi erasi parlato di una visita di Re Umberto a Berlino, ma l'epoca del viaggio non era stata fissata.
Al cominciare della primavera di quest'anno fu annunziato che il Re d'Italia sarebbe andato di fatto a Berlino col principe di Napoli nella seconda metà del mese di maggio: fu poi stabilito il giorno preciso della partenza.

Medaglia d'oro commemorativa presentata a Guglielmo II
(disegno di L. Pogliaghi, inc. dello Stabil. Johnson di Milano).

Guglielmo II a Napoli — Sul Ponte di Comando del Savoia durante la rivista navale del 17 ottobre.
(Disegno di G. Amato.)

S. M. UMBERTO I, RE D'ITALIA, in tenuta di colonnello del 13º Ussari.
(Disegno di A. Cairoli.)
ROMA E BERLINO | DA ROMA A BERLINO. 