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Descrizione di Roma e de' Contorni - Tomo II: Edizione Elettronica

ROMA


FORO ROMANO.

Eccolo dunque quel Foro, di cui in Roma tutta, non fu luogo più celebre, più magnifico, o più frequentato; qui si videro passare tratte ad abbellire il trionfo de Romani vincitori, le spoglie dell'universo tutto; quì Cicerone, a sua posta, volgeva gli animi de' Romani incantati dall'imparegiabile sua eloquenza quì i Tribuni, i Consoli, e perfino gli Imperatori stessi arringavano da rostri il Popolo Romano adunato; quì sorger si videro, con magnificenza pari alla romana grandezza, tempi, basiliche, archi trionfali, curia, portici, ed un numero infinito di statue, di colonne onorarie, e di ornamenti d'ogni maniera. Qual diverso aspetto offre adesso questo Foro medesimo allo squardo dell'osservatore! I suoi tempi, gli suoi archi, le sue basiliche, son dispariti coll'arti all'aspetto del barbaro ferro de Vissigoti, e de Vandali; questo Foro stesso, che vide il Popolo de popoli commosso alla voce di un Oratore, cambiare di sentenza; e dominando egli tutto il mondo, lasciarsi dominar da un uomo solo; questo Foro stesso risuonò alle grida degli Unni, de Tedeschi, e degli Ulani, ed ai mugiti de buoi le sue magnifiche fabbriche, parte furono cangiate in fortificazioni, parte distrutte per formarne calce, parte atterrate dalla barbarie: così gli uomini, acciecati da questa conseguenza inevitabile della ignoranza, ardivano violare, que' monumenti della gloria degli avi nostri, che il tempo stesso, distruggitore delle cose tutte, sembrava rispettare, e che avrebbe forse conservate intatte fino a nostri giorni. Sien lodi eterne all'immortale Pontefice nostro Pio Settimo, che col fare eseguire delle intelligenti escavazioni nel Foro à sparsa tanta luce su i di lui monumenti; quanto devono gli Archeologi, e gli amatori delle belle arti inalza e le glorie del munificentissimo ristauratore dell'Anfiteatro Flavio! Questo foro, stabilito da Romolo e da Tazio col riempire di terra il fondo paludoso della valle fra i monti Capitolino e Palatino, come quello, che fu fatto in tempo di Roma nascente, non oltrepassò nella sua lunghezza lo spazio fra l'arco di Settimio e il tempio di Faustina, il quale però non v'era incluso; la di lui larghezza fu alquanto minore; benchè fra moderni non è mancato chi lo estendesse fino all'arco di Tito, ed all'ospedale della Consolazione, e chi lo abbia portato fino alla chiesa di s. Nicola in carcere; vicino al Tevere. La via sacra traversava il Foro intieramente lungo il lato orientate, dal tempio di Faustina all'arco di Settimio, e quel lato si denominava, in tribus Fatis, poichè così i Romani antichi chiamavano le Parche; in questo tratto era l'antichissimo tempio di Saturno, incirca nel luogo, ove al presente è la chiesa di Adriano; dopo seguiva l'altro di Giano Quirino fondato da Romolo, esistente ancora nel 537. dell'Era Cristiana, e descritto da Procopio tutto di bronzo, con due prospetti e due porte l'una rivolta all'Oriente l'altra all'Occidente, non maggiore però di quanto bastasse a coprire la statua bifronte di Giano parimente di bronzo, alta 5. cubiti. Appresso poi fu la magnifica Basilica Emilia, mirabile per le sue colonne di marmo Frigio, ora detto pavonazzetto, eretta da Paolo Emilio l'anno 704. di Roma cui fu console, colla spesa di 900. mila scudi, mandatigli da Cesare ch'era nelle Gallie; da Cicerone è questo edifizio detto magnificentissimo, ed un monunento il più grazioso e glorioso.

Nel lato merdionale, ove terminava nel Foro quella parte della via sacra, che clivo sacro era detta, perchè dalla summa sacra via sempre scendeva, era nell'imbocco del Foro l'Arco Fabiano, eretto da Fabio il Censore, che l'adornò degli scudi, tolti agli Allobrogi vinti; poi seguiva il tempio di Giulio Cesare, e i nuovi Rostri, che furono in questo lato, accanto al tempio di Vesta,

Il lato occidentale che si estendeva per la lunghezza del Foro, ebbe prima il rotondo tempio di Vesta, presso la chiesa di s. Maria Liberatrice, e accanto l'altro di Castore e Polluce, cui spettano le tre colonne bellissime; quindi il Comizio, spazio alquanto elevato dal Foro con gradi, ove fu lecito al Popolo ed ai Cavalieri di radunarsi per eleggere alcuni Sacerdoti o Magistrati di secondo ordine: vi si facevano i decreti della plebe, plebiscita, e vi si agitavano cause criminali de' rei, che talvolta ivi furono puniti. Fu il Comizio separato dal Foro con cancelli, plutei, e quì ebbe vicini alla Curia i Rostri vecchi, specie di pulpito sopra un suggesto isolato, così detto da' rostri di bronzo, delle navi tolte agli Anziati nella prima vittoria navale, in memoria della quale vi furono affissi. Dai Rostri si facevano le arringhe verso il Comizio al Senato, e alle adunanze, benchè da Gracco voltando loro le spalle contro il costume si fecero verso del Foro e del popolo. Veniva temporariamente coperto per le adunanze de' Comizi, che furono sospese, quando Annibale venne in Italia, per 10. anni fino al 546. Vi si rammenta da Livio che nel 573. vi furono brugiati i libri trovati nell'urna di Numa sul Gianicolo, con fuoco fatto da' vittimarj alla presenza del popolo; e si narra da Giulio Ossequente di avervi posteriormente piovuto sangue, e nel 650. ancor latte, prove sicure che il Comizio non fu mai edilizio coperto.

Sullo spiazzo del Comizio erano disposti in giro il Grecostasi, e la Curia: quello fu edifizio con portici; dove ambasciatori stranieri attendevano le risposte, o di essere presentati al Senato, adunato nella Curia. Questa prese il nome di Ostilia dal suo fondatore Tullio Ostilio terzo re de' Romani, che l'eresse dopo di aver accresciuto il numero de' Senatori colle sei principali famiglie della citta d'Alba distrutta; era elevata dal Comizio per molti gradi, da' quali fu precipitato il Re Servio Tullio da Tarquinio il Superbo: questa Curia rinnovata da Silla nel 676. incendiossi l'anno 701. nel bruciarsi il cadavere di P. Clodio; e rifatta da Fausto figlio di Silla, fu nuovamente distrutta col pretesto di farvi un tempio alla Felicità; ma in realtà per togliere da essa l'odioso nome di Silla. Questo Tempio fu terminato da Lepido nel 709. Ordinatosi dal Senato a Giulio Cesare di far nuova Curia, ed essendo egli stato ucciso nella medesima epoca; ne fu data l'incombenza ad Augusto, che finalmente la consagrò nel 724. denominandola Giulia dal nome del padre. Accanto la Curia a sinistra verso del foro, fu la Basilica Porzia, che però rimaneva più in basso e quasi sotto la Curia.

L'ultimo lato, cioè il Settentrionale sotto del Campidoglio fu già adornato dall'Arco di Tiberio, rimpiazzato poi da quello di Settimio; dal Milliario aureo, da cui come si disse ebbero principio le vie interne di Roma e forse tutte le militari dell'Italia; del tempio della Concordia di Camillo situato in alto, ove poi fu eretto quello del Divo Vespasiano; e qui in basso dal Foro si passava al Vico lugario, che costeggiava la radice del Campidoglio sino alla porta Carmentale.

Ebbe finalmente il Foro nel suo mezzo il Lago Curzio, che disseccato dette molto alla statua equestre colossale in bronzo di Domiziano, colla faccia rivolta ai tempj di Giulio Cesare e di Vesta, e colle spalle a quelli della Concordia e di Vespasiano; avendo alla sua destra la Curia Giulia, e alla sinistra la Basilica Emilia che vi fu eretta. Questo colosso nel principio del Secolo V. fu detto cavallo di Costantino. Vi furono ancora nel Foro, un gran numero di statue, molte delle quali poste sopra colonne onorarie.

Dove terminava il Clivo Capitolino e si poneva il piede nel Foro Romano, si trova su la Via Sacra l'

ARCO DI SETTIMIO SEVERO

Dove anteriormente era stato eretto a Tiberio un arco par le insegne di Varo ricuperate da Germanico, come si ricava da Tacito, fu secondo il solito de' Romani sostituito quest'arco trionfale l'anno 205. di Cristo, dal Senato e dal Popolo Romano in onore di Settimio Severo, di Antonino Caracalla e di Geta suoi figli, per aver ristabilita la Republica e propagato l'imperio del Popolo Romano. Grandioso ma pesante è questo edifizio di marmo salino a tre fornici, ed è ornato nelle due fronti da 4. colonne scannellate composite, poste su piedestallo soverchiamente alto, che le fa comparire meschine. Tutto è carico di ornati fino all'eccesso, e vi sono poste ne' bassirilievi le figure in modo da far confusione. Sono questi tutti mutilati e corrosi, e rappresentano le imprese di Settimio nella guerra de' Parti, e vi si fa gran caso della machina bellica dell'ariete, ivi rozzamente indicata; come del suggesto imperiale su cui Settimio fa l'allocuzione a' suoi soldati. Ne' fianchi dell'archivolto maggiore vi sono due vittorie alate che reggono trofei, e sotto di esse i Geni delle 4. stagioni. Gli archivolti minori hanno ciascuno due fiumi, figure nelle quali si scorge tutta la decadenza dell'arte. Sembrano belli ad alcuno i rosoni de' fornici e gli ornati delle imposte, ma non vi è che il merito del molto rilievo privo di grazia e di sentimento. Fu ricco di bronzi dorati, e forse di qualche marmo duro colorato, e dalle antiche medaglie si rileva che terminava col carro tratto da 6. cavalli di fronte, con Settimio in mezzo fra Caracalla e Geta trionfanti, accompagnati da due soldati a piedi e due a cavallo figure tutte in bronzo dorato. Nelle ultime due lettere della terza riga invece di P. P. fu scritto ET, come poi in tutta la quarta riga dell'iscrizione, la stessa in ambe le parti, fu scritto in origine P SEPTIMIO GETAE NOBILISSIMO CAESARI, ma ucciso Geta dal fratello Caracalla, ne fu per suo ordine cancellato il nome da tutti i monumenti, onde a quelle parole furono sostituite P. P. OPTIMIS FORTISSIMISQUE PRINCIPIBUS: le lettere tutte furono al solito di metallo dorato attaccato al marmo con perni. Vi si vede ancora la porticella che introduce ad una scaletta, che porta al vano interno ed al piano superiore.

Mercè le provide cure del regnante Pontefice quest'arco è stato tutto disterrato nel basso, e si è provvisto col ricingerlo di un muro grandioso perchè non venga nuovamente sepolto dalle macerie; come per ben due altre volte si ha memoria essere accaduto: provedimento che ha meritato la seguente iscrizione composta dal chiarissimo Archeologo Alessandro Visconti.

PIVS VII. P. M.
RUDERIBVS CIRCVM
EGESTIS
ARCUM RESTITVENDVM
ET MVRO SEPIENDVM
CVRAVIT ANNO MDCCCIII.

Nel fare questo muro di ricinto in fondo presso la scaletta da discendere si trovarono gli avanzi di una sostruzione rotonda, che si credette essere il piantato del milliarium aureum, in capite Romani fori statutum dal quale come da centro si partivano tutte le vie della città, e misurate fino alle 37. porte del recinto di Servio e del dilatamento fino a Vespasiano formavano 30 mila, e 765 passi.

Presso quest'arco incontro è la

COLONNA DI FOCA

Fra le tante colonne onorarie erette nel Foro Romano l'unica restata in opera, priva però della statua che vi era stata sopra posta. È questa inalzata da Smaragdo Esarco, nel 608 dell'Era volgare, e dedicata nel primo di Agosto all'Imperatore Foca, a cui spettava la statua dorata, secondo l'iscrizione che si legge nella parte del piedestallo rivoltato alla Via Sacra ed a S. Adriano, che resta incognita fino al 13 Marzo 1813. collo scavarsi apparve del seguente tenore.

OPTIMO CLEMENTISsimo piissiMOQVE
PRINCIPI DOMINO N. focae imperatORI
PERPETUO A DO CORONATO TRIUMPHATORI
SEMPER AUGUSTO
SMARAGDVS EXPRAEPOS. SACRI PALATII
AC PATRICIVS ET EXARCHVS ITALIAE
DEVOTVS EIVS CLEMENTIAE
PRO INNVMERABILIBVS PIETATIS EIVS
BENEFICIIS ET PRO QVIETE
PROCVRATA ITAL. AC CONSERVATA LIBERTATE
HANC STATVAM majestaTIS EIVS
AVRI SPLENDORE fulgenTEM HVIC
SVBLIMI COLVMNAE ad PERENNEM
IPSIVS GLORIAM IMPOSVIT AC DEDICAVIT
DIE PRIMA MENSIS AVGVSTI INDICT. VND.
PC. PIETATIS EIVS ANNO QVINTO.

Venne questa iscrizione dichiarata, e supplita in una erudita disertazione del clarissimo Signor Filippo Aurelio Visconti.

Questa colonna d'ordine Corintio è alta piedi 43 ed il piedistallo ne ha 11, in tutto piedi 54.

Profondendosi lo scavo nel 1818 si rilevò che il piedistallo s'innalzava su di 11

scaglioni di marmo, che piantavano sul piano del foro lastricato di travertini, ed inclinato

verso la parte posteriore dall'iscrizione, ivi poi alla distanza di palmi 11 dall'ultimo scaglione si rinvennero i due gran basamenti di muro, spogliati de' marmi che li rivestivano, e destinati anch'essi a sostenere due colonne loro del diametro di piedi 3 e mezzo; ed al di là di questi basamenti, 4 piedi distante fu rinvenuta quella via lastricata di selci non ancora interamente scoperta, colla quale aveva il suo termine la larghezza del Foro, che si estendeva fino a s. Adriano, come già si è accennato; e la riunione di queste colonne onorarie non ci permette più di averne alcun dubbio. Seguendo le traccie di questa via, lungo i gradi del Comizio si giunge al

TEMPIO DETTO DI GIOVE STATORE

Chiamò il volgo avanzi del tempio di Giove Statore queste tre superbe colonne, che impropriamente ora si pretenderebbero del Comizio o della Curia, ma che sicuramente sono del magnifico Tempio di Castore e Polluce, di cui fece voto nella guerra Latina il Dittatore Aulo Postumio, e che il suo figlio dedicò nel 270 di Roma. Rifatto poi da Metello fu nuovamente riedificato con questa magnificenza e dedicato da Tiberio nel 759 a nome proprio di Claudiano e di Druso suo fratello. Dagli scavi si è rilevato ch'era di 8 colonne di fronte e di 13 nè lati, elevato su di un doppio basamento, alti insieme piedi 20. e pollici 7. preceduto da una grandiosa scalinata, che rimaneva sul Foro Romano, non gia sulla via Sacra, come per errore è stato detto. Aveva lungo il suo lato destro una via selciata che si protraeva dal Foro alla via Nova, aperta in occasione della costruzione del tempio fatta da Tiberio, come c'indica Ovidio, qua nova Romano NUNC via juncta foro est.

Nella parte posteriore veggonsi ancora i molti avanzi de' muri del prolungamento fatto da Caligola dal Palazzo al tempio de' Castori, quando lo trasformò in vestibolo dell'ingresso dal Foro; muri che da Claudio furono poi separati dal tempio, quando nuovamente lo restituì al primiero uso sagro, e che da moderni generalmente si attribuiscono alla Curia la quale non fu in questa parte.

La località di quest'edificio dimostrandolo sul Foro esclude il tempio di Giove Statore, che fu presso I'arco di Tito, alla porta Mugonia nella summa sacra via spettante alla Regione X del Palatino e non all'VIII del Foro Romano. Il Comizio essendo stato sempre uno spiazzo non può imaginarsi in quest'edifizio riconosciuto per la sua forma da tutti per tempio. La curia finalmente avendo avuti i suoi gradi sullo spiazzo del Comizio non può apparire a quest'edifizio che ha la sua gradinata sul Foro.

L'ordine Corintio di queste colonne è uno de' più eleganti, e serve di modello agli studenti: le colonne hanno compreso base e capitello 46. piedi di altezza, e 4. e mezzo di diametro. Vicino al presente, parimente sul Foro era l'altro.

TEMPIO DI VESTA.

Al di là della scoperta selciata a destra del tempio de' Castori e presso la chiesa di s. Maria Liberatrice fu sicuramente il tempio rotondo di Vesta, fondato da Numa nel Foro, e dato in custodia di 4. Vergini, aumentate in seguito a 6. affinchè vi conservassero il fuoco sacro a Vesta ed il Palladio; come pegni fatali per Roma. Qui circa il principio del secolo XVI. furono rinvenute più di 12. iscrizioni onorarie, la maggior parte di Vestali Massime che ne accertarono la località; che d'altronde risulta dalla vicinanza del tempio de' Castori, tempi indicati ambidue dagli antichi precisamente nel Foro e vicini al lago di Giuturna, di cui resta memoria nella denominazine di questa chiesa, detta prima s. Silvestro in lacu. Non già che questo Santo convertisse il tempio di Vesta in chiesa, come hanno scritto, essendo certo che 60. anni dopo la morte di questo Pontefice, esistevano ancora le Vestali nel loro tempio, ma forse perchè circa il 1000. Silvestro II. dedicasse questa chiesa alla memoria di s. Silvestro che; però si trova ancor detta s. Maria Libera nos a poenis inferi, e forse il fatto del drago ucciso da s. Silvestro appartenne al II. che 70. anni dopo morto fu calunniato di magia falsamente dal Card. Bennone. Ora è una Chiesa molto devota; ma non fornita di opere distinte. Al di là de' muri antichi nel basso e il

TEMPIO DETTO DI ROMOLO

ORA
CHIESA DI S.TEODORO

Si crede che in questo luogo fossero, esposti Romolo e Remo bambini, e che in loro onore vi sia stato costruito un tempio da' Romani e non già da Tazio, come l'asserì Venuti, poichè questi si trova esser morto 24. anni prima di Romolo e che qui presso al fico Ruminale fosse eretto il simulacro d'una lupa, figurata in atto di allattare i due bambini, che si suppone quella di bronzo che esiste in Campidoglio nell'appartamento de' Conservatori. I Cristiani convertirono il tempio in chiesa dedicata a s. Teodoro, che fu ristabilita dal Pontefice Adriano I. nel 774. e rifabricata da Niccolò V. nel 1450. fu finalmente ristaurara da Clemente XI. Si conserva anche in oggi il costume di portarvi i bambini malati, per ottenere la guarigione da questo Santo, che chiamasi Santo Toto dal volgo. Non ebbe idea giusta del Foro Romano chi ha pensato essere questa il Tempio di Vesta solo perchè ha la forma rotonda.

A questo luogo non giunsero mai nè il Foro nè il Velabro, che separati erano fra loro del Vico Tusco; ma le inondazioni del Tevere vi formavano palude, insieme coll'acque dello scolo de' monti, che vi ristagnavano come nel sito del Foro prima che Romolo e Tazio lo riempissero.

È di questo luogo che parla Ovidio, così

Hic quoque lucus erat, juncis et arundine densus,
Et pede velato non adeunda palus.

Tornandosi verso del Foro si presenta incontro il

TEMPIO DI ANTONINO E FAUSTINA

ORA CHIESA
DI S. LORENZO IN MIRANDA.

È certissimo che questi avanzi spettino ad un antico tempio che l'iscrizione ci dimostra dedicato per decreto del Senato ai Divi Antonino e Faustina Seniore sua moglie; per la quale soltanto fu prima costruito dal suo marito, come le antiche medaglie di quest'Augusta dimostrano, e la paleografia dell'iscrizione esistente variata nel nome di Antonino conferma; e perciò non fu a lui comune che dopo la morte; ed ecco la ragione per cui tanto ne' regionari, quanto in Trebellio nella vita di Salonino vien denominato soltanto di Faustina. Non può dubitarsi egualmente che restasse sulla via sacra presso l'antico Arco Fabiano, ch'era l'imbocco nel Foro di questa via, e che si trovi registrato nella Regione IV.

Di questo tempio esastilo rimangono le 10 grandi colonne che circondavano il pronao, e una porzione de' muri della cella. Queste colonne sono di marmo, Caristio, detto volgarmente cipollino, tutte di un solo pezzo, alte piedi 43. e tre quarti: poggiano sopra di un basamento elevato da terra piedi 15. che nella parte anteriore formava una gradinata di 21. scalini. Il cornicione semplice, ma di una elegante proporzione, tutto di marmo Greco, ha nel fregio ai due lati eccellenti sculture, con grafiche due a due l'un contro l'altro stendono la zampa su di un'ara triangolare, su cui è posato un vaso, che figurano di custodire; fra l'un gruppo e l'altro, v'è un candelabro, guarnito tutto d'arabeschi, con belli fogliami graziosamente avvolti di quà e di là, il tutto ben ideato, ed ancor meglio eseguito.

Si può credere che da questi belli ornamenti la chiesa traesse il suo nome in miranda. Questa fu collegiata, poi da Martino V. venne ceduta agli speziali nel 1430 i quali, vi fecero in principio alcune cappellette, e un ospedale pe' loro poveri: che servendo d'imbarazzo, volle il popolo Romano che si togliessero nella venuta a Roma di Carlo V. Perciò gli speziali nel 1602. entro le rovine della cella antica vi fecero la chiesa con architettura del Torriani. Pietro da Cortona dipinse il bel quadro del Santo nell'altar maggiore; e Domenichino vi aveva fatto, nel primo altare a sinistra nell'entrare, un quadro colla Madonna s. Filippo e s. Giacomo; ora però questo quadro è perito; e l'antico ingresso principale della Chiesa al presente è inaccessibile. Appresso dopo la via viene l'altra.

CHIESA DE' SS. COSMA E DAMIANO E TEMPIO Dl REMO.

Si crede, che questo tempio rotondo fosse dedicato prima di quello di Romolo, ai fondatori di Roma, ma Romolo avendo avuto il suo tempio particolare col nome proprio, e con quello di Quirino, si distinse in seguito il presente dai regionari col nome solo di Remo, come l'altro ora di s. Teodoro, in cui era la Lupa, con quello solo di Romolo. Presso di esso dunque sulla via sacra Felice IV. dopo il 526. formò una Basilica che dedicò ai Martiri, Ss. Cosma e Damiano, che poi nel 689. fu adornata coll'ambone e col ciborio da Sergio I. che coprì la cupola con lastre di piombo. Fu ristaurata tutta da Adriano I., e si trova allora denominata in tribus Fatis; e da lui poi creata Diaconia, circa il 780. fors'egli vi adattò le belle porte antiche di bronzo, gli stipiti intagliati e le due colonne di porfido. Leone III. ed altri Pontefici vi fecero vari ornamenti, ma Urbano VIII. fu quegli che la ridusse allo stato presente, e per liberarla dall'umidità alzò il piano che prima era a livello di quello prossimo di Faustina; e si servì della cupola per vestibolo conservando l'antica tribuna, facendo dipingere di nuovo la chiesa, e trasportando le antiche porte di bronzo al nuovo ingresso più alto. In questo tempio sotto il pontificato di Paolo III. furono rinvenuti i frammenti marmorei dell'antica pianta di Roma. che si veggono nelle mura della scala del Museo Capitolino. Al tempo di Alessandro VII. il Card. Barberini ristaurò il mosaico della tribuna, e vi rifece il ritratto di s. Felice Papa, che sotto Gregorio XIII. era stato convertito in quello di s. Gregorio. All'antica facciata di questo tempio appartengono le due colonne di marmo caristio detto volgarmente cipollino, che sono erette presso l'adiacente chiesetta della Via Crucis, ed altrettante ve n'erano dall'altro lato: lo stato del prospetto di questa chiesa, prima del ristauro si può vedere nella Roma vetus ac recens del Donato p. 237. Sieguono appresso gli avanzi del

TEMPIO DELLA PACE.

Queste tre grandiose arcate laterizie sono riconosciute dalla generale tradizione di 4. secoli per gli avanzi del Tempio della Pace, eretto da Vespasiano, vicino al Foro Romano, dopo il suo trionfo della Giudea, che da Erodiano si disse la più grande, la più bella, e la più ricca di tutte lo opere di Roma; ed infatti da questo tempio prese il suo secondo nome la regione IV che prima era chiamata Via Sacra. Siccome la forma di quest'edifizio non corrisponde alla più comune de' tempi Greci e Romani, così recentemente si era cominciato a dubitare della denominazione volgare, ma siccome presso de' Romani qualunque sito, purchè forse inaugurato, dicevasi tempio, e tempio chiamaronsi le Curie Ostilia, Giulia, e la Pompeja, ed anche i Rostri, i quali non consistevano, che in un suggesto isolato e scoperto, così la forma di quest'edifizio inaugurato, destinato alla custodia di spoglie, ricchezze o monumenti niente osta che potesse portare il nome di tempio, senz'avere la forma e le parti richieste ne' tempj destinati ai sagrifizj, che da Vitruvio furono sempre chiamati aedes sacrae.

La struttura di quest'edifizio che si riconosce la stessa de' grandi saloni, hexedrae amplissimae, delle Terme d'Agrippa, di Tito, di Caracalla e di Diocleziano, ci accerta che questa fabrica ha potuto formare in origine il vestibolo della casa aurea di Nerone, coll'ingresso sulla via sacra, incontro all'altro della porta Mugonia del Palazzo de' Cesari, presso l'arco di Tito, e nell'alto che summa sacra via si chiamava. La località dell'edifizio, che si rileva precedere, ed essere adiacente a quella dell'Atrio Neroniano, lo conferma per quel vestibolo, membro che nelle case Romane fu sempre il primo presso la via. Naturale è dunque, che Vespasiano, bastantemente economo, volendo rendere ad uso publico il sito immenso usurpato da Nerone colla sua domus aurea, non distruggesse stoltamente quel vestibolo della stessa, da Svetonio detto capace di una statua colossale di piedi 120. d'altezza, ma che facendovi gli opportuni cangiamenti ed aggiunte, fra le quali è da contarsi quel portico verso del Colosseo, a cui volle Vespasiano volgerne il prospetto, lo riducesse in quel tempio, dedicandolo alla Pace, in cui ripose le spoglie del tempio di Gerusalemme, e le più belle pitture e sculture ch'erano state prima ammirate per l'universo, che forse furono rapine da Nerone radunate nelle sua domus aurea, soltanto da Vespasiano qui riunite; dove ancora in seguito depositarono i particolari le loro ricchezze, come in luogo di sicurezza, dedicato a quella Dea, e sotto la sua protezione. Tutto però andò a perire in un incendio accaduto a tompi di Commodo l'anno 191. di Cristo. S'ignora quando fosse ristaurato con poca eleganza, benchè conservando ancora molte delle antiche parti, come le colossali colonne scannellate tutte di un pezzo, e andando soggetto a variazioni ed aggiunte; una delle quali fu la tribuna nel mezzo della navata minore ornata da un suggesto e con sedili in giro, divisi da colonnette scannellate di giallo antico, rette da mensole e coronate tutte da un intavolato di marmo con intagli molto ricchi, non eleganti, ma anteriori da ogni epoca di costruzioni Cristiane; e per separare questa tribuna dalla navata si posero due grandi colonne, forse di porfido, del diametro di 3. piedi e un terzo; e fra queste e i pilastri i soliti plutei o cancelli di metallo, come rilevasi da una base del pilastro ancora in opera. Allora si ornò parimente l'ingresso laterale sulla via sacra, aggiungendovi l'avancorpo di 4. colonne ed una gradinata, che si estendeva per tutta l'arcata di mezzo, incontro l'aggiunta tribuna, e tornò ad essere qui nuovamente il prospetto principale, con una piazza avanti, che fu detta forum Pacis, e che comprendeva la via sacra; mentre Adriano colla costruzione del suo tempio di Venere e Roma ne aveva quasi intieramente occupato la veduta dell'anterior portico e prospetto di Vespasiano verso del Colosseo.

Esisteva ancora verso la fine del Secolo IV. come si ricava da Rufo e da Vittore, ma prima della metà del secolo VI. Procopio lo dice atterrato da un fulmine, e ciò fa evidente che non fu mai convertito in chiesa Cristiana; ma soltanto nella tribuna aggiunta, non rovinata, potè farsi una miserabile cappelletta, secondo l'indizio rinvenuto di pitture Cristiane, meschine e peggiori delle altre di s. Felicita, presso le Terme di Tito, in epoche posteriori e di desolazione.

Piranesi ha dato il nome di Tablino a questi avanzi, ma non vi è antico scrittore che fra le molte parti menzionate della casa aurea di Nerone vi nomini il tablino, nè questo soleva farsi da' Romani avanti ma dopo dell'Atrio. Recentemente si è preteso trovarvi la Basilica Costantiniana, ma la forma delle basiliche tanto etniche che Cristiane, conservata sempre la medesima per più di mille anni, diversissima dalla presente smentisce questa denominazione, nè vi è documento che Costantino facesse nella Regione IV. altra basilica che la Lateranense, che si trovi chiamata sempre Costantiniana, d'altronde la vicinanza di questi avanzi al foro Romano, alla via sacra, al palazzo ed al tempio di Vesta combinaste perfettanaente con tutte le indicazioni che del tempie della Pace ci danno gli antichi scrittori; nè si potrebbe trovare altro luogo, dove poter situare il tempio della Pace, che richiedeva uno spazio grandissimo, come gli antichi lo indicano, ed a cui poter adattare l'ubicazione di Marziale.

Lumina post Pacis, Palliadiumque forum.

Ha quest'edifizio 300. piedi di lunghezza e 200. di larghezza; ebbe tutte le volte ornate con cassettoni di stucco dorato, e le mura rivestite di marmi mischj come il pavimento. La volta della navata maggiore poggiava sopra di 8. colonne di marmo Greco scannellate tutte di un pezzo, delle quali l'unica restata in opera a destra dell'arcata di mezzo, fu trasportata ed eretta da Paolo V. nel 1614. sulla piazza di s. Maria maggiore ed ha 58. piedi d'altezza col diametro di piedi 5. e pollici 8. Negli ultimi scavi vi sono rinvenuti in più luoghi muri irregolari, e stanze anteriori troncate sotto il pavimento; conferma della fretta e barbarie, con cui Nerone per costruir qui il vestibolo della sua Casa, e le sue delizie in Roma abstulerat miseris tecta, cioè tolse ed atterrò le rose de' poveri: cacciando, così li cittadini dalle loro abitazioni e da Roma, ai quali neppure in Veji restava un sicuro ricovero tantoche fu detto. Roma domus fiet Vejos migrate Quirites, si non et Vejos occupet ista domus. Si passi ora a dir qualche cosa di questa

CASA AUREA DI NERONE.

Nerone, in niuna cosa tanto dannoso quanto nel fabricare, non contento delle abitazioni Augustale e Tiberiana del Palatino ne costruì una, che da quelle si estendeva sino all'Esquilie, e dovendo avera sopra della Via Sacra un transito per la comunicazione, da questo prese il nome di Transitoria: incendiatasi però a caso o a bella posta, Nerone ne fece costruire una seconda di estensione tale,

Tempio di Venere a Roma


che fu intimato, come abbiamo detto, a' Romani d'emigrarsene in Veji per aver luogo da poter abitare. Riuscì questa nuova di una e magnificenza tale, che si chiamò casa d'oro, domus aurea, e giunse a contentarlo, col fargli dire che allora gli sembrava di abitar come uomo. A formarsi un'idea di tal casa, basti dire che il suo Vestibolo fu capace di una statua colossale alta 120. piedi; ch'ebbe tre portici di mille piedi ciascuno, uno stagno come un mare: circondato tutto di edifizj; vi erano giardini, parchi, vigne, boschetti ripieni di animali domestici e selvaggi; appartamenti brillanti per oro, gioje, madreperle, e pei marmi i più preziosi. Le sale da convito avevano volte dalle quali si spargevano acque odorifere, e fiori naturalmente sopra de' convitati, la più distinta delle medesime rotonda, con un cielo mobile che girava giorno e notte continuamente come il mondo; ed i bagni erano forniti da una quantità d'acque diverse. Svetonio e Marziale ci hanno indicato cose tali di questa Casa, che sembrerebbero incredibili se le colonne, i bronzi ed i marmi rinvenuti in queste vicinanze, e che si congettura essergli appartenuti, non l'avessero confermato, tanto questi conservano di bellezza. Tuttavia un'abitazione si meravigliosa non durò che un qualche anno dopo la morte del fondatore, perchè giunto Vespasiano all'imperio, restituì, secondo l'espressione di Marziale, Roma a se medesima, e ridette al popolo quanto un padrone ingiusto si era usurpato per propria sodisfazione.

Quindi Vespasiano, molto sensato, non distruggendo affatto queste opere dispendiose e mirabili ne ridusse molte a benefizio publico; convertendo il Vestibolo nel tempio che dedicò alla Pace; lo splendido Atrio in vasta piazza per la costruzione delle machine teatrali nel mezzo della quale fa eretto il colosso Neroniano di Zenodoro, che tolto dal Vestibolo fu collocato presso la via sacra, e benchè conservasse il ritratto di quel principe scelerato se ne fece al Sole la dedica. Sorse dal fondo di quello stagno la meraviglia del mondo l'Anfiteatro Flavio, qual montagna marmorea. Quel triplice portico, ciascuno di mille piedi, diè luogo alle publiche Terme, che vi stabilì Tito in fretta, e poi al magnifico edifizio nel mezzo del campo che in seguito vi fece Trajano, nel formar le sue Terme nella parte superiore, e demolito finalmente quel transito al Palatino sopra della Via Sacra diè lungo ai Romani, se pur non fu a Trajano medesimo, di erigere l'arco trionfale al clementissimo Tito, già fatto Divo; ch'ora dicesi

ARCO DI TITO.

Dopo quello di Druso, presso la porta s. Sebastiano, quest'arco è il più antico de' tre che sussistono a Roma, ed è il più elegante, i bassirilievi che l'adornano sono di un lavoro eccellente; in uno di essi si vede Tito nel carro trionfale tirato da 4. cavalli, in mezzo de littori laureati, accompagnato dal Genio del Senato e dall'armata; dietro dell'imperatore sul carro vi è una Vittoria che colla destra gli pone una corona sul capo, e colla sinistra tiene un ramo di palma, allusiva alla Giudea. La figura succinta e galeata di Roma, che teneva il parazonio nella sinistra precede il carro, ed accenna colla destra la città invitandola ad entrarvi, per la porta indicata al solito da un arco, ed è una svista, ch'essa stia nell'azione umiliante di guidare i cavalli pe' morsi, vedendosi le loro redine sul carro medesimo. Questo bassorilievo è benissimo eseguito, con sentimento e bravura, i cavalli ancora sono disposti colla vivezza stessa della natura. Nel bassorilievo incontro sono rappresentate le spoglie del tempio di Gerosolima portate in trionfo, il candelabro d'oro a 7. braccia, le trombe di argento, la mensa d'oro ed una cassa in cui contenevansi i libri sacri; il rimanente della pompa e del solenne sagrifizio era scolpito nel fregio in piccole figure fra le quali si distingue quella giacente del fiume Giordano, portato da due uomini sopra di un ferculo; di questo fregio però ne resta appena una quarta parte. L'Arco ebbe nell'uno e nell'altro prospetto 4. colonne composite scannellate che reggevano un cornicione molto ornato e forse di troppo; tutte le sculture sono assai mutilate, fra le quali sono stimabilissime le vittorie che sono ne' lati degli archivolti, che possono considerarsi per gli più eleganti bassirilievi Romani. Delle colonne ne rimangono sole 4. ma neppure intiere; le altre 4. che formavano gli angoli sono perite affatto, ma tanto dal loro posto quanto dallo stilobate continuato si rileva quest'arco simile in tutto a quelli di Trajano in Ancona ed in Benevento; motivo per cui si potrebbe sospettare, che ancor questo gli fosse eretto da Trajano, il quale restituì molte medaglie di Tito; e sapendosi d'altronde che Domiziano non ebbe molta tenerezza nè pel padre, nè pel fratello benchè l'iscrizione rimasta nell'attico sul prospetto verso l'Anfiteatro non l'indichi, forse per la nota modestia di Trajano, della quale è questo il tenore

S. P. Q. R.
DIVO TITO DIVI VESPASIANI F.
VESPASIANO AVGVSTO.

la qualità di Divo data a Tito, ma più il vedersi la sua figura togata assisa su di un'aquila in mezzo della volta non lascia dubitare che gli fosse eretto dopo la morte.

Quest'arco ha 14. piedi di grossezza, 21. di larghezza, e 25. e mezzo di altezza; l'esterno è di marmo Pentelico, l'interno in alcune parti dl travertino. Sotto di esso passava la

VIA SACRA

La più celebre delle vie antiche di Roma fu la Via Sacra, così detta perchè per essa si portavano in ogni mese le cose sagre alla rocca, o perchè per essa passavano gli auguri, che si partivano dalla rocca per prendere gli auguri. Questa via aveva il suo principio al sacello della Dea Strenia, presso alle Carine ed al Colosseo, ove si chiamava caput sacrae viae; di là salendo pel tratto dalla Meta sudante all'Arco di Tito, qui giunta si diceva summa sacra via; perchè qui era la maggior altura di essa. Dall'arco ripiegandosi al quanto a destra scendeva e passava avanti al tempio di Remo e poi di Faustina fino all'imbocco nel Foro Romano, dove in quel punto era l'arco Fabiano, e questa scesa da un arco all'altro si diceva clivus sacer, ed era tutta l'estensione che il volgo conosceva per via sacra. Traversando poi la lunghezza del Foro, presso al tratto denominato in tribus Fatis (che prendeva da' Ss. Cosma e Damiano fino a s. Martina) si confondeva col Foro sino all'arco di Settimio Severo, e passandovi sotto, e salendo il Clivo Capitolino, giugneva alla rocca, ove aveva il suo fine.

La summa sacra via, che fu senza dubbio come si è detto all'arco di Tito, fu il punto più interessante di questa celeberrima via, perchè presso di esso furono il Tempio di Giove Statore, la porta Mugonia, detta ancora porta del Palazzo l'abitazione di Anco Marcio dove era il Tempio de' Ladri; l'altra di Tarquinio Prisco colle finestre volte alla summa nova via la quale a quest' arco e alta porta Mugonia cominciava; e finalmente le Curie vecchie. Coloro che portano la via sacra dal tempio della Pace voltandola a sinistra lungo il portico rivolto al Colosseo ed in questo la diriggono, provino di combinarvi, se gli verrà fatto, tutte queste necessarie indicazioni e noi, come quelli che tutte le nostre cure poniamo nella ricerca della verità, non esiteremo, punto ad essere del loro avviso, quando essi ne rechino delle confacienti raggioni, il che se non faranno, ci sia permesso di restare del nostro. Fra i monumenti descritti su questa via rimane a parlarsi della

CHIESA DI S. FRANCESCA ROMANA

Dopo la metà del Secolo VIII, il Pontefice Paolo I. fabricò questa Chiesa, che allora fu dedicata agli Apostoli s. Pietro e s. Paolo: ricostruita da s. Leone IV. s'incendiò sotto di Onorio III. e quindi rinuovata si chiamò s. Maria Nuova, e poi Chiesa di s. Francesca Romana. Ne' tempi poi di Paolo V. fu ornata della facciata da' Monaci Olivetani che l'hanno in cura Conservasi in essa il corpo di s. Francesca Romana entro di un ricco sepolcro, ornato di metalli e pietre rare con disegno del Bernini. Merita considerazione anche il Deposito di Gregorio Xl. che riportò a Roma la sede Apostolica, opera eccellente dell'Olivieri. Fra la facciata di questa Chiesa e l'arco di Tito co' recenti scavi si è scoperta una magnifica gradinata di marmo, che dalla via sacra saliva allo spiazzo grandissimo, su cui sorgevano i due portici che ne' lati fiancheggiavano il gran

TEMPIO Dl VENERE E ROMA.

Dal Convento di questa chiesa si passa ad un cortile, ove si trova una gran tribuna, adossata ad altra simile esterna che riguarda il Colosseo; queste due tribune sono perfettamente eguali ed ornate nello stesso modo; di maniera che veggonsi appartenute a due celle eguali: resta ancora un lato delle celle in cui è una fila di nicchie tonde o quadrate alternativamente, tra le quali furono delle colonne, che han dovuto formar tante edicole con statue; e si vede ancora che le volte erano a cassettoni con ornati dorati di stucco.

Si credettero queste Tribune da alcuni due tempj uniti del sole e della luna, perchè il loro aspetto è rivolto all'Oriente e all'Occidente. Si dissero ancora d'Iside e di Serapide, tempj che non furono in questo sito, appartenente alla regione IV. ora però non può dubitarsi che sieno avanzi delle due celle unite del gran tempio di Venere o Roma, architettura o costruzione dell'imperator Adriano, posto in mezzo di due portici, retti da superbe colonne di granito, gli avanzi delle quali si vegono sparsi quà e là ne' lati dei medesimo. Questo tempio celeberrimo pseudodiptero, cioè con finto doppio portico ne' lati, aveva due prospetti, con 10. colonne di fronte di marmo bianco scannellate, che avevano circa 6. piedi di diametro con intercolonnj picnostili: la facciata volta al Colosseo appartenne alla cella dedicata a Venere, l'altra rivolta al Campidoglio a quella consagrata alla Dea Roma.

Quest'altura, imminente alla via sacra, ch'era la continuazione del monte Palatino fu prima occupata dall'Atrio della Casa Aurea di Nerone; poi dal suo Colosso, che Vespasiano tolse dal Vestibolo di essa e fece nuovamente qui erigere, e finalmente essendo stato trasportato il Colosso, intiero ed eretto da Deciario architetto d'Adriano e collocato presso all'Anfiteatro Flavio, che da lui prese il nome di Colosseo, vi fu costruito questo tempio, architettura di Adriano medesimo di quella magnificenza che le rovine dimostrano; edifizio che costò la vita ad Apollodoro, architetto di Trajano, perchè notovvi de' difetti, che Adriano non era più in tempo di rimediare. Si può salire ora agli

ORTI FARNESIANI.

Il monte Palatino, il più antico di Roma e il più nobile, si vuole così chiamare città, o dagli Aborigeni Palatini della campagna di Rieti denominata Palatio che qui posero la loro sede; ovvero da Palatia figlia di Pallante Iperboreo ch'ebbe con Ercole per figlio il Re Latino, o dalla moglie di questo Re per nome Palatia, o da Pallante qui sepolto, o finalmente dal bestiame che qui soleva belare, e andar vagando che palare si diceva. Divenuto sede degli Imperatori Romani colle loro fabriche lo avevano reso degno di venerazione maggiore
Ecce Palatina crevit reverentia monti
Exultatque habitante Deo........
ma distrutte queste dal tempo e dalle devastazioni, sopra le rovine delle grandi case de' Cesari Paolo III. Farnese nel Secolo XVI. costruiti aveva i suoi Orti o Giardini ch'ebbero il loro ingresso principale incontro al tempio della Pace, con un prospetto, d'architettura del Vignola, ornato di colonne bugnate, e sopra con due mezze Cariatidi o ermi, e si era reso il monte delizioso soggiorno; ma abbandonati anche gli Orti; non resta in esso che qualche orto, e vignati con pochi alberi.

In una parte di questa si scende ora ad un sotterraneo, mal custodito in cui si trovano i così detti

BAGNI DI LIVIA

Moglie di Augusto.

Consistono questi in due piccole stanze con volte, ornate di pitture assai graziose in fondo d'oro, adorno di piccoli bassirilievi di stucco, assai stimati. Si trova ancora nello stesso giardino un gran spiazzo, che si crede essere stato l'ippodromo. Un poco più in alto s'incontra la Villa Spada ed in essa li

BAGNI DI NERONE.

Questa Villa appartenuta al Marchese Magnani, e che presentemente ha mutato padrone; ed è stata acquistata dal sig. Cavaliere Gell gentil'uomo Inglese, che vi fa eseguire molti ristauri, occupa una parte del Palazzo de' Cesari, di cui si vedono alcuni sotterranei e sale, chiamate, i bagni di Nerone, e che sono state scoperte l'anno 1777. Vi si discende, per una commoda scala, e non è da pentisi della pena che si prende per visitarle. In questo luogo, è stata rinvenuta la statua di Apollo Saurottano, cioè uccisore di lucertole, che si conserva al Museo Vaticano. Si osserva ancora un resto di balcone, ch'è stato ristaurato, dal quale si pretende che i Cesari dessero il segnale pe' giuochi che si celebravano nel Circo Massimo sotto del monte. Vi sono nel Casino moderno alcune pitture e fra queste de' piccoli quadri in una volta, uno rappresentante Ercole, e l'altro le Muse, oltre una Venere, creduta di Raffaele.

Nello scendere per tornare all'Arco di Tito si trovano le chiese di s. Bonaventura alla Polveriera, de' PP. Riformati Spagnoli che col permesso di Clemente X. nel 1675. la fabricarono insieme col Convento.

Si trova poi la chiesa di s. Sebastiano, riedificata nel 1623. da Urbano VIII. con disegno dell'Arrigucci, dove prima era stata la chiesa di s. Maria in Pallara, che fu una delle 20. Abbadie di Monaci, in cui fu eletto Pontefice s. Gelasio II. nel 1118. vi è chi vuole che nel 1274. fosse Collegiata, ma perita fu la nuova dedicata a s. Sebastiano, perchè vogliono che quivi fosse saettato nell'Ippodromo Imperiale, e fu creato Juspatronato di Casa Barberini.

Sceso il monte si trova dopo l'Arco di Tito la spaziosa via sacra, che porta alla

META SUDANTE

Nel piano del Colosseo avanti l'Arco di Costantino, si vede un avanzo di una fontana, chiamata la Meta Sudante, dalla sua forma conica rotonda, simile a quelle che si ponevano nell'estremità della spina de' Circhi, l'acqua sgorgando in cima la bagnava tutta intorno, e si spandeva in una gran vasca, opportuna al dissetamento del popolo specialmente nell'occasione de' giuochi dell'Anfiteatro.

Si credette perciò costruita da Vespasiano o da Tito, perchè si vede nelle sue medaglie col Colosseo, ma questa Meta Sudante esisteva fino dal tempo di Nerone, che vi potè introdur l'acqua Claudia, perchè se ne trova menzione in un passo di Seneca, che da' moderni si è preteso doversi intendere di una consimile fonte di Baja, senza però fondamento; nè le sole medaglie di Tito hanno la Meta col Colosseo, onde debba attribuirsene ad esso la costruzione, ma la Meta Sudante e di più anche il Colosso si trova egualmente nelle altre di Alessandro Severo è di Gordiano. Accanto alla medesima sussiste quasi intiero l'

ARCO DI COSTANTINO.

La bellezza, la magnificenza e la località di quest'arco rendono quasi evidente, che l'arco trionfale eretto a Trajano e notato nella regione I. si addattasse così per dedicarlo all'Imperator Costantino, in occasione della Vittoria da lui riportata sopra del Tiranno Massenzio e della sua fazione, secondo l'iscrizione postavi dal Senato e dal Popolo Romano. I Voti vicennali che vi sono notati portano l'arco all'anno 326. dell'era volgare: l'architettura è di una grande e bella forma con tre arcate ornate in ambedue li prospetti di 4. colonne scannellate di giallo antico, e di ordine Corintio, che sostengono un cornicione che risalta dal pilastro sopra di ogni colonna, e che sostengono un cornicione che risalta dal pilastro sopra di ogni colonna, e che sostengono otto statue di barbari prigionieri, le teste de' quali però, sono moderne

Anfiteatro Flavio, detto il Colosseo


sostituite alle antiche; che segretamente furono tolte da Lorenzino de' Medici, l'uccisore del Duca Alessandro, come narra il Giovio; non meritando d'esser tenuta per una delle antiche quella posta al Museo PioClementino, di scultura troppo inferiore all'epoca di Trajano, benchè comparisse trovata nello scavo presso quest'arco circa la fine dal secolo scorso. Tutti i bassirilievi dell'Attico, e gli 8. medaglioni sopra gli archi minori rappresentano chiaramente spedizioni; guerre, caccie, ed imprese di Trajano, e sono di una grande eleganza; ma non può ammettersi che siano stati tolti dal Foro di quest'imperatore perchè il Foro era ancora intatto allorchè Costanzo venne a Roma dopo la morte di Costantino suo padre, e destò la di lui ammirazione colle sue meraviglie. Tutte le altre sculture di quest'arco, ed i supplementi fatti alli membri architettonici annunziano le infelici aggiunte fatte nel tempo di Costantino, in cui le arti erano in gran decadenza. Si vede in queste sculture una marcia militare, Costantino ch'espugna Verona, la di lui Vittoria sopra Massenzio, il trionfo, l'allocuzione di quest'imperatore fatta da' rostri ai Romani nel foro, e lo stesso che distribuisce il congiario al popolo, opere di uno stile veramente infelice: vi sono ancora ne' lati in due tondi il carro del Sole, e della Luna per indicare l'Oriente e l'Occidente e sono più diligentati degli altri, benchè nello stile medesimo di decadenza. I due gran bassirilievi però sotto l'arco maggiore de' lati hanno tanto di buono nel totale che l'assegnarli all'epoca di Costantino sarebbe inamissibile, e se queste sculture non mostrano la perfezione medesima de' più eleganti di Trajano sono del tempo suo, perchè formano un soggetto continuato co' due maggiori dell'Attico, e sono soltanto più maltrattati per la loro vicinanza o poter esser guasti quando l'arco era interrato, e soffrirono ancora qualche ignorante alterazione nell'adattarne la rappresentanza a Costantino.

Prossimo s'innalza in questo piano l'

ANFITEATRO FLAVIO DETTO IL COLOSSEO

Nel mezzo dell'antica Roma, ove Nerone aveva fatto il suo stagno, costruì Vespasiano quest'Anfiteatro dopo il trionfo della Giudea, per compire il progetto formato da Augusto. Amphitheatrum Urbe media, ut destinasse compererat Augustum; così Svotonio; fu terminato però è dedicato da Tito suo figlio l'anno 833. di Roma. Si dice, che il suo nome di Colosseo provenga dal colosso celebre si Nerone che dall'alto presso la via sacra ove Vespasiano lo aveva eretto e dedicato al Sole, fu poi qui trasportato da Adriano nel piano presso l'Anfiteatro. Ma l'edifizio è più che colossale per se medesimo, avendo 6. piedi di giro, e nel maggiore suo diametro 581. piedi, nel minore 481. e 153. piedi d'altezza; costruzione la di cui magnificenza superava le piramidi dell'Egitto.

Barbara piramidum silent miracula Memphis

il Tempio di Efeso, e le altre meraviglie del Mondo. Egli è certo che queste rovine, nello stesso in cui sono, danno la più grande idea della potenza che lo fece costruire. Si dice che 12. mila schiavi Ebrei, condotti a Roma, vi lavorassero senza intermissione per più anni.

Questo superbo Anfiteatro era stato destinato particolarmente alle caccie delle fiere, al combattimento de' gladiatori, talvolta alle naumachie ed egli altri spettacoli crudeli de' Romani. È di figura ovale, quasi tutto di travertino, con doppio portico nel giro esteriore, e con 80. arcate in ciascun portico, sostenuto da altrettanti piloni quadrati di 6. piedi di grossezza; ha 4. piani; le arcate de' 3. primi sono decorate in ciascuno piano da colonne di ordine diverso, che aggettano per metà: le prime nel basso sono Doriche, nel secondo Joniche, e nel terzo Corintie; il quarto piano consiste in un gran muro con doppia fila di 40. finestre l'una, poste fra gli 80. pilastri di ordine Corintio.

Le arcate esterne del pianterreno erano segnate con numeri Romani dall'I. al LXXVI. perchè le arcate de' quattro mezzi non ebbero numero; erano alquanto più spaziose, e servirono le due nell'estremità dell'asse minore per ingressi principali, e le altre due nell'estremità dell'asse maggiore per l'introduzione delle macchine e per l'uso degl'inservienti. Sussistono ancora i numeri da XXIII. al LIV e fra il XXXVIII. e XXXIX. cade l'arcata dell'ingresso principale senza numero, e che fu decorata da due colonne di pavonazzetto scannellate, in aggetto. Quindi risulta, che il numero I. restava a destra di chi entrava nell'ingresso principale rivolto al mezzo giorno, che fu il primario, presso al quale si è rinvenuto un adito sotterraneo, molto ornato, fatto posteriormente per transito segreto dell'imperatore per portarsi al suo pulvinare.

Questi 4. piani diversi erano disposti in modo, che il primo inferiore aveva più aggetto del secondo, e così gli altri: le pietre erano unite fra loro con perni di bronzo, e i barbari per torglierli hanno deformato con buchi questa costruzione.

Il lagrimatore, che termina il quart'ordine era forato in tutto il giro da 240. buchi quadranti, ne' quali s'intromettevano altrettante travi, che poggiavano ciascuna sopra di un mensolone posto sotto a piombo di ciascuna trave, ed in cima alla trave era attaccata una carucola entro la quale passava una corda che reggeva il Velario, con cui si copriva l'Anfiteatro quand'occorreva. Sopra di questo lagrimatore, indentro sul vivo del muro, piantava un zoccolo che girava tutt'intorno liscio, e che serviva di riparo, come dimostra la porzione ancora esistente.

Vi erano tre ordini di corridori doppj, gli uni sopra degli altri; ne rimane ancora un lato esteriormente intiero e solido in qualche porzione, come fosse ora costruito; i due corridori in ciascun piano hanno 15. piedi ciascuno di larghezza, ed il pavimento è di un cemento, che ha la, solidità del marmo, ricoperto di piccioli mattoni posti a spina, lavoro detto dagli antichi opus spicatum.

Le proporzioni di quest'edifizio sono si belle e si giuste, che non vi è cosa smisurata o pesante. Per giudicar bene dalla sua vastità bisogna salire nell'alto, reso ora praticabile, ma camminarvi con precauzione per motivo de' molti sfondi fatti nelle volte, quando ne furono tolte le catene, e gli scalini di marmo.

Circa l'interno, questo è tutto rovinato; niente più resta del pulvinare dell'Imperatore, nè del podio in cui sedevano la Famiglia imperiale, i Principi esteri, i Consoli, le Vestali, i Magistrati, ed i Senatori; soltanto dalle rovine delle volte si può arguire come fossero disposti in giro li gradi che vi furono appoggiati.

Gli scavi recenti hanno dimostrato ad evidenza che tanto il podio, quanto l'arena erano sostrutte, e che la manovra necessaria alla caccia delle fiere, e agli altri giuochi si preparava ne' sotterranei, che si estendevano anche fuori dell'Anfiteatro in qualche parte; quindi è che il podio e molto più l'arena ebbero bisogno di risarcimenti continui, che si sono trovati, o più o meno cattivi secondo il diverso tempo in cui si fecero.

Terminava l'interno di quest'Anfiteatro nell'alto con un portico di 80. colonne di marmo, sopra la gradinata marmorea, le colonne ribattevano a piombo de' piloni che separano il primo dal secondo portico esteriore nel pianterreno. Gli architravi e gli ornamenti delle 80. colonne erano di legno, dorato, come ancora il soffitto; e li gradi sopra e sotto di questo soffitto erano di legno ancor essi, e perciò negli antichi scrittori si trova menzione d'incendj accaduti nell'Anfiteatro Flavio, che ne impedirono l'uso per qualche tempo. I regionarj lo dicono capace di 87. mila spettatori.

Quando quest'Anfiteatro non fu più d'uso pe' giuochi: venne abbandonato, e non fu considerato che come una cava di pietre che specialmente nel secolo XV. e XVI. furono impiegate in molti edifizj moderni. Forse si progettava di distruggere il resto dall'esterno, quando Clemente X. mosso dal vederne l'arena, bagnata un tempo dal sangue di tanti Martiri, prostituita ad usi profani, e spesso colpevoli, fece ripararne le porte, che si tenevano serrate di notte, e chiuderne con muretti l'arcate; fece costruire intorno l'arena 14. piccoli altarini scoperti in memoria della Passione, ed una Cappelletta, e vi stabilì un Eremita, che risiedesse nell'anfiteatro, curando che non vi si praticasse cosa inerente Benedetto XIV. fece ristaurare nel 1750. l'opera di Clemente X. vi aggiunse nuovi ornamenti, e concesse delle indulgenze a coloro che facessero delle preci ai detti altari, che chiamaronsi Via Crucis.

Ma era riservata all'immortal Nostro Pontefice Pio VII. felicemente regnante di assicurare dalla rovina una gran porzione dell'edifizio, mediante uno sperone della massima solidità, e che produce l'ammirazione dello spettatore. A Lui si devono lo sgombro delle terre, i ristauri necessarj che tuttora si vanno facendo e lo stato presente di un monumento si rispettabile coll'abbellimento de' prossimi Giardini publici.

Di qua passando sotto l'arco di Costantino si vedono gli avanzi dell'acquedotto di Settimio, che traversava la via, e portava l'acqua Claudia del Celio al Palatino, e dopo s'incontra su la sinistra la piazza della

CHIESA DI S. GREGORIO.

La casa della famiglia Anicia, da cui discendeva s. Gregorio il Grande, fu da lui convertito in monastero, ov'egli risiedette fino all'anno 590., in cui fu eletto Pontefice, e in onore dell'Apostolo s. Andrea egli vi eresse la Chiesa ancora esistente. Dopo la di lui morte sopra la sua casa vi fu fatta questa chiesa, in suo onore; alla quale il Cardinale Scipione Borghese nel 1633. fece aggiugnere un doppio portico, la facciata, e la scala con disegno di Gian Battista Soria. Clemente XI. rinnovò la chiesa, terminata nel 1734. con architettura di Francesco Ferrari.

Il quadro dell'altar maggiore di Antonio Balestra Veronese; il San Romualdo dell'Imperiali, e la Madonna co' Santi dell'ordine di Pompeo Bettoni sono lodevoli opere del passato secolo, unitamente alla volta di Placida Costanzi. Questa chiesa è ora in custodia de' Monaci Camaldolesi, fondati, da s. Romualdo circa l'anno 970.

Contigue alla destra della facciata di questa chiesa vi sono le tre Cappelle, dedicate a s. Silvia, a s. Andrea, e a s. Barbara, rinnovate dal Cardinal Baronio. L'altare di quella di s. Silvia; madre di s. Gregorio, è ornato di alabastro fiorito, e da due colonne di porfido verde rarissimo ed ha la statua della santa di Nicolò Cordieri; scolaro del Bonarroti. La volta della tribuna fu dipinta a fresco da Guido per ordine del Card. Borghese nel 1608. e vi è rappresentato un concerto di angeli, opera molto stimata, sebbene non sia delle più insigni di quel gran maestro.

La Cappella di s. Andrea è architettura di Domenichino: che vi dipinse a fresco in un lato la flagellazione del Santo, opera celebre quant'altra mai per l'espressione e correzione di disegno, come per la forza del colore; può considerarsi per un vero capo d'opera. Guido nella parete incontro vi fece il compagno, cioè l'adorazione della croce fatta da s. Andrea prima del Martirio; quadro di gran merito ed eseguito con bravura da maestro. L'altare ha un quadro colla Madonna s. Andrea, e a Gregorio, ed è ornato con due colonne di verde antico.

Nella terza Cappella di s. Barbara vi è una statua di s. Gregorio sedente, abozzata da Michelangelo e finita dal Cordieri. Alla tavola di marmo posta nel mezzo vi pranzavano ogni giorno dodici poveri pellegrini, che s. Gregorio stesso serviva, il quale avendo veduto un giorno assiso un angelo che vi occupava un posto si determinò ad aggiungervi un tredicesimo povero.

Sortendo da questa cappella si mirano incontro le rovine del palazzo degli Augusti sopra del palatino. Di questo superbo edifizio nell'alto non resta che un gran numero di arcate, le une sopra delle altre, e di piloni di muri mutilati e diruti che mostrano ancora qualche traccia de' belli portici e facciate che l'ornavano, e sopra de' quali si vede crescere l'edera e gli arbusti, che offrono de' punti di vista assai pittoreschi, e che sotto di molto use ai paesisti nella composizione de' loro quadri.

Presso di quella radice dei Palatino e della moderna salita fu già a destra di essa il Settizonio di Settimio Severo, fatto demolire da Sisto V., che fu uno de' tre ingressi al Palatino di cui resta vestigio nella salita medesima, e che da quest'imperatore si destinava ad essere l'accesso principale al Palazzo. In questo luogo deve riconoscersi esistito l'antichissima porta Capena fatta da Romolo nelle prime sue mura, dalla quale uscì la sorella infelice degli Orazj incontro al fratello vincitore, che furiosamente la uccise: porta che fu poi trasportata da Anco Marcio al termine dalla prossima valle posta fra l'Aventino ed il Celio, quando l'incluse nelle mura di Roma.

Lungo la terza cappella voltando a destra si sale per l'antico Clivio di Scauro, prima però di salire sull'alto convien sapere che la parte a destra di chi ascende dove abbiam veduto la chiesa di s. Gregorio e le tre annesse Cappelle fu distinta Presso gli antichi col nome di Cetiolo e che l'altra parte più estesa a sinistra formava il Celio. È dunque nel suo principio che si trova la

CHIESA DE' SS. GIOVANNI E PAOLO.

Fu con intesa di Gioviano Cesare che il s. Monaco Pammachio costruì questa chiesa nel 400. in onore de' Ss. Giovanni e Paolo fratelli Martiri sopra la loro abitazione, e si chiamò Titolo di Pammachio. Venne poi ristaurata da san Simmaco Papa, circa li 494. è in seguito da Adriano I. e dal Cardinal Giovanni Sutrino sotto Adriano IV. verso la metà del Secolo XII. che allora vi fece il portico come denota questa iscrizione che si legge sull'architrave

Presbyter Ecclesiae Romanae che Johannes
  Haec animi voto dona vovendo dedit.
Martyribus Christi Paulo pariterque Johanni
  Passio quos eadem contulit esse pares.

Fu nuovamente ristaurata da Latino Cardinal Orsino sotto Nicolò V. che la tolse ai Canonici dandola ai Gesuiti, quindi dal Card. Carafa nel 1587. e finalmente sotto Clemente XI. il Card. Fabrizio Paolucci rifece la chiesa e la cappelle, e fu data ai PP. della Missione, da' quali passo ai Passionisti che vi tengono in oggi i santi Esercizi.

Dallo spazioso portico della facciata volta all'Oriente, retto da 8. colonne, ma ora ristretto, si entra nella chiesa, divisa in tre navi, anticamente da 24. colonne di varj marmi, ed ora da 3. archi per parte, ed in qualche parte vi resta testimonianza in piccoli pezzi dell'antico pavimento tessellato di marmi e porfido: l'altar maggiore, che fu ornato da 4. colonne è stato recentemente restaurato insieme co' tetti. La volta della tribuna fu dipinta dal Pomarancio, le di cui pitture, era ritoccate, erano le migliori di questa Chiesa.

Nella piazza a sinistra si passa per un portone a vedere molte rovine antiche e particolarmente alcune arcate costruite con gran pezzi di travertino della stessa data del Colosseo, che, oltre l'aver potuto servire per sostruzione, alcuni scrittori dicono essere state destinate da Vespasiano o da' figli per Vivarium, e serbatojo delle fiere, o secondo il Cassio per conserva delle acque necessarie per servizio dell'Anfiteatro. Venne questa costruzione detta dal volgo Curia Ostilia; ma Tullo Ostilio ebbe sul Celio la sola Regia, la quale durava ancora nel tempo de' Regionarj, e non fece altra Curia che quella presso al foro Romano, durata fino al 676. di Roma, che fu rifatta da Silla. Un'aggiunta ignorante del testo di Vittore nella regione II. Celimontana è stata l'origine dell'errore di questa seconda Curia. La Regia però di Tullo sussistendo ancora nel tempo de regionarj non può essere stata nel sito di questi archi, spettanti all'epoca degli Imperatori Romani ed alla loro magnificenza, mentre oltre gli archi esistenti la maggior parte ne fu gettata a terra nel 1641. per impiegare i travertini in fabriche moderne, come accenna il Martinelli; onde conviene immaginarsela altrove.

Proseguendo sull'alto del Celio il cammino, si trova l'

ARCO DE' CONSOLI DOLABELLA E SILANO.

Costruito di travertino nell'anno 753. a fine di farvi passare sopra le acque Giulie dal Celio al Palatino, e la Marcia all'Aventino e di la pel ponte Emilio ora rotto, al Trastevere. In seguito servì ancora a Settimio Severo e a Caracalla ad oggetto di far passare l'acqua Claudia al Palatino dentro uno speco più alto.

Qui prossima è la

VILLA MATTEI.

Il Duca Ciriaco Mattei fece costruire questa villa prima dell'anno 1582. ch'era una volta la più bella di Roma: in mezzo di uno spazioso prato in forma di circo s'inalza un obelisco di granito rosso di due pezzi uno de' quali scolpito con geroglifici che pose su di una base colla seguente iscrizione.

Cyriacus Matthejus obeliscum hunc a Populo Romano sibi datum a Capitolio in hortos suos Coelimontanos transtulit, ut pubblicae erga se benevolentiae monumentum extartet. Anno MDLXXXII.

Conteneva questa villa una rispettabile collezione di statue, busti, bassirilievi ed altri marmi antichi, parte de' quali furono prima trasportati al palazzo di Roma e poi passarono ne' publici Musei. Il restante venne in parte accresciuto dal nuovo possessore onde resta ancor ricca di monumenti di antica scultura. Il Signor Principe della Pace cui spetta se n'è occupato in modo che non gli rimane a desiderare il suo antico splendore. Accanto è la

CHIESA IN S. MARIA IN DOMNICA DETTA LA NAVICELLA

S'ignora chi fosso il primo fondatore di questa chiesa, che si crede eretta nella casa di s. Ciriaca, nella quale s. Lorenzo distribuì a' poveri molti tesori della chiesa. Si sa d'Anastasio che Pasquale I. dopo l'817. la rinuovò da' fondamenti, facendola più grande e più bella, e ornandola col mosaico della tribuna. Leone X. già titolare, trovandola scoperta e rovinosa la fece rifabricare col disegno di Raffaele, e il Card. Alessandro Medici, poi Leone XI. gli accrebbe molti ornamenti nel 1566. Vi sono 18. colonne di granito verde e nero assai stimate, e due di porfido di qua e di là, dalla tribuna. Le pitture del fregio sono di Giulio Romano e di Pierin del Vaga. Fu detta questa Chiesa s. Maria in Domnica o Dominica, perchè questa parola corrisponde alla parola Kiriaca nome della matrona; benchè il Cassio pretenda che questa denominazione provenga da una abbreviatura di Domitiani Mica Aurea, che fu in queste parti. Ora si dice comunemente la

NAVICELLA

Dalla piccola barca di marmo che si vede sulla piazza, postavi da Leone X. di bella forma, e lunga piedi 11. Questa fu copiata dall'antica mezza rotta che fu tolta ai tempi del sudetto Pontefice. In questo sito del Celio furono gli alleggiamenti de' soldati forestieri, chiamati Castra Peregrina, come ci hanno assicurato le molte iscrizioni cavate in ogni tempo in queste vicinanze presso la Chiesa. Questi alloggiamenti sono indicati sul Celio da Ammiano ed erano esistenti in questa Regione II. ai tempi de Regionari e della Notizia, e nel IV. e V. secolo. Incontro è la

CHIESA DI S. STEFANO ROTONDO

Si è dato il nome di Tempio di Claudio, e anche di Fauno a quest'edifizio, la cui costruzione per l'irregolarità di mescolanza d'ordini diversi non può attribuirsi all'epoca dell'erezione di tempi profani; ma della decadenza delle arti: la sua località però ed il fondamento potrebbero bene aver appartenuto al Tempio di Claudio, che gli avanzi dell'acquedotto Neroniano ci accertano essere stato in questo luogo.

La prima chiesa dunque dedicata al protomartire s. Stefano, eretta da s. Simplicio l'anno 467. non potè farsi nel Tempio di Claudio, perchè si trova registrato come esistente nella Notizia quasi contemporanea di s. Simplicio; vissuto quando non era permessa de' monumenti publici e profani, ma fu prossima alla presente. S. Gregorio Magno le assegnò il titolo di Cardinal Diatono. Papa Teodoro I. circa la metà del secolo VII, vi ripose i corpi de' Ss. Primo e Feliciano, ma fu Adriano I. che dopo il 772. potè occupare il sito del Tempio di Claudio e servirsi del suo fondamento per erigere questa mole si vasta insieme co' suoi portici dentro e fuori come sembra rilevarsi da Anastasio che scrisse pariter etiam et in basilica beati primi martyris Stephani sita in Coelio monte; quae per olitana tempora marcuerant, maximas in ea deferens trabes, tam vastam molem basilicae, quamque porticus mirifice intrisecus et extrinsecus a novo renovavit.

Nicolò V. nel 1454. e Innocenzo VIII. la ristaurarono, e finalmente Gregorio XIII ed il Cardinal Gentili. Si chiama s. Stefano Rotondo perchè tale è la sua forma; è ornata con 56. colonne antiche; disposte in due file, quasi tutte Joniche, di granito, e 6. soltanto Corintie e scannallate di marmo Greco. Ne' muri della navata si vedono molte pitture, rappresentanti varj martirj da' Santi di mano del Pomarancio e del Tempesta.

La chiesa nel suo interno comparisce molto magnifica, nè in ciò cede alle antiche. Il pavimento è un cemento di cui non si conosce l'eguale, tanto è duro e compatto.

Sortendo da questa Chiesa si prende il camino di s. Giovanni in Laterano, ove poco prima di giungere all'Ospedale di s. Giovanni, voltando a sinistra per una strada aperta da Pio IV, si sale alla maggiore altezza del Celio, ivi sopra le vestigia di un palazzo abitato da Pasquale II, in tempo che si ristaurava il Lateranense, lo stesso Pio IV fece edificare un monastero per le fanciulle Orfane, annesso alla

CHIESA DE' SS. QUATTRO CORONATI.

Si crede che il Papa Melchiade possa aver fondata questa Chiesa, perchè sotto s. Gregorio Magno si trova esser già Titolo. Fu rifatta da Onorio I. e ristaurata da Adriano I da s. Leone III. e con più magnifienza dal Pontefice s. Leone IV. Incendiata da Guiscardo fu riparata da Pasquale II. nel 1111. Stefano card. di s. Maria in Trastevere, sotto Innocenzo III. vi aggiunse la cappella di s. Silvestro, e l'abitazione. Alfonso Carrillo card. Spagnolo sotto Martino V. vi fece nuovo ristauro; Enrico card., e poi Re di Portogallo, Titolare vi fece il soffitto; e in ultimo Giovanni Garsia card. Millino nel 1624. ridusse la tribuna allo stato presente.

Nel primo portico incontro all'ingresso si trova a destra l'antica Chiesetta, detta s. Silvestro in porticu, con memorie e pitture anteriori al risorgimento delle arti. Si passa poi all'Atrio; ove si veggono in parte murate dieci colonne di granito e di marmo scannellate. La Chiesa piccola, ma della forma dell'antiche Basiliche, viene divisa in tre navate da quattro colonne per parte, di granito, con capitelli Corintj e Compositi, i quali sostengono con archetti un gran muro, su cui sono altre 4. colonne per parte, minori e di marmo, danno una bell'idea delle antiche basiliche, e degli ambulacri che per commodo si costruivano sopra le navate laterali. Il pavimento è tutto tessellato con lavori di marmi duri; ed in alcune parti con frammenti di antiche iscrizioni. Per due scale laterali si scende all'altare sotterraneo; dietro al quale sono tre grandi vasi; uno di porfido, l'altro di granito, ed il terzo di metallo, ripieni di sagre reliquie di Martiri.

Fra le pitture, delle quali è ornata la Chiesa, sono molto stimabili quelle a fresco della tribuna, ove Giovanni da san Giovanni dipinse con molta bravura e forza; ed in uno stile tutto suo proprio ripieno d'imaginazione; i diversi martirj de' Ss. Martiri; e la Gloria nella volta. La Nascita di N. S. nella prima Cappella a destra è creduta di Gio. battista Naldini; il s. Sebastiano incontro, del cav. Baglioni, e l'Annunziata del sudetto Giovanni da s. Giovanni.

Scendendo dalla chiesa lungo il suo lato sinistro, nello stradone di s. Giovanni viene incontro la

CHIESA DI S. CLEMENTE.

Nella casa paterna del Pontefice s. Clemente, si crede essere stata fondata quest'antichissima Chiesa, forse da' tempi di Costantino nella quale l'anno 417. fu giudicato Celestio, discepolo dell'Eresiarca Pelagio, dal Pontefice s. Zosimo. Si trova che nel 449. sotto s. Leone Magno era dichiarata già Titolo. Nel 532. fu ornata da Giovanni II e nel 590. s. Gregorio Magno vi destinò Processioni di penitenza. Fu ristaurata da Adriano I. nel 772. e Pasquale II. vi fu eletto Pontefice nel 1099. Poco dopo, nel 1112., fu nuovamente ristaurata dal Card. Anastasio, che vi fece i mosaici della tribuna e la sede episcopale di marmo, e del card. Gaetani Nepote di Bonifacio VIII nel 1299. Sotto Pio II. il card. Bartolomeo Rovella vi fece la Cappella di s. Giovanni Battista, e al tempo di Paolo III. il card. Giovanni Alvarez di Toledo Domenicano ingrandì il portico; finalmente Clemente XI. conservando quanto spetta la sagra antichità; la ristaurò, fece il soffitto dorato, l'ornò di stucchi, pitture, e della facciata, perfezionò il Portico mancante, e mise in piano la Piazza. Nell'anno 1667. il card. Maidalchino Titolare la concesse ai Domenicani Ibernesi, che la custodiscono.

Precede la porta il prothirum, o portichetto, sostenuto da 4. colonne di granito con frontespizio, dal portichetto si entra nell'Atrio, circondato da portici, e ornato da 16. colonne di granito, 6. in ciscun lato, e 4. in quello della porta che introduce alla chiesa. Questa resta divisa in tre navate da 18. colonne di marmi diversi, che sostengono con archi i due muri laterali soprapposti. È ossevabile nel mezzo la struttura dell'antico Presbiterio, che vi si mantiene interamente, l'altar maggiore isolato con tabernacolo retto da quattro colonne di pavonazzetto, e i due pulpiti, ambones, di marmo greco ben ornati, da' quali si leggevano gli Evangelj e l'Epistole; il tutto elevato sopra gradini, richiuso da recinto di marmo, scolpito con ornato di croci e corone, in mezzo alle quali una cifra indicante il nome di Papa Onorio II. che forse prestò mano a quel cardinal Anastasio, che l'ornò di mosaico nella tribuna, e vi fece i sedili intorno di marmo.

Fra le pitture della Chiesa, la cappella della Passione con diverse istorie di s. Caterina V. e M. è singolarissima, per essere stata fatta, quasi un secolo prima di Raffaele, dal Masaccio pittore che a' suoi tempi non ebbe l'eguale; ma queste pitture ora sono ritoccate. Fra i depositi si distingue quello del cardinal Reverella, fatto con un sarcofago antico di marmo con Fauni e Baccanti.

Merita infine di essere considerata l'antica iscrizione, affissa dal cardinal Albani nel 1727. alla parete sinistra dopo entrata la porta della chiesa, che parla di un dono fatto alla medesima del titolare Gregorio, primo prete, nel 745. sotto il Papa s. Zaccaria, che dà l'idea della frase e della paleografia di quel tempo.

Proseguendo il camino per lo stradone prima di giungere agli Ospedali di s. Giovanni fu l'antica porta Celimontana di Servio, presso l'arco Bacilio, fatto demolire da Sisto V. per drizzare la via. Passati gli ospedali si giunge alla Piazza del Laterano, ove s'inalza l'

OBELISCO LATERANENSE

Quest'Obelisco è il più grande che si conosca; Ramesse Re d'Egitto lo fece inalzare, dedicandolo al Sole in Tebe, ove Cambise lo salvò dalle rovine di quella città. Augusto non ardì di rimuoverlo, ma Costantino il Grande più intraprendente di lui, lo fece calare pel Nilo sino ad Alessandria, pervenuto però alla morte, il di lui figlio Costanzo lo fece portare a Roma sopra un vascello di 300. remi, e condottolo pel Tevere lo introdusse per la porta Ostiense, e lo inalzò in mezzo del Circo Massimo; dove caduto e rotto in tre pezzi, Sisto V. lo fece cavare da 24. palmi sotterra: e ristaurare dall'architettura Domenico Fontana, che lo eresse nel 1588. qui avanti il palazzo, fatto fabricare dal Papa accanto lo Basilica. Secondo Ammiano Marcellino, l'altezza dell'Obelisco era maggiore, presentemente è alto 108. piedi e le base ha da una parte piedi 9. e mezzo, e dall'altra 8. Tutto l'Obelisco compreso di zoccolo e la croce è alto 153. piedi Romani antichi. La pietra al solito è un granito rosso di Egitto, tutto ornato di geroglifici interpretati nella sua opera, dal sudetto Ammiano Marcellino.

BATTISTERO DI COSTANTINO

O CHIESA DI SAN GIOVANNI
IN FONTE.

Questa Sala, oecum, in parte simile nell'interno ad una Basilica, si vuole costruita da Costantino, in occasione che circa il 324. vi fu egli battezzato dal Pontefice s. Silvestro. Molti Papi l'hanno ristaurata, Gregorio XIII.; Clemente. VIII., e notabilmente Urbano VIII, ed Innocenzo X. Per le due cappelle annesse, dedicate una a s. Giovanni Battista, l'altra a s. Giovanni Evangelista, ha preso il nome di chiesa di s. Giovanni in Fonte. Questo edifizio è di figura ottagonale, e si scende per tre gradini al Fonte battesimale, che è nel mezzo, formato da una bella, urna di basalte; sopra della quale vi sono due bassirilievi, l'uno con s. Giovanni Battista che battezza Gesù Cristo, l'altro con s. Silvestro che dà il battesimo a Costantino il Grande. Questo Fonte è circondato da una balaustrata, e da otto colonne di porfido, che reggono un grand'architrave antico, e sopra di esso altre otto minori di marmo bianco; queste ultime, sostengono un cornicione, sopra cui vi sono 8. pilastri figurati piegati, fra' quali altrettanti graziosi quadri di Andrea Sacchi, rappresentanti alcuni fatti della vita di s. Giovanni Battista. Nelle mura intorno vi furono dipinti a fresco la Croce, apparsa a Costantino, dal Geminiani, la Battaglia contro Massenzio, ed il Trionfo di Costantno, dal Camassei, e la Distruzione degli idoli da Carlo Maratta.

La Cappelletta annessa dal Battista si crede una camera di Costantino, cangiata da sant'Ilario Papa in Oratorio, dedicato al santo Precursore, che fu ristaurata d'ordine di Clemente VIII. fece ristaurare anche quella incontro di san Giovanni Evangelista nel 1597., e l'anno appresso la consagrò; la statua di metallo fu fatta da Gio. Battista della Porta, e le pitture dal cav. d'Arpino, dal Tempesta, e dal Ciampelli.

Dopo aver veduto l'Oratorio di s. Venanzio, e trapassato l'altro di s. Ruffina e s. Seconda, si trova la porta, ornata esteriormente da un fregio antico, scolpito di buon lavoro, che poggia sopra due grandi colonne di porfido. Si entra adesso di qui nella

BASILICA DI SAN GIOVANNI IN LATERANO.

Questa celeberrima Basilica è la prima, e principal Chiesa del Mondo Cattolico, Ecclesiarum Urbis, et Orbis Mater, et Caput; onde e la Sede del Sovrano Pontefice in qualità di Vescovo di Roma, che dopo la sua esaltazione va a prendervi solennemente il possesso. Si chiamò Basilica Costantiniana perchè fondata da Costantino il Grande, e con tal nome si trova registrata ne' regionarj; e da Anastasio Bibliotecario fino al Secolo VII. fu detta anche Lateranense, perchè fondata dove fu il palazzo della nobile famiglia de' Laterani, Basilica del Salvatore in seguito della dedica fattane al Santissimo Salvatore da s. Silvestro Papa; Basilica Aurea dalli doni preziosi, de' quali venne, arricchita, e finalmente Basilica di S. Giovanni, perchè dedicata ai santi Giovanni il Battista e Giovanni l'Evangelista.

Costantino il Grande eresse questa Basilica circa l'anno 324. nel seno del suo palazzo, che ampliato, con nuove fabbriche fu ceduto colla Chiesa al Santo Pontefice, dove abitarono i Romani Pontefici fino al tempo di Gregorio XI., che riportò la S. Sede da Avignone in Roma, e circa quel tempo si trasferirono ad abitare nel Vaticano.

La Basilica ha sussistito quasi mille anni, mediante i risarcimenti fattivi da' Pontefici, particolarmente da s. Zaccaria, s. Leone I., Benedetto III., Sergio III., Adriano V., e Niccolò IV.; ma nel 1308. risiedendo in Avignone Clemente V. incendiatasi, furono consumati i tetti, i paramenti sacri preziosi, la Canonica, il Portico, e tutto il Palazzo, eccettuata la sola Cappella Sancta Sanctorum; questo Pontefice inviò subito i suoi agenti con grandi somme, che ripararono, e rifecero sontuosamente i distrutti edifizj.

Gregorio XI. aprì la porta nella nave laterale, e Martino V. vi fece la facciata, Eugenio IV, e Pio IV, vi fece il vago soffitto dorato, rifece la facciata laterale distrutta, e vi aggiunse i due campanili; Sisto V. adornò questa facciata con doppio portico, col disegno del Fontana. Clemente VIII. l'anno 1600. rinnovò la nave superiore della crociata, servendosi di Giacomo della Porta, e Innocenzo X., in occasione dell'Anno Santo del 1650. cangiò la nave maggiore nello stato presente, con architettura di Borromino, e fu in quella occasione che si scoprì sotto delle vecchie mura non esservi fondamento, ed altrove si trovarono profonde grotte cavate per pozzolana, cave che accertano la località del Laterano essere stata fuori dal recinto di Servio. Da Clemente XI. fu perfezionata, e resa veramente maestosa. Finalmente il Papa Clemente XII. fece la facciata principale, col disegno di Alessandro Galilei, che è una delle più insigni, e magnifiche di Roma, ornata da 4. colonne, e 6. pilastri di ordine Composito, terminata da 11. statue, e con 4. colonne di granito, che sostengono l'arco della loggia, che serve al Papa per dare la benedizione.

Il portico inferiore è retto da 24. pilastri di marmo di ordine Composito ed in fondo vi è la statua di Costantino, trovata nelle sue Terme al Quirinale. I bassirilievi che si veggono sopra le porte sono di Bernardino Ludovisi, di Maini, e di Pietro Bracci. La porta grande di bronzo fu tolta dalla Chiesa di Sant'Adriano in Campo Vaccino, e qui fatta trasportare da Alessandro VII.; questa è l'unico esemplare delle porte quaerifores rimasteci degli antichi, che in seguito venne supplita modernamente per addattarvela. L'altra murata a destra è quella, che non si apre, che nell'anno del Giubileo, e però detta Sancta.

L'interno di questa Basilica ha cinque navi, separate da quattro fila di pilastri, entro de' quali sono murate le Colonne. La navata maggiore fu rinnovata sotto la direzione del cav. Borromino, che ha fatto coprire le colonne antiche da gran pilastri scannellati, di ordine Composito che due a due fiancheggiano le arcate ed hanno in mezzo di loro una nicchia, ornata da due colonne di verde antico, e nella nicchia la statua colossale di un Apostolo. Le statue sudette sono alte 14. piedi e 5. pollici, sono tutte molto stimate; quelle di s. Giacomo maggiore, di s. Matteo, di s. Andrea, e di s. Giovanni sono del Cavalier Rusconi; l'altre di s. Tommaso, e di s. Bartolomeo sono due belle figure di Mr. le Gros; il s. Taddeo è di Lorenzo Ottoni; s. Simone è di Francesco Maratti; san Filippo di Giuseppe

Interno della Basilica di S. Giovanni in Laterano.


Mazzuoli; s. Giacomo minore di Angelo de Rossi: e quelle di san Pietro e di s. Paolo di Stefano Monnot. Sopra di queste statue vi sono de' bassirilievi di stucco; e più in alto de' quadri di forma ovale, de' migliori pittori del tempo, dove vi sono rappresentati i Profeti, e vi si distinguono il Geremia del cav. Sebastiano Conca, il Baruch di Trevisiani, il Daniele di Andrea Procaccini., l'Amos del cav. Nasini; l'Abdia di Giuseppe Chiari, il Giona del cav. Benefiale, l'Isaia del cav. Buti, ed il Michea del cav. Leone Ghezzi.

La Cappella della Casa Corsini, che è la prima entrando a sinistra, è una delle più magnifiche e ricche di Roma: fu fabbricata per ordine di Clemente XII. col disegno di Alessandro Galilei Fiorentino, che la decorò di un ordine Corintio, e di marmi preziosi. Sopra l'altare fra due colonne di verde antico vi è un quadro in mosaico, copiato da un originale di Guido, che si trova nel palazzo Barberini, e rappresenta sant'Andrea Corsini, ha una cornice di bronzo dorato sopra un fondo di alabastro orientale. Vi Sono due magnifici sepolcri, quello a sinistra è di Clemente XII., formato dalla bella urna antica di porfido, la quale stava abbandonata sotto al portico del Panteon, appartenente alle Terme, e chiamata dal volgo l'urna di Marco Agrippa, contornata da ornamenti di molto buon gusto. L'altro incontro è del cardinal Neri Corsini, zio del Pontefice, ornato di belle statue di marmo, fra le quali la migliore è la Temperanza, fatta da Filippo Valle.

Vi sono quattro nicchie con le statue delle virtù cardinali, e sopra di esse quattro bassirilievi assai stimati. La cupola è tutta ornata di stucchi e dorature; le mura, e il pavimento sono tutte rivestite di marmi duri; finalmente è ricchissima in vasi sacri, che si conservano nella Sagrestia.

Siegue la Cappella Santori di forma ovale, e di ordine Jonico, fatta da Onorio Longhi: il Cristo in marmo, posto su l'altare è di Stefano Maderno; e le pitture della volta sono di Baccio Carpi, maestro di Pietro da Cortona. La Cappella seguente della Casa Lancellotti non ha cosa considerabile. Quà vicino si trova il sepolcro del cardinal Casanatta, che lasciò in legato la sua biblioteca al publico, in custodia de' Domenicani, che si conserva nel Convento della Minerva; la statua di questo cardinale è del celebre Mr. le Gros. Nella cappella vicina il quadro assai grazioso di s. Ilario fu dipinto da Guglielmo Borgognone. Passando alla navata grande si vede in mezzo il sepolcro in bronzo di Martino V., e sotto il grand'arco due colonne di granito, alte 35. piedi che lo sostengono.

L'altar maggiore posto nel mezzo della crociata è isolato, ornato da 4. colonne di marmo, che terminano con un padiglione fatto alla Gotica, ove fra le insigni reliquie si conservano le teste di s. Pietro e s. Paolo, chiuse in busti di argento, ornati di pietre.

In fondo della crociata vi è il magnifico altare del Ss.mo Sagramento, fatto col disegno di Pietro Paolo Olivieri, ornato da un ricco tabernacolo di pietre preziose: quest'altare è coronato da un architrave e frontespizio di bronzo dorato, sostenuto da quattro colonne scannellate d'ordine Composito, parimente di bronzo dorato, credute del tempio di Giove in Campidoglio; ai lati di quest'altare vi sono 4. statue, quella del profeta Elia è di Camillo Mariani, il Mosè di Flaminio Vacca, l'Aronne di Silla Milanese, e il Melchisedech di Egidio Fiamingo. L' Ascensione di N. S. dipinta in alto sopra l'altare è del cav. d'Arpino, che ha qui vicino il suo sepolcro. Li 4. Dottori della chiesa, dipinti a fresco ne' lati, sono di Cesare Nebbia; la figura s. Pietro è del Cesari, quella di s. Andrea del Novara, il trionfo di Costantino dello stesso Cesari, e l'apparizione de' Ss. Apostoli all'istesso Imperatore è del Nebbia. L'organo bellissimo dorato, opera di Gio. Batt. Montani Milanese, è sostenuto da due superbe colonne di giallo antico scannellate. Si vede ancora la gran tribuna con volta ornata di mosaici degli ultimi secoli. Vi sono ancora altri altari e depositi, che meritano di essere veduti, ma siccome il mio scopo non è di trattenermi in cose che non abbiano molto merito, così passo il resto sotto silenzio. Uscendo dalla porta laterale di quella Basilica si vede in fondo del portico la statua in bronzo di Enrico IV. Re di Francia, e di Navarra. Quindi si passa alla

SCALA SANTA.

Il Papa Sisto V. fece inalzare questo edfizio col disegno del cav. Fontana, per custodirvi la scala Santa, che prima in pezzi si trovava nel vecchio palazzo Papale del Laterano. Viene formata da 28 gradini di marmo bianco, gli stessi ch'erano alla casa di Pilato in Gerusalemme, e per li quali N. S. salì e discese più volte in tempo della sua passione. S. Elena madre del gran Costantino l'inviò a Roma, insieme con molte altre cose santificate dal sangue di Gesù Cristo. Questo celebre santuario è tenuto in gran venerazione, e perciò si sale in ginocchio, e si scende poi per una delle quattro scale laterali.

Questi gradini, atteso il gran concorso de' Cristiani che gli hanno saliti, si sono incavati, e perciò, sono stati coperti con gran tavoloni.

Lo stesso Sisto V. fece ancora situare nell'alto della scala la celebre cappella domestica de' Papi, ch'era nel palazzo Laterano, che ha l'altare di un gusto Gotico, ed è ripiena delle più insigni reliquie, e perciò si chiama Sancta Sanctorum. A lato di questo santuario si vede il

TRICLINIO.

In questa tribuna, fatta fare espressamente da Benedetto XIV. fu collocato il mosaico del celebre Triclinio di san Leone III dopo 60. anni fatto ristaurare da s. Leone IV. compreso nell'antico Palazzo, e sottratto delle rovine dalla generosità del cardinal Francesco Barberini seniore. Fu questo fatto levare dal quel sito da Clemente XII. per ingrandire la piazza, e collocato in pezzi entro una cappella vicina alle scala Santa, ma da Benedetto XIV. fu fatto riunire, ristaurare, e qui collocare nel 1743. e per conservarne la memoria vi fece apporre le tre iscrizioni, che vi si veggono.

PORTA DI S. GIOVANNI.

La presente porta è tutta moderna, aperta in questo luogo da Gregorio XIII. col disegno di Giacomo della Porta l'anno 1574. e prese il suo nome dalla vicina Basilica. I moderni antiquari l'hanno chiamata Coelimontana ed Asinaria, ma la prima fu porta menzionata da Livio e da Cicerone, e per conseguenza delle mura di Servio, molto più indentro, come fu già notato, e disusata dopo Aureliano, la seconda fatta da quest'imperatore che fu chiamata di s. Giovanni da Anastasio nel 606. sussiste ancora, ma più vicina alla Basilica, e chiusa dal sudetto Pontefice, quando fece questa nuova.

BASILICA DI SANTA CROCE IN GERUSALEMME.

Una delle sette Basiliche che si visitano per guadagnare le indulgenze è la chiesa presente, fondata da Costantino il Grande, ove fu il palazzo, o altro edifizio chiamato il Sessorium, che perciò fu detta Basilica Sessoriana, fu eretta in memoria del ritrovamento della santissima Croce, fatto da s. Elena, sua madre in Gerusalemme; e per depositarvi questa ed altre reliquie, con molta terra trasportata dai luoghi santi di quella città, dalla quale la chiesa ha presa l'altro nome di s. Croce in Gerusalemme. Consagrata da s. Silvestro Papa, fu ristaurata nel secolo VIII. da s. Gregorio II. e dipoi nel 903. da Benedetto IV., fu rifatta da' fondamenti nel 1144. sotto Lucio II. Finalmente avendola goduta in titolo Benedetto XIV. l'ornò della facciata, fece dipingere la volta, rinnovò la tribuna, e la ridusse allo stato presente nel 1744.

L'interno della chiesa è a tre navi, separate da due fila di colonne e da pilastri: le pitture della volta grande e li due freschi nella tribuna sono di Corrado Giaquinto; l'invenzione della s. Croce, dipinta nell'alto della tribuna è di Pinturicchio. Sotto l'altar maggiore, ch'è isolato, riposano i corpi di s. Cesareo e di s. Anastasio Martiri in una bella urna di basalte. Si scende nella cappella di s. Elena, nella quale si vede una volta in mosaico di Baldassar Peruzzi. L'annesso Convento resta fra le rovine del tempio di Venere e Cupido, e quelle dell'Anfiteatro Castrense. Vi fu stabilita una piccola ma graziosa Biblioteca.

ANFITEATRO CASTRENSE.

Negli orti di quei Monaci alla sinistra si vede un avanzo di Anfiteatro, formato da due ordini di colonne Corintie laterizie con arcate, la di cui parte meglio consevata è compresa nel muro della città. Ne' regionarj si trova denominato Castrensis prababilmente perchè le truppe del Pretorio si esercitavano in esso a combattere contro le fiere, e rappresentarvi de' giuochi militari. Di tal costume se ne trova menzione in Svetonio che riporta dall'Imperator Tiberio, come trovandosi a Circei, ove si celebravano i giuochi Castrensi, per non dar sospetto di esser infermo, non solo vi assistette, ma dall'alto uccise a colpi di freccie un cinghiale, cacciato nell'arena: Alla destra degli orti medesimi si trova il

TEMPIO DI VENERE E CUPIDO.

Questo edifizio, che dalle rovine comparisce esser stato considerabile, non conserva ora che un nicchione con due piloni di muro ne' lati. Si credette comunemente essere stato un Tempio, dedicato a Venere e Cupido, a motivo di un loro gruppo antico ivi rinvenuto, che si conserva sotto al portico del Cortile nel Museo Vaticano, e che dall'iscrizione scolpita nel plinto, si è poi rilevato rappresentare Sallustia Barbia Orbiana, moglie di Alessandro Severo, in forma di Venere Felice con Cupido; quindi probabilmente in questi avanzi si puonno riconoscere quelli del Ninfeo o Linfeo di Alessandro Severo, che Rufo e Vittore pongono nella stessa Regione coll'Anfiteatro Castrense, e del qual Linfeo fa menzione l'iscrizione, riportata dal Fabretti, e rinvenuta dal Ligorio presso santa Croce in Gerusalemme circa l'anno 1554. Di quà prendendo la strada a destra si arriva alla

PORTA MAGGIORE.

Sulla via Labicana, nel sito denominato ad Spem Veterem, e nel monumento dell'aquedotto delle acque Claudia e Aniene Nuovo, Aureliano formò per le sue mura questa porta di doppio transito, che rimanendo presso al Sessorium fu detta Sessoriana. Nel ristauro delle porte fatto nel 403. dell'Era Cristiana da Arcadio e da Onorio, essendosi trasportato qui il principio della Via Praenestina, ebbe ancor questa porta il nome di porta Praenestina, la quale così si trova denominata da Procopio, e che poi nel secolo XI. si chiamava ancora Maggiore, come al presente: nome derivato certamente dagli abbellimenti fattivi da Aureliano, e dalla magnificenza di questo monumento che l'Imperator Claudio aveva eretto nell'acquedotto delle acque Claudia e Aniene Nuovo, la prima delle quali dalla distanza di 45. miglia, e la seconda di 62. terminavano alla porta Esquilina il loro corso; come ricavasi da queste tre antiche iscrizioni ivi scolpite Ti. Claudius Drusi F. Caisar Augustus Germanicus Pontif. Maxm. Tribunicia Potestate XII. Cos. V. Imperator XXVII. Pater Patriae: Aquas Claudiam ex fontibus qui vocabantur Caeruleus et Curtius a millario LXII. sua impensa in Urbem perducendas curavit.

Imp. Caesar. Vespasianus Aug. Pont. Max. Trib. Pot. II. Imp. VI. Cos. III. Desig. III. P. P. Aquas Curtiam et Caeruleam perductas a Divo Claudio et postea intermissas, dilapsasque per annos IX. sua impensa urbi restituit.

Imp. T. Caesar Divi F. Vespasianus Augustus Pontifex Maximus Tribunic. Potestate X. Imperator XVII. Pater Patriae Censor, Cos. VIII. Aquas Claudiam et Anienem perductas a Divo Claudio et postea a Divo Vespasiano patre suo urbi restitutas cum a capite aquarum a solo vetustate dilapsae essent, nova forma reducendas sua impensa curavit.

Al di fuori presso la porta a sinistra si vede l'avanzo dell'altro aquedotto delle tre acque che passavano in tre specchi diversi, l'uno sopra l'altro, cioè, sotto la Marcia, nel mezzo la Tepula, e nel più alto la Giulia. Incontro a questi se ne vede quasi interrato anche un quarto; che deve riconoscersi per lo speco dell'Aniene vecchio, la seconda cioè delle acque, introdotte in Roma ciò che accadde nell'481. anno della fondazione della città.

Sopra l'attual porta nella parte esteriore si legge l'iscrizione del ristauro di Arcadio a di Onorio.

Imp. Caes. D. D. N. N. invictissimis principibus Arcadio et Honorio victoribus ac triumphatoribus, semper Augg. ob instauratos urbi aeternae muros, portas, ac turres egestis immensis ruderibus, ex suggestione V. C. et inlustris militis, et magistri utriusque militiae Fl. Stiliconis ad perpetuitatem nominis eorum simulacra constituit. Curante Fl. Macrobio Longiniano V. C. Praef. Urbi D. N. M. Q. Eorum.

TEMPIO DI MINERVA MEDICA.

Uno de' belli monumenti dell'antichità è quest'edifizio tutto costruito di mattoni, di forma decagona internamente, che ha 22. piedi e mezzo per ogni lato, che formano 225. piedi di circonferenza. Fra gli angoli vi sono delle arcate che reggono la Cupola e delle grandi nicchie tonde con volta, che formano quasi un semicircolo. Secondo ogni apparenza ciascuna nicchia aveva la statua di una Deità, e quella di Minerva chiamata Medica, cioè Dea della salute era in quella di mezzo,

Tempio di Minerva Medica


queste statue sono state trovate qui al tempo di Giulio III. Alcuni antiquari pretesero che questa fabbrica fosse la basilica di Cajo e Lucio, eretta da Augusto; o il tempio di Ercole Callaico, ma senz'alcun fondamento.

COLOMBARO DELLA FAMIGLIA ARUNTIA.

Nella vigna medesima in cui esiste il sù nominato tempio è il sepolcro della Famiglia Aruntia, composto da due piccole camere sotterranee, l'una ha de' piccoli frontespizj, che servono di ornamento ai sepolcri ove sono le urne cinerarie; l'altra è ornata nella volta da qualche pittura graziosa, e da qualche figurino di stucco in arabeschi. Poco distante si trova un secondo Colombario di una sola camera, ripiena di urne, segno evidente che questo sito restava fuori delle antiche mura, prima di Aureliano. Uscendo dalla porta, ch'è dall'altra parte si trova la piccola

CHIESA DI S. BIBIANA.

Questo lungo si chiamava anticamente ad ursum pileatum, ove fu consagrata questa chiesa da s. Simplicio, l'anno 470. in onore di s. Bibiana che aveva abitato in questo sito, che fu ristaurata da Onorio III. nel 1224. Urbano VIII. dopo di averla fatta riparare l'anno 1625. col disegno del cav. Bernino, l'adornò di pitture. La statua di marmo della Santa nell'altar maggiore è una delle opere le più stimate del Bernino: la Santa sembra appoggiarsi ad una colonna con una palma in mano e la corona in testa: il carattere è mirabile, l'attitudine graziosa, ed il panneggiamento ben lavorato. Sotto l'altare è da notarsi una grand'urna antica di alabastro orientale, che racchiude i corpi di s. Bibiana, di s. Demetria sua sorella, e di s. Dafrosa loro madre, tutte martiri.

La navata di questa chiesa è separata dalle laterali con 8. colonne antiche, sei delle quali sono di granito. Li quadri a fresco, che decorano la navata rappresentano la storia di s. Bibiana; quelli a destra sono di Agostino Ciampelli, e gli altri a sinistra di Pietro da Cortona. Prendendo il camino a destra si giunge alla

PORTA DI S. LORENZO.

Essendo questa porta nelle mura Aureliane e sopra l'antica via Prenestina prese da questa il suo primo nome, finchè chiusa da Arcadio e da Onorio quella porta accanto le mura del Castro, che dal rimanere su la via Tiburtina aveva questo nome; e sortendosi dalla presente per andar a Tivoli passò a questa il nome di Tiburtina, e quello di Prenestina fu trasportato alla porta Maggiore. Fu detta ancora, come in oggi Porta di s. Lorenzo, dalla

Basilica di S. Lorenzo fuori le mura.


Chiesa di questo Santo a cui conduce. Dalli moderni fu denominata Taurina pel bucranio scolpito nell'arco; che uno è di quelli dell'acquedotto, qui fatto da Augusto per le acque Giulia, Tepula, e Marcia, come testificano l'iscrizioni antiche.

Imp. Caesar. Divi. Juli. F. Augustus Pontifex. Maximus. Cos. XII. Tribunie. Potestat. XIX. Imp. XIIII. Rivos. acquarum; omnium refecit.

Imp. Titus. Caesar. Divi. F. Vespasianus Aug. Pontif. Max. Tribuniciae. Potestat IX. Imp. XV. Cens. Cos. VII. Desig. VIII. Ricom. Aquae. Marciae. Vetustate. dilapsum. reduxit.

Imp. Caes. M. Aurelius. Antoninus. Pius. Felix. Aug. Parth. Maxim. Brit. Maximus. Pontifex. Maximus Aquam. Marciam variis. Kasibus. impeditam purgato. fonte. excisis. et. perforatis. Montibus. restituta. forma. adquisito etiam fonte. novo. Antoniano. in sacram Urbem. suam perducendam curavit. Nella parte esteriore vi è la solita iscrizione del ristauro del 403. fattovi da Arcadio o da Onorio.

Circa un miglio fuori la porta è la

CHIESA DI SAN LORENZO FUORI LE MURA

Presso la Via Tiburtina s. Ciriaca Matrona Romana aprì un cimiterio nel campo Verano, sua possessione, nel quale molti altri Santi Martiri fu sepolto s. Lorenzo. In questo Costantino il Grande nell'anno 330. come credesi ad istanza di s. Gallicano, fondò questa Basilica che Sisto III. con intesa di Valentiniano adornò, e Galla Placidia figlia di Teodosio Seniore al tempo di s. Leone ingrandì; trascorso breve tratto di tempo essendo vicina a cadere fu rifatta da' fondamenti da Pelagio II. prima dell'anno 590. vi fece ancora il mosaico dell'arcone. Ristaurata di nuovo da Gregorio II. l'anno 716. venne poi ingrandita nel 772. dal Pontefice Adriano I. che gli accrebbe una seconda basilica maggiore nella parte posteriore dell'antica tribuna, chiudendo l'antica porta verso l'Oriente, ed aprendo la nuova verso l'Occidente, dove è al presente. Onorio III. dopo l'anno 1216. la ristaurò, e rifece il presente portico ove pose il suo ritratto in mosaico, ancora esistente. Il Card. Oliviero Carafa avendovi già fatto il bel soffitto dorato, i Canonici Regolati nell'anno 1647. la ridussero allo stato presente. Questa Chiese è una delle 5. Patriarcali, e delle 7. che si visitano per acquistar le indulgenze.

Il portico presente è retto da 6. colonne, 3. di bigio e 4. di marmo Pario con scanalature spirali, e fu ornato da Onorio III. colle pitture rappresentanti il battesimo, dato a s. Romano da s. Lorenzo ed altre sue gesta alle quali aggiunse la Coronazione, fatta dallo stesso Onorio III. in questa basilica, di Pietro Courtenay, Conte di Auxere, che fu il terzo Imperatore Latino di Costantinopoli. L'interno della Chiesa è distinto evidentemente in due parti: la prima, che dimostra essere la più recente Basilica maggiore, fu fatta dal Papa Adriano I. che ristaurò ancor la minore più antica, come si ha in Anastasio, Hic almificus pater (Hadrianus I.) eamdem Basilicam S. Laurentii Martyris; ubi suum corpus requiescit, adnexam Basilicae Majori, quam dudum ipse Praesul construxerat, ultro citroque a novo restauravit. Questa è divisa in tre navate, separate da 22. colonne Joniche ineguali, la maggior parte di granito, che reggono sopra al cornicione i gran muri forati da finestre. La seconda parte più interna fu la Costantiniana, che principia ov'è la Confessione, divisa anch'essa in tre navate da 12. colonne bellissime di pavonazzetto, scannellale che rimangono in parte sotterra, 10. delle quali hanno capitelli Corintj, e le prime due di ordine Composito, elegantemente ornati da vittorie e trofei: sopra il cornicione, formato da belli frammenti; vi sono altre 12. colonne minori; di queste le due in fondo sono di serpentino le più grandi che si conoscano di questo marmo rarissimo. Le altre 10. di pavonazzetto ancor esse, e scannellate. Queste 12. colonne costituiscono il secondo ordine, e gli danno così la simiglianza colle più antiche profane Basiliche, e la dimostrano eretta prima dell'altra di Adriano I. il quale dopo tolse la tribuna dall'antica, lasciando il solo arcone con porzione del mosaico di Pelagio II. e ridusse la navata di mezzo a Presbiterio, alzando con più gradini il pavimento, tessellato tutto di pietre dure, facendovi in fondo la sede patriarcale, ornata di vari marmi; e nel mezzo l'altar maggiore isolato, sotto di una cupoletta: retta da quattro colonne di porfido.

Sotto l'arcone poi vi è la cappelletta; detta l'antica Confessione di s. Lorenzo, ove riposa il suo corpo, e quello di san Stefano; e in basso più avanti restano ancora gli Ambones, o pulpiti, ove anticamente si leggevano al popolo gli Evangelj e l'Epistole.

Vi sono in questa Chiesa due urne antiche di marmo, la prima presso la porta rappresenta un antico sposalizio e molte cerimonie solite a praticarsi in quella circostanza, de' tempi imperiali ne' quali i romani non erano ancora tutti barbati, è piuttosto di buon stile con molto lavoro, la seconda urna dietro il presbiterio figura una vendemmia, è di un tempo veramente barbaro per la scultura, in cui furono confusi genj, animali, e viti di uva, senza ordine e senza forma.

Nella mano sinistra di questa Chiesa vi è una cappella sotterranea; celebre per le indulgenze accordate da' sommi Pontefici all'altare privilegiato per le anime del Purgatorio; e che ha ai lati della porta due depositi, pensieri di Pietro da Cortona, con un ritratto scolpito da Francesco Quesnoy, detto il Fiammingo.

I quadri del primo, e del terzo altare a destra sono di Emilio Sottino Bolognese, e nel secondo la s. Ciriaca è di Emilio Savonanzio. Le pitture nelle pareti sono di Domenico Rainaldi. Alla sinistra presso la porta il quadro è del Serodine, l'altro è del Sottino, e il s. Lorenzo nel terzo altare è dello stesso Serodine. Le istorie a fresco in questa banda sono di Gio. Antonio, e Gio. Francesco, discepoli del Vanni.

Finalmente è da notarsi, che il Winckelmann pensò di aver trovato, in uno de' capitelli Jonici di questa Chiesa, la ranocchia e la lucertola, scolpite da Sauro e Batraco, architetti Spartani, ma troppo sono infelici queste sculture per poterle riferire al buon tempo di cui parla Plinio.

Tornando indietro e ripassando avanti, la Chiesa di s. Bibiana, gli archi che si veggono su la Strada sono gli aquedotti dall'acqua Claudia. Alquanto più lontano si trovano le rovine del primo castello, o conserva dell'acqua Marcia, l'acquedotto della quale cominciava 33. miglia distante da Roma.

Queste rovine si chiamano i Trofei di Mario, perchè sotto i due archi di mattoni, che si veggono, vi erano i due trofei di marmo, che negli ultimi secoli furono trasportati su la piazza del Campidoglio; i quali furono creduti i trofei delle vittorie di Mario sopra de' Cimbri; e che con probabilità maggiore si credono essere appartenenti a Trajano.

CHIESA DI S. EUSEBIO.

Ove ebbe la casa questo santo, nella quale fu fatto morire d'inedia, rinchiuso in una camera di 4. piedi, per ordine di Costanzo, si fabricò questa chiesa, che si trove essere stata Titolo fino da' tempi di s. Gregorio II. Papa s. Zaccaria la ristaurò unitamente all'altare maggiore. il card. Enrico Henriquez Titolare la rifabbricò da' fondamenti dopo il 1750., che fu terminata dopo la di lui morte del 1759. Fu in tale circostanza che il celebre cav. Mengs vi dipinse la bella volta, che rappresenta il santo in gloria attorniato dagli Angeli.

Vicino a questa chiesa si trova l'

ARCO DI GALLIENO.

Quest' Arco, ornato da due pilastri corintj, e costruito tutto di travertino, fu inalzato in onore di quest'Imperatore circa l'anno 260. da un Romano chiamato Marc'Aurelio come indica l'iscrizione che si legge nel fregio.

Se si riflette, che gli archi solevano inalzarsi nelle vie principali, non può dubitarsi, che la celebre porta Esquilina delle mura di Servio non potesse dilungarsi molto da quest'arco, ed essere su la medesima via, e che il castello dell'aquedotto denominato i trofei di Mario fosse il primo monumento, che facesse prospetto fuori di quella porta, e che questo castello co' suoi lati divergenti indichi le via Prenestina e Labicana, che dalla porta Esquilina si dipartivano; la prima proseguendo alla porta s. Lorenzo, e la seconda alla porta Maggiore.

Il monumento quadrato di un piedestallo, che sostiene una colonna di granito sotto la forma di un cannone con sopra una croce, fu fatto erigere da Clemente VIII. per conservare la memoria dell'assoluzione data ad Enrico IV. Re di Francia. Benedetto XIV. che l'ha fatto ristaurare nel 1745. e dedicare alla Madonna, non vi ha conservato che le armi del Re, del Delfino, e di Clemente VIII.

ORTI DI MECENATE.

Gli Orti deliziosi di Mecenate posti sull'aggere erano in questo spazio del monte Esquilino. Questo celebre amico di Augusto vi aveva stabilito un'accademia, nella quale si radunavano molti letterati cittadini ed esteri, ch'egli era solito di protegere con ricompense, che hanno reso il suo nome immortale, e fatto in fine che si chiamino anche a di nostri Mecenati tutti colore che proteggono le scienze e le arti. Le case di Virgilio, di Orazio, e di Properzio erano in questa parte, e in questa vicinanza era la famosa torre; dalla quale Nerone, vedendo brugiar Roma, cantava al suono della lira l'incendio di Troja.

PIAZZA DI S. MARIA MAGGIORE.

Nella piazza avanti la facciata si vede una fontana, ed una magnifica colonna scannellata, di marmo Pario, d'ordine corintio, una delle otto che furono all'antico Tempio della Pace. Paolo V. la fece togliere dal suo posto, trasportare, ed inalzare in questo sito dal suo architetto Carlo Maderno, nel 1614., e vi pose sopra la statua di bronzo della Madonna col Bambino. Questa colonna fa un bell'effetto in distanza, ma non è in proporzione col piedistallo: e l'insieme sembra un poco secco: è alta 58. piedi, col diametro di 5. piedi, e 8. pollici: e da terra in cima, tutto compreso, vi sono piedi 130. d'altezza.

BASILICA DI SANTA MARIA MAGGIORE.

Questa Basilica è una delle quattro Patriarcali, e delle più belle di Roma; fu edificata l'anno 352. da Giovanni Patrizio, e da s. Liberio Papa, ai quali la pianta della chiesa venne segnata miracolosamente da una neve caduta dal cielo il dì 5. Agosto sopra il monte Esquilino, donde fu chiamata s. Maria ad nives, e Basilica Liberiana. Si chiama ancora s. Maria ad praesepe, a motivo della culla di Gesù Cristo, che vi si conserva. Basilica Sistina da san Sisto III., che la rifece da' fondamenti nel 432. e la ridusse nella

Interno della Basilica di S. M. Maggiore.


forma presente, e finalmente santa Maria Maggiore, perchè tiene il primo luogo fra le chiese dedicate in Roma alla Vergine Madre di Dio.

Tutta l'antica facciata consisteva in un mosaico, fatto da Filippo Rosetti, e Gaddo Gaddi, per ordine de' Cardinali Giacomo, e Pietro Colonna, ed in un portico sostenuto da 8. colonne, fatte erigere da Eugenio III, che fu poi ristaurato da Gregorio XIII. Ultimamente fu edificata di nuovo la facciata da Benedetto XIV. nel 1743. col disegno del cav. Fuga, che l'ha decorata di due ordini; l'inferiore Jonico, con architravi, che formano tre oggetti, ciascuno con frontespizio: e il superiore Corintio fra le tre arcate di maggior spazio, che i vani sottoposti, specialmente quello di mezzo. L'architettura della facciata generalmente è ben eseguita, ma un poco trita, e meschina. L'interno del portico inferiore è ornato da 8. belle colonne di granito, da varj bassirilievi, e da una statua in bronzo di Filippo IV. Re di Spagna, gettata dal cav. Lucenti: e nel portico superiore si è conservato lo stesso muro e mosaico dell'antica facciata.

L'interno di questa bella Basilica è a tre navi, divise da 36. colonne Joniche di marmo bianco, e da altre 4., che reggono le due grandi arcate della nave. Fra i mosaici, de' quali è ornata, si notano quelli fatti nel quinto secolo sopra l'arco, che divide il Presbiterio dalla navata, da Sisto III, il di cui nome vi resta; esprimenti alcune storie del vecchio testamento, e gli altri, che girano intorno sopra le colonne fatti per ordine dello stesso Pontefice.

L'Altar Maggiore della Basilica è isolato, e viene formato da una grande urna antica di porfido; il coperchio della quale di bianco o nero, retto da quattro putti di bronzo dorato, serve di mensa all'altare. Si crede, che sia quella che servì di tomba a Giovanni Patrizio, e alla sua moglie. Il Baldacchino, un poco grande pel sito in cui è, poggia sopra 4. colonne di porfido, ornate di metallo dorato, sopra delle quali sono posti quattro Angeli di marmo, che reggono una corona.

Nella navata a destra vi è la famosa Cappella di Sisto V., fatta col disegno del cav. Fontana., tutta rivestita di marmi, e ornata con pilastri Corintj, bassirilievi, e pitture. Vi si vede a destra il deposito di quel gran Pontefice, decorato dalla di lui statua, con bassirilievi, e con quattro colonne di verde antico. Incontro vi è l'altro del Pontefice san Pio V. formato da una bella urna di verde antico, ornata da un bassorilievo di bronzo dorato, nella quale si conserva il suo corpo. Le pittura di questa Cappella sono di Gio. Battista Pozzi, di Andrea d'Ancona, di Giacomo da Brescia, e di Salvator Fontana. L'Altare del Santissimo Sagramento; che resta nel mezzo della Cappella, rimane sotto di un tabernacolo di bronzo dorato, sostenuto da quattro Angeli dello stesso metallo; vi si conserva ancora una porzione della Culla di Nostro Signore. Vi sono molti quadri negli altari minori di questa navata, de' quali i più stimati sono l'Annunziata di Pompeo Battoni, e la Sacra Famiglia, di Agostino Masucci.

La navata a sinistra, ha incontro a quella di Sisto V. la magnifica Cappella Borghese, che fu fondata da Paolo V. pontefice di questa famiglia, verso l'anno 1611. col disegno di Flaminio Ponzio Milanese, rivestita de' marmi i più rari, e decorata di belle pitture e sculture. I due Depositi sono ornati di statue, bassirilievi, e colonne. Silla Milanese è l'autore della statua di Paolo V., il bassorilievo alla destra è di Stefano Maderno, l'altro a sinistra del Buonvicino; la coronazione d'Ippolito Buzio, il bassorilievo a destra di Gio. Antonio Valsoldo, e alla sinistra di Francesco Stati. Pompeo Ferrucci fece due de' termini, e due il Buzio. La Statua incontro di Clemente VIII. è parimente del Silla, il bassorilievo a destra di Ambrogio Buonvicino, quello alla sinistra di Camillo Mariani: la coronazione del Papa di Pietro Bernino; l'istoria a destra del Buzio, e a sinistra dei Valsoldo, e li quattro termini sono dello stesso Bernino.

Niente vi è di più ricco, che l'Altare di questa Cappella; l'immagine della Madonna, che si dice dipinta da s. Luca, è situata sopra un fondo di lapislazuli, contornata da pietre preziose, retta da 4. Angeli di bronzo dorato, come di bronzo sono gli ornati, e le basi delle 4. superbe colonne, scannellate, di diaspro orientale, che reggono un cornicione, che ha il fregio di un diaspro prezioso: il tutto è coronato da un bel bassorilievo di bronzo dorato, che rappresenta il miracolo della neve. Tutto è disegno di Girolamo Rainaldj.

Sono le pitture di questa Cappella di Baldassar Croce, del cav. Giovanni Baglioni, e di Cordieri Lorenese; ma le più stimate sono quelle di Guido Reni, che vi dipinse i Santi Greci, e le Sante Imperatrici ne' lati, e li sordini, e l'ovato in mezzo co' laterali sopra I'arcone del deposito di Paolo V. Le pitture sopra del cornicione e dell'altar maggiore, i laterali l'ovato in mezzo, e i quattro angoli sotto la cupola sono opere del cav. d'Arpino; e Ludovico Civoli dipinse la cupola col lanternino.

Visti i due depositi a piedi della gran navata di Clemente IX. architettura del Rainaldi, e l'altro di Nicolò IV. disegno del cav. Domenico Fontana; ed il gran soffitto intagliato e dorato sotto Calisto III. ed Alessandro VI. col primo oro dell'Indie; si esce per la porta laterale della tribuna, affine di vedere la seconda facciata, cominciata da Clemente X. di architettura del cav. Rainaldi, fatta tutta di travertino, e ornata di pilastri, da statue, e da due cupole ottangolari, che fanno un effetto assai grazioso. Avanti nella piazza si vede l'

OBELISCO DI SANTA MARIA MAGGIORE.

Si crede, che l'Imperator Claudio lo facesse venire dall'Egitto per ornarne il Mausoleo di Augusto, in cui fu trovato. Sisto V. lo fece inalzare dal cav. Fontana in questa piazza l'anno 1587.; è di granito d'Egitto senza geroglifici, allo piedi 42. sopra un piedistallo di piedi 21.; la punta che vi mancava fu supplita con un ornamento di metallo; l'insieme di questo monumento è ben proporzionato, e riesce assai grato all'occhio.

Scendendo al basso ci trova a sinistra il Vico Patricio, in cui entrando vien subito a destra la

CHIESA DI S. PUDENZIANA.

Alle radici del Viminale nella casa di Pudente Senatore Romano, in cui fu alloggiato l'apostolo s. Pietro che lo convertì alla fede; il Pontefice s. Pio ad istanza delle Ss. Vergini Prassede e Pudenziana, figlie di quel Pudente ch'era nepote del Senatore, eresse questa Chiesa, detta Titolo di Pudente, ed anche di Pastore, che ne fu il primo Prete, la quale fu poi dedicata a s. Pudenziana, che vi aveva abitato ed ivi era morta. Fu rinnuovata da Adriano I. e ristaurata da Cardinali Benedetto, Pietro Sassone, Ridolfo da Monteruco, e nel 1598. dal Cardinal Enrico Gaetani con architettura di Francesco da Volterra, che chiuse ne' pilastri 12. colonne antiche, oltre le due a spira della porta. Nel 1130. Innocenzo Il. la concedè a' Canonici regolari di Bologna Data da s. Pio V ai Domenicani penitenzieri di s. Maria Maggiore, fu passata ai Monaci di s. Bernardo da Sisto V. i quali vi fabricarono il bel Monastero, e finalmente in questi anni vi sono state trasferite le Monache o Canonichesse Regolari di s. Agostino dalla Chiesa dello Spirito Santo che fu demolita quando si volle scoprire il foro Trajano e la Basilica Ulpia.

Il quadro dell'altar maggiore, sotto cui riposa il corpo di s. Pudenziana, è del Nocchi, e le pitture della cupola del Pomarancio. La Cappella Gaetani ornata da 4. colonne di giallo antico con altre due di un pidocchioso bellissimo ha un bassorilievo di Paolo Olivieri e del Mariani Vicentino.

Il pozzo che si vede in questa chiesa è antichissimo, e contiene le reliquie di 3000. Ss. Martiri.

TERME DIOCLEZIANE.

Queste Terme di Diocleziano furono le più grandi, le più magnifiche, e le più celebri di tutte. Occupavano tutta la gran piazza, la chiesa, ed il convento della Certosa, quello di s. Bernardo, i Granaj, e le case vicine, in tutte formavano il giro di 1200. passi, cioè di un miglio e un quinto. Si assicura, che Diocleziano impiegasse per sette anni 40. mila cristiani per la costruzione di questo superbo edifizio; in esso erano portici magnifici, una celebre Biblioteca, una Galleria belissima, Giuochi, Scuole, Passeggiate, e Bagni ne' quali potevano lavarsi tre mila, e duecento persone tutte in una volta. II numero delle statue trovate, le incrostature marmoree, le grandi colonne delle quali si sono serviti i Certosini per ornare la loro chiesa, e le rovine, che vi si veggono ancora non permettono di dubire della ricchezza, o magnificenza di queste Terme, una gran parte delle quali è stata convertita nel Tempio Sagra, che si chiama

CHIESA DI SANTA MARIA DEGLI ANGELI.

Negli avanzi delle Torme di Diocleziano il papa Pio IV. fece costruire la chiesa presente, che è una delle più belle di Roma, e della più nobile forma; il celebre Michelangelo si servì del Salone, exedra amplissima, e di qualche altra sala delle Terme, cambiandovi poche cose, per fermare in questo spazio una croce Greca, chè ha 336. piedi di lunghezza, e di larghezza 308., con la gran navata, alta 84., larga 74. piedi. Fino al tempo di quel Pontefice un edifizio si bello era restato in abbandono, contentandosi di toglierne le colonne i marmi, e tutti gli ornamenti senza far caso della maestà della proporzioni, e dell'uso, che se ne poteva fare. Finalmente in seguito colla direzione dell'architetto Vanvitelli nel 1749. fu ridotta nello stato attuale, chiudendo l'ingresso fattovi da Michelangelo, e formandovi un altare; e allora la porta laterale divenne la principale, ed è quella dalla quale si entra presentemente in una rotonda, ove si vedano fra quattro depositi quello di Salvator Rosa celebre pittore e poeta, e l'altro di Carlo Maratta. La rotonda comunica alla nave traversa, che formava il gran Salone delle Terme, che ha una maestà, che subito impone; questa è decorata da 16. colone enormi, otto delle quali sono di un sol pezzo di granito di Egitto, le medesime che già ornavano l'antico salone, e le altre otto sono state fatte di mattoni colle stesse proporzioni per accompagnare: ma siccome per togliere l'umidità il Bonarroti rialzò il pavimento, così le antiche basi, e piccola parte delle colonne restò sotto terra, e bisognò sostituire nuove basi di marmo al piano presente, che ridussero le colonne all'altezza di soli 43. piedi, compresa base e capitello, benchè abbiamo 16. piedi di circonferenza, malgrado ciò non compariscono sproporzionate.

Benedetto XIV. per ornare questa gran chiesa, vi fece collocare i quadri originali della Basilica di s. Pietro, che si toglievano e rimpiazzavano con quelli di mosaico. Il primo quadro nella navata a destra è la Crocifissione di san Pietro, del Ricciolini: la gloria non è stimata ma nel basso è ben composta. Accanto vi è la caduta di Simon Mago, copiata da Mr. Tremoliere dall'originale del Vanni, che resta ancora a s. Pietro, dipinto in lavagna. Il quadro del B. Nicola Albergati sopra l'altare della cappella grande è del Graziani; ed i laterali del Trevisani. Il terzo quadro che siegue, di s. Pietro che resuscita la Tabita, è una copia di quello che fece il Baglioni per la Basilica Vaticana; e il s. Girolamo con altri santi è del Muziani; vi è nelle teste un buon carattere, ma il colorito non dà piacere. Nella navata dell'altar maggiore si vede la Presentazione della Madonna al tempio pittura in tela del Romanelli, che ha molto sofferto. Il Martirio di s. Sebastiano è un bel fresco di Damenichino, qui trasportato col muro medesimo dal rinomato Zabaglia; vi sono delle parti assai belle, ma la composizione non è felice per la confusione che vi si esprime, e che distrae dal soggetto, ed ora è ritoccato. Il Battesimo incontro è opera di Carlo Maratta, un poco debole nel colore; il s. Pietro che punisce Anania e Safira della mensogna, quadro che ha molto oscurito per essere stato dipinto sopra la lavagna è del cav. Roncalli. Dall'altra parte della navata grande il quadro rappresentante la Concezione della Vergine è di Pietro Bianchi; quello accanto con s. Pietro che risuscita la Tabita, di Placido Costanzi; l'altro sopra l'altare è del cav. Odazzi, co' laterali del Trevisani. Dall'altra parte caduta di Simon Mago fu dipinta da Pompeo Battoni, di un colorito troppo vago e manierato; e finalmente il s. Basilio, che celebra la messa solenne in rito Greco, è un buon quadro del Subleyras.

Nel pavimento della chiesa, tutto di marmo, si vede la celebre Meridiana, fattavi da Monsig. Bianchini, segnata con una linea di ottone, e co' segni dal Zodiaco in marmo, opera assai corretta, ed erudita; e per la stabilità del suo piantato la più sicura. Il chiostro de' Certosini, fatto col disegno di Michelangelo, in uno degli antichi peristilj, e decorato da 100. colonne che sostengono una galleria intorno.

Di quà si va alla

CHIESA DI SAN BERNARDO A TERMINI.

In uno di que' due rotondi edifizj posti negli angoli del recinto delle Terme Diocleziane, che dalla forma si sono chiamati Calidarj, fu stabilita questa chiesa nell'anno 1598. dalla contessa Caterina Sforza, che vi fece costruire ancora l'annesso convento de' Monaci Cistercensi riformati di s. Bernardo; in essa vi è da notare la volta antica, che si conserva intieramente; i due quadri grandi di Gio. Odazj, le otto statue di stucco, lavori di Camillo Mariani da Vicenza; e la statua di s. Francesco, con altre sculture di Giacomo Antonio Fancelli.

Nel giardino, che resta dietro lo chiesa, vi sono altri avanzi dell'antico recinto delle Terme, e dello Stadio semicircolare in forma di teatro con gradi donde si vedevano coloro che in basso si esercitavano nella ginnastica. Incontro questa chiesa è l'altra

CHIESA DI S. SUSANNA.

Qui fu già la casa propria di s. Gabinio, padre di s. Susanna, e fratello del Pontefice s. Cajo che consagrò questa chiesa nel 290. Leone III. la ristaurò nel 800. e Sisto IV. l'anno Santo 1475. vi fece molti miglioramenti. Il card. Rusticucci, Vicario di Clemente VIII. vi fece da' fondamenti la nobile facciata di travertino, disegno di Carlo Maderno, aggiunse il soffitto dorato e la pitture nelle mura colle istorie di s. Susanna Ebrea, dipinte da Baldassar Croce da Bologna, con prospettive e colonnati del P. Matteo Zoccolini Teatino e con le statue di stucco del Valsoldo. Il quadro dell'altar maggiore è del Laureti Siciliano, la Tribuna di Cesare Nebbia, e il coro del sudetto Bologna e di Paris Nogari.

La nobilissima cappella di s. Lorenzo fu fatta da Camilla Peretti, sorella di Sisto V. e le pitture da Cesare Nebbia, e da Gio. Battista Pozzi Milanese.

Nel giardino annesso vaghissimo vi è una cisterna, ornata da marmi, che si pretendono disegno e lavoro di Michelangelo.

FONTANA DI TERMINI.

Questa fontana ai chiama ancora la Fontana di Mosè, e la di lui acqua Felice, dal nome di Fra Felice, ch'era quello di Sisto V. quando era Conventuale. Questo gran Papa la fece condurre in Roma dalla Colonna, per un acquedotto di 22. miglia. Il cav. Fontana ne fu l'architetto; la facciata è di travertino, ornata da quattro colonne, e da tre nicchie in quella di mezzo è Mosè, che con la verga in mano fa scaturire l'acqua dalla pietra: statua colossale di Prospero da Brescia, le altre due contengono ciascuna un bassorilievo; in uno si vede il Sacerdote Aaron, che conduce il Popolo Ebreo a dissetarsi in quelle acque, scultura di Gio.

Battista della Porta; nell'altro Flaminio Vacca espresse Gedeone, che guida l'esercito a ristorarsi colle acque, per far scelta de' suoi soldati. Nel basso vi sono quattro leoni, due in marmo bianco, e due in basalte, che gettano acqua dalla bocca; questi due ultimi sono più stimati, con geroglifici Egizj nel plinto, ed erano prima sotto al portico del Pantheon; ed i primi due alla porta laterale di s. Giovanni in Leterano.

Quest'acqua medesima dallo stesso Pontefice fu fatta condurre con molta spesa anche nel monte Quirinale, nel Pincio, e nel Campidoglio.

CHIESA DI SANTA MARIA DELLA VITTORIA.

In onore dell'Apostolo s. Paolo fu edificata questa Chiesa da Paolo V. nel 1605. prese il titolo di s. Maria della Vittoria, a motivo di una imagine della Ssma Vergine qui trasportata da Germania nel 1621. alla visita della quale si portò publicamente Gregorio XV. in rendimento di grazie delle vittorie riportate dall'Imperator Austriaco contro degli Eretici. Il card. Scipione Borghese, col disegno di Gio. Battista Soria, fece la facciata a sue spese, in ricompensa del dono fattogli da' Religiosi del celebre Ermafrodito antico, qui trovato nel cavare i fondamenti.

L'interno della Chiesa è architettura di Carlo Maderno, ed è una delle più graziose, decorata da pilastri di un bell'alabastro di Sicilia, da stucchi dorati, da belle pitture, da statue, e dal pavimento di marmo.

La Maddalena nel primo altare a destra è di Gio. Battista Mercati; nella seconda capella il s. Francesco colla Vergine e il bambino è opera di Domenichino, del quale sono ancora i due latetali, graziose pitture: l'Assunzione nella terza fu scolpita a bassorilievo dal Ferrucci. La statua di s. Giuseppe nella crociata è di Domenico Guidi, che volendo dovette naturalmente rimanergli al di sotto, benchè non manchi di merito; i laterali sono di M. Monnet, e la pittura della volta di Bonaventura Lamberti. L'altar maggiore ha un tabernacolo assai ricco, e la cupola sopra fu dipinta da Gio. Domenico, detto il cav. Perugino.

La sontuosa cappella della crociata fu fatta, a spese del card Cornaro Veneziano, dal cav. Bernino, che vi scolpì il celebre gruppo di s. Teresa, da lui stesso riguardato come il suo capo d'opera. La Santa è rappresentata nell'estasi dell'Amor Divino, colla più viva espressione e naturalezza, e un Angelo, con in mano una freccia, sembra discoprirle il petto per ferirla nel cuore, mirandola con un aria placida e di sorriso: la testa dell'angelo è di una finitezza singolare, e quella della Santa perfettamente bella: ma l'una e l'altra potrebbero facilmente presentare l'idea di un amore profano.

Nella Cappella appresso, ricca di belle pietre, vi è un quadro di Guercino, e il Crocifisso da un lato fu opera di Guido Reni, che dipinse ancora incontro il ritratto del Cardinale le pitture a fresco sono però di Gio. Francesco Grimaldi Bolognese. Il s. Giovanni della Croce nella seguente cappella è di Niccolò Lorenese; e nell'ultima il Cristo morto colla Madonna e s. Andrea fu dipinto dal cav. d'Arpino.

Le Bandiere, qui appese, sono un monumento della liberazione di Vienna, accaduta il 12. Settembre del 1683. nell'ottava della Nascita della Madonna.

Proseguendo per la Via Pia si trova a destra lo moderna via del Macao al principio della quale presso l'angolo orientale della vigna de' Certosini convien riconoscere il sito dall'antica porta Collina, da cui principiava l'aggere di Roma e nel suo principio, nella parte interna della porta e a destra della via che vi conduceva il

CAMPO SCELERATO.

Così chiamato perchè vi si sepelivano quelle vergini Vestali che avevano violata la castità, che dovevano conservare gelosissimamente ne' trent'anni del loro Sacerdozio. Fra le varie memorie che se ne hanno vi è questa di Livio. Duae Vestales eo anno (536. di Roma) Opimia atque Floronia, stupri compertae, et altera ut mos est ad portam Collinam necata fuerat, altera sibimet ipsa mortem consciverat: Quando succedeva una tale disgrazia, era una di quelle che più spaventava la città. L'apparecchio di questo supplizio, secondo la descrizione che dà Dionisio d'Alicarnasso, era una solennità lugubre e spaventevole. La colpevole attaccata ad una bara, coperta in maniere da non poter vedere e sentire, era condotta per la città, accompagnata da tutto il popolo, che serbava un mesto silenzio; niun altro spettacolo spargeva un'afflizione si generale. Si portava così al campo Scelerato ove si era vuotato un sotterraneo, capace di letticciuolo, e in cui era una lucerna accesa, qualche provisione da bocca, e un vaso di terra cotta con acqua, olio e latte mescolati. Si distaccava la Vestale dalla bara, si scopriva, e il Pontefice Massimo dopo aver fatto qualche preghiera colle mani alzate verso del cielo, gli levava il suo velo, e la poneva sopra la scala che doveva servirgli per scendere alla sua tomba; egli si ritirava poi con gli altri Sacerdoti. Subito che la Vestale era discesa nel sotterraneo, si levava la scala, e si riempiva l'ingresso della sepoltura in modo, che neppur comparisse al di fuori il luogo in cui fosse stata smossa la terra. Questo gastigo era così terribile, e nel tempo stesso così difficile l'evitarlo che sovente quelle che avevano avuto la disgrazia di cedere alle loro passioni, prevenivano con la morte questo supplizio. Le pene erano destinate ad esse, quando mancavano al dovere del loro stato, erano proporzionalmente alla considerazione grande, della quale godevano fintanto che gli erano fedeli. I moderni che pongono il Campo Scelerato nella villa Mandosi non hanno riflettuto, che questo sito rimane fuori del recinto di Servio, e che il campo, essendo stato dentro della porta Collina era per conseguenza anch'esso dentro del recinto di quel Re.

Vicino alla porta Pia si trova a sinistra il Casino di campagna di Casa Sciarra; e incontro quello de' Costaguti, ove si veggono alcuni vestigi dell'antico Castro Pretorio, cioè degli alloggiamenti de' Soldati Pretoriani. Al fine della Via è la

PORTA PIA.

Quando Pio IV. nell'anno 1561. volle dirizzare la strada, aprì in questo sito la porta, che vi si vede presentemente, tutta moderna e fatta con disegno di Michelangelo, e che dal Pontefice prese il suo nome. Fu chiusa allora la porta Nomentana di Aureliano, così detta, perchè rimaneva sopra la via, che portava a Nomento e che ora murata resta a destra nell'uscire poco lontana dalla presente.

Alcuni moderni hanno dato alla Pia il nome di Viminale con error manifesto, perchè la porta Viminale fu nelle mura di Servio, e non in quelle di Aureliano, nè rimaneva sul monte Qurinale, ma bensì nell'altro prossimo che è il Viminale.

Fuori di questa Porta si vede a destra la Villa Patrizj; e alla distanza di circa due miglia a sinistra la

CHIESA DI SANT'AGNESE FUORI LE MURA.

Nel piano medesimo delle catacombe nelle quali fu trovato il corpo di s. Agnese, per le preghiere di s. Costanza fu fabricata questa chiesa da Costantino il Grande, che fu in seguito ristaurata da' Papi s. Liberio ed Innocenzo I, e decorate di mosaici nel secolo VII. da Onorio I. Vi si scende per una scala di 48. gradini di marmo, nelle cui mura si vedono affisse molte iscrizioni, trovate in queste catacombe. La nave è retta da 16. colonne corinzie, due delle quali sono scannellate in una maniera singolare, avendo in ogni canale una goletta da ambo le parti che gira intorno, onde qualcuno ha creduto trovarvi sino a 140. scannellature; ve ne sono ancora quattro assai belle di Portasanta. Sopra di queste colonne ve ne sono altrettante minori, che formano due portici superiori sopra le navate laterali, per cui si rende la chiesa assai simile alle antiche Basiliche de' pagani. Il corpo della Santa, unito a quello di s. Emerenziana, riposano sotto l'altar maggiore, formato da varj marmi preziosi, e coperto da un baldacchino retto da 4. colonne del più bel porfido, e ornato di una statua della Santa, formata da un torso antico di alabastro orientale, che sembra un'agata, con testa, mani, e piedi di bronzo dorato, fatte da Nicola Cordieri discepolo di Michelangelo, o secondo altri dal Franciosini, il tutto per ordine di Paolo V.

Nella Cappella della Madonna vi è un candelabro antico, e sopra l'altare una testa del Salvatore, che si dice di Michelangelo Vicino a questa è la

CHIESA DI S. COSTANZA.

Da alcuni si è creduto, che questa Chiesa fosse stata anticamente un Tempio di Bacco, a motivo di certi mosaici, che vi si veggono, rappresentanti una vendemmia; ma non trovandosi menzione antica di Tempio di Bacco sopra la Via Nomentana, nè convenendo la costruzione di questa fabbrica all'epoca della erezione di tempj profani, si rende più sicuro essere stata il Battisterio eretto da Costantino Magno per le due principesse Costanze Auguste, sorella e figlia del medesimo Imperatore, qui battezzate e sepolte nella nobilissima urna di porfido trasportata da Pio VI. al Museo Vaticano.

Consiste questa Chiesa in una rotonda; che ha il diametro interno di 69. piedi, da muro a muro. La parte di mezzo è coperta da una cupola, e circondata da una navata che la divide con 24. colonne di granito, accoppiate, le quali sostengono la cupola e la volta della navata, ornata da mosaici, che figurano putti e pampini di uva, e altri oggetti tutti di vendemmia, solite rappresentanze di puro ornato. Nel mezzo sotto l'altare si conserva il corpo di s. Costanza, e delle Ss. Attica, e Artemia, con altre Sagre Reliquie.

Questo edificio conserva ancora nell'interno l'antica sua costruzione, ma nell'esterno è mancante di un portico, che la circondava di 40. colonne Cerintie, una delle quali fu veduta esistente da Lucio Fauno. Negli ultimi scavi avanti l'ingresso si sono trovate molte sepolture Cristiane, onde risulta che l'Ippodromo ivi supposto non era che un recinto per le medesime, e che non è stato Alessandro IV. il primo che nel 1256. riducesse a Chiesa quest'edificio, il nome della quale si trova fra le Chiese del Secolo IX.

Si crede che poco più lungi fosse la Villa di Faonte, Liberto di Nerone, dove quest'Imperatore fu obligate di uccidersi di sua mano.

Ad un miglio circa di distanza si trova il Ponte Nomentano, chiamato così dalla Via Nomentana, e corrottamente detto Lamentano, costruito sopra l'Aniene o Teverone, che distrutto ancor esso da Totila, fu come il Ponte Salario, rifabricato da Narsete.

Seguitando la strada più bassa per trecento passi in circa, si veggono gli avanzi di due Sepolcri ai due lati della strada; quello che è a sinistra, secondo l'opinione volgare, fu di Menenio Agrippa, e serve in oggi di stalla di bovi, l'altro è distrutto o rovinato intieramente. Alla sinistra di questo sepolcro più di tre miglia fuori della città al di là del Teverone, e situato il Monte chiamato Sagro, perchè venne consagrato a Giove, dopo che la Plebe separatasi da' Patrizj, si creò de' Tribuni. Il Popolo si ritirò sopra di questo monte per la prima volta l'anno di Roma 260. per consiglio di Sicinio, e vi restò tranquillamente per qualche giorno, senza nulla intraprendere contro i Patrizj non portando con se altro che alcuni viveri, e senza di essere attaccato, o pensare di vendicarsi; egli cedette al fine persuaso dell'ingegnoso apologo di Menenio Agrippa, che amava, e rientrò nella città, dopo però che gli furono condonati tutti i debiti, ed accordati de' Tribuni. Vi si ritirarono ancora i Romani l'anno 305. per la medesima ragione, e con la tranquillità medesima, imitando la condotta de' loro padri, modestiam patrum suorum nihil violando imitati. Sembra che le lagnanze loro fossero questa volta più gravi, e che li disordini e le intraprese de' Patrizj fossero più odiose: questa sommossa accadde in seguito dell'attentato sopra Virginia del Decemviro Appio; onde le donne e i fanciulli seguirono i loro padri e i loro mariti. A chi potevano essi affidarsi in una città, ove non vi era più alcun rispetto nè per la libertà, nè pel pudore? Le condizioni questa volta furono, che la plebe avrebbe de' Tribuni inviolabili con maggior potestà per sua sicurezza.

Questa parte delle vicinanze di Roma non è decorata con alcun monumento rimarchevole; lo stesso ponte, di cui si è parlato, altro non ha che la solidità. Ma gli accidenti memorabili che vi sono occorsi fanno si che si visiti con sodisfazione.

Questo Monte sagro, che è ricoperto d'erbe e cespugli, oltre ciò che ha d'interessante per rapporto alla storia, merita di esser veduto ancora a motivo della sua piacevole situazione, e della bellezza delle sue vendute, che si estendono molto lontano. Nel ritornare in città si giunge alla

VILLA ALBANI.

In questa Villa fatta costruire dal card. Alessandro Albani, gran conoscitore ed amatore dell'antichità, vi è una collezione così numerosa di statue, busti, bassirilievi ed altri antichi monumenti, che per averne una sufficiente notizia bisogna provedersi della indicazione Antiquaria, stampata a parte, non permettendosi la ristrettezza del nostro sistema, che d'accennare i più celebri. Noi cominceremo dunque la descrizione loro dal Portico grandioso del Casino, fatto con disegno di Carlo Marchionni, secondo l'idea dello stesso cardinale, dove sono le belle statue di Tiberio, di L. Vero, di Trajano, di Marc'Aurelio, di Antonino Pio, di Adriano ed una singolare di Giunone.

Passando nel portico a destra vi si veggono due Cariatidi, e in mezzo una terza, che ha una iscrizione in greco co' nomi degli scultori Ateniesi Critone o Nicolao; i busti di L. Vero, di Vespasiano, e di Tito; e due vasi di marmo. Dopo in una lunga Galleria sono gli ermi di Annibale di Scipione, di Alessandro, di Leonida, di Epicuro, di Amilcare, è di Temistocle, oltre quello di un Mercurio, particolare per la sua doppia iscrizione. Vi sono ancora due statue di Venere, due di Muse, di un Fauno, di un'Iside, ed una di Faustina sedente.

Il vestibolo che precede la scala è ornato da quattro statue antiche rappresentanti Cerere, Venere, Bruto, e C. Cesare, e da tre maschere colossali nell'alto. Entrata la porta si trova a sinistra una Roma trionfante in bassorilievo, ed una pittura antica di due donne che fanno un sagrifizio a Marte. Salendo la scala vi si veggono molti bassirilievi incastrati nel muro, fra quali sono da notarsi una maschera colossale di rosso antico, ed il grande di Leoucotea nudrice di Bacco dello stile de' primi tempi, comunemente detto Etrusco; quindi si entra in una sala ovale, ove sono due colonne di giallo antico, e fra queste un Fauno, e sopra la finestra un bassorilievo con le Carceri di un Circo, ed incontro sopra la porta un sacrifizio a Mitra in bassorilievo.

Si passa dopo di tre camere ad un ricco Gabinetto, con pavimento di mosaico, e volta dipinta da Nicola la Piccola; viene questo decorato dalle statuette di una Diana, di Pallade, d'Ercole in bronzo, di altra piccola Pallade, in alabastro, di due Fauni, Diogene, Sileno, Apollo o Saurottono in bronzo, pezzo assai rispettabile, dal famoso Canopo in basalte, da un Osiride sedente, e da dieci busti di alabastro; ma il monumento per l'erudizione più interessante si è il bassorilievino o ectipo coll'Ercole in riposo, tutto arricchito d'iscrizioni Greche indicanti le imprese e la vita di quell'Eroe: e l'altro col ritratto di Persio il Satirico, eccellentemente lavorato. La camera, seguente ha qualche grazioso bassorilievo, e sopra il camino il celebre Antinoo, perimente bassorilievo di un lavoro veramente sublime.

Si entra in seguito nella nobile Galleria decorata dalle statue di Giovo e di Pallade, e da bassirilievi, de' quali i principali sono, Ercole fra l'Esperidi, Icaro e Dedalo, Marc'Aurelio sedente, e Bellerofonte che tiene il Pegaso, e fra li minori Faustina, a Ganimede con Giove in forma di aquila. I pilastri sono rivestiti di mosaici, e la volta è una, superba pittura del cav. Mengs, che vi ha rappresentato Apollo in mezzo alle Muse con Mnemosine loro madre di una bellissima fisonomia, che si pretende ritratto della moglie di questo celebre pittore; nulla vi è di più bello, che il colorito di questo fresco.

Scendendo dall'appartamento si entra nel portico della Giunone, così detto per la di lei statua posta in mezzo di due Cariatidi, ove sono ancora li busti di Marc'Aurelio, di L. Vero e di Pertinace, la testa colossale dell'Oceano e un vaso di marmo. Di qui si passa ad una lunga Galleria contenente molti ermi di poeti, tanto uomini che donne, e di Platone, di Numa, di Apollonio Tianeo ed altri, con le statue di due Sacerdotesse Etrusche, di un Fauno che tiene un Bacco bambino, e di due altri Fauni, di una Diana, e di un Apollo.

Si entra dopo in una stanza ornata da pavimento di mosaico antico, e da due colonne, una di alabastro fiorito, l'altra di diaspro di Sicilia; da due statue di Fauni; e da un sarcofago, di alabastro gessoso, creduto da' moderni marmo. Pario, nella fronte del quale sono scolpite le nozze di Peleo a Tetide, e ne' lati da sono parte Nettuno, e dall'altra Portunno, o sia il Palemone de' Greci, Nume che da' Romani si credeva presiedere ai porti, come Nettuno fu creduto il Nume del mare.

Delli quattro Gabinetti, che seguono, il primo ha un busto in porfido di Berenice con lesta di basalte verde, altro di Caracalla, uno di Pertinace, uno di Lucilla in rosso antico, ed altro di Serapide o Giove in basalte. Varj bassirilievi in terra cotta, e una pittura antica rappresentante un paese.

Il secondo, oltre le statue di due Tolomei, di Venere, e di Pallade, di uno stile antichissimo, ha la celebre tazza di marmo, del diametro di piedi 7. ornata da' bassirilievi scolpiti in giro, che rappresentano le dodici fatiche di Ercole, espresse con accessorj molto eruditi. Otto colonne di pavonazzetto formano la decorazione di questo Gabinetto.

Passando nel terzo, ornato di sei colonne, vi si vedono due ermi di alabastro fiorito con testa in giallo antico, l'una di Fauno, l'altra di Priapo; due tazze, l'una di marmo Africano, l'altra di granito nero; ed un mosaico antico, con una barca Egizia; e nelle mura qualche bassorilievo.

Finalmente il quarto, ornato da otto colonne ha nel fondo una statua di Apollo, sedente sopra del tripode, altra di Leda, e qualche bassorilievo, fra' quali uno con quattro Deità, dello stile che dicesi Etrusco.

Si veggono poi sortendo ne' muri esteriori delle iscrizioni e marmi antichi fra quali è da notarsi il combattimento di Mennone e di Achille, in bassorilievo.

Viene appresso un piccolo edifizio, chiamato il bigliardo, che è decorato da otto colonne di verde antico e di breccia; ove sono lo statue di Tolomeo, di Geta, di Massimo, di Giacinto e di Bacco. La camera contigua ha un bassorilievo, in cui si è traveduta una Berenice; e nella piccola Galleria seguente vi sono 14. belle colonne ed una statua di Diana Efesia, con altra di un Satiro. Il portico da cui si esce ha 14. colonne, molti ermi, un candelabro, ed un bassorilievo.

Di quà si scende al giardino inferiore, ove in un portico si vede nel mezzo una statua colossale di Roma sedente, che ha nel basamento un bassorilievo rappresentante Teseo, che alza la pietra per toglierne la spada e le scarpe di Egeo suo padre, alla presenza di Etra sua madre. Vi sono ancora le statue di Claudio e di Augusto, di un sacerdote Etrusco, e di una Cariatide: ed una gran tazza di marmo, ove sono un ermafrodito, de' Satiri, Fauni, e Baccanti, scolpite a bassorilievo.

Risalendo si vede incontro del Casino grande un portico semicircolare, decorato da 26. colonne di varj marmi; 20. delle quali hanno sopra situate altrettante statuette: vi sono ancora 22. ermi, 10. maschere antiche; e 22. busti degl'Imperatori Adriano, Antonio Pio; Galba, Caligola etc. e le statue di Mercurio; di Marte: di Apollo, di Diana, di Saffo, di Ercole, di Achille, e di un Bacco stimabile particolarmente per la sua testa, e di due Cariatidi: in mezzo di questo portico vi è una tazza di breccia d'Egitto; e nell'ingresso da una parte Livia in forma di Giunone, e dall'altra un guerriero.

Il vestibolo appresso ha due statue Egizie di marmo nero, due sfingi, e sei altre statuette, una delle quali di Ermafrodito. Si entra nella galleria, e vi si vede la statua di una Ninfa, che nella base ha un mosaico antico rappresentante Esione esposta al mostro, e liberata da Ercole: dall'altra parte la statua di Giunone, e nella base altro mosaico antico che rappresenta una scuola di Filosofi e Medici. La volta fu ornata con un baccanale di Giulio Romano dipinto in grande dal Lapiccola, e con altre pitture del Bicchierai; i muri sono decorati da bassirilievi, composti di frammenti.

Uscendo dalla Villa si torna in Roma per la

PORTA SALARIA.

Aperta dall'Imperatore Aureliano nelle sue mura, e così chiamata perchè da lui costruita sopra la Via Salaria, che conduceva in Sabina. I nomi datigli da' moderni di Quirinale, Collina, Agonale, non hanno mai appartenuto a questa porta, essendo quelle tutte porte delle mura di Servio, cioè la Quirinale preso il Tempio di Quirino, ove è il Palazzo Pontificio, e la Collina e Agonense verso il principio della moderna via del Macao, fra l'angolo settentrionale delle Terme Diocleziane e l'antica porta Nomentana, ora chiesa, ove si formava la riunione delle vie antiche Nomentana e Salaria, che ambedue principiavano alla porta Collina. Il nome datogli nell'Itinerario volgare di Scelerata, è un manifesto abbaglio, equivocando col campo scelerato qui prossimi, non trovandosi che la Porta Carmentale la quale sia stata chiamata Scelerata, perchè da quella uscirono i 306. Fabj uccisi tutti in un giorno al fiume Cremera. Al di dentro della porta Salaria si vede il

CIRCO DI SALLUSTIO.

Questo illustre Romano lo fece costruire per celebrarvi i giuochi annuali in onore di Apollo. Resta ancora una porzione dell'antica costruzione arcuata fatta per sostenere la spinta delle terre del monte, e per reggere li gradi sopra de' quali erano assisi gli spettatori.

In fondo di questo Circo, che formava parte degli Orti di Sallustio, restano ancora delle grandi volte, che servivano per magazzino ed altri usi del Circo; ed in un lato rimangono ancor alcuni avanzi delle mura di Roma, fatte da Servio Tullio di grossi pezzi di peperino squadrati, che sono le più antiche, che in Roma si conoscano. Qui vicino al detto muro si vede il

TEMPIO DI VENERE ERICINA

Questo Tempio che secondo Strabone aveva accanto un portico insigne, e che secondo conto Livio era fuori dell'antica Porta Collina, si crede essere quell'avanzo che ha intorno diverse nicchie nelle quali sono state senza dubbio delle statue, e nella maggiore in fondo quella della Dea; a questa le vergini Romane donavano alcune piccole immagini, specie di pupazze, come si ha da Persio,
Nempe hoc quod Veneri donate a virgine pupae.
e le matrone non solo, ma anche le donne publiche facevano a questo tempio processione solenne in ogni anno. Di quà si va alla prossima

VILLA LUDOVISI.

Sopra del monte Pincio, già colle degli Hortuli, quel tratto presso le mura Aureliane, che si estende dalla porta Salara alla Pinciana è occupato dalla deliziosa Villa fondata dal cardinal Ludovico Ludovisi nipote di Gregorio XV., la quale non è publica, e in conseguenza per vederla vi si ricerca il permesso del signor Duca di Sora di Casa Boncompagni, che n'è il proprietario. La strada che conduce alle porta Pinciana sopra questà Villa dall'altra già de' Medici; come l'altra via, che dal Pincio conduce alla porta Salaria, la divide dal sito degli antichi Orti Sallustiani. Il suo giro è più di un miglio; i viali ed i boschetti sono amenissimi; ornati da un gran numero di statue; ha tre Casini, il principale de' quali, che rimane a destra, contiene una collezione di pezzi antichi preziosi.

Nella prima sala si vede una statua di Esculapio, un Apollo, una Venere un busto di Claudio, altro di Giulio Cesare, una statua di Antonino Pio, un'altra di Apollo, un busto di Antinoo, ed altri parimente antichi. Vi sono due bassirilievi, uno col Tempo che scopre la Verità, l'altro con Paride ed Elena. nel punto d'imbarcarsi. Nella seconda sala vi è una statua antica di Marte in riposo, in un'attitudine eccellente, e di un disegno grandioso, ristaurata dal Bernino. Un gruppo di Apollo e Diana; un altro di Pan e Siringa, una statua di Cleopatra, un gladiatore sedente, una Venere ch'esce dal bagno, e si asciuga, della Scuola Fiorentina; un Ercole, un Bacco, un Mercurio, una figura ben panneggiata, creduta un'Agrippina, ed un gran busto in porfido di Marc'Aurelio. Una testa grande di Bacco, bassorilievo, in marmo rosso antico, che merita esaminarsi per la forma degli occhi, e della bocca, che possono dare un'idea del meccanismo degli oracoli.

Un gruppo bellissimo antico in marmo bianco, che fu creduto rappresentare il giovane Papiro Pretestato, e sua Madre che cerca di scoprire da lui il segreto del Senato; ma che fu riconosciuto da Winckelmann per una Elettra nell'atto di riconoscere Oreste suo fratello; la chioma recisa della donna, ne forma una prova, perchè non poteva convenire ad una Matrona Romana, come la nudità del giovine non sarebbe adattabile al giovinetto Papirio; questa scultura porta il nome Greco di Menelao figlio di Stefano.

Un altro eccellente e consimile gruppo antico, cognito sotto il nome di Arria e Peto, personaggi Romani de' tempi di Claudio, e soggetti che non possono convenire a queste antiche figure in modo alcuno, secondo il sentimento de' più illuminati Antiquarj, che non vi avevano trovato finora soggetto determinato, finchè il signor Piale valente Archeologo non vi ebbe riconosciuto Emone Tebano, che disperato si uccide, reggendo l'estinta Antigone da lui amata all'eccesso, e fatta morire dal di lui padre Creonte. Questo soggetto fu celeberrimo presso gli antichi a segno che Sofocle ed Euripide ne formano tre tragedie, delle quali una è rimasta per intiero. Properzio ancora lo indicò ne' suoi versi.

Quid? non Antigones tumulo Boeotius Haemon
  Conruit ipse suo saucius ense latus;
Et sua cum miserae permiscuit ossa puellae
  Qua sine Thebanam noluit ire domum?

Propert. lib. II. v. 335.

La figura della donna avendo i capelli recisi, indica che Antigone tornava dall'aver dato sepoltura al suo fratello Polinice, e fatta la cerimonia di aver consagrata la sua chioma alla tomba, ciò che fu la cagione della sua morte. Li mustacchi dell'uomo sono da notarsi, come un distintivi de' Tebani, fra quali bisogna porre il così chiamato Gladiator moribondo del Museo Capitolino.

Segue un eccellente gruppo di Plutone, che rapisce Proserpina, del cav. Bernino, la figura però di Plutone è un poco forzata. Accanto è una testa colossale di Giunone.

Nell'altro casino minore, situato verso il mezzo del giardino, la prima sala a pianterreno è decorata con una volta dipinta a fresco dal Guercino, che nel quadro di mezzo vi ha rappresentato l'Aurora tirata nel suo carro da due cavalli pieni di azione e di fuoco; il vecchio Titone si mostra in un angolo alzando una tenda, si vede in questa figura la sorpresa di mirare partir così l'Aurora, che getta fiori; essa è preceduta dalle Ore, e sembra dissipare la notte che vi è rappresentata in una lunetta sotto la figura di una donna che dorme appoggiata sopra la mano, tenendo un libro avanti di se, ed avendo intorno molti emblemi allegorici alla notte. Incontro vi è un altra lunetta nella quale vi è un Genio alato che alza un face, rappresentante Lucifero; ne' due lati vi sono dei punti di una composizione elegantissima. Ciò che è di più rimarchevole in questa composizione si è la perfezione del chiaroscuro, e si può dire il capo d'opera delle pitture a fresco di questo valente pittore. Vi sono ancora in questa sala de' busti di scultura mediocre. Nella sala appresso vi sono quattro paesi dipinti a fresco altri da Damenichino ed altri da Guercino.

Nell'appartamento del primo piano si vede un'altra volta eccellentemente dipinta a fresco dallo stesso artista, che vi ha rappresentata una fama che suona una trombetta, e porta un ramo di olivo; questa pittura pel suo colore sembra sorpassare la prima.

I giardini sono pieni di molte statue e sculture, fra le quali una testa colossale di Alessandro, un gran Sarcofago che rappresenta una battaglia fra' Romani, e Daci; una statua di Giove Ammone: un Satiro in piedi di grandezza naturale, di Michelangelo; così bello che è paragonabile a qualsivoglia opera antica. Una urna cineraria con bassorilievo di una battaglia fra Greci e Romani; e sopra di essa un Sileno antico dormente; colla testa appoggiata ad un otre. Uscendo da questa Villa si passa alla

CHIESA DI SAN NICOLA DI TOLENTINO.

La Casa Pamfilj nel 1614. fece fabricare questa Chiesa con architettura di Gio. Battista Baratti; allievo dell'Algardi. Lo stesso Algardi fece il disegno dell'altar maggiore, e i modelli delle statue che furono scolpite daj due suoi scolari, Ercole Ferrata che fece il Padre Eterno e il s. Nicola, e Domenico Guidi che scolpì la Madonna. Nel primo altare a destra il s. Nicola è di Filippo Laurenzi: l'altro quadro oppresse nella seconda cappella è di Lazzaro Baldi; Pietro Paolo Baldini dipinse la terza. Il s. Gio. Battista nella crociata fu dipinto dal Bacciccio, ed Ercole Ferrata fece gli stucchi; Giovanni Coli, e Gherardi Lucchesi dipinsero la cupola, gli angoli, però sono del Baldini, del quale è la cupoletta nell'altare seguente, ove la sant'Agnese è copia del Guercino, cogli stucchi del Ferrata; dopo l'altra cappella di s. Nicola viene la terza de' Gavotti, dedicata alla Madonna di Savona, architettura di Pietro da Cortona, che lasciò imperfette le pitture della volta e cupola, che vennero terminate da Ciro Ferri: il laterale a destra è del P. Giuseppe Cappuccino: e l'altro incontro del Cades: il bassorilievo nell'altare è di Cosimo Fancelli, il s. Gio. Battista del Raggi, ed il s. Giuseppe d'Ercole Ferrata; il s. Filippo nell'ultima è di Cristoforo Creo. Proseguendo a scendere verso la piazza Barberini a destra si giunge alla piazza e

CHIESA DELLA CONCEZIONE. E CONVENTO DE' CAPPUCCINI.

Il cardinal Francesco Barberini fratello di Urbano VIII. col disegno di Antonio Casoni nel 1628. eresse questa Chiesa, che è ricca di belle pitture; il primo quadro a mano destra nell'entrare è il celeberrimo san Michele di Guido Reni, che può dirsi il suo capo d'opera l'arcangelo è della massima bellezza, la sua testa ha una maestà divina, i capelli ingannano perchè sembrano veri. L'espressione del suo braccio armato di spada è energica, vi si riconosce la sua possanza, e al tempo stesso il disprezzo che fa del suo nemico; la figura tutta ha la leggerezza di uno spirito celeste, esattamente disegnato, di belle forme, e di tinte veramente angeliche. Nella terza cappella il s. Francesco con un Angelo, in estasi è una bella pittura di Domenichino, donata da lui alla Chiesa per sua devozione. Il s. Antonio che risuscita un morto, ed il s. Bonaventura sono due buoni quadri di Andrea Sacchi, ma più eccellente è quello, incontro al s. Michele, capo d'opera di Pietro da Cortona, in cui è s. Paolo rappresentato nel momento di riacquistare la vista per mezzo di Anania; pittura piena di espressione, ben composta, e di un colorito vigoroso e di un effetto sorprendente, e del più corretto disegno di questo maestro.

Sopra la porta della chiesa vi è il cartone della Navicella, che fece Giotto Fiorentino circa il 1300., e che ora esiste in mosaico sopra la porta di s. Pietro in Vaticano. Nel fondo della chiesa esiste quel Coro che tanto si è ammirato nello studio del sig. cav. Granet, per averlo esso più volte dipinto sulla tela. Cotale composizione è una delle migliori di questo celebre Maestro, che sommo onore reca alla scuola francese, ed il di cui studio è situato in oggi nelle vicinanze di s. Nicola di Tolentino, n. 29. Sortendo dalla chiesa si sale voltando a destra alla

CHIESA DI S. ISIDORO.

Fu fabricata col disegno di Antonio Casoni verso l'anno 1622. colla facciata e portico di Carlo Bizzacchieri. Nella prima cappella a destra vi è lo sposalizio della Madonna con s. Giuseppe, quadro stimato di Carlo Maratta; i due laterali furono del medesimo. Il quadro sopra l'altar maggiore con sant'Isidoro è di Andrea Sacchi: nella cappella accanto, la

Concezione fu graziosamente espressa da Carlo Maratta, che colorì ancora la cappella del Crocifisso. Scendendo da questa si torna alla

PIAZZA BARBERINA.

In mezzo di questa piazza anticamente detta Grimana vi è una fontana, formata da quattro delfini, che sostengono un Tritone che getta con vigore una quantità di acqua in alto con una gran lumaca marina; invenzione assai stimata del Bernino. Dalla piazza entrando nel vicolo delle Colonnette de' Barberini, a sinistra fra i numeri 16. e 20. si trova lo Studio del celeberrimo scultore signor cavaliere Alberto Thorvvaldsen, Danese, le di cui opere mostrano un gran genio nella composizione; e il di lui grande intendimento nel disegno, che la rendono paragonabile agli antichi scultori. Nell'alture di questa Piazza si va al

PALAZZO BARBERINI.

Questo Palazzo, che appartiene al Principe di Palestrina di casa Barberini è uno de' più grandi, e de' più belli di Roma: fu fabricato sotto il Pontificato di Urbano VIII. Papa di questa famiglia, col disegno del cav. Bernino, come si crede d'alcuni nel sito del Campidoglio vecchio, su l'estremità del Quirinale. Consiste questo in un grand'edifizio, che presenta un prospetto di tre piani, ciascuno con portico di sette arcate, ornate da colonne Doriche nel primo, Joniche nel secondo, e da pilastri Corintj nel terzo; questi portici poi vengono fiancheggiati da due corpi avanzati, che formano due braccia di tre appartamenti; il portico nel pianterreno va restringendo nell'internarsi in modo che termina in un arco che è in fondo alla fabrica.

Vi sono due magnifiche scale, che conducono agli appartamenti superiori; in quella a sinistra, si trova qualche statua, e un gran Leone antico assai bello.

Il Salone ch'è al primo piano ha la volta meravigliosa, che è una delle più belle pitture di Pietro da Cortona, e che lo fece riguardare come il primo pittore del suo tempo. Questo ha per sogetto il trionfo della Gloria espresso dagli attributi della casa Barberini, accompagnati da quattro Virtù, da figure allegoriche, coronati dal triregno, e chiavi della Chiesa. Questa gran composizione è assai ben intesa, la moltitudine delle figure non fa confusione alcuna, il colorito è della più gran forza, e veramente risplendente, e la luce vi sembra sopranaturale, in che sopratutto si conosce il sapere di Pietro da Cortona, che ha caratterizzato la sua idea in una maniera affatto nuova. Alle due estremità vi sono molte Deità espresse, come Ercole che uccide le Arpie, e Minerva che fulmina i Giganti.

Nella prima stanza vi è una statua di Amazone, un Satiro, una Giunone, una Giulia, un Bruto co' suoi figli, e molte altre statue e busti antichi. Sopra il cammino vi sono le teste di M. Aurelio, di Vitellio, e di Lucio Vero. Si vedono in questa stanza sette cartoni, ne' quali sono espressi da Pietro da Cortona alcuni fatti della storia di Urbano VIII.

Nella seconda vi sono due gran quadri del Romanelli, l'uno di essi rappresenta il Festino degli Dei, l'altro Arianna e Bacco. La copia della battaglia di Costantino contro Massenzio di Giulio Romano, eseguita da Carlo Napolitano.

Dall'altra parte nella prima stanza vi sono due gran quadri del Camassei, di una parte de' fatti di Diana. Vi è pure un quadro grande che rappresenta un sagrifizio al Tempio di Diana, in cui si vede una quantità di persone che vi portano delle offerte. Questo quadro, composto eccellentemente, è di Pietro da Cortona. Una s. Cecilia, che suona l'arpa, del Lanfranco; e tre paesi di Giovanni Both.

Nella seconda vi sono cinque ritratti di Tiziano, altro di una giovane, di Leonardo da Vinci; ed un ritratto del Duca di Urbino, del Barocci.

Contiene la terza un s. Giavannino del Guercino; la Vergine col bambino Gesù, di Andrea del Sarto; s. Barbara, di Ciro Ferri; una Madonna, del Caracci, e diverse teste di putti, di Carlo Maratta; i soprapporti sono del Bassano.

Ha la quarta una Samaritana del Romanelli; una Pietà di Michelangelo; il sogno di Giacobbe, del Lanfranco; il Salvatore, e la Maddalena, del Tintoretto; un s. Sebastiano, di Annibale Caracci; e un bel quadro del Parmigianino.

Bisogna tornare indietro per andare nella parte incontro ad una stanza, ove il primo quadro a mano destra, rappresentante il martirio di s. Caterina, è di Michelangelo da Caravaggio, e il Sagrifizio d'Isacco è fatto dallo stesso, quadri ambedue di un merito grande. Due altri quadri, uno incontro all'altro, di Nicolò Pussino, che rappresentano diversi fatti della storia Romana. Una s. Famiglia del Lanfranco. Nostro Signore arrestato da' soldati, nel momento il più scuro della notte; vi è un soldato che tiene in mano una lanterna, la luce della quale illumina meravigliosamente tutto il quadro, questa è opera di Gherardo delle notti. Diverse teste di putti benissimo dipinte dal Parmigianino. Una Maddalena di Giacinto Brandi; una Suonatrice di liuto del Caravaggio; ed accanto due quadri del cav. Calabrese. Un quadro rappresentante il ritratto di Tiziano con la sua famiglia, dipinto da lui stesso; un Baccanale di Niccolò Pussino; una prospettiva di Annibale Caracci; ed un ritratto, di Guido Cagnacci.

Nella seconda stanza Icaro e Dedalo, quadro ben disegnato e di un colorito assai bello del Guercino: la Pietà, del Camassei; un naufragio, di Benedetto Luti; il ritratto di un Cardinale, di Carlo Maratta.

Nella terza, la Regina Ester che sviene dinanzi Assuero, quadro di una grande espressione, del Guercino. Il vecchio Tobia nel momento che il figlio gli applica il rimedio sopra degli occhi, quadro di molto merito, di Mr. Valentino. Anche nell'appartamento superiore vi è una collezione di quadri di autori eccellenti.

Si passa in seguito all'appartamento a pian terreno, composto di otto grandi stanze, ripiene di una quantità prodigiosa di statue, busti, bassirilievi, e da un numero di copie in pittura, oltre una statua d'Iside, un bel Sileno; ed un Bacco, e due busti di Mario e Silla.

Vi sono in una stanza due pitture antiche, trovate negli Orti di Sallustio, l'una di esse rappresenta una Venere giacente, attorniata d'Amorini, e siccome aveva sofferto, così fu ritoccata da Carlo Maratta; l'altra rappresenta Roma Trionfante. Vi sono ancora molti bassirilievi, fra i quali la morte di Meleagro è assai stimata. Un mosaico antico, trovato a Palestrina; un gruppetto rappresentante le tre Grazie; un quadretto dipinto a fresco da Guido, rappresentante un puttino; una Venere con due Amorini, questo quadro e di una composizione singolare. Vi si vede ancora un gruppo di Adone col cinghiale, fatto dal Mazzoli, scolaro del Bernino.

Di quà si passa al secondo appartamento, in cui è un gran quadro, rappresentante Giuseppe Ebreo con la moglie di Putifar, di una bella composizione, e piena di espressione, opera di Carlo Cignani. Incontro si vede una Pietà, di Benedetto Luti; le quattro Stagioni sopra le porte, del Romanelli; un baccanale, di Tiziano, e dello stesso, sono Venere e Adone; il giudizio di Paride, del Zuccheri; una Vestale col fuoco sagro, di Guido; un s. Francesco di Gherardo delle notti: a sinistra un quadro dipinto dal Solimene; li quattro vicini alla Pietà sono di Ludovico Caracci e del Lanfranco; le due Maddalene, del Camassei; la Madonna, di Andrea del Sarto; il ritratto di un Papa, di Pietro da Cortona: e quel di sotto, del Parmigianino.

Nell'altra stanza si trova a sinistra la morte di Germanico, di Nicolò Pussino: quadro che sembra essere stato fatto per provare, che li moderni potevano uguagliare gli antichi, perchè il genio e la forza dell'espressione vi si fanno rimarcare con tanto vantaggio, quanto nel famoso quadro di Timante, che rappresentò la morte d'Ifigenia, di cui si sono fatte sì pompose descrizioni. Questa composizione è veramente un capo d'opera del genio pittorico. Al di sopra le prime due teste sono di Guido, le altre due del Cignani; dieci quadri, del Bassano; e quello in mezzo del Romanelli.

Il s. Andrea Corsini, nell'altra stanza, è un quadro di Guido: due de' quattro Evangelisti, dipinti dal Guercino. Vi è una Cleopatra di scuola Veneziana: un'Erodiano, del Rubens; un s. Girolamo, dello Spagnoletto: li due laterali sopra, di Andrea Sacchi, e li due sotto di Guido

Nell'altra stanza è il ritratto della Fornarina di Raffaele, dipinto da lui stesso: essa ha la tinta brunetta, gli occhj neri e melanconici, i capelli assai scuri e lisciati, che accompagnano il viso per tutta la sua lunghezza, il naso ben fatto, e qualche grazia nella bocca, ma la figura è poco piacevole. Incontro ve ne è una copia pretesa di Giulio Romano, di un colorito molto più duro, e che non dà alcun piacere al riguardante. Si passa nell'appartamento inferiore, la di cui volta è dipinta d'Andrea Sacchi, il quale ha colorito ancora quattro degli otto quadri che vi sono, e Carlo Maratta fece gli altri quattro: li soprapporti sono della scuola di Pussino.

In un'altra camera, che ha la volta dipinta dal Zuccheri, il s. Michele, e l'altro incontro sono del cav. d' Arpino; il Papa, di Pietro da Cortona; la lotta coll'Angelo, del Caravaggio. Vi sono ancora molti altri ritratti, di Andrea Sacchi; del Camassei, di Paolo Veronese, e molti di Tiziano. È stato questo Palazzo abitato da Carlo IV. Re di Spagna, e Maria Luisa sua sposa, dopo che cessarono di occupare, quello del sig. Principe Borghesi.

CHIESA DI S. CARLO ALLE QUATTRO FONTANE.

Benchè piccola e capricciosa, tuttavia è molto ingegnosa la costruzione di questa chiesa, fabricata nel 1640. con disegno del Borromino, che in un sito molto limitato ha saputo ricavare gran commodo, ed è da osservare, che tutto il fabbricato della chiesa, occupa tanto spazio, quanto ne occupò, un solo de piloni, che sopportano la grande cuppola di s. Pietro in Vaticano. La Madonna con Gesù, nel quadro della cappella vicina alla maggiore, è buona pittura del Romanelli. Discendendo verso s. Maria Maggiore si trova passata questa chiesa, ed il Monistero, che vi è annesso, un'altra picciola chiesa di fondazione francese; dedicata a s. Dionigi, essa è stata uffiziata fino all'anno 1798., dai religiosi francesi dell'ordine della Mercede. Verso la fine dell'anno 1814., questa chiesa ed il Monistero, che vi è annesso furono ceduti al sig. Abate di Sambacy, che dopo aver fatto ristaurare, l'una e l'altro, vi à stabilita una casa di educazione pelle fanciulle sotto le direzioni delle Religiose Orsoline Francesi. Questo stabilimento prospera sempre sotto la saggia amministrazione, con che è regolato, e le più distinte famiglie romane, confidano volentieri le loro fanciulle, alla cura di queste commandevoli Religiose.

Tornando ora indietro, come chi volesse andare a monte Cavallo si trova la

CHIESA DI S. ANDREA AL NOVIZIATO DE' PP. GESUITI.

Col disegno del cav. Bernini nel 1679. fu fatta edificare la presente chiesa, dal Principe D. Camillo Panfilj, Nipote d'Innocenzo X. La facciata è decorata da pilastri Corintj, con un portichetto semicircolare in aggetto, retto da colonne Joniche, che forma un commodo, e nel tempo stesso grazioso ingresso alla chiesa, che nell'interno è di forma ovale per traverso, tutta ornata da belli marmi, e da un ordine di pilastri, e da 4. colonne Corintie, e coperto da una cupola ornata di stucchi dorati. Il quadro di s. Francesco Saverio nella prima cappella a destra è del Baciccio, di cui sono ancora i laterali; le pitture nella seguente sono del Brandi; ed ambedue le volte di queste cappelle sono opere di Filippo Bracci. Il quadro nell'altar maggiore è del Borgognone; la cappella, che siegue dall'altra parte, dedicata a s. Stanislao, il di cui corpo riposa sotto l'altare in un'urna di lapislazuli, ornata di marmi i più preziosi, ha una bell'opera di Carlo Maratta, e la volta di Gio. Odazj, co' laterali di Ludovico Mazzanti, il quale dipinse nell'ultima la Madonna e altre figure, ove è la volta di Giuseppe Chiari e i laterali di M. David.

Nella casa vi à la cappella interna di san Stanislao, che gli ha servito di camera, ed ivi si vede la bella statua di questa santo, fatta da Mr. le Gros, scultore insigne Francese. Andando avanti si trova sull'istessa mano il convento delle Cappuccine fabbricato sullo spazio, donato dalla Principessa Donna Giovanna d'Aragona l'anno 1575. Il cavaliere Roncalli, vi dipinse qualche fresco, e Marcello Venusti il Crocifisso dell'altare maggiore.

Accanto a questa è la Chiesa di santa Maria Maddalena, con Monistero delle Domenicane, fondato da Maddalena Orsini Nobile Romana, che fù la prima a vestirvi l'abito religioso, nel 1581. La chiesa fù in seguito intieramente rifabbricata sotto il Pontificato di Clemente XI. con disegno del Burioni. Si crede, che il quadro

Palazzo Pontificale a Monte Cavallo.


dell'altare maggiore sia della scuola de' Caracci, i freschi son di mano di Luigi Gazzi.

Si pretende, che questi due Menisterj sien stati costruiti sulle ruine del tempio di Quirino, ma questa opinione, non è appoggiata ad alcuna prova. Viene incontro il

PALAZZO PONTIFICIO QUIRINALE.

Paolo III. cominciò una fabrica sul Quirinale, che in seguito Gregorio XIII. ridusse a nobile Palazzo, del quale fu architetto Flaminio Pontio, cui successe Ottavio Mascherino. I Papi Sisto V. e Clemente VIII. ne ordinarono la continuazione a Domenico Fontana, e dopo per ordine di Paolo V. fu ingrandito da Carlo Maderno. Urbano VIII. facendovi il Giardino, colle mura del medesimo lo rese isolato; e Alessandro VII. vi aggiunse le abitazioni della Famiglia, colla direzione del Cav. Bernino, che furono continuate da Innocenzo XIII. e terminate da Clemente XII. con architettura di Ferdinando Fuga.

Entrando dal portone principale, ornato di due colonne Joniche, che sostengono la loggia destinata per le publiche Benedizioni, architettura del Bernino, si passa nel gran Cortile, lungo 303. piedi, largo 165. circondato da tre portici, che in tre lati sono dritti, e da un quarto semicircolare nel fondo, che ha una facciata, terminata in cima da un grand'orologio, sotto del quale è un bel mosaico, rappresentante la Madonna col Bambino, eseguito da Giuseppe Conti dall'originale di Carlo Maratta.

La scala nobile sotto il portico, conduce a destra in un salone, che precede la gran Cappella la quale è vastissima, con pavimento di marmo, e fregio dipinto dal Lanfranco, e da Carlo Saraceni Veneziano; ed ha una volta di legno con sculture dorate ed è stata ultimamente nobilitata con pitture e dorature che l'hanno resa veramente magnifica. Sopra la porta della cappella il bassorilievo, rappresentante Gesù Cristo che lava i piedi agli Apostoli, è di Taddeo Landini.

Alla sinistra della scala viene un nobile appartamento; che ha molti quadri; uno di questi rappresenta David e Saul: nella testa del primo si vede la grazia e la dolcezza, e in quella del secondo la maestà e l'orgoglio; superbamente colorito dal Guercino. La Disputa di N. S. co' Dottori, del Caravaggio: una s. Famiglia, del Barbalunga; s. Cecilia con le sorelle che asciugano il suo sangue nel momento che ha ricevuto il colpo, bella pittura del Vanni: Una s. Famiglia, del Mancini: una Madonna con s. Agnese, s. Cecilia, s. Eustachio, ed un altro Santo, di Annibale Caracci, s. Giorgio a cavallo, che abbatte il drago, quadro molto stimato per la sua composizione, e pel buon tuono di colore, del Pordenone: s. Girolamo, dello Spagnoletto: la Risurrezione di N. S., dal Wandeck: s. Pietro, di Fra Bartolomeo da s. Marco; e s. Paolo dello stesso, belle figure che sembrano di Raffaele: il Martirio di s. Stefano, quadro bello assai, di Giorgio Vasari: Venere e Cupido, del Mancini: la Madonna, s. Giovanni, e s. Girolamo della Schidone; altra Madonna di Guido, bel quadro; una s. Famiglia, di Pietro da Cortona; l'Annunziata, di Carlo Maratta; la Trasfigurazione del Signore, di Simone da Pesaro; una battaglia, del Borgognone; due gran quadri del Wandyck, uno rappresentante i tre Re Magi, che offrono i loro doni al bambino Gesù, e l'altro il martirio de' Macabei.

Viene finalmente una cappella, che è stata tutta dipinta da Guido e dall'Albano, nella quale hanno rappresentato la vita della Madonna, con diverse figure di Patriarchi, che vi hanno rapporto; Queste pitture sono eseguite in una maniera piena di grazia, e di espressione.

GIARDINO QUIRINALE.

Urbano VIII. congiunse a questo gran Palazzo il Giardino, che fece rinchiudere con mura sì alte, che sembrano baluardi di fortezza, e che ha circa un miglio di giro. Questo è ornato da belli spartimenti, viali, fontane, giuochi d'acqua, e da un graziosetto casino, che vi fece costruire Benedetto XIV., con disegno del Fuga. Consiste questo in un Salotto in mezzo di due Gabinetti; in quello a destra si veggono due belli paesi di Mr. Orizonte, e cinque quadri di Pompeo Battoni, fra' quali quello della volta rappresenta Gesù Cristo, che dà le chiavi a s. Pietro in presenza degli Apostoli; il colore è bello e di forza. Nell'altro Gabinetto, la volta fu dipinta dal Masucci, e le due grandi Vedute dal Pannini, una delle quali rappresenta la piazza di Santa Maria Maggiore, e l'altra quella di Monte Cavallo; Si scende per una scala, che si trova in fondo al Giardino in un sito dove è un organo, ornato di grotteschi, e giuochi d'acqua, e che suona molte arie, mediante la forza dell'acqua medesima. Viene in seguito il

PALAZZO DELLA CONSULTA.

Col disegno del cav. Fuga, Clemente XII. fece quì costruire questa bella fabrica, per abitazione del Segretario de' Brevi, e di quello della Consulta. Ora sotto vi sono i quartieri delle Guardie nobili a cavallo. L'edifizio è magnifico e comodo; senza però essere nè regolare, nè elegante.

PIAZZA DI MONTE CAVALLO.

In mezzo di questa piazza Pio VI. sotto la direzione dell'architetto Antinori, fece inalzare quest'Obelisco, che decorava il Mausoleo di Augusto; insieme con quello di santa Maria Maggiore, l'uno e l'altro si dicono fatti per ordine di Smarre ed Efre, Principi dell'Egitto, e trasportati in Roma da Claudio, questo è alto piedi 45. senza il piedistallo, di granito rosso, e senza geroglifici. L'istesso Pontefice Pio VI. fece in tal congiuntura voltare i due cavalli antichi colossali, frenati da due giovani di taglio vigoroso e nobile. Ambedue servirono di ornamento alle Terme di Costantino, ch'erano qui vicine, dalle quali Sisto V. li fece togliere, e situare avanti al suo Palazzo. Sono essi in un sito molto vantaggioso, uno de' più alti di Roma, ove possono esaminarsi con comodo, e rilevarsene la bellezza, e non essendovi altri oggetti di questo genere, da poter distrarre l'attenzione dello spettatore.

Si attribuiscono questi due gruppi, l'uno a Fidia, l'altro a Prassitele, e si diceva, che l'uno e l'altro rappresentassero Alessandro Magno, che doma il Bucefalo; se sono essi di questi due Artisti, non possono rappresentare Alessandro, perchè vissero ambedue, prima che questo Principe fosse nato; fu dunque nel tratto successivo: che per nobilitarli di più s'immaginò di farli passare di questi scultori. Presentemente però non si dubita, che rappresentino Castore e Polluce, se non da chi non intende, ed in quanto al nome dello scultore non si è in accordo. A' piedi di questi cavalli e dell'Obelisco, nel mezzo è stata fatta trasportare dal regnante Pontefice Pio VII. la gran tazza di granito Orientale, di 23. piedi di diametro, che stava non à guari nel Campo Vaccino colla quale si è formata una bella fontana nel basso, secondo la prima idea dell'architetto Antinori, e formato il più bell'insieme, che si possa ideare.

PALAZZO ROSPIGLIOSI.

Questo Palazzo è in una situazione molto piacevole, e ariosa del Qurinale, fabricato sopra le Terme di Costantino, dal Cardinale Scipione Borghese, con architettura di Flaminio Pontio, Carlo Maderno, ed altri. Fu già de' Mazzarini, ed ora è de Principi Rospigliosi e Pallavicini. Introduce ad esso un gran cortile, circondato da muri, in cui si esercita la cavalerizza: quindi si và ad un appartamento nobile nel primo piano, ove nell'anticamera si vede un bel Cristo, della maniera di Guido; Nella seconda stanza vi sono molti quadri di fiori, dipinti da Mario de' fiori; e la cacciagione, dello Stanchi. Si osservano nella terza quattro prospettive del Viviani: il ratto di Europa, Dalida e Sansone, e due altri del Romanelli. Un paese di Paolo Brilli; altro dello stesso, colle figure del Teniere. Una caccia del Tempestino, Dalida e Sansone del Caracci: la Donna adultera del Muziano; una Madonna del Barocci. Nella quarta camera, Rinaldo che tiene uno specchio dinanzi ad Armida, che si abbiglia, dell'Albano; due gran quadri di Luca Giordano, rappresentanti, uno la conversione di san Paolo, l'altro la caduta di Giuliano l'Apostata, un paesetto di Claudio Lorenese, ed altro del Both; una Madonna di Simone da Pesaro; sei Angeli, che portano gl'istrumenti della passione di Nostro Signore, dipinti da Guido, nella maniera del Caravaggio; un s. Sebastiano di Mr. Valentin; e diverse teste del Caravaggio: un s. Girolamo dello Spagnoletto. Nella quinta camera si rimarcano li dodici Apostoli, in mezze figure del Rubens; tutti sono di un colorito eccellente. Andromeda liberata da Perseo, quadro di un gran merito, specialmente per le belle forme, di Guido. Un puttino di Niccolò Pussino, e il suo ritratto, fatto da lui stesso, Eva che presenta il pomo ad Adamo; di Giacomo Palma; la freschezza del colorito dipinge la bellezza degli alberi del Paradiso terrestre. Nostro Signore che porta la croce sopra le spalle, di un colorito singolare, di Daniele da Volterra; i due Amanti del Giorgione: Ercole ed Onfale, di Giacinto Brandi: un gran quadro del cav. Calabrese, rappresentante Sefonisba, che beve il veleno, per non essere condotta prigioniera a Roma; Sansone che rovescia le colonne della sala de' Filistei, nella, quale erano riuniti i capi per un solenne festino, Ludovico Caracci è l'autor di questo quadro. Incontro vi è il trionfo di David, dopo di aver vinto il gigante Goliath; la composizione è vera, e molto saggia. Questo quadro di Domenichino è di un colorito assai bello, benchè abbia patito.

Una donna, che dà il latte ad un bambino, con altri pargoletti, che la circondano, sotto nome di Carità: è di buon disegno, e di un colorito seducente, di Carlo Cignani; una Pietà di Annibale Caracci, quadro della più grande espressione; s. Girolamo di Alberto Duro.

Di quà si traversa il giardino, per giugnere ad un Casino, che appartiene a questo primo appartamento. Entrando vi è la celebre volta, dipinta a fresco da Guido, che ha per soggetto l'Aurora. Le tre parti del giorno, cioè l'Alba, l'Aurora, ed il Mattino, vi sono figurate nel quadro, in un modo vero e distinto: L'Alba da un Amore, che tiene una face accesa, immagine della stella Lucifero del mattino, che si sa essere sì brillante nello spuntare del giorno. L'Aurora da una giovane fra le nuvole, colla testa che esce da un velo, e colle mani spandendo fiori. Il Mattino da Apollo nel suo carro, tirato da quattro cavalli, vivi ed ardenti, che scacciano le nuvole d'avanti a loro, e che fanno succedere una luce risplendente a quella incerta dell'Alba e dell'Aurora. Il carro è attorniato dalle Ore; che formano intorno una dansa. Non vi è cosa più nobile dell'idea, di questo quadro per la composizione si bene immaginata, e distribuita; è disegnato esattamente: vi si trovano la grazia, la nobiltà, la verità, ed un superbo colorito; onde a ragione è considerato pel capo d'opera di questo Maestro.

Il Tempesta ha dipinto i fregi in questa Galleria, nell'uno è rappresentato il trionfo di Amore, che ha soggiogato tutte le nazioni, e tutte l'età; questa pittura è trattata nel gusto de' bassirilievi, ben disegnata, e di un colorito grazioso; l'altro è il trionfo della Fama, di un merito eguale: i quattro paesi sono di Paolo Brilli.

Passando nella camera appresso vi è un gran quadro, rappresentante il Paradiso terrestre, con le figure di Adamo ed Eva, credute di Domenichino nella sua prima maniera.

Nel secondo piano di questo Palazzo, che appartiene alla casa Pallavicini, la prima sala ha sei quadri a chiaroscuro, fatti da Carlo Maratta, che rappresentano diversi Gladiatori.

Vi sono nella prima anticamera, cinque paesi di Mr. Orizonte, quattro del Menglard, rappresentanti il Diluvio, l'incendio di Sodoma, s. Pietro vicino ad affogarsi nel mare, ed il sepolcro di Cecilia Metella, chiamato capo di bove: quattro battaglie di M. Leandro; uno con due donne, del Pussino: il Padre Eterno in gloria, di Pietro da Cortona; una Diana e Endimione, dell'Albano; una cascata d'acqua da una rupe, di Claudio Lorenese, e due quadretti Fiaminghi.

Nella seconda stanza vi è un quadretto di Claudio Lorenese, rappresentante la fuga in Egitto: due gran paesi di Mr. Orizonte; quattro marine, e quattro vedute del Manglard, ed un altro quadro del Bottani.

Si trovano nella terza, una Sibilla ed una Giunone del Romanelli: una bambocciata con de' paesi di Michelangelo delle bambocciate: un Ecce Homo, di M. Valentino: due graziose bambocciate Fiaminghe: un paese di Paolo Brilli: una prospettiva, del Viviani: una Madonna. dell'Albano: una fornace di vetri di Gherardo delle notti: una fruttaiola, del Guercino, come anche una Flora con de' putti, Quattro quadri di Niccolò Pussino, rappresentanti il Tempo che scuopre la Verità, un Paese, una Madonna col Bambino e con Angeli, e le quattro Stagioni. Un s. Francesco, del Muziano: un paese di Claudio Lorenese: due battaglie del Borgognone, e una Sagra Famiglia, creduta di Raffaele.

Lot colle figlie è un quadro di Annibale Caracci, della quarta stanza; ove sono una mezza figura di Apostolo, del Rubens; una testa, del Caracci; una Pietà Fiaminga; s. Giovanni nel deserto del Parmigianino; una s. Famiglia, di Nicolò Pussino; una testa, del Rubens; un s. Luca, di Andrea Sacchi; due paesi di Mr. Orizonte; un Angelo di Guido, un altro Angelo, di Giacinto Brandi; un grazioso quadro de' due amici fedeli, del Guercino; un Presepio, di Pietro Perugino, una Madonnina di Carlo Maratta: la fucina di Vulcano del Bassano: s. Giovanni Evangelista; di Leonardo da Vinci, un Cristo morto, del Rubens; due battaglie, del Borgognone: una bella Maddalena, del Rubens; un Cristo avanti Pilato con molte figure, del Calabrese; un Presepio, del Bassano; una Circoncisione del Rubens: la Gioconda nel bagno, di Leonardo da Vinci; un s. Francesco, di Muziano; un s. Filippo Neri, di Carlo Maratta: due ritratti, del Rubens, s. Girolamo, dello Spagnoletto: Noè nella sua ebriezzo, di Andrea Sacchi; san Girolamo con un Angelo, del Guercino un ritratto di Calvino, opera di Tiziano: quello di Lutero, del Rubens: la Maddalena, di Michelangelo da Caravaggio: un paese di Mr. Orizonte; Giunone che scende nell'inferno, di Pietro Testa, David con la testa di Goliath, di Guido Cagnacci una veduta di Paolo Brilli.

Nell'appartamento a pianterreno, vi sono 18. quadretti, dipinti a fresco, trovati nel gettare i fondamenti di questo Palazzo, che hanno appartenuto alle Terme di Costantino. Si vedono ancora quattro volte tutte dipinte da Giovanni da s. Giovanni; una s. Cecilia. I quattro Evangelisti di Domenichino, e molti altri quadri di buoni maestri: una tazza superba di verde antico, la più bella che si vede Roma in questa sorte di marmo, molte colonne, statue, busti, ed altro. Uscendo dal Palazzo si trova incontro la

CHIESA DI SAN SILVESTRO A MONTECAVALLO.

Fu rinovata questa chiesa sotto il Pontificato di Gregorio XIII. decorata di buone pitture, e di un soffitto dorato; nella cappella della crociata vi è un'Assunta di Scipione Gaetani. I quattro tondi nè peducci della cupola, sono di Domenichino: rappresentano David danzante avanti l'arca, Giuditta che mostra al popolo la testa di Oloferne, Ester che sviene dinnanzi Assuero; e la Regina di Saba, assisa sul trono con Salomone. Si vedono ancora nella stessa cappella due belle statue di s. Giovanni Evangelista e di s. Maria Maddalena, dell'Algardi.

CHIESA DE' SANTI DOMENICO E SISTO.

Il Pontefice s. Pio V. fece fabricare questa Chiesa col Monastero, per le monache di s. Domenico, col disegno di Vincenzo della Greca; vi si sale per una scala doppia con balaustrata: la grandiosa facciata è decorata di pilastri Compositi, posti, sopra di un ordine Corintio. Nella prima Cappella a destra, archittettura del Bernino, le due statue di N. S. e la Maddalena, sono del Raggi: nella seconda vi è un quadro di S. Pietro Martire, copia dell'originale di Tiziano; l'immagine di s. Domenico nella terza è del Mola. Le pitture della tribuna e della volta sono del Canuti, scolaro di Guido; l'ultima Cappella è uno de' più vivi coloriti del Romanelli.

VILLA ALDOBRANDINI.

Quando questa villa ultimamente cangiò padrone, aveva di già perduto i suoi più belli ornamenti, che furono rimpiazzati nuovamente da altri. che non fanno desiderare gli antichi.

Entrando dal portone incontro il palazzo Rospigliosi, vi è da notare una statua antica di un Dioscuro: nella piazza del Casino due belle statue di una Musa e di un Nerone giovane; e presso de' muri del Casino due gruppi sopra urne; queste figure, benchè di morti, sono rappresentate in sembianza di Deità. Vicino alla fontana vi è una graziosissima figurina di Venere, ed un'urna con le Nereidi, Tritoni, e testa dell'Oceano. La scala, che conduce al giardino inferiore è ornata con molti frammenti ed iscrizioni antiche, fra le quali una dell'Amor Conjugale.

Il boschetto fra molte sculture ha una Ebe o dapifera, e nel muro una raccolta d'iscrizioni, cinerarj, e cippi antichi: e sopra il cornicione vi è una statua di Giove imberbe, o Axur: La scala è decorata da molti frammenti antichi, commendabili per la scultura, o per l'erudizione; vi si vede ancora Ercole, domato d'Amore, e in abbandono all'ebrietà; e nel ripiano un gran bassorilievo di un sagrifizio della famiglia di Augusto.

Il portico è assai graziosamente arricchito di statue, e merita di essersi considerato Giove nudo coll'aquila, poggiata su di un cervo, e una bella statua di Omero.

Nell'appartamento si conserva una collezione di quadri, in numero di 390. fra quali sono da notarsi molti ritratti del Bronzino, Andrea del Sarto, Giorgione, Scipion Gaetani, ed altri buoni pittori. La Sala contiene 33. quadri di autori viventi, come li Signori Apparisio, Bouquet, Chauvin, Granet, Ingre, Mattuef, Terling, Wanstapen, e le Signore Leschot e Melanchini, ed altri. Il Casino incontro al Cafeaus contiene una graziosa ara di Giove, una rara statua di Ercole, vestito da donna, e qualche busto Imperiale, parimente raro. Questa Villa è stata ben descritta dall'erudita penna de' Signori Fratelli Visconti. Presso di qui si va alla

CHIESA DI S. CATERINA DI SIENA.

Appartiene questa alle Religiose di san Domenico; e fu fabricata con disegno di Gio. Battista Soria; è di una graziosa proporzione, decorata da pilastri Corintj, e rivestita tutta di belli marmi con gusto e magnificenza. L'Altar maggior è ornato da quattro colonne di bianco e nero, e da un bassorilievo di marmo bianco; che rappresenta s. Caterina sopra le nuvole. Fra le pitture è da notarsi il bel quadro della Maddalena, dipinto da Benedetto Luti; ch'è nel primo altare a mano destra.

Nel giardino del Monastero vi è una gran torre, fabricata da Bonifacio VIII. di Casa Gaetani, e che il volgo chiama la torre di Nerone, o torre delle Milizie, perchè alcuni credettero che fosse stata fabricata da Trajàno, e che vi ponesse de' soldati per guardia del suo Foro. Presso di questa fu nell'alto l'antichissima porto Fontinale del recinto di Servio, per la quale si passava al Campo Marzo, finchè Silla, dilatando il pomerio, non fu più di uso. Nella parte posteriore del Monastero nel basso vi è una seconda torre minore, e sul cantone della piazza delle tre cannelle una terza che furono anch'esse fatte dallo stesso Pontefice Bonifacio VIII. circa il 1800. Da questa chiesa si scende al prossimo

FORO TRAJANO.

La celebrità del Foro, costruito da Trajano, era già nota per le descrizioni degli antichi scrittori, che ci assicurano essere stato il più bello e magnifico, che Roma abbia veduto, ed aver formata l'ammirazione universale in ogni tempo, ma le recenti escavazioni hanno dimostrato questa idea, che si era potuta formare, molto al di sotto di ciò che si è trovato. Si rileva dunque da queste, che Trajano cominciò il suo Foro nel recinto di Roma; tra il Quirinale ed il Capitolino, ma che la grandezza di esso Foro, e più gli annessi magnifici edifizj l'obligarono a spianare una gran parte del monte, e della più grande altura per acquistare così il sito bastante.

Dopo lo spazio del Foro stesso, cui non mancarono, secondo il solito, intorno magnifici portici. si presentava incontro la Basilica Ulpia, di forma quadrilunga, e per traverso, circondata internamente da un doppio portico retto da superbe colonne di granito, in tutti i quattro lati, secondo le tracce sicure, ed i frammenti che per indizio del sito dello medesimo si sono rialzati. Succedeva alla Basilica un atrio, non molto vasto, in cui nel mezzo fu eretta una Colonna Dorica, la più colossale e mirabile, che mai s'inalzasse; ne' lati dell'atrio da una parte e dall'altra furono due edifizj magnifici, ne' quali si può riconoscere stabilite le due biblioteche Greca e Latina, che da Dione e da Sidonio si sa esservi state annesse: Bibliothecas Trajanus extruxit, nam duae fuerunt in eodem foro; ed in onde apertosi quel lato, col togliere ciò che Trajano vi ergeva, ebbe luogo di prospetto il Tempio di Trajano, che gli eresse Adriano, le di cui colonne, secondo un frammento ivi rinvenuto ed altri nelle vicine cantine, esistenti sotterra, furono le più colossali che si conoscano; e nello spazio proporzionato innanzi a quel tempio si ergeva in mezzo la statua equestre di Trajano in bronzo dorato, che Ammiano Marcellino indica collocata appunto in mezzo di un Atrio, ad emulare la quale restringendo Costanzo i suoi voti, e dicendo volerla imitare; sentì rispondersi dal Persiano Ormisda...... ma prima fondategli o Imperatore una stalla consimile, se potete...... omni itaque spe hujusmodi conandi depulsa. Trajani equum solum, locatum in Atrii medio, qui ipsum principem vehit, imitari se velle dicebat, et posse: cui prope adstans regalis Hormisda.... respondit gestu gentili; ante, inquit, imperator stabulum tale condi jubeto, si vales. Si pretende che vi fosse l'arco trionfale, decretato dal Senato a questo Principe, ma gli archi trionfali si costumava erigerli nelle vie principali, e di uno di Trajano se ne ha memoria nella Regione 1. che potè poi formare quello di Costantino. Non mancarono però nel Foro ornamenti trionfali di Trajano come trofei, statue di prigionieri, e tutt'altro equivalente a questi archi. Le statue, le cornici, gli architravi, i fregj, e le decorazioni tutte di questo foro erano ancora della più grande bellezza ma il monumento più celebre fu la

COLONNA TRAJANA.

Questa colonna sussiste ancora, ed abbiamo il vantaggio di vederla per intiero ciò che non fu concesso a Trajano medesimo, il quale morì in Seleucia nella Siria prima di vederla finita: gli fu dedicata dal Senato Romano nell'anno 867. quando egli era occupato nella guerra contro de' Daci. Dione Cassio ci narra, che Traiano l'aveva destinata tanto per suo sepolcro, quanto per provare cosa gli avesse costato di lavoro il solo spianamento del suolo. Columnam maximam collocavit partim sepeliendi sui causa, partim ut opus; quod ipse circa forum fecerat, posteris ostenderet, nam eum locum montuosum, quanta est altitudo columnae, perfodit, forumque eo pacto complanavit. Nella iscrizione antica del piedestallo non si parla di altro, che dello spiano del monte Senatus Populusque Romanus Imp. Caes. Divi Nervae F. Nervae Trajano Aug. Germ. Dacico Pont. Maximo Trib. Pot. XVII. Imp. VI. Cos. VI. P.P. Ad declarandum quantae altitudinis mons et locus tantis operibus sit egestus. Si sa da Cassiodoro, che le ossa di Trajano, rinchiuse in un'urna di oro, furono riposte sotto la colonna del foro, che aveva il suo nome... cujus ossa in urna aurea collocata, sub columna fori, quae ejus nomine vocitatur, recondita sunt. E ciò per special privilegio accordatogli dal Senato, essendo stato il primo di tutti, cui fosse concesso essere sepolto entro la città.

Questa colonna, compreso il suo finimento e piedestallo, ha circa 149. piedi antichi Romani di altezza, che sono palmi architettonici 198. essa è formata da 34. blocchi di marmo bianco, de' quali 8. ne ha il piedstallo, 1. la base, 23. il fusto, 1. il capitello, ed 1. il basamento della statua. Il diametro inferiore della colonna è di 12. piedi. Terminava la colonna in cima colla statua di Trajano, ove Sisto V. nel 1588. vi fece erigere quella di s. Pietro di bronzo, che guarda la sua Basilica, e che fu modellata da Tommaso Porta, e fusa da Sebastiano Torrisani detto il Bologna.

In basso nella parte del piedestallo rivolta al foro, per una porta si entra nella scala interna a chiocciola, formata da 185. gradini, tagliati nel marmo, medesimo, illuminata da 43. finestrelle; in cima vi è una ringhiera di ferro, che serve per poter girare intorno, e godervi dell'aspetto di Roma.

La superficie esterna del fusto della colonna è tutta ornata da' bassirilievi che potrebbero considerarsi per uno solo, attaccato spiralmente intorno, e che sembra seguire la direzione della scala. Questi bassirilievi hanno per soggetto le due spedizioni di Trajano contro de' Daci. Vi si distinguono marcie di armate, battaglie, accampamenti, passaggj di fiumi, e tante altre cose consimili.

Si credette che questo magnifico monumento fosse stato lavorato a pezzi poi con grande diligenza commessi; ma nelle sculture le minime cose si uniscono così bene, che resta evidente essere stati posati i blocchi gli uni sopra degli altri, e dopo esservi stati scolpiti i bassirilievi al di fuori, ed in opera;

Ad onta delle ingiurie del tempo questa colonna conserva ancora la più nobile apparenza: le figure hanno da per tutto due piedi circa di proporzione, essendo un pochino più alte quelle di sopra nell'avvicinarsi al capitello, ciò fa, che compariscano tutte della stessa grandezza; il rilievo, che ha poco aggetto, a misura che il lavoro si slontana dagli occhi, è maggiore; in questo modo è veduto tutto della stessa maniera.

La scultura è assai buona e piena d'intendimento, l'aria delle teste è nobile, senze avere nulla di quel ricercato, nè di quel finito prezioso, che si nota in molte statue e bassirilievi Greci antichi. Quì sembra aver l'artista operato da storico, che doveva mettere sotto gli occhi della posterità, le azioni di uno de' più grandi principi, che abbia avuto l'impero del mondo. Lo stile è nobile e sodo anche ne' dettaglj. Si dice che in questa composizione vi siano più di 2500. figure, queste sembrano tutte di una mano; ciò deriva probabilmente perchè si è eseguito il modello di un artista primario, che aveva la direzione di tutta l'opera: forse fu lo stesso architetto Appollodoro di Damasco, che godeva allora di una riputazione eminente, e del favore di Trajano. La manificenza di questa colonna corrisponde a quella del Foro, ma lungi di essere stata situata in un sito spazioso, che rendesse impossibile di goderne il pregio delle sculture, e di rilevare la storia rappresentatavi, fu avvedutamente circondata da' prossimi edifizj, per mezzo de' quali potesse esaminare, e cavarne la maggior istruzione; qual vantaggio non dovevano trarre quelle sculture dal lume che in tal guisa gli piombava sopra dall'alto? Non si limitavano i nostri antichi ad un semplice colpo d'occhio, e alla sola bella apparenza, tutto in essi tendeva all'utile ed alla ragione; nè Appollodoro era talento da farsi sfuggire la minima circostanza, di trarre un solido vantaggio da tutto; come lo dovette esperimentare Adriano, quando ne consultò il parere coll'idea di essere lodato de' suoi disegni trasmessigli.

CHIESA DEL NOME DI MARIA.

Delle due chiese prossime alla Colonna Trajana, questa fu eretta nel fine del Pontificato di Clemente XII. con disegno di Mr. Derizet, sul gusto capricioso di quel tempo. L'altra è la

CHIESA DI SANTA MARIA DI LORETO.

Dalla Compagnia de' Fornari, sopra una piccola chiesa parrochiale, la cura della quale fu trasferita a s. Quirico, fu costruita la presente Chiesa, cominciata nel 1507. con architettura di Antonio da Sangallo, accettone il Lanternino della cupola: bizzarra invenzione di Giacomo del Duca e fu terminata nel 1580. Questa ch'è di figura quadrata all'esterno; ha nell'interno la figura di un ottagono, con pilastri Corintj, che reggono una cupola doppia, e tale quale poi fu costruita la Vaticana. Sopra il secondo altare a mano destra vi è una graziossa figura di marmo, che rappresenta s. Susanna; nella quale brilla la modestia, unitamente ad un'attitudine vera e semplice. di un disegno corretto, e con un bel panneggiamento; questa statua, che fra le moderne è singolare, fu scolpita dal celebre Francesco de Quesnoy, detto il Fiamingo. Quindi si passa si così detti

BAGNI DI PAOLO EMILIO.

Queste rovine, che si veggono dietro il palazzo detto del Grillo, sono chiamati i bagni di Paolo Emilio Balnea Pauli, che da' Regionarj si pongono nella Regione VI. Alta Semita, e che hanno dato il nome corroto di Magnanapoli, o Magnanapoli a questa parte del Quirinale. Sono state ancora credute formar parte del Foro di Trajano, e gli scavi e la località non si oppongono a questa opinione. In questo sito il monte Quirinale potè bene aver bisogno di una sostruzione, quando Trajano nè spianò una porzione per la costruzione del suo Foro; e la rozzezza e forma di questo muro semicircolare sono convenienti a tal fine. Ma perchè, riconoscendovi i Bagni di Paolo nell'alto, ove grandi costruzioni antiche non mancano, non potrebbe nel basso supporsi quel portico fatto a tribuna denominato porticus absidata, che si trovo notato dopo il Foro di Nerva da' Regionarj, nella medesima Regione IV. di quel Foro.

Questi avanzi consistono in un portico fatto di mattoni, mezzo interrato, e rovinato, di forma semicircolare, di cui non resta che un solo piano decorato di arcate e nicchie, e di pilastri Dorici, con frontespizj: queste arcate comunicano a un corridore, che siegue la forma dell'edifizio, e che sembra dar l'ingresso a delle scale, e a de' siti in parte ripieni, e in parte distrutti. Si passa ora alla

CHIESA DI SAN PIETRO IN VINCOLI.

Secondo un'antica tradizione si crede che l'Apostolo s. Pietro erigesse in questo sito la prima Chiesa, che dedicò al Ss. Salvatore; ma distrutta dall'incendio Neroniano, vi fu fabricata questa, dedicata a s. Pietro da s. Leone Magno circa l'anno 442., che denominossi in vincula, perchè il Pontefice vi ripose la catena, della quale il Principe degli Apostoli fu caricato da Erode in Gerusalemme; che da Giovenale, Patriarca di quella città, era stata regalata ad Eudossia moglie di Teodosio il giovane, e di questa mandata in Roma alla sua figlia Eudossia Giuniore, moglie di Valentiniano III Imperator d'Occidente. Si dice, che quando s. Leone volle farne il confronto coll'altra catena, che avvinse il s. Apostolo nella prigione Mamertina, si riunissero in modo, che formano in oggi una sola, che si conserva sotto l'altar maggiore. Fu poi rinnovata questa Chiesa da s. Adriano I., e riparata da Sisto IV., che vi fece fare la volta della crociata, e Giulio II. suo Nipote, con architettura di Baccio Pintelli, notabilmente la ristaurò, e la dette ai Canonici Regolari di s. Agostino sotto l'invocazione del Ss. Salvatore. Questa è a tre navi, separate da 20. colonne, scannellate di marmo Pario e due di granito d'ordine Corintio, ben conservate.

Nel secondo altare a destra vi è un buon quadro di Domenichino, che rappresenta s. Pietro liberato dall'Angelo.

Il superbo sepolcro di Giulio II. posto nella crociata è del celebre Michelangelo, e può riguardarsi come il capo d'opera della scultura moderna, specialmente per la statua di Mosè, posta sotto l'urna, e che recentemente cavata poco più fuori dalla nicchia, ove era troppo ristretta, ha dimostrato sempre più il suo gran merito. Mosè vi è rappresentato sedente colle tavole della legge, piegate sotto del braccio destro, in atto di parlare al popolo, ch'egli guarda fieramente, avendo motivo di lagnarsene; l'espressione di questa figura è mirabile, e le parti sono trattate con diligenza, e verità sorprendente; nulladimeno la barba è fuor di misura, e dà alla statua l'aria di un fiume. Le altre statue di questo deposito sono di Raffaele da Monte Lupo, e di altri scolari di Michelangelo. Nella cappella appresso la mezza figura di s. Margherita, perfettamente disegnata e di un colorito forte, è del Guercino.

CHIESA DE' SS. SILVESTRO E MARTINO.

Il Papa s. Silvestro, durante la persecuzione, e prima di rifugiarsi al monte di s. Oreste, aprì un Oratorio sotterraneo in questo sito, possessione di Equizio, Prete Romano; e dopo data la pace ai Fedeli, vi eresse una chiesa che fu detta Titolo di Equizio, nella quale si tenne un Concilio cui assisterono Costantino Magno e Calfurnio Prefetto con 230. Vescovi. Quella chiesa depo s. Silvestro restò sotterrata, e circa l'anno 500. da s. Simmaco vi fu eretta sopra la presente, che dedicò a s. Silvestro Papa, e a s. Martino Vescovo di Tours. Adriano I. la riparò, e poi Sergio II. nelll'844. e s. Leone IV. successore la perfezionò. Concessa nel 1295. alli Carmelitani da Bonifacio VIII. poi s Pio V. la fece parocchia; ristaurata sempre e abellita da varj Cardinali Titolari, fra' quali s. Carlo Borromeo, che fece il soffitto, fu finalmente nell'anno 1650. ridotta allo stato presente dal P. Gio. Antonio Filippini, Generale de' Carmelitani, che v'impiegò l'eredità ricevuta da' suoi genitori e parenti; nella somma di 70. mila scudi.

Resta questa divisa in tre navate, sostenute da 24. colonne antiche; decorata da nobilissimi marmi, stucchi, e pitture, fra le quali sono celebri li paesi dipinti da Gaspare Pussino, colle figure di Niccolò suo fratello, che sono ne' muri delle navate laterali, due soli de' quali, presso l'altare di s. Maria Maddalena de' Pazzi, sono di Gio. Francesco Grimaldi Bolognese. Nella nave di mezzo le Prospettive furono fatte da Filippo Gagliard, che fu l'architetto della chiesa.

Per una scala si scende all'antica chiesa, eretta da s. Silvestro, rimasta ignota fino al ristauro del 1650. che rinvenuta cagionò una somma consolazione alla città di Roma; e vuotata dalle macerie, e ripurgata venne restituita alla primiera venerazione; è divisa anche essa in tre navi col pavimento di mosaico, e con una gran croce, dipinta a guisa di mosaico, in mezzo alla volta della navata principale. Nell'unico altare, eretto ne' tempi posteriori: si venera un'antica Madonna in mosaico; a cui piedi sta orando il Pontefice s. Silvestro. Vi si conserva ancora una sedia di pietra, che si crede servita a s. Silvestro medesimo.

CHIESA DI S. PRASSEDE.

Circa l'anno 162., sopra il sito medesimo in cui furono le Terme di Novato, nel Vico chiamato Latericius, s. Pio I. eresse una chiesa in nome di s. Prassede Vergine, e parente di Novato, che fu stabilita titolo Romano, e che servì di rifugio agli antichi fedeli in tempo di persecuzione. La santa che forniva ai loro bisogni l'occorrente, si occupava nel tempo medesimo di raccogliere i corpi de' Martiri che sepelliva, versando il loro sangue nel pozzo che sta nel mezzo.

S. Pasquale I. la fece rifabricare dopo l'anno 817. come si vede in oggi, a tre navale, divise da 16. colonne di granito, ed ornò la tribuna di mosaici, con la cappella de' Ss. Zenone e Valentino Martiri, i corpi de' quali riposano sotto l'altare, ornato da due colonne di alabastro. Si conserva in questa celebre cappella, una colonna di diaspro, alta quasi 3. palmi, che il card. Gio. Colonna circa l'anno 1223. trasportò da terra Santa, e che si tiene per quella, alla quale fu attaccato il Salvatore nel tempo della sua flagellazione.

L' altar maggiore è situato sopra un piano elevato, a cui si monta per alcuni gradini di rosso antico, e resta sotto di un baldacchino sostenuto da 4. colonne di porfido, sopra le quali, sono 4. Angeli fatti da Giuseppe Rusconi.

Nella navata minore vi è la Sagrestia, nella quale si conserva una Flagellazione di N. S. che si dice dipinta da Giulio Romano.

LE SETTE SALE.

Consistono in nove gran corridori paralleli, che formano una vasta conserva d'acqua per le Terme di Tito e di Trajano, che sono ben conservati. Furono così chiamati per la loro ingegnosa costruzione, mentre i loro vani, di comunicazione sono disposti in modo, che da ciascuno di essi se ne scoprono altri sei. La sua costruzione è solida ed in particolare l'intonaco, che è ricoperto di un tartaro, assai aderente, fino all'altezza che l'acqua arrivava. Questo edifizio è affatto isolato, ed è terminato in alto da un terrazzo, pavimentato di mosaico; Questi nove corridori con volte a tutto sesto, hanno circa 15 piedi di larghezza ciascuna, e sono divisi da muri grossi, piedi 4., e mezzo.

TERME DI TITO.

In questo sito, occupato da Nerone con vigne, prati, boschetti, e pascoli per ogni genere di armenti e di fiere, dopo averne incendiate le abitazioni de' particolari, l'Imperator Tito fece fabricare velocemente, queste Terme, a beneficio del publico. Vi furono in esse tutte le parti, che i Greci costumavano di avere nelle loro Palestre, e siccome la più nuova pe' Romani furono i Laconici, o stufe, e i bagni caldi, così da questi un tal genere di edifizio prese il nome di Thermae, cioè luoghi riscaldati. Marc'Agrippa e Nerone ne avevano costruite, prima di Tito, e le Neroniane erano le più stimate, ma essendo ora quasi distrutte intieramente poco può dirsi di esse.

Queste dette di Tito, benchè meno vaste delle Antoniano e delle Diocleziane rimasteci, sono state riconosciute per le migliori; consistevano in due piani; de' quali il superiore più non esiste essendo quasi intieramente distrutto, nulla resta del gran Salone, de' Calidarj, de' Tepidarj, de' Peristilj, dell'Esedre, de' Sisti, e degli Stadj, e di tutte le altre parti tanto de' varj esercizi ginnastici, che di divertimento, e di passeggio.

Il piano inferiore, che serviva per l'uso de' bagni, consiste in varj corridori, da' quali si entra nelle camere, che sono in numero grande, dipinte tutte ad arabeschi, con de' piccioli quadretti che hanno delle figurine graziosissime, ma deteriorate assai per l'ingiurie del tempo. Tanto le camere che i corridori sono costruite nel pendio del monte Esquilino e gli servono come di sostruzione per pareggiare il suolo dell'edifizio superiore: la direzione però de' muri interni sottoposti nulla ha di comune con quelli di sopra. Quindi sembra doversene ricavare che il solo fabbricato inferiore appartenga alle Terme di Tito, e che il superiore, ora quasi tutto distrutto formasse le Terme Trajane, sapendosi che il Pontefice Simmaco edificò la chiesa di s. Martino su queste Terme, presso la quale fu rinvenuta anche un'antica iscrizione spettante alle medesime. Tutti i marmi, che gli servivano di decorazione, sono stali tolti; ma si rileva benissimo, che l'interno era tutto decorato in una maniera eccellente, e nobile.

Queste camere, tutte ripiene e ricoperte di terra, restarono nascoste sino al Secolo XVI. nel principio del quale vi si trovarono alcune statue antiche, fra quali la celebre di Laocoonte, e si pretende che Raffaele abbia vedute queste pitture, e gli si dà la colpa di averle fatte ricoprir subito, perchè non si scoprisse, ch'egli ne aveva presa l'idea per le sue Logge del Vaticano; ma quel talento, quasi divino, non aveva bisogno di commettere questa viltà. Finalmente verso la fine del passato Secolo si resero penetrabili in parte, e in questi ultimi anni si sono scoperte intieramente, e sbarazzate in modo che si possono vedere tutte comodamente. Fu in questa circostanza che in un'antica stanza, ammessa alle Terme in direzione del fabricato inferiore si rinvenne un Oratorio Cristiano con altare e nicchia nella quale fu dipinta s. Felicita co' suoi 7. figli martiri col loro nome scritto doppiamente in carattere rosso e negro. Le mura dell'Oratorio erano state tutte coperte da pitture Cristiane, e vi fu fra queste un calendario, che aveva de' buchi tondi ne' quali ponevasi un perno per denotare materialmente il giorno, la settimana ed il mese dell'anno, tutto è attualmente perito. Tanto la nicchia che si vede ricavata in un muro di pessima costruzione fatto per chiudere i sotterranei delle terme quando non furono più in uso, quanto lo stile delle pitture fatte sull'intonaco secco tutto sgraffiato da iscrizioni di ogni sorte dimostrano il sito abbandonato prima dell'uso sagro, e ci assicurano che l'Oratorio è posteriore almeno al VI secolo, in tempi di desolazione di Roma e di abbandono. Questo Oratorio Cristiano è stato illustrato da vari letterati, e particolarmente dal ch. Sig. Ab. G. A. Guattani nelle sue Mernorie Enciclopediche dell'anno 1816. nel mese di Novembre.

AVANZI DEL FORO DI NERVA

DETTI VOLGARMENTE
TEMPIO DI PALLADE E LE COLONNACCIE.

Si chiama così dal volgo questo monumento, che è un avanzo del recinto del Foro, costruito da Domiziano; per dedicarla a Pallade, avendovi a tal effetto inalzato un magnifico tempio a questa Dea, sua protettrice; e perciò il Foro ebbe in principio il nome di Palladium. L'Imperator Nerva, dopo la morte di Domiziano, terminò il Foro, e dedicò il tempio, e fu detto Foro di Nerva, dedicato Foro, quod appellaltur Parvium, in quo aedes Minervae eminentior consurgit et Magnificentior: così Aurelio Vittore parlando di Nerva. Bisogna non aver alcuna idea de' tempj degli antichi, per credere che quest'edifizio sia un tempio, mentre la sua forma mostra chiaramente il suo uso di decorazione, che molto simiglia ad un arco trionfale; presentemente resta mezzo sotto terra, ed è quasi rovinato. Le due grosse colonne scannellate di ordine Corinto hanno di circonferenza piedi 9., e mezzo, il cornicione che sostengono è magnifico, di un lavoro esquisito ma troppo ricercato, come i bassirilievi nel fregio, rappresentanti le arti, che appartengono a Pallade; sopra dell'ordine vi è un Attico, che ha nel mezzo una figura della Dea in altorilievo.

Presso di queste due colonne esistettero fin al tempo di Paolo V. altre 10. colonne, maggiori benchè molto frammentate, le quali formarono la facciata e il pronao del gran tempio di Pallade, nel cui fregio si leggeva, assai guasta, l'iscrizione della dedica, che Nerva ne aveva fatta così.

imp. nerva caesar aug. pont. max.
trib. pot. II. cos. II. procos.

Ma quel Papa fece demolirlo intieramente per impiegarne i marmi nel Fontanone sul Giannicolo.

Fra questo tempio e le due colonne esistenti del recinto era l'arco di passaggio consimile al vicino de' Pantani, e da quest'arco e dal passaggio aveva tratto il Foro l'altro nome di Transitorio e di Pervio, oltre quelli di Foro Palladio, di Domiziano, e di Nerva. Nell'opera di Architettettura di Andrea Palladio è riportato in sei Tavole, il tempio, l'arco, ed il recinto del Foro in modo di averne in generale una idea completa.

Vi fu ancora in questo Foro un tempio di Giano Quadrifonte in cui fu trasportata la statua e la cerimonia di questo Nume che erano state nella porta Januale istituite dal Re Numa Pompilio, delle quali fa menzione Varrone e Domiziano gli eresse più magnifico, di quella che dovette distruggere per fornire l'arco di transito pel suo Foro, sopra la via frequentatissima di Roma, plurima qua medium Roma terebaliter. Secondo l'espressione di Marziale.

Accanto a questo Foro si trova il così detto.

ARCO DE' PANTANI

E GLI AVANZI DEL FORO DI AUGUSTO E DEL TEMPIO DI MARTE ULTORE.

La demolizione, fatta da Paolo V. dagli avanzi descritti, confuse gli antiquarj posteriori, che dettero il nome di Foro di Nerva a quest'arco, al gran muro, e alle adiacenti gigantesche colonne; e di due Fori e di due tempj diversi ne formarono uno solo. Prima però della demolizione erano stati distinti dagli Antiquarj i quali attribuivano questi avanzi al Foro di Trajano. Gli scavi recenti avendo dimostrato che non possono appartenergli e che il Foro di Nerva era l'altro demolito n'è risultato ad evidenza che il muro, l'arco ed il tempio sono di un terzo foro, cioè di quello di Augusto, perchè l'altro di Cesare fu vicino e quasi unito al Foro Romano. E siccome nel suo Foro da Augusto vi fu eretto un tempio magnifico e gigantesco dedicato a Marte Ultore, così chiaro è che le tre colonne Corintie, il pilastro, e quel poco di muro della cella hanno fatto parte di questo Tempio, e che il gran muro di pezzi di peperino che lo circonda formò il recinto del foro di Augusto. L'origine di tali scoperte novissime son dovute all'architetto sig. Saponieri, pensionato in Roma di S. M. il Re delle due Sicilie, che ne rilevò lo stile sublime, e la costruzione diversa da quello adiacente di Nerva.

Queste tre colonne sono di marmo Greco scannellate, hanno il diametro maggiore di 5 piedi e più di 50. di altezza, poggiano su di un basamento continuato ne' lati e nella parte anteriore aveva una gradinata di scalini. L'architrave forma un masso assai considerabile, ed il lacunare del portico è scolpito di fogliami e meandri di un lavoro eccellente pieno di sentimento e maestria, e serve di modello agli architetti. Questo Tempio di Marte Ultore servì ancora per adunarvi il Senato in occasione di guerre e di trionfi. Non ebbe però mai il nome di Basilica come ha pensato il Nardini nè di Curia come credette il Piranesi.

L'interno di questo tempio decorato con estrema magnificenza ebbe ne' capitelli invece di caulicoli angolari la parte anteriore di un cavallo alato, forse il Pegaso; e forse semplicemente come animale consagrato a Marte.

SEPOLCRO DI CAJO POBLICIO BIBULO.

Al principio di una piccola salita, detta di Marforio, anticamente Clivo Mamertino, e che porta al Campidoglio, si vede a mano sinistra il monumento sepolcrale di C. Poblicio Bibulo, Edile della Plebe, tutto di travertino, ornato da 4. pilastri, che reggono un bel cornicione; e sono particolari perchè diminuiscono nell'alto, come le colonne. Nel gran basamento in gran parte interrato vi si legge una delle più antiche iscrizioni, che dice

virtusque caussa senatus
consvlto popvliqve ivssv locvs
monvmento qvo ipse postreiqve
eivs inferrentur pvbblice datvs est.

La stessa iscrizione che in caratteri majuscoli scolpita nello stesso basamento, era ripetuta nella parte sinistra, dimostra che non fu semplice memoria del privilegio accordatogli, come pensava il Nardini, ma che quivi era il suo sepolcro, ed indica che questa fu la facciata principale avanti la quale passava il pomerio delle antiche mura di Servio, che lo distaccava da queste, e che non lungi dovette restare la Porta Ratumena, tanto più che incontro poco prima è altro monumento sepolcrale, onde una via nel mezzo loro resta indubitata, che partir doveva dalla prossima porta della città, e che hanno chiamata trionfale senz'alcun fondamento.

Questo C. Poblicio Bibulo forse fu quello Tribuno della Plebe Dell'anno 543. molto zelante de' suoi dritti e nemico giurato de' Patrizj, de' Consoli, e di tutti gli altri Generali del suo tempo, alla negligenza e incapacità de' quali egli attribuiva il lungo soggiorno di Annibale in Italia, e li progressi che egli vi aveva fatto. Da questo monumento, proseguendo il camino si va alla Piazza di s. Marco, ove si vede un busto colossale antico, di una Iside, che il volgo chiama di Madama Lucrezia; accanto è la

CHIESA DI S. MARCO.

Il Pontefice Romano s. Marco I. fondò questa Chiesa nell'anno 336. colla pietà di Costantino il Grande, e la dedicò a s. Marco Evangelista. Fu rinnovata da da Adriano I. e ristaurata da fondamenti da Gregorio IV. circa l'anno 833. che l'ornò di mosaici nella tribuna. Paolo II. nel 1468. la rifece, salva la tribuna, e vi aggiunse il portico, e il gran palazzo contiguo, con architettura di Giuliano da Majano; in ultimo il card. Quirini, Titolare; e poi Commendatario di questa Chiesa l'adornò e ridusse allo stato presente, e con architettura di Filippo Barigioni fece l'altar maggiore, sotto del quale si venerano i corpi di fan Marco I. e de' Ss. Abdon e Sennen Persiani, colle reliquie dell'Evangelista san Marco.

E' divisa in tre navate da 20. colonne intonacate di diaspro di Sicilia; co' pilastri di marmo bianco venato, che reggono le navate; e sopra le colonne vi sono pitture a fresco delle quali la prima a destra della porta è di Francesco Mola, la seconda di Francesco Allegrini, la terza di Gio. Angelo Canini e l'ultima di Guglielmo Cortese, quella incontro di Fabrizio Chiari, appresso dell'Allegrini, poi del Canini, e l'ultima del detto Guglielmo. Le Battaglie sopra le porticelle sono del P. Cosimo Gesuita, e gli altri freschi colle Sibille nelle lunette sono del Cav. Gagliardi.

Nella prima capella il Cristo risuscitato si crede del Palma: la Madonna è varj Santi nella seconda, di Luigi Gentile; l'adorazione de' Magi nella terza è una bell'opera di Carlo Maratta, la Pietà nella quarta del Gagliardi. La Cappella del Santissimo, architettura, di Pietro da Corlona, ha il s. Marco Papa di Pietro perugino, e le altre del Borgognone, che fece i laterali nella tribuna, e terminò il Santo Evangelista in mezzo, cominciato dal Romanelli. La Concezione presso la Sagrestia, e il s. Michele appresso sono del Mola, la s. Martina poi è graziosa pittura di Ciro Ferri, con un laterale, e l'altro è di Lazzaro Baldi: il santo Evangelista nell'ultima è del sud. Perugino, e tutti i freschi, di Carlo Maratta.

Annessa alla Chiesa è una Cappella dedicata alla Madonna, ove sono buone pitture; uscendo da questa nella piazza si trova il

PALAZZO BOLOGNETTI.

ORA TORLONIA.

Questo Palazzo, architettura di Carlo Fontana è divenuto uno de' più interessanti di Roma, tanto per l'ingrandimento che vi ha fatto il nuovo possessore Signor Duca di Bracciano, che per le varie Gallerie delle quali lo ha nobilitato, avendolo decorato di volte dipinte da' migliori autori viventi, Signori Cav. Camuccini e Landi, e professori Sig. del Frate, Pozzi, Palagi etc. Si ammira in questo palazzo il gruppo colossale dell'Ercole furioso celeberrima opera del Marchese Canova, posto in un gabinetto fattogli a bella posta, da una idea giusta della grandezza del di lui genio, che riproduce fra noi i capi d'opere degni de' più bei tempi della Grecia.

La superba collezione di quadri del medesimo Duca sarà disposta nell'appartamento nobile, ma non essendo ancora resa pubblica non può descriversi. Vi sarà ancora da vedere una gran quantità di statue e sculture antiche, con diversi mosaici, alcuni de' quali copiati dall'antico. Di quà si passa al

PALAZZO COLONNA.

Martino V. e poi gli altri Cardinali, e Principi, discendenti della famiglia Colonna costruirono questo palazzo, presso al Vico de' Scipioni e de' Cornelj nella falda del Quirinale, rivolta a Ponente, e quantunque l'esterno non offra decorazione di una bell'architettura, l'interno però è magnifico, per gli grandi appartamenti che contiene. La collezione de' quadri, che ornano questo Palazzo, è una delle più ricche e belle che siano in Roma.

Nella scala grande si trova la statua di un Re prigioniero, e nel ripiano una gran testa di Medusa, di bassorilievo in porfido, che fu creduta ritratto di Nerone.

Gli appartamenti contengono diverse file di camere, ornate dì quadri celebri. Nella prima camera si nota il Ratto di Europa, uno de' più belli coloriti dell'Albano; Caino e Abele, di Andrea Sacchi un villano che mangia de' fagioli, di Annibale Caracci, quadro di grand'espressione: un maestro di cembalo, del Tintoretto, una Madonna col bambino della seconda maniera di Raffaele, figura di una grazia singolare, e di un eccellente colorito, l'Angelo con Tobia, del Guercino: un s. Giovanni, di Guido: due ritratti di Tiziano: due Apostoli del Cuercino; una Leda, del Correggio; e un Cristo morto, del Cassano, il soffitto di questa stanza è dipinto dal Battoni eccetto il quadro in mezzo che è di mano di Benedetto Luti. Si passa all'altra camera, ornata tutta di paesi, fra' quali uno di Claudio, quattro di Mr. Orizonte, due di Gaspare Pussino, ed uno di Nicolò Pussino. Vi si nota un grand'Armadio, ornato da una prodigiosa quantità di bassirilievi di avorio, il maggiore de' quali nel mezzo rappresenta il Giudizio finale di Michelangelo; questo lavoro è quanto si può desiderare di più perfetto in tal genere. Incontro ve ne è un altro ornato da colonnette di ametista e di altre pietre preziose.

La Galleria per riguardo della sua grandezza, costruzione, e nobiltà di gusto, con cui è decorata, è la più magnifica di Roma, ha circa 208. piedi di lunghezza, e 25. di larghezza; nelle due estremità vi sono de' saloni, o portici divisi dalla galleria con un arcone per largo, sostenuto da colonne di giallo antico, e pilastri simili con trofei ed arme della Casa. La volta è ben dipinta, ha per soggetto la battaglia di Lepanto, nella quale Marc'Antonio Colonna, Confaloniere della Chiesa commandava le truppe da sbarco.

Il primo quadro a sinistra rappresenta s. Pietro, liberato dall'Angelo, del Lanfranco; Giuseppe con la moglie di Putifar, di Carlo Maratta; altro sopra dello stesso. La discesa al Limbo di Nostro Signore, quadro ripieno di figure sullo stile di Michelangelo, colorito da Marcello Venusti. Venere e Cupido di Andrea Sacchi; varie persone che dormono, di Niccolò Pussino; Dio Padre, che rimprovera Adamo ed Eva nel paradiso terrestre, di Domenichino. Il sagrifizio di Cesare, di Carlo Maratta; accanto il Martirio di una Santa, il Trionfo di David, del Guercino; Gesù Cristo con gli Apostoli e la Maddalena del Bassano. La bella statua antica di Diana. Una Maddalena del Lanfranco, un'altra di Annibale Caracci; due battaglie del Borgognone. Una s. Margherita, di Guido; un Ritratto, del Vandyc: un Ecce Homo, dell'Albano. Varj ritratti di Tiziano, del Tintoretto, e del Rubens: una Sagra Famiglia, di Andrea del Sarto; s. Giovanni che predica nel deserto. di Salvator Rosa, un altro s. Giovanni, dello stesso. Un s. Sebastiano, di Guido: Agar con Ismaele, del Mola; e del medesimo il servo di Abramo, che offre de' regali a Rebecca. Due Ritratti di Religiosi del Tintoretto; un s. Francesco del Muziano; un altro, di Guido; nel mezzo è un gran quadro di Carlo Maratta; quattro ritratti nello stesso quadro del Giorgione. Un'Assunta del Rubens. Si veggono ancora in questa Galleria una quantità di statue, e di busti antichi, con molti ristauri. Da questa Galleria si passa in un gran Giardino, ove fu già il così detto,

TEMPIO DEL SOLE.

In un gran Giardino, formato da varj terrazzi, che si estendono da Ponente a Levante, nell'estremità verso Settentrione si vedono gli avanzi informi di un'antica fabrica che si crede aver fatto parte delle Terme di Costantino, e qui nell'altura in un boschetto di abeti, lauri, ed altri alberi, sempre verdi, vi sono alcuni pezzi di marmo di una grossezza prodigiosa, ne' quali si scorgono vari ornati di ordine Corinti, così ben lavorati, che fanno dubitare molto che possano appartenere, come si dice, al Tempio eretto al Sole da Aureliano, dopo di aver vinto la celebre Zenobia, Regina de' Palmireni, come volgarmente si è creduto. Altri gli hanno dato il nome di frontespizio di Nerone, ma non vi è dato per poterne accertare la vera denominazione.

Si torna poi in un altro appartamento pieno di belli quadri, parimente della Casa Colonna, fra' quali si vede nella Cappella uno dipinto in alabastro orientale, rappresentante la Madonna col Bambino, creduto di Carlo Maratta, e da altri di Stefano Pozzi. Due quadri, l'uno rappresetentante san Giuseppe da Copertino, l'altro il miracolo del sangue dipinto da Placido Costanzi. Quattro quadri del cav. Conca; varj paesi di Gaspare Pussino: un san Francesco del Muziano; altro del Baciccio; Dalida e Sansone, del Baglioni: e i sopraporti di Luca Giordano.

Nell'altra camera gli Arazzi vengono dagli originali del Le Brun; e i sovraporti sono del Trevisani.

Entrando nella terza a mano destra i due gran quadri sono del Subleyras; e sotto del Lucatelli, che fece ancora i sopraporti: un sant'Andrea di Paolo Brilli; due Battaglie del Manglard: due Marine del Bacher.

Il Cristo morto, nella quarta camera, è del Romanelli; i dodici Apostoli, sono del Muratori: varj paesi in ovato, di Mr. Orizonte; le piccole marine, del Tempesta; l'Istoria del guerriero, del Solimene; un giovane, di Guido; una colonna, di rosso antico, fatta a spira, e con sculture del 1500. Il ritratto di Beatrice Cenci, fatto da Guido, quadro, che eccita l'attenzione di tutti i forestieri.

In un appartamento superiore, vi sono varie Bambocciate, del Lucatelli: un s. Pietro, di Guido: quattro ritratti, assai stimati, del Tintoretto; diversi paesi di Gaspare Pussino.

Nella camera accanto, una gran quantità di quadretti di paesi, e vedute, delLucatelli, Vanvitelli, Studio, Enrico Spagnolo, Stendard, e Salvator Rosa.

In quella da letto, è la Maddalena di Guido, il Martirio di s. Pietro, di Tiziano; una Sagra Famiglia, di Pompeo Battoni, due Madonne, del Sassoferraio; una Sagra Famiglia, di Andrea del Sarto, ed alcuni quadretti del Masucci, di Ciro Ferri, ed altri.

Nell'altra camera accanto; vi sono molli quadretti, di Gaspare Pussino, del Lucatelli, Vanvitelli, di Giovanni Miele, ed altri mediocri pittori. Annessa a questo Palazzo è la

CHIESA DE' SS. DODICI APOSTOLI.

Questa chiesa, che dà il nome alla piazza,; si disse fondata da Costantino Magno, ma nelle lettere di Adriano I. a Carlo Magno si dice principiata da Pelagio I. e terminata dal successore Giovanni III. Fu riedificata da' fondamenti da Martino V. e conceduta da Pio II. alli Padri Conventuali, Sisto IV. di quest'ordine vi fece la tribuna e Giulio II. suo nipote oltre de' miglioramenti vi aggiunse il portico esteriore, essendo ancora cardinale. Sisto V. dello stesso Ordine ingrandì l'annesso Convento, e gli accordò molti privilegi; finalmente, minacciando rovina sotto il Pontificato di Clemente XI., fu rinnovato tutto l'interno con disegno di Francesco Fontana, ed il Pontefice stesso gettò la prima pietra.

Entrando nel portico si trova a destra antica in bassorilievo, entro una corona di quercia, di bella forma. Incontro la figura sedente dell'amicizia, che piange la morte di Volpato, è un bassorilievo pieno di espressione opera del Marchese Canova.

L'interno della chiesa è a tre navi: quella in mezzo è di una bella proporzione, lunga piedi 260. larga 50., ornata da pilastri Corintj, grandiosi, e che reggono una volta, in mezzo alla quale il Baciccio ha colorito il trionfo della Religione di s. Francesco. Nella volta della tribuna vi è dipinta la caduta degli Angeli ribelli, cacciati dal Paradiso, di Gio. Odazzi.

Il quadro dell'altar maggiore, sotto il quale riposano i corpi de' Ss. Apostoli Filippo e Giacomo, è pittura di Domenico Muratori. Il quadro della prima cappella a destra tutta ornata di marmi, è di Nicola la Piccola; la Concezione nella seguente, di Corrado Giaquinto; la terza riccamente ornata da belle colonne di diaspro orientale, ha un s. Antonio di Padova, di Benedetto Luti. La cappella incontro nella navata a sinistra ha un s. Francesco di Giuseppe Chiari; nella seconda il s. Giuseppe da Copertino è pittura di Giuseppe Cades, due colonne scannellate di verde antico e contropilastri di giallo la rendono bella e maestosa. Nell'ultima cappella ove era il Cristo morto, di Girolamo Sicciolante da Sermoneta, fatto con disegno di Pierino del Vaga suo maestro, vi è una Deposizione di Croce fatta dal signor Francesco Manno.

Sopra la porta della sagrestia si è fatto il Deposito di Clemente XIV. dal celebre signor Marchese Canova nella sua gioventù, che vi espresse il Papa in sedia pontificale, colle figure della Temperanza e dall'Innocenza nel basso. Questo lavoro dava di questo gran maestro, quell'idee, che in seguito si sono così bene verificate. Incontro a questa chiesa si presenta il

PALAZZO ODESCALCHI.

Questo appartenne già al Principe Ghigi, e fu eretto con disegno di Carlo Maderno, ma ne adornò la facciata il cav. Bernino a' tempi di Alessandro VII. Passato al Duca di Bracciano Odescalchi, lo fece dilatare con disegni di Nicola Salvi e Luigi Vanvitelli. Vi sono nel portico alcune statue antiche Imperiali di Massimino, di Claudio, di Cerere, e di Apollo, ed altre, come anche salendo le scale si potranno osservare varj pezzi antichi, che le adornano. Da questo si passa alla

CHIESA DI S. MARCELLO.

Nella Via Lata presso al tempio d'Iside Exorata aveva la sua casa s. Lucina vedova in cui vi ricettò s. Marcello Papa. Fu questa casa convertita in chiesa e dedicata dallo stesso Pontefice nel 305. Ciò scopertosi dal tiranno Massenzio fece profanare la chiesa e convenirla in stalla al servizio della quale condannò lo stesso s. Marcello che vi morì di patimenti. Ottenuta la pace della cristianità vi fu riedificata una chiesa e dedicata al medesimo Santo, e si trova titolo Cardinalizio sotto de' Papi s. Simmaco e s. Gregorio nel V. è VI. secolo. Fu collegiata fino all'anno 1375. in cui venne concessa da Gregorio XI. ai PP. Serviti, istituiti dai 7. Beati e da s. Filippo Benizj nel1285. Rovinata; nel 2. Maggio 1519. accumulate molte elemosine e coll'aiuto del Vescovo di Rimini Ascanio Parisani fu rifatta col disegno di Giacomo Sansovino colla facciata verso la via del corto ch'era prima nella parte opposta. Nel 1597. da' signori Vitelli fu fatto di nuovo l'altar maggiore, ornata di pitture e di stucchi dorati la volta, col soffitto dorato in tutta la chiesa, e finalmente da Monsignor Cataldi Boncompagni fu fatta la facciata di travertini col disegno del cav. Fontana. Desine mirari.

Vi sono nella terza Cappella, a destra di chi entra, pitture a fresco di Gio. Battista da Novara e nella facciata principale di Cecchin Salviati. In quell'appresso del santissimo Crocifisso la creazione della donna è di Pierin del Vaga e gli Evangelisti, che terminò col restante Daniele da Volterra in compagnia di Pellegrino da Modena. Le pitture dell'altar maggiore sono dello stesso Gio. Battista da Novara. La Cappella Frangipani ha la conversione di s. Paolo di Federico Zuccheri, col rimanente dipinto da Taddeo suo fratello. Delle 6. teste scolpite in marmo 3. sono dell'Algardi e 3. più antiche. La crocifissione sopra la gran porta è di Gio. Battista da Novara.

Dalla parte incontro nel corso è la

CHIESA DI SANTA MARIA IN VIA LATA.

Qui dove si crede aver abitato s. Pietro, s. Paolo, e s. Luca, ed esser servita d'Oratorio a s. Marziale, si dice eretta da Costantino una chiesa, consagrata da san Silvestro; rifatta da s. Sergio I. nel 700., e ristaurata da Innocenzo VIII, nel 1485. In seguito nel 1639. la Famiglia d'Aste fece l'altar maggiore, e il cardinal Benedetto Pamfilj ornò la chiesa e Alessandro VII. nel 1662. fece erigere la facciata da Pietro da Cortona. Si scende ad un sotterraneo che si dice la dimora di s. Paolo, e di s. Luca.

Il gran Palazzo incontro ove fu gia l'Accademia di Francia, appartenuto prima a' signori Mancini, poi ai Duchi di Nivernois, è architettura bizzarra del cav. Rainaldi fu questo Palazzo ceduto alla Toscana in cambio colla villa Medici. Quello accanto alla chiesa è il

PALAZZO DORIA PAMFILJ.

Uno de' più grandi Palazzi e l'abitazione la più vasta di Roma è il Palazzo Pamfilj, ora di casa Doria: fu fabricato in due volle e con due prospetti, l'uno sopra la piazza del Collegio Romano, architettura del Bernino o del Borromino, o secondo altri, di Pietro da Cortona, forse perchè da tutti vi fu operato; l'altro prospetto verso il corso più moderno, e carico di ornati è bizzarro disegno del Valvasori. Nel primo si commenda una volta piana, retta da otto colonne di granito, che copre uno Spazioso vestibolo; nel secondo una Galleria, che ha quattro sale, disposte intorno ad un gran cortile quadrato, che comunicano le une dentro le altre. Ambedue poi hanno appartamenti grandi, ricchi, e ben distribuiti.

In questo Palazzo vi è una quantità prodigiosa di belle pitture de' migliori pennelli, e ben conservate. Nella prima anticamera si veggono diversi paesi dipinti a tempra da Gaspare Pussino, e da Ciccio Napolitano.

Si trova nella seconda, una gran quantità di paesi dipinti dallo stesso Pussino, colle figure del Castiglione: fra' quali è mirabile il Ponte Lucano sulla strada di Tivoli; dello stesso Castiglione sono i due quadri di animali nell'alto. I quattro che sono sopra i tavolinetti hanno le figure dipinte da Niccolò Pussino.

Entrando nella terza, a mano destra la burrasca di mare è del Tempesta; molti quadri, del Bassano La Madonna col Bambino Gesù, di Gian Bellino; un quadro con Ninfe ed Amori, dell'Albano; la Conversione di san Paolo, del Zuccari; due paesi di Paolo Brilli colle figure del Bassano; un bellissimo paese grande, di Gaspare Pussino; due paesi del Both; un turco a cavallo del Castiglioni; un paese rappresentante l'Inverno, del Monseron; il Diluvio di Giovanni Bonatti; quello sotto, del cav. Guerini; due Sagre Famiglie una di Andrea del Sarto, l'altra di Scipion Gaetani.

Nella quarta camera, a mano destra entrando, il Sagrifizio d'Isacco, del Castiglione; un riratto di donna, del Rubens: Agar ed Ismaele, abbandonato moribondo, e l'Angelo che viene a incontrarla, del Caravaggio; un ritratto di donna, di Vandyck; un altro ritratto di Tiziano. Un Narciso che si specchia nell'acqua, di Guido Cagnacci; un ritratto di donna, del Vandyck; accanto di Scipione Caetani; Endimione che dorme, scuola del Rubens; una Carità Romana, di Simone da Pesaro. Un Cristo morto, appoggiato sopra le ginocchia della Madonna, di Annibale Caracci; la Deposizione dalla Croce, di Giorgio Vasari. Due ritratti, rappresentanti Bartolo e Baldo, di Raffaele; Caino nell'atto di uccidere il suo fratello Abele, di Salvator Rosa. Un Cristo colla Veronica, di Andrea Mantegna; un ritratto di Tiziano; Dedalo che attacca le ali ad Icaro, di Andrea Sacchi; un quadro grande rappresentante la Madonna ed il Bambino Gesù, del Mola; un Cristo morto con più figure, di Paolo Veronese; la favorita di Tiziano; fatta da lui stesso; Macchiavello, del Bronzino; Endimione che dorme, del Guercino.

La quinta camera, a destra ha un paese, del Valvelt; in alto la Regina Semiramide di Paolo Veronese: un quadro grande rappresentante il tributo dovuto a Cesare, del cav. Calabrese: due ritratti dell'Olbens e della sua moglie, dipinti da lui medesimo: quattro teste, di Rembrandt: una Madonna, di Carlo Cignani; due ritratti della scuola del Vandyck: nel mezzo un ritratto del Pordenone: quattro piccole marine Fiaminghe; e in alto un dipinto, del Conca.

Nella sesta camera, diversi s. Girolami, del Palma il vecchio, e del Palma il giovane; una Carità Romana, di Mr. Valentin; una Galatei del Lanfranco; Giove e Giunone, di Guido Cagnacci; una Madonna, di Andrea Sacchi: quattro quadri Fiaminghi una Cuciniera, di Carlo Veneziano: Icaro e Dedalo, dell'Albano; e sopra una Bersabea del Bronchest: accanto un bel Bassano, e sopra un Passignani.

Entrando nella Galleria, viene a sinistra un gran quadro rappresentante la Visitazione di s. Elisabetta, del Garofalo; una mezza figura di Maddalena, del Guercino, due quadretti, del Romanelli; una Madonna in contemplazione, del Sassoferrato, due battaglie del Borgognone: tre paesetti di Domenichino: in alto una Maddalena, di Tiziano; un ritratto di un Padre Reverendo, ch'era il confessore del Rubens; dipinto da lui; un paese di Claudio Lorenese. La Madonna col Bambino che dormono, vi si vede un Angelo che indietro suona il violino e s. Giuseppe che lo riguarda e l'ascolta con attenzione tenendo in mano una carta di musica, composizione capricciosa e di un buon colorito, del Caravaggio, sei lunette, i paesi delle quali sono bellissimi; colle figure, di un palmo di Annibale Caracci, s. Giovanni Battista, di M. Valentin; la Cena, del Cigoli; uno sposalizio, del Vandimburg, un gruppo di putti, che si battono, del Gessi: Erminia che si abbatte in Tancredi ferito, del Guercin, s. Rocco con il suo cane al fianco, quadre, del Caravaggio; un paese che fu compagno all'altro quadro di gran merito, di Claudio Lorenese; uno schizzo, del Correggio; una s. Famiglia, di Andrea del Sarto: un s. Giovanni, del Guercino: il Paradiso terrestre con una gran quantità di animali di ogni specie, dipinto con gran diligenza dal Brengel.

Siegue una gran Galleria ornata tutta da specchj di Venezia e da quadretti in marmo di alabastro a pecorella: di là si passa in quattro camere, ornate di quadri, che sono la massima parte paesi di Mr. Orizonte, Lucatelli, Vanvitelli, Pussino, e Salvator Rosa. Uno grande, rappresentante un concerto del cav. Calabrese i molti ritratti di Tiziano, diversi quadretti Fiaminghi del Voverman, Breugel ed altri, due di Gherardo delle notti; e Erminia col pastore del Romanelli.

Riprendendo l'ala della Galleria; la Maddalena in alto, del Morillo; sotto, della stuoia di Michelangelo; un paese di Claudio, la strade degl'Innocenti, di Gian Bonatti; un piccolo s. Giovanni, dello Schidone; una Maddalena, del Feti; Giunone colla testa di Argo, di Carlo Venanzi; un paese, di Claudio; il Figliuol Prodigo ricevuto dal suo padre, del Guercino; s. Agnese sul rogo, e un s. Giovanni Battista, dello stesso; due paesini di Claudio: e nel mezzo un paesino colla Maddalena, di Annibale Caracci: un ritratto di Papa Pamfilj, di Diego Velasquez; una Madonna che adora il bambino Gesù che dorme, di Guido Reni: il Dio Pan, che insegna a suonare le tibie ad Apollo, di Ludovico Caracci: due quadretti, del Parmigianino, l'uno rappresentante la Madonna col bambino Gesù; l'altro l'Adorazione de' Pastori nell'istante della nascita; una Marina, di Claudio; una Giuditta della scuola fiorentina; una Battaglia del Borgognone; una s. Famiglia del Sassoferrato; un Paese, del Both: li quattro Avari, di Alberto Duro; un quadro grande, rappresentante la Madonna, il Bambino Gesù, un s. Giovannino con altre figure del Garofolo. Una testa del Salvatore di Annibale Caracci: una santa Famiglia di Raffaele; la Fornarina, di Giulio Romano: la Dea Pomona, dì Paolo Veronese; la Regina Semiramide, dello stesso: un quadro con diversi Santi, di Fra Bartolomeo di s. Marco, due Paesetti, di Domenichino; la casta Susanna, di Annibale Caracci: diversi quadri con animali e figure, del Breugel: l'Angelo che desta san Pietro, del Lanfranco: un putto, che scherza con un montone; del Caravaggio: il Sagrifizio d'Isacco, di Tiziano: due teste, dello Schidone: e le altre di Andrea Sacchi, due quadretti, di Michelangelo; una copia delle Nozze Aldobrandine, del Pussino: s. Pietro e Simon Mago, del Tiarino: un Festino o Sposalizio di un Villaggio, del Tenjers, un altro quadretto, dello stesso: una Maddalena del Caravaggio: una donna che cerca le cimici, e le getta in una concolina di Gherardo delle Notti: un Cristo morto del Padovanino: la Regina Giovanna di Aragona, di Leonardo da Vinci, una testa, del Rubens: tre ritratti, di Tiziano: un quadrello, del Luca d'Olanda 3. e un san Girolamo, dello Spagnoletto.

Tornando indietro dieci passi si entra in un piccolo Gabinetto, dipinto da Stefano Pozzi, in cui sono molti quadri di Roma di Tivoli; un gran Paese del Brilli, uno del Pussino, e un altro fiammingo.

TEMPIO DI M. AURELIO ANTONINO.

Questo bel monumento antico merita l'attenzione degli Amatori delle Antichità, e delle Belle Arti. Consiste in 11. colonne di marmo scannellate, di ordine Corintio, che molto hanno sofferto dal fuoco, e dal tempo, il centro di esse non è a piombo ma inclina verso l'interno, posizione favorevole alla resistenza contro la spinta della volta; ed alla figura dell'insieme generale del prospetto del tempio, secondo Vitruvio. L'architrave ed il fregio, che si sono conservati, corrispondono bene alla grandezza della colonna che ha 39. piedi e 6. pollici di altezza e 4. e 2. pollici di diametro, la cornice vi e stata supplita modernamente, ma non secondo l'antica forma, della quale resta un frammento incastrato nel muro sotto al portico, che dalla piazza di Campidoglio porta al monte Caprino. Vi si vede nell'interno un'altro cornicione minore, tutto rovinato, e sopra un avanzo di volta di materiale, con cassettoni. Formano queste colonne sicuramente una parte di un portico laterale di un tempio magnifico; e siccome si trova registrato nel Regionario Vittore, unitamente alla colonna Coclide un Tempio di Antonino, cioè di Marc'Aurelio, così è facile di riconoscerlo in questo monumento; tempio da non confondersi con quello di Antonino PIO, che l'ebbe comune con Faustina nella Via Sacra; e ciò combina con un marmo trovatogli appresso, in cui sì faceva menzione, come riferisce il Marliano, di un tempio di Antonino; del quale parla anche Giulio Capitolino .. unde etiam templum ei (M. Ant. Philespho) constitutum, dati Sacerdotes Antoniani etc.

Tutte le altre denominazioni date a questo avanzo: cioè, di Basilica di Antonino, Tempio di Marte, Tempio o Portico di Nettuno, e degli Argonauti, e finalmente Tempio di Antonino PIO, sono arbitrarie. Fu ridotto a Dogana nel 1695. per ordine d'Innocenzo XII. dal cavalier Francesco Fontana. Di qui dirigendosi al corso si trova la piazza che prende il nome dal

PALAZZO SCIARRA.

Questo Palazzo di cui Flaminio Ponzio fu l'architetto, è celebre sopratutto per l'eleganza del suo portone, costruito di travertino, fatto con disegno di Antonio Tabacco: appartiene presentemente alla Famiglia Sciarra, che ne ha arricchito l'appartamento con una superba Collezione di quadri.

Entrando nella prima Camera si vede la Decollazione di s. Gio. Battista, di Mr. Valentin; Roma trionfante, dello stesso, e una copia della Trasfigurazione di Raffaele, fatta da Carlo Napolitano.

L'altra camera, contiene una Sagra Famiglia, dell Franci: Noè nella sua ebriezza, di Andrei Sacchi. Una Sagra Famiglia, di Andrea del Sarto, due paeselli Fiamminghi: un piccolo Teniers: quattro soprapporti del Bassano; una donna che allatta, un bambino, sotto il nome di Carità, di Elisabelta Sirani: una Lucrezia del Lanfranco: due di Benvenuto Garofolo, l'uno rappresentante Claudia Vestale, che tira una nave, l'altro una caccia: un Cristo Morto, di scuola Fiaminga: Sansone nel cenacolo, del Guercino: un Mosè, della maniera forte di Guido: una Madonna, dell'Albano: li tre tempi, di Mr. Bovet; e la Madonna col Bambino e altri Santi, di Alberto Duro.

Nell'ultima camera, un paese con figure, dello Schidone: un bel ritratto dipinto da Raffaele; la Decollazione di s. Gio. Battista, del Giorgione: i due Evangelisti s. Gio. e s. Luca, del Guercino. La Vergine, di Fra Bartolomeo della Porta: i due Amanti nel bosco, di Agostino Caracci: la Vanità e la Modestia di Leonardo da Vinci. Un quadro rappresentante un giovane, che perde il suo denaro con due barri co' quali giuoca, pittura cognita sotto il nome de' Giuocatori di Michelangelo da Caravaggio: la Maddalena di Guido più grande del vero; due paeselli del Breugel: due altri dell'Albano: s. Giacomo, del Guercino, un ritratto di donna, del bronzino: il Martirio di s. Erasmo, di Nicolò Pussino: due paesini, di Claudio Lorenese: un s. Francesco di Tiziano: un Ritratto, del medesimo: s. Girolamo, del Guercino; la Madonna, di Alberto Duro; e la Maddalena, detta della radice di Guido.

Qui vicina nella parte meridionale del alazzo Conti si vede la magnifica

FONTANA DI TREVI.

Questa viene formata da una porzione dell'acqua Vergine, ch'è la migliore e più gradita che si beva in Roma: ha la sua sorgente otto miglia distante dalla città, fra la strada di Tivoli e quella di Palestrina nella tenuta di Salone. Marco Agrippa, genero di Augusto la introdusse nel 735. di Roma il giorno 9. Di Giugno per mezzo di un aquedotto di 14. Miglia, ch'entra nella città vicino a muro torto, e viene in basso sotto la Trinità de' monti, ove si divide in due rami per portar l'acqua, uno lungo la strada Condotti, l'altra alla Fontana, detta di Trevi dal triplice sbocco che aveva l'antica, costruita da Nicolo V. nel 1453.

Questa Fontana che prima era molto semplice fu decorata da Clemente XII. Nel 1735. del grand'edifizio, che vi si vede, disegno di Nicola Salvi, composto da tre corpi di fabrica, e da un basamento che posa sopra un masso di scoglj, dal quale l'acqua sbocca per cadere in una gran vasca, intorno ha un marciapiede sotto al livello della strada 6. In 7. Scalini, chiuso da un recinto e da una barriera che occupa quasi tutta la piazza. Il corpo in mezzo, che si avanza più de' laterali, rappresenta un arco trionfale, decorato da 4. Colonne, da bassirilievi e da statue: nel nicchione di mezzo, ornato da 4. Colonne Joniche vi è una statua colossale di Nettuno in piedi sopra una

Fontana dell'Acqua Vergine.


conca, tirata da cavalli marini, guidati da Tritoni. Questo gruppo di sculture, eseguito in marmo da Pietro Bracci, poggia in mezzo allo scoglio, e ne occupa quasi due terzi. Nelle nicchie laterali sono le statue in marmo della Salubrità e dell'Ubertà di Filippo Valle, e sopra due bassirilievi di Andrea Bergondi, e Giovanni Grossi ne' quali ci rappresenta Agrippa che ordina la costruzione dell'aquedotto, e quella Vergine, che insegna le sorgenti ai Soldati assetati e dalla quale prese l'acqua il suo nome. Sopra del cornicione si vedono quattro statue, a piombo delle 4. colonne, che possono riferirsi alle 4. Stagioni, e più indietro un Attico che ha nel mezzo la grand'iscrizione, e che termina coll'arma gentilizia di quel gran Pontefice sostenuta da due fame.

I due corpi laterali sono ornati da pilastri Corintj, fra quali sono due ordini di finestre. Rincresce che una Fontana cotanto magnifica non sia situata sopra di una gnn piazza, della quale farebbe il più bell'ornamento.

In questa piazza è situata la Chiesa dei Santi Vincenzo ed Anastasio, che nel 1600. fu adornata di una vaga facciata di travertino, con doppio ordine di colonne Corintie e Composite del card. Giulio Mazzarini, con disegno di Martino Longhi il giovine, si crede che quelle teste che si vedono nella facciata sieno ritratti delle di lui nipoti si celebri per la loro bellezza

Nella piazzetta prossima a destra della fontana si trova la

CHIESA DI S. MARIA IN TRIVIO DE' CROCIFERI.

Molto antica è questa Chiesa fondata da Belisario, in penitenza di aver eseguito il comando dell'Imperatrice di deporre dal Pontificato Papa Silverio nel 537. ed allora dicevasi in Fornica. Esiste ancora una lapide affissa al muro laterale al di fuori sulla via, che servì forse per architrave dell'antica porta della chiesa con questa iscrizione.

Hanc vir patricius Filisarius Urbis amicus
  Ob culpe veniam condidit Ecclesiam
Hanc hic circo pedem sacram qui ponis in edem
  Sepe precare Deum ut miseretur eum.
Janua hec est templi Domino defensa potenti.

Nel 1537. fu concessa da Gregorio XIII. ai PP. Crociferi, e questi soppressi da Innocenzo X fu data alli Padri Ministri degl'Infermi, che vi stabilirono il Noviziato, e ristaurarono vagamente la Chiesa, con architettura di Giacomo del Duca sotto il Pontificato di Alessandro VII. Meritano di osservarsi nella medesima le istorie della Madonna dipinte nella volta dal Gherardi di Rieti.

Passata la piazza, ove è il Palazzo già de' Conti, Duchi di Poli, continuando alla destra si trava quello de' Signori del Bufalo ove nel giardino si vedono due superbi chiaroscuri di Polidoro da Caravaggio, rappresentanti Andromeda liberata da Perseo, ed il loro sposalizio: opere eccellenti di quel gran maestro.

Quindi nel contiguo Palazzo Collozj si può scendere a vedere l'antica iscrizione, scolpita a lettere cubitali sopra l'arco del condotto dell'acqua Vergine, ristaurato da Claudio, ed in parte fatto di nuovo, dopo la stolta demolizione di Caligola, che è di questo tenore Ti. Claudius Drusi F. Aug. German. Pont. Max. Tribunic. Potest. V. Imp. IX. P. P. Cos. Desig. III. Arcus. ductus Aquae Virginis disturbatos per C. Caesarem a fundamentis nocos fecit ac restituit.

CHIESA DI SAN ANDREA DELLE FRATTE.

Leone XI. nel 1600. cominciò la riedificazione di questi Chiesa, proseguita da Ottavio del Bufalo, che nel 1612. lasciò buone somme di denaro per compirla; è disegno del Guerra, a riserva della, cupola, e campanile, che sono del Borromino.

In essa merita di essere veduta la cappella della crociata a destra di s. Francesco di Paola, tutta abbellila di marmi, stucchi e meiali dorati, e da due belli Angeli di marmo, graziose sculture del Bernino. Questa chiesa e uffiziata dai BR. PP. Minimi Calabresi.

Viene in sequito il gran

COLLEGIO DI PROPAGANDA FIDE.

Questo gran Collegio fu fondato da Gregorio XV. nel 1622. e dopo fu aumentato e dotato da Urbano VIII. che fece rinuovare la frbrica col disegno del cav. Bernini, finalmente Alessandro VII. fece costruire la facciata laterale, e la chiesa dentro il Collegio col disegno del Borromino. Questo è destinato all'educazione de' giovani ecclesiastici, che s'impiegano a portare la fede Cattolica presso gl'infedeli dell'Africa e dell'Asia, e perciò si chiama Collegio di Propaganda. Vi si mantengono studenti di ogni nazione, vi s'insegna Filosofia, Teologia, e le lingue straniere ed orientali.

Fu corredata di una buona biblioteca, e di una stamperia in cui sono da osservarsi i caratteri forestieri, che vi si trovano fino al numero di 40. specie. Una Congregazione di cardinali è deputata per la direzione di questo Collegio.

Non lungi di qui a mano manca si va al

PALAZZO DEL PRINCIPE DI CANINO GIÀ NUNEZ.

Nel mezzo della Via Condotti fu fabricato questo Palazzo, col disegno di Antonio de Rossi; che è stato decorato nell'interno recentemente dal Principe con una superba Collezione di quadri. Entrandosi nella prima camera si trova un quadro di Guido, rappresentante un Narciso, che si specchia nell'acqua: un ritratto del Vandyck; un altro ritratto di una giovinetta, di Carlo Moor Fiamingo; una testa, di s. Girolamo, di Agostino Caracci; un Baccanale del cav. d'Arpino; e l'innocenza, del Caravaggio.

Nella seconda camera, la strage degl'Innocenti, celebre quadro del Pussino, in cui si vede una madre, che tenta di riparare colle mani un colpo del manigoldo che schiaccia sotto de' piedi il figliuolo; ed altre madri infelici, che mostrano la loro disperazione per la perdita de' teneri pargoletti, l'espressioni delle quali sono ammirabili; questa è una delle opere più stimate di quel gran maestro, e che fu incisa dalli signori Folo, e Bettelini. Una Venere; di Alessandro Alloti, di bella composizione, di un colore vigoroso, e piena di grazia. Una santa Cecilia, di Guido.

La terza camera, contiene un ritratto di Raffaele, fatto da lui medesimo; la Madonna, chiamata de' candelabri, quadro di Raffaele: nulla di più bello delle teste, delle quali quella del Bambino è graziosa e geniale, l'altra della Vergine bella e maestosa. Un Cristo spirante, del Bonarroti; Diogene che cerca un uomo, del Vanmol; la Vanità e la Modestia, di Leonardo da Vinci, di un colorito superbo; il ritratto della moglie del Rubens, dipinto da lui medesimo; il ritratto del Rubens, dipinto dal Vandyck; un ritratto di Francesco I. d'Holbein; la Maga nella sua grotta, di David Teniers; Diana ed Atteone, di Tiziano; e un bassorilievo col ratto di Ganimede, del Bonarroti.

E' decorata la quarta camera da varie sculture antiche, e sono: una statua d'Igia; un'Antonia, madre di Germanico, trovata al Tusculo; la statua della Pudicizia; un Apollo in bronzo, cavato dal Tuscolo, da dove provengono ancora i quattro busti, fra' quali quelli di Germanico, e di Perseo.

Nella camera seguente, il cieco nato, guarito da Gesù Cristo, di Ludovico Caracci; la Cananea di Annibale Caracci. Il figlio della vedova di Naim, risuscitato da Gesù Cristo, di Agostino Caracci: li santi di Fano, di Domenichino; Cristo davanti Pilato, di Gherardo delle Notti.

La sesta ha una statua antica di Tiberio, e le due Rutilie della famiglia Cornelia.

Nella settima vi è una bocca di pozzo, con il trionfo di Bacco e di Arianna, in bassorilievo. Una Venere, opera del signor Marchese Canova, e un vaso di marmo, di Donatello, rappresentante le fatiche di Ercole.

La Sala del teatro contiene il celebre bassorilievo dell'educazione di Giove; la camera del baldacchino il ritratto di N. S. Papa Pio VII. dipinto dal cav. Wicar; e finalmente nulla Cappella vi è un fresco di Giulio Romano, che rappresenta santa Maria Maddalena.

PIAZZA DI SPAGNA.

Si è preteso da alcuni, che in questo sito sia stata la Naumachia di Domiziano, che altri pongono presso la chiesa di s. Silvestro in Capite, ma nulla vi è di sicuro per tali opinioni; trovandosi anzi che la Naumachia dopo la morte di Domiziano venne distrutta.

Questa Piazza una delle più spaziose di Roma, è circondata da comode locande, a motivo delle quali è la più frequentata da' forastieri; è decorata ancora da qualche Palazzo, come quello di Spagna, da cui prese il nome, che appartiene al Re, e serve di abitazione al suo Ministro dall'altro de' Mignanelli, e da quello di Propaganda.

La Fontana, che è in mezzo della piazza, si chiama della Barcaccia, perchè ha la forma di una barca; fu Bernino che ne concepì l'idea, e ne fece il disegno per ordine di Urbano VIII.

La superba Scalinata che dà alla piazza un'aria assai gaja, e che sale alla Chiesa della Trinità de Monti; fu fabricata con disegno di Francesco de Sanctis, sotto il Pontificato di Benedetto XIII. per un legato di Stefano Gueffier Francese, che lasciò i fondi necessarj per la costruzione di così bella e magnifica scala, a fine di procurare un accesso più facile, e decente alla Chiesa de' Padri Minimi; avanti la quale si inalza sopra un gran piedestallo di marmo bianco, che regge una base di bigio, l'antico

OBELISCO DELLA TRINITA' DE' MONTI.

Emulo il gran Poniefice Pio VI. dell'immortal Sisto V. fece inalzare sopra di questo monte, avanti la Chiesa il presente Obelisco, nell'anno 1789. col disegno e direzione dell'Architetto Antinori, della di cui opera si servì anche per quelli inalzati sui Monti Cavallo, e Citorio.

Quest'Obelisco di granito rosso, e pieno di geroglifici, appartenne al Circo di Sallustio anticamente, donde fu tratto; già rotto, e ristaurato qui serve di decorazione; di monumento della magnificenza Romana.

L'idea di tal situazione fu originata dal voler combinare, che dall'alto delle quattro fontane se ne mirassero tre, cioè uno in fine di ciascuno de' belli stradoni, sull'Esquilino a Santa Maria Maggiore, sul Quirinale a Monte Cavallo, e sul Pincio alla

CHIESA DELLA TRINITA' DE' MONTI.

Il Cristianissimo Re di Francia Carlo Ottavo, ad istanza di san Francesco di Paola, edificò questa Chiesa, che dopo nell'anno 1585. ai 9. di Luglio fu consagrata da sisto V., che vi eresse nn Titolo Cardinalizio.

Verso la fine del Secolo XVIII. caduta gran parte della volta grande, e la Chiesa trovandosi abbandonata, fu nel 1816. nuovamente ristabilita a spese di S. E. il sig. Duca di Blacas, e magnificamente decorata con disegno e con direzione del sig. Mazois: Architetto francese il giorno poi, 15. Agosto dello stesso anno, fu la Chiesa nuovamente consagrata da Monsig. Vescovo d'Ortosia, in oggi Vescovo di S. Flour, in Francia.

Nella prima Cappella, a destra entrando, l'Erodiade, la Decollazione, e gli altri fatti di san Gio. Battista sono pitture a fresco di Battista Naldini. Il quadro dell'altare nella seconda Cappella è opera recente di Mr. Ingres che vi ha colorito a oglio N. S. che dà le chiavi a s. Pietro genuflesso in presenza di alcuni Apostoli. Questa composizione, è d'uno stile bello d'un disegno franco, e deciso e fa un onore infinito a Mr. Ingres, che Roma à perduto ultimamente, essendosi questo sommo artefice stabilito a Firenze. Nella terza Cappella vi fu dipinta l'Assunta da Daniele da Volterra, che fece la Presentazione di Maria al tempio, e li cartoni della Strage degl'Innocenti, colorita incontro da Michele Alberti Fiorentino, suo scolaro; nella lunetta la nascita della Madonna è del Bizzera Spagnolo, e la Presentazione nell'altra lunetta di Paolo Rosetti, che dipinse l'Annunziata lateralmente alla finestra, i due Profeti ne' pilastri e le due figure fuori ai lati dell'arco; tutta la volta è di mano di Marco da Siena e di Pellegrino da Bologna. Le Pitture de' fatti della passione, nella quarta Cappella ornata tutta di marini sono di Paris Nogari, ed il quadro ad olio della flagellazione è un'opera moderna di Mr. Palliere Pittore francese nativo di Bordeaux, che miseramente la morte nè à tolto, mentre la sua età faceva ancora sperare, che altre avrebbe lasciate di se memorie all'animazione della posterità. Siegue nella quinta un Presepio, l'adorazione de' Magi da un lato, la Presentazione dall'altro, e due Sibille ne' pilastri, pitture tutte della scuola di Raffaele, ma nella maniera di Giulio Romano, sono però assai ritoccate. Nell'ultima la Risurrezione, l'Ascensione sopra l'altare, e la Venuta dello Spirito Santo con gli altri freschi sono anteriori alla precedente, di stile più semplice e meschino, ma più diligentato ed antico.

Le pitture nella volta della crociata da questa banda sono di un Siciliano, che servì a Michelangelo, e che ebbe la presunzione d'imitarlo colle Sibille, Profeti, ed altre figure; e fino con un Giudizio finale, ora demolito, in cui aveva fatto gruppi di nudi, ed altro da fare la scimia al maestro. Sotto però vi è di altra mano la processione di penitenza falla da san Gregorio coll'Apparizione dell'Angelo su la Mole Adriana, rappresentata nello stato del tempo di Leone X. di cui vi è il ritratto in persona di s. Gregorio genuflesso; e ove si vedono le due cappellette di s. Pietro e s. Paolo all'ingresso del Ponte, il ponte medesimo senza le statue, e l'antica Porta Cornelia, delle mura Aureliane rifatta da Alessandro VI. nell'angolo del Mausoleo, eretta su la via che portava alla Basilica Vaticana; memoria assai valutabile, per la forma de' diversi monumenti che essa ci rappresenta. Nella piccola cappella, che è in faccia a questa pittura si vede un san Giuseppe ed un riposo in Egitto, quadro d'un colorito pieno di forza, dipinto da Mr. Schenetz artista Francese, che a riportato il premio di pittura proposti dalla celebre Accadedia di s. Luca in Roma, e che aveva dato per soggetto la disperazione di Caino.

Dall'altra parte, passato l'altar maggiore la Coronazione della Vergine sopra la porta della Sagrestia è di Federico Zuccheri. Nella crociata le pitture della volta, dell'istorie della Madonna, co' due Profeti Daniele, ed Isaia su l'arcone sono di Pierino del Vaga; opere stimate, e descritte dal Vasari; l'Assunta però nel di sotto è il transito di Maria Vergine, e la Pietà sono disegno di Taddeo Zuccheri, e terminate da Federico suo fratello. La cappella seguente aveva una piccola Madonna in bassorilievo, accompagnata con pitture allusive alla medesima, dove Mr. Thevenin, attuale direttore dell'Accademia di Francia, ha collocato il suo quadro, rappresentante san Luigi re di Francia che depone la corona di spine, trasportata da terra santa. Dopo di queste vi era sull'altare della quarta la Deposizione di Daniele da Volterra riportata in tela, opera insigne che avendo di già prima assai sofferto, in questo trasporto avendo molto deteriorato, si è tolta per ricollocarvela dopo che vi saran stati operati i necessari ristauri, per ora potrà osservarsi sopra uno de pilastri della grande scala, del convento, che è annesso alla Chiesa, una copia, che conserva le dimensioni dell'originale, e che si dice eseguita da Nicola Pussino vi è restato ancora qualcun'altro de' freschi del detto Daniele, ancor'essi patiti e mancanti in gran parte; gli ornati poi del medesimo sono interamente distrutti; si dice che questo lavoro costasse all'autore sette anni di fatica. L'Annunziata a fresco nella Cappella che segue è di Cesare Piemontese, insieme colle pitture laterali; ma quelle della volta, sono di Paolo Cedaspe Spagnolo; finalmente le pitture rimaste nell'ultima sono di Cesare Nebbia, ed il quadro ad olio di N. S. che libera l'indemoniato è moderno lavoro di Mr. Deforestier, che i conoscitori stimano molto.

Anche nel Chiostro del Convento vi sono molte pitture, rappresentanti i fatti di s. Francesco di Paola: le quali sono in qualche parte guaste e perdute; fra queste la Canonizazione del santo fatta da Leone X. fece molto onore al cavalier d'Arpino, che n'è l'autore.

PALAZZO DELLA VILLA MEDICI, E ACCADEMIA REALE DI FRANCIA.

Il card. Ferdinando Medici figlio di Cosimo, Gran Duca di Toscana, fece fabricare questo Palazzo, che fu accresciuto in seguito ed ornato dal card. Alessandro Medici, che fu poi Papa sotto nome di Leone XI. La Situazione è superba, perchè di là si scopre tutta la città di Roma: Annibale Lippi fu l'architetto del Palazzo, che ha due facciate; quella rivolta al Giardino, che si crede fatta sotto la direzione di Michelangelo, è la più bella. In questo Giardino, che si estende fino alle mura della città, ed ha un miglio e mezzo di giro, vi sono molti belli viali, che servono di passeggiata. Le statue, busti e marmi, che facevano l'ornamento principale di questo casino, e del Giardino, furono nel secolo scorso trasportati a Firenze.

In questo Palazzo presentemente è stabilita l'Accademia reale di Francia, composta di un Direttore, e di 24. Pensionati, che hanno riportato in Parigi il primo premio in pittura, scultura, architettura, incisione, e Musica. Vi è parimente una numerosa Collezione di gessi, formati sopra le più belle sculture antiche e moderne, in statue, busti e bassirilievi di Roma e d'Italia.

Da questo Palazzo fino alla piazza del Popolo si è formato presentemente un Giardino publico, con bellissime passeggiate, che dalla piazza portano a quest'altura del Pincio, ove è situato il Giardino che si estende fino alle mura della città. Da quest'altura si gode di prospetto il Vaticano intiero, a sinistra tutto l'abitato della città, e alla destra il Monte Mario e la campagna. Questo nuovo adornamento e comodo di Roma fu ideato e diretto dal signor Valadier, che ha saputo cavare il più bel partito da questo sito, altra volta occupato tutto da vigneti, e da orti. Dal palazzo della Villa medici scendendo, per la via di s. Bastianello, in fine della piazza di Spagna si trova la via del Babuino, a destra della quale voltando si trova il

TEATRO D'ALIBERT.

Questo è il teatro più grande di Roma, destinato già per rappresentare i Drammi in musica nel tempo del Carnevale, ma presentemente riserbato ai soli Festini (così chiamiamo le feste di ballo); ha preso il nome da quello, che l'ha fatto fabricare. Ritornando alla via del Babuino, a sinistra nel vicolo de' Greci al num. 4. si sale allo studio del rinomato signor cav. Camuccini, le di cui opere degne del suo magistrale pennello, mostrano il gran Genio nella composizione ed invenzione, come anche il di lui sapere ed intendimento, alla maniera di Raffaele egli a fatto de cartoni che sono pregevolissimi. Noi amiamo di render qui una testimonianza di meritata stima, ad uno de primi professori della scuola Romana. Qui ancora è la

CHIESA DI SANT'ATANASIO DE' GRECI.

Fu questa eretta da Gregorio XIII. col disegno di Giacomo della Porta, e colla facciata di Martino Lunghi il vecchio, fatta nel 1582. In essa vi sono pitture di Francesco Tibaldese, ed un Crocifisse un'Assunta del cav. d'Arpino. Qui presso nel palazzo Giorgi si trova lo studio di Mr. Chovin Paesista Francese. Al termine della via si giunge alla piazza in fine della quale a destra è la

CHIESA DI SANTA MARIA DEL POPOLO.

Per cancellare la memoria di Nerone, e del Sepolcro de' Domizi, ch'era nell'alto di questo sito, il Papa Pasquale III. fece erigere questa chiesa l'anno 1099., e la dedica alla Madonna; in seguito l'anno 1237. fu rifabricata a spese del Popolo Romano. Sisto IV. la rifece col disegno di Baccio Pintelli, e Giulio II. l'arrichì di pitture e di ornamenti; finalmente fu ristabilita come è al presente da Alessandro VII. col disegno del Bernino.

Nella prima cappella a destra il quadro della Natività di Nostro Signore è di Bernardino Pinturicchio; la seconda, decorata dal card. Cibo, con architettura del cav. Fontana, è rivestita tutta di belli marmi, ad ha 16. colonne di ordine Composito; il superbo quadro dell'altare è di Carlo Maratta, dipinto a olio sul muro, e rappresenta la Concezione della madonna, s. Giovanni Evangelista, s. Gregorio, s. Atanasio, e s. Agostino; la cupola fu dipinta da Luigi Garzi, e i due laterali, cioè il martirio di s. Caterina da Mr. Daniel, e quello di s. Lorenzo dal Morandi; i due sepolcri sono sculture, del Cavallini. La terza cappella ha belle e graziose pitture dello stesso Pinturicchio.

L'altar maggiore, in cui si venera un'imagine miracolosa della Madonna fu fatto da Urbano VIII. con disegno del cav. Rainaldi. I due superbi depositi entro nel coro, dietro l'altare furono scolpiti dal Sansovino. La penultima cappella, dedicata alla Madonna di Loreto, appartiene alla casa Ghigi, ed è assai graziosa, e ricca, rivestila tutta di belli marmi e decorata da pilastri Corintj scannellati. Raffaele d'Urbino ne dette i disegni, e fece i cartoni per le pitture dell'attico, de' quattro tondi, e di quelle de' mosaici della cupola e del quadro dell'altare, dal quale Sebastiano del piombo cominciò a dipingerlo, ma in seguito fu terminato da Cecchin Salviati. Bisogna però notare che il David e l'Aaron, nelle lunette sono del cav. Vanni. Ne' quattro angoli della cappella, vi sono quattro statue di marmo, quelle di Elia, e di Giona sedente sulla balena, che si stima infinitamente, sono di Lorenzetto, col disegno di Raffaele; le altre di Habacuc e di Daniele sono due eccellenti opere del cav. Bernino; come i due sepolcri, ornati di piramidi. Il Deposito singolare della Principessa Odescalchi Chigi, posto fuori in un pilastro della cappella, è graziosa e bizarra invenzione del cav. Paolo Posi. Una delle molte lapidi sepolcrali del pavimento ha questi due versi per utile avviso

Hospes disce novum mortis genus improba felis,
Dum trahitur, digitum mordet, et intereo.

PORTA FLAMINIA ORA DETTA DEL POPOLO.

Questa Porta prese il nome di Flaminia dalla Via, sopra la quale fu costruita a da Aureliano; e le inondazioni, che gli antichi scrittori dicono entrate per la porta Flaminia, smentiscono coloro che pongono la Flaminia di Aureliano più in alto sopra la falda del Pincio. Nel Secolo XI. si trova chiamata di S. Valentino, dalla chiesa di questo santo, circa un miglio fuori della medesima. Non si trova chiamata del Popolo prima del Secolo XV. cioè quando Sisto IV. rinuovò la vicina chiesa della Madonna, eretta già nel 1227. a spese del Popolo Romano; benchè anche in questa denominazione non manchi la favola originata da' pioppi, albero detto popolus in lingua latina, indicati da Strabone all'Ustrino e non al Mausoleo di Augusto, forse distrutti ancor prima dell'edificazione della porta medesima.

Fu rifabricata per ordine di Pio IV. col disegno di Michelangelo, e direzione di Giacomo Barozzi da Vignola. La sua facciata esteriore è di pietra, ornata con quattro colonne Doriche, posate sopra de' piedestalli, che hanno il loro cornicione, un Attico, e sopra lo stemma del Papa. Fra le colonne sono collocate le statue di san Pietro o di s. Paolo, fatte dal Mochi. Il prospetto interno è parimente Dorico, con quattro gran pilastri, ed un Attico sopra del cornicione; fu così decorato per ordine di Alessandro VII. dal cav. Bernino, in occasione dell'ingresso solenne di Cristina Regina di Svezia. Fuori di questa, porta voltando a destra si trova la

VILLA BORGHESE.

Il card. Scipione Borghese, Nipote di Paolo V. fece costruire questa gran Villa, che ha circa 3. miglia di giro. Si entra in essa per una cancellata di ferro sostituita, alla porta dal Principe Marco Antonio Borghese; il quale molto si occupò dell'abbellimento di questa Villa facendovi inalzare un tempietto di Esculapio, un altro rotonda di Diana, e decorando la villa d'un lago, un aquedotto, più fontane, e bellissime passeggiate ornate tutte di statue antiche, e moderne; ma la di lui principal cura fu l'ornamento del Casino, che rese uno dei più belli di Roma.

In esso si vede di prospetto una scala che conduce ad un portico decorato da 4. colonne di lumachella: da questo si entra nel Salone, che ha una volta dipinta a fresco da Mariano Rossi, di una composizione voraginosa rappresentante la battaglia di Furio Camillo contro de' Galli. Vi si nota nel muro incontro un Q. Curzio a cavallo in atto di precipitarsi nella voragine, apertasi nel Foro Romano; questo pezzo è tutto di rilievo, e di grandezza al naturale, così ridotto dal Bernino.

Si passa alla prima camera, ove è un David pastore, che tiene la fionda in atto di accomodarvi la breccia per lanciarla in fronte a Goliath: egli guarda da un lato, e dal basso in alto con attenzione si grande, che tutti muscoli del suo volto sono in contrazione; il di lui corpo è curvato, e pianta tutto sopra la gamba destra per aver più facilità e forza di tirar giusto: questa statua opera del Bernini, è estremamente leggera, in atto da potersi sostenere solo per un momento. La pittura della volta è del De Angelis, rappresontante il Giudizio di Paride. Di qua si passa alla seconda camera, che ha la volta dipinta dal Caccianiga, che vi à rappresentata la caduta di Fetonte, e questa fu l'ultima opera sua.

Nella terza si vede Apollo e Dafne del Bernino, gruppo eccellente, paragonabile forse a quanto l'antico e il moderno hanno di grazioso. Dafne ha l'aria delicata di una bella Ninfa, ella è mossa, con quella leggerezza che naturalmente s'immagina in una giovinetta che corre, e che ancora è nell'atto di fugire, le gambe stendono un passo, le braccia alzate vengono avanti: mentre la trasformazione comincia, la scorza copre di già una delle sue gambe, e sale ai fianchi; l'altra già si radica, distesa come per correre, Apollo di un carattere ed aria, che fa contrasto con Dafne, ha la bocca mezz'aperta, egli avanza il braccio per arrestarla, e sembra ritirarlo: ha tutte le grazie, colle quali si può rappresentare un giovane bello e ben fatto; i rami di lauro che crescono intorno la scorza sono come naturali e finiti con diligenza; manca alla perfezione di questa statua solo quel venerabil, che gli dà il tempo, essa è del più bel marmo; quest'opera è della prima gioventù del Bernino.

Un altro gruppo rappresenta Enea, che porta il suo padre Anchise sopra le spalle, che tiene nelle mani i Dei Penati, col piccolo Ascanio che lo seguita a piedi. Questa scultura è del padre del Bernino. Altra gruppo di tre parti, dell'Algardi; quattro vasi di marmo bianco, ornati di bassirilievi fatti dal Laboureur; padre dello scultore di questo nome in oggi presidente dell'insigne Accademia di san Luca un paese di Mr. Moore, pittore Inglese, che ha per soggetto Apollo, e Dafne, quello incontro è dipinto dal Labruzzi; di qua si passa alla Galleria.

Le pitture della volta rappresentano la favola di Galatea, Aei, e Polifemo, dipinti dal De Angeli, quindi viene la camera dell'Ermafrodita, che ha la volta dipinta dal Buonvicini, e quattro paesi del Votki. Nell'altra del così detto Gladiatore vi sono quattro colonne di breccia corallina; e nella volta vi è rappresentato Giove e Giunone con qualch'altra Deità, di Mr. Pecheur; quattro paesi di Mr. Tieree, una testa di Sabina; di quà si passa alla camera Egizia, che ha la volta dipinta dal cav. Tommaso Conca, che ha voluto rappresentarvi diversi fatti Egiziani, o per dir meglio le azioni d. Marc'Antonio e Cleopatra, vi ha espressi ancora i sette Pianeti, caratterizati cogli attributi che ad essi convengono; e vi sono ancora due belle colonne di perfido scannellate. La volta appresso nella camera del Sileno è del medesimo Conca, che vi ha rappresentato un sagrifizio a Sileno e bacco. Si sale di quà all'appartamento superiore.

La volta, della prima Camera, che rappresenta la morte di Didone, è pittura di Mr. Maron, nella seconda la volta è dipinta dal Tamberg. Si traversa quindi una loggia, e si entra in una camera ornata da una quantità di paesi, la massima parte di Mr. Orizonte; la volta è petò del Novelli Veneziano, che vi ha colorito diverse Deità. Sopra il cammino vi è un bel bassorilievo di rosso amico, fatto da Agostino Penna. Si passa ad un altra camera, nella quale tanto la volta, che i quadri sono dipinti da Mr. Hamilton, che vi rappresentò la storia di Paride ed Elena; questa è molto stimata per l'espressione e disegno, ma il difetto di un colorito più vivo e vero ne toglie il più gran pregio. Si vede in questa Camera un vaso moderno del più bel marmo orientale, che si crede un porfido vede.

Si entra in altra camera, ove sono de' quadri di monumenti antichi e moderni, di mediocre pannello; e si passa in un Gabinetto, che ha nella volta rappresentato Giove trasformato in Satiro, per sorprendere Antiope, che un amorino gl'insegna, quadro di buon colorito, ed espressivo di Mr. Gaignerot che fu inciso dal sig. Folo. Vi è in altro Gabinetto dipinta nella volta la storia del Duca d'Anversa, tornato dal suo esilio, vestito da povero, che domanda l'elemosina ai suoi Nipoti, che gli danno qualche cosa in presenza del loro padre e della madre, pittura del Cades. Si va in altra Camera, piena di ritratti delle più belle Dame Romane, esistenti in quel tempo, dipinte da Scipione Gaetani e del Padovanino, col ritratto di Paolo V. Borghese, dipinto dal Caravaggio e li due busti in marmo del card. Scipione Borghese, fatti dal Bernino.

Finalmente si va in una gran Sala, ove si ve de la volta rappresentante Ercole, che uccide Anteo, ed altre molte Deità, dipinte dal Lanfranco, ma ritoccate dal Corvi.

Una descrizione de' monumenti, de' quali altra volta fu ricca questa Villa, si trova presso del sig. Tommaso Piroli; Via Gregoriana num. 34. Vicino a questa si trova l'altra già

VILLA OLGIATI ORA NELLI.

Ha questa un casino, che si crede frequentato da Raffaele e da' suoi scolari, ove in Gabinetto, dipinto a fresco graziosamente, sono tre quadretti, de' quali quello della volta rappresenta un sagrifizio fatto alla Dea Flora d'alcune donne, di una bella composizione, e di un colorito forte, meno però stimabile pel disegno. L'altro chiamato il Bersaglio, e tutto pieno di figure nude, di un disegno molto corretto, e sentimentato, ma un poco debole di colore. Il terzo però, che rappresenta le nozze di Alessandro e Rossana con molti amorini, che scherzano intorno ad essi, è un quadro degno della mano dello stesso Raffaele; nulla v'ha di più bello di questa pittura, preziosa e stimabile per la composizione, per la grazia, e per la correzione di un disegno esatto ed elegante nel tempo medesimo. Non lungi è la

VILLA PONIATOWSKI.

Questa resta alla destra della Via Flaminia ed è una deliziosa casa di campagna del Principe Stanislao Poniatovvski, che ha fatta costruire egli medesimo con una eleganza e vaghezza singolare colla direzione del sig. Giuseppe Valadier. Più avanti si trova la

CAPPELLA DI S. ANDREA.

Una delle più graziose fabriche moderne è questa cappella, eretta in onore di s. Andrea da Giulio III. circa la metà del Secolo XVI. col disegno del celebre Giacomo Barozzi, comunemente detto il Vignola; il quale qui, più che altrove, ha dimostrato una semplicità, e proporzione niente inferiore a quella degli antichi tempietti, nello stile de' quali venne ideata. Resta in fine il

PONTE MILVIO ORA PONTE MOLLE.

Due miglia fuori della porta sopra del Tevere è questo Ponte, fatto nel 645. di Roma dal Censore M. Emilio Scauro; si diceva Milvio fino dal tempo di Sallustio dal nome del vicino monte, detto ora Mario, ma poi fu dal volgo chiamato corrottamente Ponte Molle: ristaurato da Nicolò V. fu ridotto in questa forma, dopo l'inondazione del 1805. dall' Architetto signor Valadjer, il quale con un idea molto ingegnosa profittando della vecchia torre per aprirvi un transito, formò di essa quasi un arco trionfale, e resto così dirizzata la via: e nobilitato anch'il Ponte. Tornando indietro e rientrando la porta si trova la

PIAZZA E L'OBELISCO DEL POPOLO.

La gran piazza denominata anch'essa del Popolo, come la chiesa, presenta un punto di vista imponente pel viaggiatore; un superbo Obelisco Egizio nel mezzo e una bella fontana nel davanti, incontro due chiese in forma di rotonde, precedute ciascuna da un bel portico, con colonnati uniformi, tre strade, tirate in linea e di una lunghezza così considerabile, che l'occhio il più acuto ne scopre appena la fine, formano un aspetto magnifico, e presentano la città di Roma di una maniera sorprendente ai forestieri nel primo momento che vi entrano; anche pe' lati si prepara una decorazione grandiosa e magnifica che ora si sta costruendo secondo il disegno ideato dall'architetto sig. Valadier.

Gli obelischi come pochi ignorano sono monumenti di una remota antchità, che fecero inalzare gli antichi re dell'Egitto; per immortalare la memoria delle loro azioni. Questi formano in oggi uno de primari ornamenti di Roma.

L'Obelisco, che decora la piazza, del Popolo, fu fatto in Elipoli, per ordine di Semneserte re di Egitto, che regnò 522. anni avanti di Gesù Cristo. L'Imperatore Augusto lo fece trasportare a Roma, per ornarne il Circo Massimo. Dopo essere stato rovesciato, rotto, e giacinto sotterra per più secoli, il Papa Sisto V. l'anno 1589. lo fece cavare, ed inalzare in questa piazza dal cav. Fontana, e vi fece mettere sopra una croce di metallo, alta 13. piedi. Questo Obelisco e una delle più mirabili opere de' Re di Egitto; è di un sol pezzo di granito rosso; le sue quattro faccie sono cariche di geroglifici, cioè di figure, e simboli misteriosi de' quali si servivano gli Egiziani per esprimere le cose sagre, e li misterj della loro Teologia; ha 112. piedi di altezza, compresavi la croce e la base.

Al fine di questa piazza si veggono le due chiese, di architettura uniforme, colle facciate ornate da otto colonne, da una cupola, e da otto statue. Queste danno all'ingresso del corso una decorazione bella e regolare; quella a destra dello spettatore si chiama la

CHIESA DI SANTA MARIA DE' MIRACOLI.

Nel sito ov'era una Chiesuola, eretta nel 1525. dall'Archiconfraternita di s. Giacomo degl'Incurabili, fu edificata questa chiesa dal Papa Alessandro VII., col disegno del cav. Rainaldi, e terminata a spese del card. Castaldi. per collocarvi una imagine della Madonna, chiamala de' Miracoli, che prima era dipinta sotto di un arco presso alle mura di Roma, verso del Tevere.

Il convento contiguo però fu fabricato nel secolo scorso, con disegno del cav. Navona. L'altra chiesa a sinistra è la

CHIESA DI SANTA MARIA DI MONTE SANTO.

Per ordine dello stesso Alessandro VII. i Frati Carmelitani fabricarono questa chiesa, della quale fu prima architetto lo stesso Rainaldi, e poi il Bernino, il Fontana, ed altri. Non potendo però quei Religiosi terminare un edifizio di tanta considerazione, il card. Castaldi vi supplì, come lo indicano le memorie ivi poste. In questa vi sono belle cappelle e pitture di buoni maestri.

L'annesso Convento ed il Campanile furono fabricati posteriormente da' fondamenti con disegno del Marchese Teodoli. Vi è tradizione, che le colonne ed altri travertini di ambedue queste chiese, provengano, dal Campanile, della chiesa di s. Pietro in Vaticano, che vi erigeva il Bernino, e che fu fatto demolire per tema di rovina ad insinuazione de' suoi emuli. il primo Tempio sacro che s'incontra nella via del corso alla sinistra è la

CHIESA DEL GESU' E MARIA.

Ove fu prima la chiesa di s. Antonio Abate di strada Paolina, fu inalzata questa chiesa da' PP. Riformati di s. Agostino, e dedicata al Nome di Gesù e di Maria; architettata da Carlo Milanese, e ristaurata dal cav. Rainaldi, che vi fece la facciata e l'altar maggiore; questa nell'interno è ricca di belli marmi, e vi sono molti depositi, ornali di buone sculture, della casa Bolognesi.

Nella volta della Sagrestia vi sono tre freschi del Lanfranco che fece anche il quadro della Concezione. Dicontro a questa vi è la

CHIESA DI SAN GIACOMO DEGL'INCURABILI.

Nell'anno 1600. il card. Ant. M. Salviati rinuovò da' fondamenti questa chiesa, col disegno di Francesco da Volterra, venne terminata da Carlo Maderno. Le pitture e le sculture di questa chiesa sono de' buoni artisti di que' tempi. Vi è ancora annesso un Ospedale; tanto per gli uomini, quanto per le donne inferme di mali incurabili e simili, capace di 130. letti, proveduto di tutto l'occorrente a uno stabilimento di questo genere.

Nella piccola via a lato di questa chiesa è lo studio del rinomato Scultore, sig. Marchese Canova, dove si ammirano tanti capi d'opera. Poco di quà lontano è il

MAUSOLEO DI AUGUSTO.

Fra la riva del Tevere e la via Flaminia l'anno di Roma 721. Augusto essendo Console per la seconda volta: eresse questo monumento per sepolcro di lui, e della sua Famiglia, nell'interno è costruito di materiali, disposti a forma di rete, e perciò detto dagli antichi opus reticulatum, ed al di fuori era tutto rivestito di marmo bianco. Questo Mausoleo s'inalzava all'ordinario in forma di cono, che terminava colla statua di Augusto in bronzo; ed era coperto tutto da piante sempre verdeggiane.

Un sepolcro costruito dal padrone dell'universo, nel tempo della sua più grande possanza, ebbe senza dubbio tutta la magnificenza, della quale era suscettibile. Marliano, che lo vide meno deformato, lo trovò composto nell'interno di tre corridori diversi distanti fra loro, divisi in più parti che formavano molti loculi, da potervisi sepelire ciascuno separatamente dagli altri. Questi sotterranei ov'erano riposte le ceneri di Augusto, di Agrippa, di Livia; di Ottavia, di Marcello suo figlio, di Germanico, di Druso, e di altri molti della famiglia Imperiale, servono al presente per mettervi del carbone.

Il detto Mausoleo non ebbe che una sola porta, verso, del campo Marzo, ai lati della quale erano posti i due obelischi, l'uno eretto dietro la chiesi di s. Maria Maggiore, l'altro, sulla piazza di monte cavallo. Era accompagnato nella parte posteriore da un gran bosco, in cui erano delle meravigliose passeggiate.

Lateralmente verso il mezzo del campo era poi l'Ustrino del medesimo Mausoleo, cioè il luogo da bruciarvi i cadaveri, ancor esso formato di pietre bianche, che aveva in giro de' cancelli di ferro, ove nello spazio interno vi erano le piante de' pioppi, che da' moderni sono credute nel Mausoleo. Quest'Ustrino restava presso la Piazza di s. Carlo al Corso; in un angolo della quale furono rinvenuti i cippi appartenenti al detto Ustrino, esistenti ora nel Museo Vaticano.

Del Mausoleo non resta ora sopra terra, che il masso più ristretto, ridotto in Anfiteatro per dare al publico lo spettacolo della giostra de' tori, e delli notturni fuochi di artifizio.

CHIESA DI S. CARLO AL CORSO.

Ove era una piccola chiesa, detta di s. Nicolò del tufo, colla parocchia, che fu unita a s. Lorenzo in Lucina, i Lombardi, che l'avevano ottenuta da Sisto IV. nel 1471. eressero la presente; Onofrio Longhi ne diede il disegno e cominciò nel 1612. l'edifizio; Martino suo figliolo continuò sino alla volta, e Pietro da Cortona lo terminò; ma la facciata fu dopo architettata dal card. Omodei, che rigettato il disegno del cav. Rainaldi, fece dirigere il tutto da D. Gio. Battista Menicucci col P. Cappuccino Mario, da Canepina.

Il quadro dell'altar maggiore di questa chiesa è assai stimato, per essere la più grand'opera di Carlo Maratta. La tribuna, gli angoli della cupola, e la gran volta coll'altre pitture della crociala sono di Giacinto Brandi. Tutti gli ornamenti di stucchi dorati, con i bassirilievi, e le statue sono del Fancelli, e del Cavallini. Il ricco altare della crociata a destra, tutto ornato di marmi e di bronzi dorati è disegno del cav. Posi: il quadro è un mosaico copiato dall'originale di Maratta, che si vede nella chiesa di s. Maria del Popolo; la statua della Giuditta è di Mr. le Brun, è quella del David, di Pietro Pacilli.

La cupola ch'è stata diretta da Pietro da Cortona è un poco piccola, ma è ben decorata, e il di lei piantato è combinato assai bene colle colonne.

E' unito a questa chiesa un Oratorio che ha sopra l'altare un Cristo, deposto dalla croce, lavoro in marmo di Tommaso della Porta, insieme colle due Sibille ai lati, di uno stile più che meschino, e secco.

PALAZZO GAETANI ORA RUSPOLI.

Questa è una delle più belle fabriche che si vedano sul corso, architettura di Bartolomeo Ammantato, fatta per la casa Gaetani. Vi sono entrando nel portico quattro statue antiche poste entro le nicchie; ed il pianterreno fu tutto dipinto a fresco da Mr. Leandro, e da Francesco Franzesi.

La scala di questo Palazzo è la più bella, che vi sia in Roma: tutti i gradini sono di un sol pezzo di marmo greco, lunghi 10. piedi, larghi 2. Questa scala ha quattro branche, di 28. scalini l'una, ed è di una magnificenza singolare. Nel ripiano di essa, si vedono entro la nicchia un Apollo, e alcuni Fauni, opere antiche ben conservate. Il primo piano è decorato da buoni quadri, da statue, e busti antichi, ed ha una Galleria con busti de' 12. Cesari, e nella volta pitture di Giacomo Zucchi, scolaro del Vasari.

PALAZZO BORGHESE.

Questo è uno de' più magnifici e de' più ricchi palazzi di Roma; cominciato dal cardinal Dezza l'anno 1590. fu terminato sotto il Pontificato di Paolo V.; (ch'era di casa Borghese), col disegno di Martino Lunghi il vecchio, che lo fece in forma di cembalo. Il cortile del Palazzo ha in tutto il suo giro due ordini di arcate; al di sopra delle quali vi è un Attico Corintio di granito, Doriche e Joniche, che formano sopra e sotto due portici aperti de' quali l'inferiore è ornato con tre statue colossali, l'una di Giulia Pia sotto forma della Musa Talia: l'altra di una Musa; e la terza, che è maggiore: di un Apollo Citaredo, cui fu posta la testa della Musa, come alla Musa, la testa più grande dell'Apollo, cambiamento curioso, non ancora fin qui notato.

L' appartamento del pianterreno, che non si abita, è pieno di una collezione di quadri, de' quali non si farà che accennarne quelli di maggior merito, potendo per gli altri supplire il custode, uomo pratico ed istruito. Entrando dunque nella prima camera si trova a destra un'adorazione de' Magi del Bissano, e in alto la caduta di Lucifero del Tintoretto, un Cristo nell'orto che riceve il bagio da Giuda, del Vander; e sopra il giudizio di Salomone del Tiarini, altri lo vogliono del Passignani. Una s. Famiglia con due angeli, in tondo del Perugino; altra con molte figure del Ghirlandajo, una terza di scuola Fiorentina. Una mezza figura della Madonna col bambino, di Sassoferrato; un piccolo Garofolo rappresentante la Madonna, il bambino, s. Pietro e s. Paolo; accanto una Trinità di Leandro Bassano, ed un'adorazione de' Magi di Massolino da Ferrara. Il quadro della volta di questa stanza è di Domenico De Angelis. Passando alla seconda camera che ha nel mezzo un'urna da' bagni di un sol pezzo di porfido: e la cui volta è dipinta da Domenico Corvi col sagrifizio d'Ifigenia; si vede una gran deposizione di croce del Garofolo, e sotto altri tre piccioli quadri dello stesso, e sono la s. Famiglia con s. Antonio, le nozze di Cana in Galilea; ed un Presepio. Un gran quadro di Barocci in cui è rappresentato l'incendio di Troja con Enea che porta Anchise, seguito da Creusa e da Ascanio; sotto una s. Famiglia di Tiziano ed un piccolo s Girolamo dello stesso Barocci; il celeberrimo quadro della Caccia di Diana, opera bellissima di Domenichino. Il parto della Vergine annunziata dalle Sibille e da Profeti alle genti, soggetto allegorico del Tibaldi, trattato sulla maniera del suo maestro Bonarroti, opera di gran merito. Sopra la porta N. S. colla madre de' Zebedei alla presenza degli Apostoli, maniera di Tiziano; una Madonna di Pierin del vaga, ed altra con varj Santi di scuola Veneziana.

Nella terza camera, che ha la volta dipinta da Gaetano Lapis, rappresentante la nascita di Venere, il primo quadro a destra è un s. Antonio, che predica sulla riva del mare, di Paolo Veronese, appresso v'è la Famiglia del Pordenone, dipinta da lui stesso il gran quadro incontro le finestre, che rappresenta Orco e Norandino dell'Ariosto, è del Lanfranco, opera di gran merito; sotto le due teste sono ritratti uno di Raffaele; l'altro di Olbens, i due più grandi di Andrea Sacchi e di Pietro da Cortona, che ha voluto imitare Vandick. Siegue una s. Caterina, del Parmigianino; il s. Giovanni battista nel deserto è del Veronese, in parte non terminato; sopra la porta un Bassano, e in fine due Madonne di Gian Bellino.

La quarta camera, ha un s. Gio. Battista nel deserto, di Giulio Romano; un piccolo ratto di Europa del cav. d'Arpino; la maga Circe di Dosso Dossi da Ferrara il prezioso quadro di Raffaele della deposizione di croce, in cui Cristo morto, è portato al sepolcro, fatto dall'autore in Perugia; un piccolo bozzetto della flagellazione alla colonna, di Fra Sebastiano del piombo, che fece a s. Pietro in Montorio; La celebre mezza figura di Domenichino che ha presentato la testa di Golia a Saul, del Giorgione, ed una visitazione di s. Elisabetta, del Rubens.

Siegue nella quinta camera un quadro di Tiziano, colla donna adultera, presentata al Redentore; poi un Presepio in tondo di Lorenzo di Credi, allievo di Leonardo da Vinci; Giuseppe Ebreo colla moglie di Putifar, del Lanfranco; quattro tondi dell'Albano, rappresentanti i quattro elementi, o varie azioni di Venere; una bella Venere in piedi del Padovanino, due teste del Pordenone, e di Gian Bellino; il così detto figliuol prodigo, prima maniera del Guercino; un piccolo Teniers, e la resurrezione di Lazaro, dipinti in lavagna da Agostino Caracci.

Questa sesta camera è piena di pitture, la massima parte Veneri, o figure nude, fra quali una Venere e Adone del Gangiasi, la Fornarina di Giulio Romano, una Venere sortita dal bagno dello stesso autore, altre due in piedi di Luca Cranch, e del Beccafumi, la casta Susanna, scuola di Rubens; Venere con Amore del Veronese; altra sopra una conchiglia del sudetto Ganbiasi, ed altre provenienti dagli originali del Correggio. I fatti di Venere nella volta sono di Mariano Rossi.

Si entra adesso in una galleria, ornata tutta di stucchi dorati, e di 8. specchi di pezzi rotti, le commessure de' quali fono coperte da putti e da fiori, dipinti i di porfido, ritratti d'Imperatori, e due belle tavole di porfido in basso.

Ora passando all'ottava camera. si trovano in essa quattro mosaici di Marcello Provenzale, che sono il Ritratto di Paolo V. un Orfeo, una Madonnina col bambino, ed altra addolorata in mezza figura. V'è ancora una Madonna col Bambino e varj Santi del Palma vecchio, e lo studio di un'Antiquario di Francesco Franck.

La nona camera ha diversi paesi a fresco di Gio: Francesco Bolognese, e nel mezzo un gran tavolino d'alabastro: Le due statue antiche a piedi la scaletta sono di una Venere Vincitrice, e di una Urania, Musa dell'Astronomia.

Nella decima merita considerazione il ritorno del Figliuol prodigo di Tiziano, la Psiche e Cupido dormente del Dosio; uno Sposalizio di s. Caterina d'Innocenzo da Imola; appresso una s. Famiglia della scuola di Raffaele ed altro di Giulio Romano, in mezzo un s. Girolamo preteso dello Spagnoletto; sotto un ritratto del Pordenone, a destra un Cardinale di Raffaele, ed a sinistra Cesare Bolgia dello stesso; il celeberrimo Tiziano rappresentante l'Amor divino e l'Amor profano; sulla porta un Bassano, e fra le finestre la mezza figura di un giardiniere del Caravaggio, e l'altra di un Bacchetto o Fauno di Ludovico Caracci: il quadro della volta è dell'Angeletti.

Si passa appresso all'undecima camera, che ha un Aurora di Francesco Caccianiga nella volta, e si trova a destra il Figliuol prodigo di Guercino della sua bella maniera; una piccola Resurrezione di Lazaro del Garofolo, sono alcune vaccarelle con bel paese del Potther; una bambocciata di le Ducque; Cosimo de' Medici del Bronzino; la Maddalena creduta del Sarto; il bel quadro di Caravaggio con s. Anna, la Madonna ed il Bambino che schiaccia il serpente, figure intiere; s. Pietro liberato di prigione dall'Angelo del Mola; due ritratti, un vecchio del Morone, e sopra della scuola di Raffaele. Appresso un piccolo crocifisso, detto di Rubens, l'altro bellissimo Tiziano, rappresentante le tre Grazie con Amore, un s. Vescovo sbranato dalle fiere di Luca Giordano, e sopra le porte due vedute con feste del Dosio.

I quadri principali dell'ultima camera, sono una bella s. Famiglia di Marcello Venusti; altra maggiore di Scipione Gaetani una terza che si dice di Andrea del Sarto. Una bella Madonna col bambino e s. Pietro di Gian Bellino; il ritratto della favorita di Tiziano in figura di Giuditta; Lot colle figlie di Gherardo delle Notti; la Madonna il Bambino s. Giuseppe e s. Michele con s. Giovachino e s. Anna, del Garofolo; il ritratto di Raffaele di Timoteo da Urbino. Una bella s. Famiglia di Andrea del Sarto, una Madonna del Francia, e un gran Concerto di Musica di Leonello Spada. La volta è un dipinto di Mr. Pecheu.

CHIESA DI SAN LORENZO IN LUCINA.

La più vasta Parocchia di Roma, e Titolo del card. primo Prete, fu questa chiesa, eretta da s. Sisto III. col consenso di Valentiniano, in onore del s. Martire e Levita Lorenzo; fatto Titolo fu denominata di Lucina non dalla Santa de' tempi di s. Marcello I. ma forse dalla denominazione del sito fu destinata da s. Gregorio per le publiche preci votive; e ristaurata da Benedetto II., e poi rifatta, fu solennemente consagrata da Celeslino III. il dì 26. Maggio 1196. Finalmente Paolo V. nel 1606. la concedette ai Chierici Regolari Minori; che nel 1650. la ridussero allo stato presente.

Il quadro del Crocifisso nell'altar maggiore si crede di Guido, e la s. Giacinta Marescotti è una bell'opera del cavalier Marco Benefiale.

Annesso a questa chiesa verso il Corso è il Palazzo del Duca di Fiano Ottoboni, fabricato circa l'anno 1300. sopra le rovine di un grand'edifizio antico, chiamato Palazzo di Domiziano, che si univa coll'arco trionfale antico di M. Aurelio, detto dal volgo, di Portogallo; e da Anastasio, arco delle tre faccicetas; o favicelas: che fu demolito nel tempo di Alessandro VII., per dirizzare la Via del Corso, come si accenna con generali espressioni nella lapida, ivi affissa per memoria di questo avvenimento. È degno di osservazione il sarcofago della fontana che esiste nel cortile di questo palazzo. Viene appresso, traversato il corso a mano sinistra, la

CHIESA DI SAN SILVESTRO IN CAPITE.

Il Pontefice s. Dionisio circa l'anno 261. fece erigere questa chiesa; che fu ristaurata dal Papa Simmaco nel 500., e s. Gregorio Magno recitò in essa varie Omelie. Fu edificata di nuovo da Paolo I. nel 757. ma rimasta per molti secoli abbandonata, vi si introdussero le Monache di s. Chiara, che nel Pontificato d'Innocenzo XI. cominciarono a ristaurarla, e la terminarono nell'anno 1690.. E' dedicata ai Papi Ss. Martino e Silvestre, e dicesi in Capite dalla testa di s. Gio. Battista, che vi si conserva.

L'Assunta con altri santi nella volta maggiore fu dipinta da Giacinto Brandi: la gloria e gli angoli in mezzo alla crociata dal Roncalli, e il battesimo di Costantino nella tribuna dal Gemignani.

Nella prima cappella le pitture sono di Giuseppe Chiari; nella seconda il s. Francesco del Gentileschi Pisano, ma i laterali di Luigi Garzi; la Venuta dello Spirito Santo nella terza di Giuseppe Ghezzi; il quadro appresso nella, crociata è di Tarquinio da Viterbo.

Nella cappella della crociata incontro, il quadro dell'altare è di Terenzio da Urbino: la Concezione, nella cappella appresso, la volta, e le lunette sono del Gemignani, ma i laterali del cav. Pier Francesco Mazzucchelli da Morazzone: La cappella seguente è tutta di Ludovico Gemignani; e il Crocifisso, coll'altre pitture nell'ultima sono le più stimate opere del Trevisani,

PALAZZO VEROSPI.

Nell'interno di questo Palazzo, architettura di Onorio Longhi, terminato da Alessandro Specchi, vi è una piccola Galleria, con la volta, dipinta dall'Albano, che merita la stima de' conoscitori. I Pianeti e le diverse ore del giorno vi sono rappresentate in varj quadri con allegorie poetiche. Sono tutti questi soggetti composti e disegnati con grazia, ed il colorito è gratissimo.

PALAZZO GHIGI.

Questo vasto Palazzo fu cominciato sopra i disegni di Giacomo della Porta, continuato da Carlo Maderno, e terminato da Felice della Greca.

Nel primo appartamento sono da notarsi l'Ascensione di N. S., del Garofalo; un

Colonna Antonina in Piazza Colonna.


s. Francesco, del Canuti: la Maddalena penitente, del Gennari: tre Amorini Fiaminghi: la Corona di N. S. del Tintoretto: l'Angelo Custode, di Pietro da Cortona: un Cristo attaccato alla colonna, quadro molto stimato, del Guercino. Una Madonna con molti santi, del Zeman Olandese; un Cristo morto in iscorcio, di Agostino Canicci, un s. Gio. Biltista, dei Caravaggio; un paese con un Satiro e un Filosofo, di Salvator Rosa: un santo Religioso, del Mola; un s. Antonio, di Benedetto Luti: la Maddalena nel deserto, dello Spagnoletto; s. Romualdo, di Andrea Sacchi; un s. Vescovo che fa l'elemosina, di Carlo Veneziano: ed un Cristo, del Passignani.

COLONNA ANTONINA NELLA PIAZZA COLONNA.

La Colonna, esistente in mezzo della Piazza, che da lei prende il nome, fu eretta dal Senato Romano in onore dell'Imperatore M. Aurelio Antonino figlio del PIO, a cui successe nell'imperio, e perciò chiamossi Colonna Antonina. E' decorata nell'esterno da bassirilievi che la circondano in tutta l'altezza in linea spirale: hanno questi per soggetti gli avvenimenti più famosi delle guerre, sostenute da' Romani sotto la condotta di Marc'Aurelio: fra questi si distingue quello celebre della Legione Fulminante, che Giulio Capitolino attribuisce in termini espressi alla devozione di M. Aurelio: Fulinen de coelo precibuis suis, contra hostium machinamentum, Marcus extorsit, suis pluvia impetrata cum sit laborarent. A giudicarne a colpo d'occhio, non vi è persona che non pensi, che la colonna Trajana sia più alta dell'Antonina; non ostante tutti gli scrittori si accordano nel dire; che questa è di un'altezza maggiore, e ciò nasce senza dubbio, perchè è collocata sopra di un piedesiallo molto più alto. Il Papa Sisto V. la fece ristaurare l'anno 1589. e fece situarvi in cima La statua in bronzo dell'Apostolo s. Paolo, che si rivolge alla sua Basilica.

Questa colonna è composta da 28. blocchi di marmo: ha 12. piedi di diametro, e 133. di altezza, senza comprendervi la statua che ne ha 15. e il piedistallo che la sostiene di piedi 10. Vi è nell'interno una bella scala a chiocciola di 190. scalini, che porta fino alla cima, e viene illuminata da 41. finestrella. Le fabbriche moderne, che circondano questa colonna, e formano la piazza sono, il Palazzo dell'amministrazione generale delle Poste, che à annessa la caserma della Gran Guardia, il Palazzo Ghigi, di cui si e di già fatta menzione, la piccola chiesa di s. Bartolomeo de Bergamaschi, il Palazzo Nicolini; e finalmente il Palazzo Spada, acquistato recentemente, dal Principe di Piombino, che ne à fatto rinnuovare la facciata, ornando le due porte principali del Palazzo, con quattro colonne di marmo sostenenti due ben proporzionati balconi.

PALAZZO DI MONTE CITATORIO VOLGARMENTE CITORIO.

Questo Palazzo è situato sopra una piccola Collina, che si disse già Monte Citatorio, perchè ivi si chiamavano le centurie, adunate ne' septi per dare il loro voto nell'elezione de' Magistrati. La facciata principale fu cominciata col disegno del cav. Bernino, ma l'opera essendo stata abbandonata; Innocenzo XII. comprò il piantato, e lo fece terminare sotto la direzione del cav. Fontana, e vi stabilì i diversi tribunali della giudicatura, e perciò fu l'edifizio detto Curia Innocentiana.

OBELISCO SOLARE DI AUGUSTO.

Incontro alla sudetta Curia lnnocentiana il Pontefice Pio VI. fece inalzare questo superbo obelisco, che Augusto aveva fatto trasportare dall'Egitto, e situare nel campo Marzo nel 744. di Roma per farlo servire di gnomone alla meridiana, della quale Plinio ci dice, che 90. anni dopo, più non corrispondeva esattamente a un tal uso. Rinvenuto nel 1748. rovesciato e rotto in 6 pezzi sotterra presso la via del campo Marzo e la piazzetta dell'Impresa, ove se ne vede memoria in lapide, fu trasportato ivi accanto nel cortile detto la Vignaccia e abbandonato, finchè nel 1789. quel munificente Pontefice lo fece ristaurare, ed erigere colla direzione dell'architetto Antinori.

Questo obelisco di granito rosso, ornato di geroglifici, alto 68. piedi, con un piedestallo di 13. e un zoccolo moderno di 9., che in tutto formano piedi 90., non compresi tutti i metalli al di sopra: nel piedestallo esiste ancora l'iscrizione di Augusto, che fece la dedica al Sole ed è del seguente tenore:

Imp. Caesar. Divi F. Augustus Imp. XIII. Cos. XI. Trib. Pot. XIV. Aegipto in potestatem populi Romani redacta Soli donum dedit.

CAMPO MARZO.

Qui esiste in oggi la più grande popolazione di Roma: che si estende dalle radici del Quirinale e del Campidoglio, fra il monte Pincio ed il Tevere fino alla porta del Popolo. Qui anticamente la gioventù Romana si addestrava agli esercizi del corpo e si assuefaceva a quelli della guerra. E ciò avvisatamente, si praticava vicino al Tevere, affinchè i giovani tutti coperti di sudore, e di polvere potessero gettarsi nel fiume ed acquistare così la forza delle membra, ed una complessione robusta. Vi erano ancora delle barche, con più ordini di remi. Vi si facevano ancora delle corse a cavallo, chiamate Equiria istituite da Romolo, in onore di Marte, di Nettuno, e del Dio Conso. Della quantità prodigiosa, de' monumenti, che decoravano il Campo Marzo, appena se ne conserva qualcuno, per testimonianza della storia.

CHIESA DI S. MARIA IN AQUIRO O DEGLI ORFANELLI.

Benchè si pretenda che il sopranome di Acuiro, venga da Equiria, cioè a dire dal sito, in cui si facevano le corse de' cavalli, tuttavia i monumenti antichi, che circondano questo sito non permettono di potervi capire un circo per le corse. Si sa solamente che circa l'anno 400. s. Anastasio I. edificò questa chiesa; che fu rifabricata dal card. Ant. Maria Salviati, col disegno di Francesco da Volterra. L'altar maggiore eretto, da Monsignor Ugolini ha un quadro di Giovan Battista Boncori; le cappelle hanno ancora de' buoni quadri di Francesco Parone: di Carlo Veneziano, di Gio. Battista Speranza, e nella Sagrestia, di Giacomo Rocca. La facciata fu rifatta verso la fine del Secolo scorso con architettura di Pietro, Camporesi. Addetto a questa chiesa è un Ospizio degli Orfani che vi vengono mantenuti ed istruiti, d'onde ha tratto il presente nome la chiesa.

PANTEON DI AGRIPPA

O CHIESA DI S MARIA AD MARTYRES DETTA LA ROTONDA.

Non può dubitarsi che il Panteon, fra tutti i monumenti antichi di Roma sia il più conservato ed il più magnifico; fu inalzato 25. anni avanti l'Era volgare, secondo l'iscrizione,

m. agrippa. t. p. cos. tertivm fecit

da Marc'Agrippa, genero di Augusto e Console la terza volta, che lo dedicò a molti Idoli, quello di Marte e di Venere, l'uno come protettore di Roma, e l'altra della famiglia Giulia; e Cesare deificato vi ebbe anech'egli la sua statua. Si credette che dalla moltiplicità degli Dei che vi eran stali allocati prendesse il nome di Panteon, e Dione Cassio pensò convenirgli per la sua forma a cupola, simile al Cielo; ma siccome non vi è documento, che gli Dei vi avessero tutti il loro simulacro, nè tutti per l'infinito loro numero vi poterono capire, e siccome l'essere a cupola non fu proprio di questo solo edifizio, così potrebbe dirsi, che la di lui forma rotonda ed ipetra nel tempo stesso, qualità diverse de' tempj, adattabili ne' riti antichi a tutti gli Dei, producessero il nome di PANTHEON.

Molti scrittori moderni hanno pensato, che Marc'Agrippa non abbia fatto che aggiugnere il Portico ma che la fondazione del Tempio spetti alla Republica; tengono essi una tale opinione, 1. perchè nella facciata si vede un secondo frontespizio, che credono aver servito all'edifizio prima di fare il Portico: 2. perchè il cornicione del Portico non corrisponde con quello del Tempio; e 3. perchè l'architettura del Portico è migliore dell'altra, secondo il lor pensamento. Ma quando ancora si accordasse, che il Portico sia stato aggiunto posteriormente all'edifizio rotondo; non ne segua però, che siano stati fatti costruire da persone diverse, e in diverse epoche, perchè Agrippa avrebbe potuto a principio erigere il solo Tempio, e farlo in seguito decorare di un portico da un architetto più abile, per rendere l'Opera cosi più magnifica.

Sembra dunque più naturale, che Agrippa, nel fare le Terme, che fino dal 721. essendo egli Edile, ebbero 170. bagni gratuiti e pubblici, necessariamente proveduti di acqua da qualcuno degli aquedotti., allora già tutti ristaurati, costruisse da' fondamenti la parte rotonda, per formarne il Salone principale delle sue Terme, ma questa divenuta mirabile per la volta di materiale, in Roma non mai più veduta, fosse convertita in un Tempio, a motivo della ricusa di Augusto della dedica dell'edificio quindi per renderlo tale secondo l'antico rito richiedendosi Pronao e Portico, vi fossero questi aggiunti dopo dallo stesso Valerio Ostiense, ed ecco l'origine del doppio frontespizio; il superiore di essi pel Pronao adattato, e ricavate nell'edifizio già costruito, l'inferiore pel Portico aggiunto di pianta da' fondamenti, ecco la ragione della poca corrispondenza di qualcuna delle cornici, e della magnificenza maggiore delle aggiunte; che si è chiamata presto migliore. Due anni scorsero da quello notato nel fregio all'altro in cui, secondo Dione, fu terminato il Panteon, e con esso le Terme, ch'ebbero insieme il lor compimento nello stesso anno 729 di Roma, come insieme avuto avevano il loro principio. Si spiegherebbe ancora così, come alcuni muri profani delle Terme possano essere stati attaccati, e costruiti insieme con quello sagro e rotondo del Tempio, congiunzione insolita ed indecente pel sito sagro.

La facciata del Panteon è veramente superba, e presenta l'aspetto il più maestoso; ottasilo, cioè di 8. colonne di fronte, che reggono un elegante cornicione con ben proporzionato frontespizio; ornato allora dal bassorilievo e dalle statue di Diogene, scultore Ateniese.

Il Portico magnifico e sodo ha 103. piedi di lunghezza, 41. di larghezza; viene formato da 16. colonne Corintie; 8. della fronte di un sol pezzo di granito orientale, bianco e nero, ed 8. simili di granito, ma rosso; congiunte tutte da una cornice architravata, che sosteneva il gran lacunare, formato da tre volte semicircolari di metallo dorato, delle quali una maggiore nel mezzo larga tanto, quanto lunga. Queste colonne sono di una grossezza ed altezza prodigiosa, avendo 4. piedi e 4. pollici di diametro, e 38. piedi e 10. pollici di altezza non compresa base e capitello; sì l'uno, che l'altra di una forma la più elegante. Gi'intercolonnj sono poco più larghi di due diametri, e quello di mezzo un poco maggiore; vi si ascendeva per 5. gradini, e ne' lati era decorato dal podio alquanto in aggetto.

Al Portico succede il Pronao, o avantempio, separato anticamente da' plutei, costituito da 4. ante, o pilastri scannellati, formati con grandi blocchi di marmo, da due interpilastri minori con nicchie, ove furono le statue di Augusto e di Agrippa, che da Dione diconsi collocate precisamente nel Pronao, e finalmente dallo spazio di mezzo, ornato ne' lati da 4. pilastri, e coperto da lacunare semicircolare di materiale, e terminato nel fondo dalla gran porta di giusta proporzione, avendo il suo termine a livello de' capitelli, e tutta di una forma gentile; i di lei stipiti sono di marmo Pario, ciascuno di due pezzi,

Interno del Panteon.


coll'architrave però di un pezzo solo. La porta di bronzo si pretende non essere la primiera, che si dice portata via da Genserico Re de' Vandali, di che non vi è però sicurezza. Tutto il Pronao dentro e fuori è ornato da due ordini di fregj marmorei rappresentanti vari istrumenti da sagrifizio posti sopra ad encarpi appesi a candelabri, ch'ebbero il loro accompagnamento ne' plutei, e distinguono così dal portico questa prima parte sagra del Tempio, fornita del suo particolar frontespizio, con le due cornici superiori che ricorrono con quelle della cella, o corpo rotondo, e che ha nel suo cornicione la sua profilatura de' membri che determina così la sua estensione ne' fianchi. Bisogna distinguere bene questa parte del Panteon; per distruggere l'ignorante critica del doppio frontespizio, ed altri difetti consimili, supposti da qualche moderno poco intendente de' riti sagri ne' tempj. Nella grossezza del muro, dietro la nicchia destra, vi è costruita una scala di 190. gradini, per la quale ora si ascende alla cupola, la simile che esisteva nella parte sinistra è distrutta.

L'interno del Tempio, che ne costituì la parte più sagra, cioè la cella, è un circolo perfetto, del diametro di 133. piedi, ed è da questa forma sferica che la chiesa si chiama volgarmente la Rotonda. Alla larghezza è perfettamente eguale l'altezza, della quale la metà superiore forma la gran cupola, forata nel mezzo da un occhio, di diametro di piedi 27. che illumina il tempio, e lo rende del genere degli Ipetri, cioè, di cielo scoperto; l'altra metà inferiore fu suddivisa in cinque parti, le tre più basse servono ad un Ordine elegante corintio, similissimo ne' suoi membri, profili, e proporzioni a quello del Portico, che assicura l'architetto medesimo, gli altri due quinti superiori formano un attico con sua cornice, ove imposta la volta, e che da Settimio Severo fu ridotto ad un altr'ordine di meschini pilastri, intonacato tutto di marmi colorati, e distrutto totalmente circa la metà del Secolo XVIII., per renderlo di gusto più moderno e più meschino.

Vi sono nel giro 14. colonne: 8. di giallo e 6. di pavonazetto, sono la maggior parte di un sol pezzo; tutte scannellate, con basi e capitelli corintj, di marmo bianco elegantissimi; il loro diametro è di 3. piedi e 6. pollici, e hanno 17. piedi di altezza, senza la base e il capitello. Ogni colonna ha il suo contropilastro della sua stessa qualità di marmo. Dietro le colonne e nella grossezza del muro di piedi 13. sono ricavati in tutto il giro otto gran vani, 4. de' quali rettangolari, e 2. semicircolari formano adesso sei cappelle; i rimanenti 2. vani diversi in grandezza fra loro e da tutti gli altri, sono aperti, uno rettangolare per l'ingresso senza colonne, ma con due pilastri di pavonazzetto, e l'ultimo incontro nel mezzo per una tribuna semicircolare, che ha fuori una colonna per parte in aggetto, di marmo pavonazzetto, e di scannellatura diversa dalle altre 12., in questa tribuna tutti i moderni antiquari hanno creduto collocata sopra di un gran basamento la statua colossale di Giove, ma con più ragione vi si deve riconoscere un tribunale, ivi istituito dall'Imperator Adriano, che fu solito di tenere giudicatura nel Panteon, insieme co' magistrati Romani; la differenza della scannellatura nelle colonne, ne' membri della cornice sopraposta e nella grandezza soverchia favoriscono questa congettura.

Gli otto altari minori, ripartiti nel giro a distanze eguali, furono già altrettante edicole per gl'Idoli principali, ornata ciascuna da due colonnette, con cornicione e frontespizio; quattro di queste con servano ancora le loro prime colonne di giallo antico, scannellate, e colla forma e proporzione annunziano l'epoca medesima delle grandi; altre due edicole le hanno lisce di porfido, che assai convengono al tempo dal ristauro di Settimio, ma le ultime due sono tutte di granito ordinario, con basi e capitelli scompagni, le quali vi si adattarono, quando il tempio convertito in chiesa si tolsero le anteriori di porfido, che s'impiegarono nel recinto intorno l'altar maggiore, ove durarono fino al Secolo XVII. (come apparisce dalle stampe incise in quel tempo) che in fine sono andate disperse e alienate. Questi otto altari minori presentemente sono ornati da quadri e da statue moderne di santi. Corrisponde a ciascuno di questi 8. altari un vano semicircolare interno, ricavato nella grossezza del muro, e sopra di esso un secondo ed un terzo ordine di vani consimili; si entra in quelli del prim'ordine da porticelle al di fuori, nel secondo la maggior parte non ha acceso alcuno, o al più se lo ebbe vi entrò dalle nicchie interne sopra il primo cornicione; nel terzo si penetrava agli 8. vani per porticelle sopra la seconda cornice di fuori.

Tutte le sculture di Diogene Ateniese sono perite, insieme colle celebri Cariatidi di questo tempio, menzionate da Plinio; il sito delle quali è tuttora in questione fra gli antiquarj, perchè non vi è alcuna delle loro opinioni, che non soffra eccezioni. Qualora però si fissi, che la statua di Giove Ultore, a norma del rito, avesse una edicola isolata, nel sito incirca ove oggi è l'altare principale, e s'imagini che fosse costruita come quella annessa al tempio di Eretteo in Atene, in parte esistente, la quale invece di colonne ha statue di Cariatidi, che sostengono una cornice ed un lacunare, supponendone una consimile al Giove del Panteon, si avrebbero allora le Cariatidi di Diogene, prossime all'occhio, come esigge l'espressione di Plinio; farebbero il loro solito officio di servire, per colonne, si potrebbero sul loro capo riconoscere que' capitelli Siracusani di metallo, indicati dallo stesso Plinio nel Panteon, e si avrebbe il tempo ed il perchè fossero state tolte nel cambiamento del tempio profano in chiesa Cristiana; finalmente se le Cariatidi figurarono in Grecia la pena di un tradimento de' Carj, l'esprimerebbero egualmente nel Panteon intorno al Giove Ultore, cioè vendicatore della morte proditoria di Cesare. Le Cariatidi poste oziose sopra le grandi colonne, oltre la soverchia distanza smentita da Plinio, cambiano la loro natura, che è di reggere, non di essere rette: e se Vitruvio le disse stabilite pro columnis, le dovette indicare Plinio ancora poste in columnas, cioè per colonne, e non in columnis, come con evidente contradizione ha la lezione comune del testo.

Riguardo ai si sa che nel 732. un fulmine scosse l'asta dalla mano della statua di Augusto: nell'837. in tempo di Tito soffrì per un incendio, riparato poi da Domiziano. Sotto Trajano un fulmine incendiò qualche cosa, che fu ristabilita da Adriano, al quale converrebbero le variazioni nella tribuna e nell'ingresso; anche Antonino Pio fu ristauratore del Panteon; ma Settimio Severo e Caracalla vi fecero tali e tanti ristatili, che meritarono l'iscrizione esistente nell'architrave della facciata concepita in questi termini, Imp. Caes. L. Septimius Severus Pius Pertinax Arabicus Adiabenicus Parthicus Maximus Pontif. Max. Trib. Potest. X. Imp. AL Cos. lII. PP. Procos. Imp. Caes. M. Aurelius Antonius Pius Felix Aug. Trib. Potest. V. Cos. Procos. Pantheum vetustante corruptum cum onni cultu restituerunt. I marmi colorati del pavimento, che fu forse prima di mosaico, le rivestiture di marmi egualmente colorati nelle pareti, tutte quelle dell'attico, le colonne di porfido delle quattro edicole, i due fregi del marmo medesimo alle due grandi cornici circolari, sono cose tutte convenientissime alla loro epoca. Quando nel 608. concesso da Foca a Bonifacio IV. fu ridotto in chiesa Cristiana, gl'idoli tutti e le Cariatidi dovettero sparire, e 4. delle colonnette di porfido passarono alla chiusura del Presbiterio, rimpiazzate dalle ordinarie di granito. Nel 663., dell'Era volgare Costante II. venuto in Roma, non ristaurò, ma spogliò questo Tempio, benchè già chiesa, di tutte le tegole di metallo che lo coprivano, e le inviò, insieme con tutti gli altri gli ornati di Roma, alla sua Real città di Costantinopoli. Questo danno fu riparato nel 713. da Gregorio III. che lo ricuoprì di lamine di piombo; e dopo di Martino V. anche Eugenio IV. coprì di nuovo la volta di piombo, fece qualche sbarazzo, e situò nella nicchia sotto al portico i due leoni di basalte, e la bell'urna di porfido, ora al monumento di Clemente XII. in Laterano, e forse ad Eugenio IV. si deve l'antico Altare in fondo alla tribuna, del quale resta memoria indubitata nelle stampe. Urbano VIII. rimise la colonna angolare nel portico, scompagna e non sua, che nel capitello ha un'ape, insegna della famiglia Barberini, tolse i metalli dal soffitto, fece erigere i due campanili, pe' quali fu tolta la porzione di mezzo del frontespizio superiore; Alessandro VII. eresse le altre due colonne che mancavano al lato del destro portico, e sbarazzò l'edifizio occupato da casuppole, ed abbassò il piano della piazza. Finalmente Benedetto XIV. mutò l'ornato dell'attico, tolse intieramente il secondo ordine, fece, cangiare la proporzione delle 14. nicchie, alle quali aggiunse i frontispizi, venne imbiancata la grande volta; le altre innovazioni sono posteriori e attuali.

Le statue e le pitture moderne sono mediocri fra le prime la Vergine col Bambino è del Lorenzetto; e la statua di Sant'Anna di Lorenzo Ottoni. Lateralmente alle 8. Edicole erano dei busti moderni de' migliori Pittori, Scultori, ed Architetti, come Raffaele, Annibale Caracci, Pussino, Mengs, Angelica Kauffmann e de' letterati Metastasio, Winckelmann, ed altri più modernamente situati ivi con tal profusione, che degenerando questo ornamento, in cosa troppo trita, sono stati questi busti trasportati d'ordine del regnante Pontefice Pio VII. nel pianterreno del Palazzo de Conservatori, come noi abbiamo indicato nel Tomo I. Quando Bonifacio IV. ottenuto questo tempio da Foca lo dedicò al culto del vero Dio, e della Madonna, trasportò da' cimiteri 28. carri di reliquie di santi Martiri, che collocò sotto l'altar maggiore, ed allora fu che la chiesa prese il nome di Sancta Maria ad Martyres.

Molti molte cose hanno scritto di questo rispettabile monumento, e sono tutti stimabili per le loro dotte ricerche; ma fra le tante cose dette non ne sono mancate delle insussistenti, tali per esempio sono que' sotterranei per gli Dei Inferi; la traslocazione delle colonne interiori, e del loro cornicione per porle ne' lati in aggetto; la situazione delle Cariatidi ne' soffitti del Portico, o nell'Attico interno, il lume tramandato dall'occhio della cupola ne' cappelloni per le finestre sopraposte, i fulmini supposti ne' fregj del Pronao; il laconico imaginario annesso e poi dimidiato dietro alla tribuna, la fondazione delle Terme protratta dal 721. al 635. di Roma, ed altre di tal genere.

Il Panteon nella sua parte posteriore nè fu fondato isolato, nè mai è stato tale, anzi si vede congiunto co' muri delle Terme d' Agrippa che furono le prime, che si vedessero in Roma, e che egli morendo lasciò al Popolo Romano, insieme cogli orti. Palladio ha disegnato gli avanzi di esse, che al suo tempo erano assai più riconoscibili. Erano queste assai sontuose, e si estendevano sino all'arco, detto in oggi della Ciambella, ove poi proseguivano gli Orti, o siano Giardini irrigati dall'acqua Vergine, che da lui era stata introdotta nella città per benefizio del Campo Marzo, e dell'avanzo della quale egli formato aveva un euripo, e uno stagno.

PIAZZA DELLA ROTONDA.

Questa è piazza decorata da una fontana di marmo, disegno di Onorio Longhi, per ordine di Gregorio XIII. In mezzo alla tazza vi è un basamento quadrato, scantonato negli angoli, ove sono delfini, che gettano acqua. Nel 1711. Clemente XI. vi fece erigere da Filippo Barigioni il piccolo Obelisco con geroglifici, già inalzato nella piazzetta di san Macuto a tempo di Paolo V.

Fine del Tomo II.


Data: 1822. (edited 12 novembre 2005)  Autore: SIG. AVV. D. CARLO FEA (edited Paolo Badalì).