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Descrizione di Roma e de' Contorni: Edizione Elettronica

ROMA


CONTORNI DI ROMA. Avanti

PIAZZA DELLA MINERVA.

Alessandro VII. nel 1667. fece erigere quest'Obelisco Egizio, di granito con geroglifici, sopra il dorso di un elefante di marmo giusta il bizzarro ed elegante disegno del cav. Bernino, eseguito da Ercole Ferrata. Fu trovato nel prossimo giardino de' Domenicani; ed ha 17. piedi di altezza. Questa Piazza prende il nome dalla

CHIESA DI SANTA MARIA SOPRA MINERVA.

Siccome si dice che questa chiesa sia stata edificata sopra di un tempio che Pompeo il Grande aveva fatto fabricare a Minerva fu detta Santa Maria sopra Minerva dall'essere la chiesa alla Vergine Maria consacrata. Abbandonata dalle Monache Greche di Campo Marzo fu concessa dal Popolo Romano sotto il Pontificato di Gregorio XI. ai Padri Domenicani, i quali si applicarono a rifabricare questa chiesa e renderla di quella grandezza, che si vede, coll'elemosine di personaggj pii e riguardevoli. Questa è di un gusto gotico, a tre navate, ornata da una quantità di cappelle: vi sono da notare i due depositi di Leone X., e di Clemente VII. scolpiti da Baccio Bandinelli: ma è da osservarsi altresì, che la statua di Leone è di Raffaele da Montelupo; e quella di Clemente di Giovanni di Baccio Bigio. La scultura però la più stimabile è la statua stante del Salvatore opera di Michelangelo situata a destra dell'altar maggiore; vi è rappresentato Nostro Signore, che tiene la croce, e qualche istrumento della sua passione. Fra le pitture, nella crociata a destra, si distingue l'Annunziata con s. Tommaso di Aquino pittura del Beato Giovanni da Fiesole Domenicano, con sopra l'Assunta, di Filippo Lippi, di cui è il laterale; la volta fu dipinta da Raffaelino del Garbo, e sono queste pitture tutte di gran semplicità, e diligenza. Meritano ancora considerazione il quadro di s. Ludovico, del Baciccio; la Vergine co' Santi nella cappella Altieri, di Carlo Maratta; il Crocifisso, del Giotto; e nel fondo della crociata a sinistra la Cappella di s. Domenico, colla volta dipinta dal Roncalli, e decorata da colonne di verde antico, e dal Deposito di Benedetto XIII., ornato della statua del Pontefice, e di quelle dell'Umiltà, e della Religione.

Nel convento di questi Religiosi è la Biblioteca Casanatense, una delle più ricche e celebri d'Italia. Fu fondata a benefizio publico dal cardinal Girolamo Casanatta, e arricchita di un fondo considerabile pel mantenimento. La statua di questo cardinale, che si vede nel fondo, è opera di Mr. le Gios: di molto merito.

Il Tempio d'Iside, e quello di Serapide si credono esistiti in queste vicinanze; mentre oltre i monumenti Egizj qui ritrovati, si anno in Vittore registrari uniti, Isium, Serapheum, Minervium, Minerva Chalcidica etc.

Sortendo dal convento si trova a sinistra la Chiesa di s. Maclovio, o s. Malò, volgarmente s. Macuto, vescovo di Brettagna; questa è chiesa filiale della Basilica Vaticana, il cui Capitolo la sta ristaurando, e v'interviene ogni anno ad officiarla il di 12. Novembre, festa del Santo, è degno d'essere osservato il finestrone, che senza punto deformare la facciata, e abbastanza grande per dar lume a tutta la chiesa, e che si crede eseguito sul disegno di Bramante. Quella incontro è la

CHIESA DI S. IGNAZIO.

Ove era una chiesetta dedicata alla Santissima Annunziata ivi il cardinal Ludovico Ludovici, Nipote di Gregorio XV., eresse questa chiesa in onore di s. Ignazio, che fu santificato dal Zio, ed il cardinale stesso vi pose la prima pietra nel 1626., venne continuata con un fondo da lui lasciato di 200. mila scudi, fu aperta nell'anno santo 1650. per ordine del Principe Niccolò Ludovisi, fratello del cardinale, ma non fu terminata del tutto prima dell'anno 1685.

Nel cavare i fondamenti della facciata, fu rinvenuto l'arco marmoreo dell'aquedotto dell'acqua Vergine, che ivi aveva il suo termine, lungo la facciata dei Septi, de quale porta la figura il P. Donato nella sua Roma, delineata dal vero.

Domenichino aveva dato due disegni diversi per questa chiesa, da' quali il Padre Grassi Gesuita formò quello che fu eseguito, eccettuata la facciata, ch'è pensiero dell'Algardi, composta da due ordini di pilastri e colonne, sotto Corintj, e sopra compositi. Questa facciata presenta una grandiosa e bella massa, assai ben lavorata, tutta di travertini.

L'interno, pensiere dei tre professori sudetti, è a tre navi, decorato da pilastri Corintj scannellati, di una buona proporzione, con belli capitelli e cornicione di buon profilo. Le cappelle laterali, precedute da graziose cupolette, lasciano dominare la nave maggiore, la quale potrebbe anche avere la sua cupola.

Le pitture dell'altar maggiore, la tribuna, e l'immensa volta furono maestrevolmente colorite a fresco del Padre Pozzi Gesuita, gran maestro di prospettiva, il quale dipinse ancora negli angoli, in mezzo alla gran crociata, quattro emblemi del coraggio e della forza, tratti dalla Sagra Scrittura: Giuditta colla testa di Oloferne; David con quella del gigante Goliat, Sansone che fa strage de' Filistei, e Giaele che inchioda in terra la testa, di Sisara addormentato.

Le due cappelle della crociata sono della più gran magnificenza; quella a destra di s. Luigi Gonzaga è tutta rivestita di belli marmi antichi e moderni, riposa sotto l'altare il corpo del santo, in un'urna impellicciata di lapislazuli. La cappella è ornata con quattro colonne spirali di verde antico, che hanno in mezzo un gran bassorilievo di Mr. le Gros, che rappresenta s. Luigi Gonzaga, portato in cielo dagli Angeli, di una composizione bellissima, e di una mirabile esecuzione; vi è nella figura del santo una semplicità ed una grazia, che incanta.

La cappella incontro non è meno ricca di questa, è essa nel medesimo modo decorata da quattro colonne spirali di verde antico il gran bassorilievo, rappresentante l'Annunziazione della Madonna; è scolpita da Filippo Valle. La seconda cappella a destra ha un quadro del Trevisani, che rappresenta la morte di san Giuseppe, la cupola è dipinta da Luigi Garzi.

Di fianco alla porta laterale si vede il Deposito di Gregorio XV. fatto da Mr. le Gros, e dello stesso scultore è il ritratto in basso nel medaglione del Cardinal Ludovisi, nipote di quel Pontefice, ed incontro alla su mentovata porta si vede nello spazio, che qui è occupato da questo deposito, la statua colossale in istucco rappresentante s. Ignazio. La chiesa e arricchita di diaspro di Sicilia, e di quattro belle colonne di giallo impelliciate, e scannellate in una maniera assai bizzarra.

COLLEGIO ROMANO.

Il Collegio Romano, che è unito a quella chiesa, ed è il più grande e bello di Roma, consiste in un vasto edifizio, che fece costruire Gregorio XIII. col disegno di Bartolomeo Ammanato. Il cortile è circondato da un portico a due piani, e le scuole si sono disposte all'intorno, queste scuole sono frequentale, a preferenza, di quante sono in questa città: vi s'insegna gratis la lingua Latina, Greca, Ebraica, e tutte le scienze: vi si ammettono i giovani studenti degli altri piccoli Collegi della città. Qui è compreso ancora il Seminario Romano, che dapprima era nel Palazzo accanto la chiesa di s. Macuto: e che vi fu trasferito l'anno 1774. Vi si trova una Biblioteca pregevole e numerosa, e il celebre Museo del Padre Kirchero Gesuita, ricco di bronzi antichi, vasi di agate, di corniole, di belli camei, busti, statue, iscrizioni, medaglie ed altre cose concernenti l'istoria naturale.

Incontro la facciata di questo Collegio, in un angolo della piazza v'è il monastero e chiesa di s. Marta, consagrata l'anno 1570. agli 11. di Maggio, e nell'anno 1673. istaurata, ed abbellita con marmi, stucchi dorati, e pitture con architettura di Carlo Fontana che la rese una, delle galanti chiese di Roma.

Dietro a questo monastero, si trova il

PALAZZO ALTIERI.

Questo magnifico Palazzo, che si estende fino alla piazza del Gesù, è uno de' più grandi e belli, che siano in Roma: fu fabricato col disegno di Gio. Antonio de Rossi, dal cardinal Camerlengo Gio. Battista Altieri; comprende due piani, e molti appartamenti, con una scala maestosissima. Negli appartamenti vi è qualche pittura, e qualche statua rimarchevole.

Nel gran Salone la volta è dipinta da Carlo Maratta, ed è una delle più belle opere di questo maestro.

CHIESA DEL GESÙ.

Appartiene questa magnifica chiesa alla casa professa de' Gesuiti, e va del pari colle più belle di Roma. Fu cominciata nel 1575. dal cardinale Alessandro Farnese, che demolì due isolette, una che aveva una chiesetta detta di s. Maria della Strada, e l'altra quella di s. Andrea. Vignola ne fu il primo architetto, cui successe Giacomo della Porta, che inalzò la nobile facciata esistente tutta di travertino.

L'interno presenta all'occhio un aspetto il più maestoso, è decorato di un Ordine Composito, con una volta ricchissima di stucchi dorati, ed egualmente stimabile per le pitture; nelle quali Baciccio ha rappresentato il trionfo del nome di Gesù, e li vizj rovesciati da raggj, che partono da quel nome, il gruppo de' vizj è mirabile, vi regna un disordine così bello, che si crederebbero come precipitali nel momento. Nella cupola si vede, dipinto dallo stesso, il Padre Eterno, al quale Gesù Cristo presenta gl'istrumenti della sua passione, alla presenza della Vergine e di molti Santi del Paradiso. Agli angoli egli ha rappresentati quattro Patriarchi Legislatori, altrettanti Profeti, gli Evangelisti, e quattro Dottori; finalmente nella tribuna l'Agnello, adorato da' Seniori, è opera del medesimo Baciccio, che dipinse anche le volta della nobile cappella di sant'Ignazio.

L'altar maggiore ha quattro belle colonne di giallo antico, ed un quadro del Muziano, rappresentante la Circoncisione.

Il magnifico altare della crociata, dedicato a s. Ignazio, fu fatto secondo il disegno del Padre Pozzi Gesuita, ed è uno de' più maestosi e ricchi di Roma; la figura del Santo alta 10. piedi fu eseguita tutta di argento, sopra il modello di Mr. le Gros; è situata entro la nicchia, ornata di lapislazuli e di alabastri antichi, contornati da listelli di bronzo dorato, e sopra nel mezzo ha il nome di Gesù, scritto in lettere di cristal di monte. Le quattro colonne, che sostengono il frontespizio dell'altare sono parimente di bronzo dorato, col fondo delle scannellature rivestito di lapislazuli da cima al fondo; il globo, fra il Padre Eterno e Gesù Cristo, è della stessa pietra, preziosa. I marmi, i bronzi dorati, le statue, i bassorilievi, e gli altri ornamenti di questa cappella corrispondono ad una magnificenza, che ha costato somme immense. Il corpo del santo, morto nel 1556., e canonizzato l'anno 1622., è situato sotto l'altare in un'urna di metallo dorato, ornato di bassorilievo, e di pietre dure.

A destra ed a sinistra dell'altare sono due eccellenti gruppi di marmo, de' quali uno rappresenta la Fede, adorata dalle più barbare Nazioni, opera di Giovanni Teudon: l'altro, che è di Mr. le Gros, lavoro più bello del primo, rappresenta la Religione; che atterra l'Eresia, sotto il simbolo di un uomo, che tiene un serpente, e di una vecchia decrepita; l'uno e l'altra si vedono rovesciati al solo aspetto della croce, e della Religione rappresentata in atto di fulminarli.

Incontro vi è la cappella di s. Francesco Saverio, fatta co' disegni di Pietro da Cortona. Il santo vi è rappresentato moribondo, in un quadro di Carlo Maratta, composto con qualche confusione, e che ha molto sofferto. De' quadri degli altri altari il più bello è la Santissima Trinità, dipinta dal Bassano nella terza cappella.

CHIESA DELLE STIMMATE DI S. FRANCESCO.

Si venera in questa Chiesa, che fu già Parrocchia, la memoria de' Santi Quaranta Martiri; e cira il 1595. vi si trasferì l'Archiconfraterinta delle Stimmate, che la rifabricò, sotto il Pontificato di Clemente XI., il quale vi gettò la prima pietra, fu questa eseguita con disegno del Contini, e proseguita da Antonio Canevari.

Sopra l'altar maggiore il s. Francesco, che riceve le Stimmate, è un bel quadro del Trevisani, di una composizione, e colore analogo al soggetto. Il laterale nella prima cappella a destra, entrando, rappresentante la Flagellazione di Nostro Signore è del cavaliere Benefiali, di un colorito vero e grazioso.

Sono in questi contorni le chiese parrocchiali de' Ss. Niccolò e Biagio alle calcare, e a' Cesarini, e di s. Lucia alle botteghe scure, e le altre di s. Giovanni della Pigna, di s. Chiara col monastero; del Sudario de' Piemontesi e di s. Elena de' Credenzieri, rifatta l'anno 1867. e finalmente la magnifica

CHIESA DI SANT'ANDREA DELLA VALLE.

A motivo della bellezza del sito, ove fu costruita, o dal prossimo Palazzo Valle, questa chiesa, dedicata a Sant'Andrea, si denomina della Valle. Fu cominciata nel 1591. dal cavaliere Alfonso Gesualdo, col disegno di Pietro Paolo Olivieri continuata da' cardinali Alessandro Montalto e Francesco Peretti, fu terminata col disegno di Carla Maderno. La sua facciata è una delle più belle, che siano a Roma, architettata da Carlo Rainaldi; di una forma buona nel totale: e gli Ordini Corintio e Composito, che la decorano, l'uno sopra dell'altro, sono di giusta proporzione di bel profilo, e ben eseguiti; la porta, le nicchie, ed i piedestalli del prim'ordine sono di una proporzione assai conveniente alle colonne.

L'interno della Chiesa è decorato da' pilastri Corintj, è di una bella forma, e la nave; è ben proporzionata col coro e con la cupola. La prima cappella a destra, entrando, architettura di Carlo Fontana, ornata di belli marmi, ha un bassorilievo stimabile di Antonio Raggi. La seconda, ricca parimente di marmi, è costruita di parti, imitate tutte dalle opere del Bonarroti, essendovi la Pietà gettata in bronzo dalla di lui statua, che esiste in s. Pietro in Vaticano; le altre cavate da quelle, che sono al deposito di Giulio II. a s. Pietro in Vincoli, e si è fatto altrettante circa l'architettura, depositi, ed altri oggetti.

La gran cupola è ornata di superbe pitture del Lanfranco, che vi ha rappresentato la gloria del Paradiso, ed è una delle migliori opere di quel maestro: I quattro Evangelisti negli angoli sotto la cupola, sono di Domenichino, figure ben composte, di un disegno corretto e puro, e di un colorito assai forte: i due puttini, che si abbracciano sono pieni dell'espressione la più graziosa. Le figure nella volta della tribuna, e i quadri rappresentanti la storia di s. Andrea sono dello stesso, che in queste opere superò se medesimo, come aveva superati i suoi contemporanei nelle altre. Ne' tre gran quadri a fresco il cav. Calabrese rappresentò il martirio di s. Andrea. L'ultima cappella della casa Barberini è degna di considerazione pe' belli marmi, sculture, e pitture del Passignani; e vi si vede la memoria, che indica ivi il sito della cloaca, nella quale si suppone fosse gettato il corpo di s. Sebastiano Martire, benchè sia cosa dubbia.

Nell'uscire, da questa chiesa per la porta laterale, si vede incontro la chiesetta di s. Elisabetta della Confraternita de' Fornari Tedeschi. Fuori dell'altra porta laterale vi è il

PALAZZO STOPPANI.

Questo Palazzo già de' signori Caffarelli, fu fabricato con disegno di Raffaele, ed è uno de' più belli di Roma. Si legge in una iscrizione, posta sopra il muro a' piedi della scala, che ha servito di abitazione a Carlo V. quando venne in Roma. Fu ristaurato verso la metà del passato Secolo dal cardinal Stoppani, che ne fece l'acquisto, e gli ha dato il suo nome

COLLEGIO DELLA SAPIENZA.

Innocenzo IV. nel 1244. rinuovò in Roma lo studio dell'una e dell'altra legge, e Bonifacio VIII. nel 1295. lo stabilì in questo Luogo con le pubbliche scuole. Clemente V. nel 1310. vi aggiunse le Cattedre di lingua Ebraica, Greca, Araba, e Siriaca. Nel 1432. Eugenio IV. gli assegnò l'utile della gabella sul vino forastiero alla quale si aggiunse, assai dopo l'altra del fieno, e Clemente VII. Nipote di Leone X. gli confermò i privilegi, e lo pose sotto la protezione de' tre cardinali capi d'ordine.

Leone X. principiò l'edifizio presente, con singolare architettura del Bonarroti; Sisto V. continuò la fabrica, e ne ordinò l'amministrazione agli Avvocati Concistoriali; Urbano VIII. ne proseguì il compimento, che gli fu dato poi da Alessandro VII. unitamente alla chiesa, il quale vi aggiunse la copiosa Libreria, che dal nome del Pontefice, fu detta Biblioteca Alessandrina: la di lei volta fu dipinta da Clemente Majoli; Domenico Guidi scolpì il busto di Alessandro VII., e Antonio Corradini l'altro di Benedetto XIV.

Questo vasto edifizio, che è la sede dell'Università di Roma, si chiama la Sapienza, a motivo di quelle parole del Salmo 100. Initium Sapientiae timor Domini, scolpita sopra la porta principale; è formato da un quadrilungo, decorato nell'esterno da finestre e dell'interno ha un gran cortile, ornato in tre lati da portici, con due ordini di arcate, sotto formate da' pilastri Dorici e al di sopra Ionici; il quarto lato, che serve di facciata alla chiesa, è un semicircolo, con gli stessi due ordini di pilastri de' portici.

La graziosa chiesa fatta col disegno del cav. Borromino, di forma triangolare, è delle più singolari; un Ordine composito regge la cupola, formata di archi doppi, che nell'esterno termina in forma spirale. Il quadro dell'altar maggiore fu cominciato da Pietro da Cortona, e dopo la sua morte terminato da Ventura Borghesi, suo scolaro; vi sono rappresentati i Protettori san Luca Evangelista, s. Leone Magno, e s. Ivo, Avvocato de' poveri.

In questo Collegio vi sono otto Professori in Teologia, de' quali 3 per la Scolastica, 1. per la Sacra Scrittura, 2. per la Dogmatica, 1. per la Teologia Morale, e 1. per la Storia Ecclesiastica Sei Professori per lo Gius civile e Canonico. Otto per la Medicina; de' quali 2. per la Botanica, 1. per l'Anatomia e 1. per la Chimica. Due Professori di Matematiche, uno di Logica, uno di Fisica esperimentale, uno di Morale, uno di belle lettere, uno di Archeologia, e quattro per le lingue Ebraica, Greca, Araba, e Siriaca. Nel Salone si conferisce la laurea dottorale; gli Avvocati Concistoriali l'accordano ai Dottori ia Gius civile e canonico, e li Professori delle altre facoltà a quelli, che hanno assistito alle loro lezioni, Sortendo per la porta minore s'incontra sulla piazza la

CHIESA DI S. EUSTACHIO.

E' questa chiesa antichissima, Diaconia Cardinalizia fin da' tempi di s. Gregorio Magno, Collegiata e Parrocchia. Non è certo chi la fondasse presso le Terme Neroniane e Alessandrine, ma certo bensì è che Celestino III. nella terza Domenica dopo Pasqua l'anno 1196. ne facesse la consagrazione con tanta solennità che sin allora non v'era stata la simile, come si legge nell'antica lapide ivi esistente. Ella è celebre ancora per gli atti illusitri che qui dal Popolo Romano si celebravano e fino ai tempi di s. Pio V. qui si dava ogni grado di dottorato agli studenti della Sapienza. Anche in oggi il Popolo Romano, oltre la solita offerta del calice e torce nella festa del Santo, dona un pallio di velluto rosso il dì 29. Gennajo, per essere stato in quel giorno l'anno 1598. sotto Clemente VIII. ricuperato alla chiesa lo stato di Ferrara.

Col disegno di Antonio Canevari fu fabricata di nuovo tutta la chiesa con 4. cappelle per parte, e portico chiuso da cancellate per un legato del Canonico Moroli, concorrendovi anche il Capitolo. Nell'altar maggiore, disegno di Niccola Salvi, ricco di marmi e metalli, fatto a spese del card. Neri Maria Corsini, Diacono di questa chiesa, vi è una bellissima urna di porfido ove sono rinchiusi i corpi di s. Eustacchio, colla di lui moglie, e figli martiri, ed un buon quadro dell'Imperiali, e ne' due della crociata lodevoli opere del Zoboli. La cappella di s. Michele fu rifabricata da' Curiali di Collegio, ov'è il bel deposito di Monsig. Silvio de' Cavalieri Segretario di Propaganda Fide.

PALAZZO GIUSTINIANI.

Il Marchese Vincenzo Giustiniani fece fabricare questo Palazzo, col disegno di Giovanni Fontana, e del cav. Borromino, che lo termina. Questo e uno de' palazzi piu stimabili pel numero grande di statue, e bassirilievi che vi sono collocati. Il vestibolo è ornato da colonne di granito, da due figure di Apollo, da una statua sedente di Domizia, da due Ercoli, da bassirilievi eruditi, e da molti busti e statue. Nella scala vi sono le statue di Mercurio, di Settimio Severo, di Apollo, di Augusto, di Marc'Aurelio, e di Perseo. Un bel busto di Berenice, ed un altro di Antinoo.

L'appartamento è ornato da colonne di porfido, di verde antico, da statue, e da quadri preziosi. Nella prima sala si vede una statua sedente di Marcello, che è sorprendente per la verità dell'azione; due gladiatori che si battono, due donne in piedi, e una figura di Roma trionfante.

Cominciando dalla seconda anticamera, de' due dipinti laterali una è del Casali, e l'altro rappresentante l'Angelo, e s. Matteo, della scuola del Caravaggio; la Risurrezione del Salvatore, del Caravaggio medesimo: s. Gio. Battista, del Guercino; e un ritratto, di Carlo Veneziano.

Nella terza camera Gesù Cristo con la Maddalena e del Fiammingo; David che lotta col leone del Guercino: la flagellazione di N. S. attaccato alla colonna, del Caravaggio.

Nella quarta Gesù Cristo che è incontrato da s. Pietro, che gli dice Domine quo vadis, del Caracci; una piccola Madonna del Coreggio.

Nella quinta, una Maddalena di Tiziano: il ratto di Ganimede, di Michelangelo Bonarroti: Venere e Amore, del medesimo. La Zingara, di Michelangelo da Caravaggio, come la suonatrice di liuto, che somiglia la favorita di Raffaele. Adamo ed Eva, della scuola di Pietro da Cortona. Una statua di un Ermafrodito, un gruppo di tre putti, ed una Leda.

La sesta camera è tutta piena di teste di Filosofi, una testa di Alessandro, in pietra di paragone: quella di Scipione Africano, di marmo Egizio, molte teste di Bacco barbato, dette volgarmente di Platone, ed altre di altri Filosofi.

Nella settima vi sono molli busti d'Imperatori, d'Imperatrici e di Romane; un Fauno; un busto di serpentino ch'è unico.

Si vede appresso un numero prodigioso di statue, situate a destra, e a sinistra due Fauni, due Ercoli, due Veneri accovacciate, sotto la forma di Leda, e di Cleopatra: un piccolo Arpocrate, una Vestale: una piccola Diana Efesia, ed un caprone, che si distingue per l'antico più bello. Una testa di Vitellio, un'altra testa di Apollo: una graziosa Venere, che dorme, ben panneggiata: una testa colossale di Giove, ed altre.

Quando si è entrato nell'appartamento nobile, si vede sopra la porta una Madonna, il Bambino Gesù e s. Giovanni, del Barocci, un s. Agostino del Tintoretto: in alto un s. Sebastiano di Guido: la Regina Semiramide, di Paolo Veronese: Agar ed Ismaele, di Niccolò Pussino: la Crocifissione, e la Risurrezione, del Trevisani. Un s. Giovannino, del Caravaggio, e s. Veronica, della sua scuola.

Nella camera accanto, due quadri, del Caravaggio, rappresentanti un Cristo Morto, sostenuto da molte figure, e l'altro la Cena, il miracolo del pesce, di Ludovico Caracci: una Madonna di Andrea del Sarto, e sotto una s. Famiglia di scuola Fiorentina.

Nell'altra camera Gesù Cristo nell'orto, di Gherardo delle Notti, sopra la porta un quadro di Niccolò Pussino, rappresentante Mosè. Una Madonna in gloria con s. Paolo e s. Antonio Abate, di Guido. Una s. Agnese di Luca Cambiasi. Una Madonna, il Bambino e s. Giovannino, del Guercino: e molte Madonne della scuola di Raffaele.

Accanto nell'altra Camera, due quadri Mosè, e Rachele, di Nicolò Pussino: un Salvatore che scaccia i profanatori dal tempio, della scuola del Rubens. Una Madonna in piedi, il Bambino e s. Giovanni, di Andrea del Sarto, e molte altre Madonne della scuola di Raffaele, di Leonardo da Vinci, e del Barocci.

Nella Galleria, un gruppo di teste, del Parmigianino. Un Salvatore giovane, di Tiziano: un s. Matteo, di Michelangelo da Caravaggio: un Cristo colla Veronica, del Casali: la Serva di Pilato, di Gherardo delle Notti: Gesù Cristo che sveglia gli Apostoli, del Caravaggio: Giacob, del Vander Fiammingo: un san Sebastiano, della scuola di Tiziano. Le Nozze di Cana, di Paolo Veronese, s. Pietro in carcere, di Gherardo delle Notti; la fuga in Egitto, di Mr. Valentin. La Madonna sopra le nuvole, di Agostino Caracci; s. Tommaso, che mette la mano nella piaga del costato di N. S., di Michelangelo da Caravaggio: un Presepio, di Gherardo delle Notti: una Maddalena del Guercino. La Visitazione di s. Elisabetta, di Agostino Caracci. Il Battesimo nel Giordano di N. S., dell'Albano: la Coronazione di spine, del Caravaggio, s. Francesco, della scuola del Caracci: il Giardiniere che fugge, lasciando il lenzuolo fra le mani de' soldati, di Gherardo delle Notti. Le tre Marie, di Pietro Testa. La lavanda de' piedi, del Vandelwelt Fiammingo, che qualcuno pretende essere del Caravaggio. Un Filosofo, del Caravaggio: altro dei Caracci, s. Girolamo, dello Spagnoletto. Un'Annunziata, di Agostino Caracci: s. Brigida avanti di Cristo, della scuola de' Caracci: s. Michele col Demonio, di Antonio Caracci.

CHIESA DI SAN LUIGI DE' FRANCESI.

Ove fu una chiesa di s. Maria, unita alla prossima di s. Salvatore in Thermis, la nazione Francese eresse con molta magnificenza questa nuova chiesa, per la fabrica della quale Caterina de' Medici, Regina di Francia, fece larghe somministrazioni; fu consacrata il di 3. Ottobre 1589. ad onore della Bella Madonna, di san Dionigi Areopagita, e di s. Luigi IX. Re di Francia.

La maestosa facciata, tutta di travertino, fu inalzata col disegno di Giacomo della Porta, ornata da pilastri, sotto di ordine Dorico, e sopra Corintj, con tre porte; le 4. statue però vi sono state aggiunte modernamente, e furono scolpite da Mr. Lestache padre d'uno degli ultimi amministratori di questo edifizio.

Questa chiesa è a tre navi, decorata da pilastri Jonici, impellicciati di diaspro di Sicilia, tutta arricchita di stucchi dorati, e di belle pitture. Mr. Natoire dipinse la volta e la cupola: il coro e la tribuna dell'altar maggiore furono riccamente adornati con disegno di Mr. Deriet.

A dritta entrando la prima cappella ha il Fonte Battesimale, che sembra per avventura troppo semplice ove si consideri la magnificenza Francese: il quadro dell'altare rappresenta san Giovanni Battista, e sant'Andrea.

Sul pilastro che è fra questa, e la seguente cappella, si vede il sepolcro del celebre Dottor Saliceti Medico, del Pontefice Pio VI., morto nel 1789.

È in quesia seconda cappella che si ammirano ne laterali, e nella volta, i famosi freschi di Domenichino, rappresentanti diversi tratti della vita, e la morte di santa Cecilia. Recentemente si è fatta tale opera onde questi preziosi dipinti sieno veduti ad un lume più chiaro e più confaciente. Sull'altare si vede la santa Cecilia di Raffaele copia del Guido, e si vede la Santa accompagnata dai Ss. Urbano, Tiburzio, e Venanzio.

Sul pilastro, che separa la seconda dalla terza cappella è situato il sepolcro di Nicola Ulenghels direttore dell'Accademia di Francia in Roma morto nel 1737.

Ha questa terza cappella, un quadro, che rappresenta la B. V. de Valois, e vi si vede sopra una nuvola che è sostenuta da alcuni Angeli, alcuni personaggi sono nel basso intenti a contemplarla. I1 monumento del cardinal d'Ossat celebre Ambasciadore del Re Cristianissimo, Enrico IV. e quella di Monsig. di Narbona Vescovo d'Evreux compiono l'ornamento di questa cappella.

S'osserva sul pilastro, che divide questa cappella dalla seguente il sepolcro d'Enrico de Brocard de Lamothe, morto nel 1740., ed al disotto, quello d'Augusto Alfonso Gaudar pensionario, all'Accademia dì Francia in Roma, morto l'anno 1804., mentre il suo ingegno dava di lui fiorentissime speranze.

Ha questa quarta cappella, un quadro, rappresentante san Remigio. Ne' laterali sono dipinte delle battaglie. in questa, cappella sono deposte le mortali spoglie di Monsig Vescovo di Pergamo, Elemosiniere delle Principesse di Francia. Si vede sul seguente pilastro il monumento di Mr. Person Direttore dell'Accademia di Francia in Roma defunto nel 1725.

La quinta cappella che dal vedervisi un gran Crocifisso, è detta del Crocifisso, offre il sepolcro dell'illustre Antiquario cavaliere d'Angincourt, con una iscrizione del ch. Dottore Alessandro Visconti. Questo valent'uomo che s'era proposto di veder solamente la città di Roma, e partirsene; vi restò poi 37. anni allettato dalla dolcezza delle leggi, e del clima, e da tanti belli monumenti, che sapeva egli degnamente apprezzare. Morendo lasciò erede la Biblioteca Vaticana di molti disegni, manoscritti, ed oggetti preziosi.

Sopra la porta che dalla chiesa introduce alla Sacristia, è il deposito del card. de la Grange d'Asquien morto l'anno 1707. in età di anni 105. e giorni 11., alla quale non è giunto alcun cardinale prima, o dopo di lui.

Di qui si va avanti all'altar maggiore cinto da una bella balaustrata in marmo, e pavimentato di be' marmi di diversi colori, corrispondenti all'insieme della chiesa, ch'è d'una proprietà e d'una eleganza rimarcabile: è sull'altar maggiore un gran quadro, opera del Bassano, rappresentante l'Assunzione.

Incontro, ed in corrispondenza alla porta, ch'è d'entrata alla Sagrestia, è un'altra, sopra la quale è il monumento del card. de La Tremonille morto nel 1720.

La cappella seguente, ch'è la prima tornando verso la porta, ha sull'altare un quadro di mano del Caravaggio, rappresentante san Matteo, che scrive il suo Vangelo: i laterali dipinti a fresco dallo stesso maestro, mostrano il martirio di quel Santo.

La capella del Sagramento chiamata di san Luigi, perch'è dedicata a quel santo re, è riccamente adornata di marmi, e di stucchi dorati. Il quadro del Santo che si vede sull'altare è opera della signora Plautina. I freschi laterali, mostrano, l'uno san Luigi colla corona di spine, e l'altro lo stesso Santo sopra una gloria d'angeli, con delle figure nel basso.

La penultima; mostra nel quadro dell'altare san Nicola di Bari, e ne laterali la sua nascita, e la sua morte.

Finalmente si vede sull'altare dell'ultima cappella un quadro rappresentante san Sebastiano accompagnato da santa Apollonia, e da santa Marta. Vi e stato collocato il deposito del cardin. de Bernis, che per 24. anni ha con tanta dignità, e nobiltà compite le funzioni d'Ambasciatore del Re Cristianissimo in Roma, questo deposito è opera di Massimiliano Laboureur. Incontro è quello di Mad. de Montmorin, fattogli porre a spese del Visconte di Chateaubriand, ed è opera rimarcabile del francese scultore Marin.

Si riconoscono, come de buoni quadri, quelli che si vedono nella Sagrestia, vale a dire quello ch'è sopra la porta rappresentante san Luigi re di Francia: e quello che rappresenta san Dionigi operante un miracolo, opera Fiamminga, situato sull'altare della piccola Sagrestia. La grande è tutta ricoperta d'armadi di noce.

Tutti gli anni il dì 25 Agosto, è in questa chiesa cappella Cardinalizia, ed il Santo Padre viene a celebrarvi una Messa avanti la funzione.

La chiesa è uffiziata da 14. Cappellani francesi, che sono allogiati nella vasta Casa contigua detta di san Luigi. Sortendo si va alla

CHIESA DI S. AGOSTINO

Ove era una piccola chiesa fabricata nel Secolo XIII. da' PP. Agostiniani, il card. Guglielmo di Estouteville, fattala demolire, nel 1483. fece erigere la presente, col disegno di Baccio Pintelli, o come altri vogliono di Giacomo da Pietra Santa, e di Sebastiano Fiorentino; che verso la metà del secolo scorso fu ristaurata nell'interno da Luigi Vanvitelli. La sua facciata è semplice; dentro è a tre navate, fiancheggiate da cappelle, ricche di belli marmi, e pitture di buoni maestri. L'Altar maggiore decorato tutto di marmi è disegno del cav. Bernini, come gli Angeli che stanno in adorazione sopra la cornice.

La cappella di s. Agostino nella crociata a destra è ornata di belle colonne e bassirilievi, e di tre buoni quadri di Guercino: quello dell'altare, che rappresenta, s. Agostino, s Girolamo e s. Giovanni; e due laterali uno con s. Giacomo, l'altro con l'eresia atterrata da s Agostino. La cappella nel fondo della chiesa de' Ss. Agostino e Guglielmo ha delle belle pitture del Lanfranco: La Madonna coronata da G. C. e dal Padre Eterno con s. Agostino e s. Guglielmo che l'invocano, sopra l'altare: s. Agostino che medita sopra la riva del mare sul mistero della Trinità, in un laterale, hanno molto merito. Nella prima cappella a sinistra vi sono delle belle pitture di Michelangelo da Caravaggio, e in quell'accanto un gruppo con s. Anna e la Madonna scolpito da Andrea del monte Sansovino. Il più prezioso quadro però di questa chiesa è il Profeta Isaia, dipinto a fresco sopra il terzo pilastro della navata grande, dall'incomparabile Raffaele: figura della più grandiosa di lui maniera, di una correzione di disegno mirabile, e di una espressione presso che divina.

Nell'annesso convento si trova la celebre Biblioteca, chiamata Angelica dal nome del suo fondatore il P. Angelo Rocca Agostiniano, che animato da un genio benefico la consagrò al servizio del publico. Il Padre Vasquez accrebbe poi questo prezioso deposito, aggiungendovi la Biblioteca del card. Passionei, che comprò per la somma di 30. mila scudi Romani, e questi buoni religiosi, assistendo con molta urbanità, e pazienza i giovani studiosi si rendono degni d'ogni encomio.

CHIESA DI SANT'ANTONINO DE' PORTOGHESI.

Questa chiesa, edificata a principio da Martino de Chevez Portoghese, in tempo di Sisto IV., fu rifabricata da' fondamenti a spese della Nazione con disegno di Martino Lunghi il giovane; ma la sua facciata non fu terminata che verso l'anno 1695. dall'architetto Cristoforo Schor. Venne poi elegantissimamente ornata di belli marmi e di stucchi dorati. Il quadro di s. Elisabetta, nella cappella a destra della crociata, e una bella invenzione del Cadts, dipinta dal signor Luigi Agricola; la santa vi è rappresentata nel momento, che ha pacificato il Re suo marito, con il suo figlio, che erano in guerra, e pronti a battersi. Il s. Antonio dell'altar maggiore è del Calandrucci; e il cav. Concioli, scolaro del battoni, ha dipinto la cappella della Madonna, si ammira in questa chiesa la nitidezza, che gli dà l'essere tutte coperta di marmi.

CHIESA DI SANT'APOLLINARE.

Si crede, che anticamente qui fosse un tempio di Apollo, convertito in chisa da s Silvestro, che Adriano I. rifabricò dedicandola al Vescovo s. Apollinare. La presente però, disegno del cav. Ferdinando Fuga, fu fatta d' fondamenti sotto il Pontificato di Benedetto XIV., il quale ornò a proprie spese l'altar maggiore di fini marmi, di bronzi, stucchi dorati, e sculture: e del quadro, rappresentante la consagrazione di s. Apollinare a Vescovo di Ravenna, fatta da s. Pietro. La statua di s. Francesco Saverio nella terza cappella è una bella scultura di Mr. le Gros; e l'altra incontro di s. Ignazio, di Carlo Marchionne. L'immagine della Vergine col Bambino e s. Pietro e s. Paolo tenuto in gran venerazione, si dice di Pietro Perugino.

Nell'annesso Palazzo è l'

ACCADEMIA ROMANA DI S. LUCA.

Nel palazzo già di Pietro de Luna cardinale, che fu Antipapa col nome di Benedetto XIII. rifabricato dal card. Destouteville, concesso da Giulio III. a sant'Ignazio, si fondò un Collegio de' giovani di Allemagna, e di Ungheria, che fu confermato e arrichito da Gregorio XIII per l'istruzione Ecclesiastica, divenuto molto celebre e riguardevole, per gli cospicui personaggi, che vi sono sortiti. Lo stesso architetto della chiesa Ferdinando Fuga, rinuovò da' fondamenti questo Palazzo, che venne accresciuto verso la fine del secolo scorso di nuova fabrica con architettura del Camporesi.

In questo stesso edifizio recentemente è stata istituita la Scuola Publica del disegno, riunendovi quella del nudo di Benedetto XIV., con altre scuole de' principj elementari di Ornati, Prospettiva, Anatomia, e di Storia, Riti, e Costumi, oltre le grandi di Pittura, Scultura, ed Architettura, nelle quali s'insegna gratuitamente ai giovani da' professori Accademici, per ciò stipendiati dal Governo.

PIAZZA NAVONA.

Nel sito, in cui anticamente si facevano l'Equiria, o corse di cavalli istituite da Romolo, fu costruito questo Circo, da Alessandro Severo, che da lui prese il nome; e che occupava questo vasto sito, che ne conserva la forma. È stato chiamato da' moderni Circus Agonalis; a motivo, essi dicono, che vi si facevano le feste Agonali in onore di Giano: ma queste consistettero sempre in soli sagrifizj celebrati, nella Regia, presso la via Sagra; Quindi non gli resta che l'aver tratto il suo nome da' certami delle corse di carri che vi si facevano, mentre Agonia era il nome che davano i Greci ad ogni certame. Questa in oggi è decorata da tre belle fontane, e dalle facciate di Sant'Agnese, di s. Giacomo de' Spagnoli; e del Palazzo Pamfilj.

Innocenzo X. di casa Pamfilj fece costruire la fontana di mezzo nella piazza che sorpassa molto le altre due per la singolarità pella costruzione, per la bellezza del disegno, che e del cavalier Bernino, e per l'abbondanza delle sue acque. Consiste di un masso di scoglio, che s'inalza in mezzo di una gran vasca. Quattro statue sedenti, di proporzione colossale, ne' quattro angoli dello scoglio, rappresentano i fiumi primarj dellle quattro parti del mondo; il Danubio, scultura di Mr. Claudio; il Gange, di Francesco Maratta; il Nilo, di Gio. Antonio Fancelli; e la Plata di Antonio Raggi, statue tutte cui non manca altro, che quel venerabile che dà l'antichità. Dallo scoglio di ciascuno sgorga in abbondanza dell'acqua, che figura quella del suo fiume, che si perde nel mare. Lo scoglio è traforato nel mezzo a guisa di caverna, dalla quale si vede uscire da una parte un leone, dall'altra un cavallo, scolpiti entrambi da Lazzaro Morelli. Pianta in cima allo scoglio un gran piedestallo, che sostiene un obelisco di granito rosso, alto 51. piedi, e carico di geroglifici Egizj, benchè sia riconosciuto per una copia Romana degli intendenti di si fatte antichità; fu questo cavato dalle rovine del Circo di Caracalla. Il tutto del monumento è elegante, ben ideato, e fa un bell'effetto, nel mezzo di questa grande Piazza.

CHIESA DI SANT'AGNESE.

Sopra de' fornici del Circo di Alessandro, che servivano, al solito in congiuntura de' giuochi, per lupanare, in uno de' quali era stata condotta la Santa Vergine, Agnese per ordine di Sinfronio, Prefetto di Roma, acciò fosse abbandonata ai libertini della città, dagl'insulti de' quali venne miracolosamente liberata; era stata edificala una chiesetta parrocchiale, dedicata a sant'Agnese, che Sisto V. aveva data in cura, ai Chierici Minori. Innocenzo XI per la divozione di questa Santa, vedendo l'angustia e povertà della medesima chiesa la fece demolire, e rifabricare magnificamente, col disegno del cav. Rainaidi. La facciata però fu inalzata dal Borromino, di ordine Composito, ed è certamente delle più graziose di Roma.

L'interno, decorato da otto grandi colonne, e quasi tuto adornato di marmi preziosi, ha la forma di una Croce Greca con una cupola nel mezzo di buona proporzione, e con volte orante di stucchi dorati. I quattro angoli, che reggono la cupola, rappresentano figure allegoriche, dipinte dal Baciccio, di un colore vago e grazioso; le quattro arcate, che formano la Croce Greca, sono occupate dalla porta e da tre cappelle maggiori, e quattro altre minori, formate a nicchia, restano negli angoli, ed hanno sopra l'altare tutte un bel bassorilievo di marmi, rappresenta il primo s. Alessio, di Francesco Rossi, il secondo s. Emerenziana, di Ercole Ferrata, il terzo s. Cecilia, di Antonio Raggi, l'ultimo s. Eustachio in mezzo alle fiere, di Melchior Cafà, terminato dal Ferrata. Sopra l'altar maggiore, impellicciato di alabastro fiorito, con quattro vaghe e belle colonne di verde antico, è un gruppo grande della Sagra Famiglia, scolpito da Domenico Guidi. Nelle Cappelle della crociata si vede a destra la statua di sant'Agnese in mezzo alle fiamme, del sudetto Ferrata, ed a sinistra quella di san Sebastiano, che si dice essere una figura amica, trasformata in Santo da Paolo Campi. Il bel Deposito d'Innocenzo X. è situato sopra la porta grande; benchè il Corpo riposi incentro l'altare della cappella di Santa Francesca Romana. Si può scendere anche in oggi nel sotterraneo, che secondo l'antica tradizione, era il lupanare, ove si vede un superbo bassorilievo di marmo dell'Algardi, che vi ha rappresentato Sant'Agnese, tutta nuda, condotta da due Soldati per essere violata in questo luogo stesso e ricoperta miracolosamente da' suoi capelli. Questo bassorilievo è disegnato perfettamente, pieno di verità e di grazia; vi si vedono l'innocenza, e la modestia espresse nella figura della Santa, che è di un carattere il più bello, e l'insieme dell'opera non invidia le più belle antiche composizioni.

CHIESA DI SAN GIACOMO DEGLI SPAGNOLI.

Questa chiesa, ch'ora è per demolirsi minacciando irreparabile ruina fu fatta costruire da un Infante di Castiglia, chiamato Alfonso, dopo fu rifabricata da Don Alfonso Paradinas, Vescovo di Rodrigo in Ispagna: l'anno 1450., e dedicata a s. Giacomo Apostolo, e a s. Idelfonso.

Il quadro dell'Assunta, nella prima Cappella a destra, è di Francesco da città di Castello, colla volta di Pierin del Vaga; la Risurrezione nella seguente di Cesare Nebbia, colla volta di Baldassar Croce, di cui è il Nostro Signore, che libera i Santi Padri dal Limbo; ed il Sant'Antonio al di fuori. Tutti i freschi nella terza sono dello stesso Nebbia. La Madonna, Gesù, e sant'Anna, nella penultima cappella, furono scolpite da Tommaso Boscoli Fiorentino; le pitture e li stucchi dell'ultima sono di Giulio Piacentino.

Il Santissimo Crocifisso colla Madonna, e san Giovanni nell'altar maggiore è di Girolamo Sermoneta. La cappella di san Giacomo, dall'altra parte, col deposito del card. Albanese, è architettura di Antonio da s. Gallo; il s. Giacomo fu scolpito dal Sansovino; ancor giovane, e le pitture sono di Pellegrino da Modena. La cappella contigua di s. Diego è architettura di Flaminio Ponzio, e il quadro con altri freschi, dalla cornice in sù, sono di Annibale Caracci, e da' suoi cartoni l'Albano e Domenichino dipinsero il restante: s. Giacomo e s. Michele nell'ultima furono dipinti da Marcello Venusti.

Il busto di Monsignor Montoja, nel deposito presso della Sagrestia, è del Bernino, e sue sono le teste dell'Anima Beata, e della Dannata, in Sagrestia, una gran parte però degli ornamenti di questa chiesa, è stata trasportata in quella della Madonna di Monserrato, che si fa riattare dalla Nazione Spagnuola, ed abbellire di nobilissime dorature.

PALAZZO MASSIMI.

L'architettura di questo Palazzo è di Baldassar Peruzzi, il quale ne ha disposto la facciata in linea curva, per seguire la direzione della strada. Si vede in tutto quest'edifizio una magnificenza, e un'eleganza di proporzioni, una scelta di parti e di modinature, che lo rendono la più bella architettura in questo genere, e portano questo gran maestro de' nostri tempi a livello degli antichi. L'ingresso è formato da un portico, sostenuto da sei colonne Doriche, con pilastri, che simili introducono per un vestibolo ad un cortile che ha due portici, ed è ornato da colonne e pilastri Dorici, come sopra un second'ordine Jonico; tutto questo edificio occupa uno spazio assai ristretto, ma è disposto con tanta arte, che n'è stato cavato il miglior partito possibile. A questo corpo è annesso un secondo; sono l'uno e l'altro ornati di statue bassirilievi antichi; fra le quali si distingue la copia antica trovata alla Villa Palombara, del celebre Discobolo di Mirone, in bronzo.

In una stanza di questo Palazzo, ridotta a cappella, fu risuscitato Paolo de' Massimi da s. Filippo Neri, nel 16. Marzo 1683.; ed in altre stanze contigue a questo Palazzo, possedute da Pietro Massimi nell'anno 1455. otto Niccolo V. fu esercitata la prima volta in Roma la stampa, invenzione di Corrado Svveynheym e Arnoldo Pannartz Tedeschi, e i primi libri ivi stampati, furono s. Agostino della Città di Dio, l'Epistole di san Girolamo, con altre opere di s. Padri.

CHIESA DI S. PANTALEO.

Nel 1261. Onorio III. fondò questa chiesa, che era parrocchia e collegiata, uffiziata da' preti Inglesi, e che fu concessa ai preti delle Scuole Pie, approvati da Paolo V. nel 1614., e da Gregorio XV. nel 1621. qui ammessi. Fu rinnovata da' fondamenti coll'ajuto di persone divote, e col disegno di Gio. Antonio de Rossi, e in questi ultimi anni gli fu eretta la facciata a spese del Duca Torlonia, col vago disegno del signor Valadier.

Nell'altar maggiore, ornato di marmi e stucchi dorati, vi è una bell'urna di porfido, ove riposa il corpo di s. Giuseppe Calasanzio, fondatore di queste Scuole. Questa chiesa è frequentata specialmente da' Medici, nel dì 27. Luglio, in cui si fa la festa di s. Pantaleone, che fa di tal professione.

Si dice essere fondata questa chiesa sopra gli avanzi del Circo di Alessandro, che non estendendosi tanto oltre, possono supporsi di edifizj annessi al Circo, secondo il solito degli antichi.

PALAZZO BRASCHI.

Questo Palazzo, fabricato col disegno del cav. Morelli, è una delle più solide e grandi fabriche di Roma: la sua scala, di una costruzione magnifica, e singolare, fu decorata di marmi bellissimi, con 16. colonne di granito rosso Orientale, e pilastri dello stesso marmo, e con quattro pregiabili statue antiche di Commodo, Cerere, Achille, e Pallade. Nell'appartamento nobile si ammira una superba collezione di sculture antiche, fra quali la celebre statua colossale di Antinoo, trovata a Palestrina, e tre busti di Adriano, Trajano, e Giulio Cesare. Entrando nella Galleria si veggono le statue antiche di Cincinnato, di Giulia Augusta figlia di Druso; di Diana, di Bacco, e due grandi tazze di rosso antico, due altre di marmo cipollino, ed un sarcofago, ornato di un Baccanale in bassorilievo.

Il secondo appartamento contiene de' belli quadri, ove nell'anticamera è una Madonna col Bambino, ed altri santi, di Benvenuto Garofolo; Dalida e Sansone, del Caravaggio.

Nella camera il miracolo de' pani, è dello stesso Garofolo; la donna adultera di Tiziano; la Madonna con molti Angeli, del Morillo, quadro di un colorito sorprendente; lo sposalizio di s. Caterina, di Fra Bartolomeo da s. Marco; le Nozze di Cana in Galilea, del Garofolo, che è una delle più belle opere di questo pittore, pel suo colore, e per la sua composizione; un s. Sebastiano Fiammingo; una sagra Famiglia di Raffaele, copiata dal Caracci; Lucrezia di Paolo Veronese; la Crocifissione, del Tintoretto.

In altra camera vi sono, l'Adorazione de' Magi, di Luca Signorelli; e quattro quadri grandi del Garofolo: Cristo nell'Orto; la Religione Cristiana, con la Sinagoga Ebrea; la Samaritana; e l'Adorazione de' Magi.

Finalmente nell'ultima camera è un camino di superbo lavoro, tutto ornato di emblemi militari, opera di un sol pezzo, eseguita dal Franzoni.

PIAZZA DI PASQUINO.

Questa Piazza ha preso il nome di Pasquino da un tronco di statua: avanzo di un gruppo, che si vede nel cantone del Palazzo Braschi, ch'era di un buonissimo lavoro, ma estremamente sfigurato dal tempo. Questa statua è stata per molto tempo il soggetto che interloquiva, anche spesso in dialogo con Marforio, ed il sito in cui si affigevano le satire, burle, detti arguti, e generi, consimili di composizioni, per ciò dette Pasquinate.

La chiesa in questa piazza dedicata alla Natività del Signore, appartiene ad un'Archiconfraternita, detta degli Agonizanti, istituita nel 1616., ed approvata da Paolo V. la quale dopo aver assistito in varie chiese di Roma si eresse questa da' fondamenti, coll'Oratorio. Voltando a sinistra si giunge alla,

CHIESA DI SANTA MARIA DELL'ANIMA.

Nell'anno 1400. fu fondata questa chiesa, insieme coll'ospizio annesso da un certo Giovanni di Pietro Fiammingo, per la nazione Teutonica: ebbe questo nome da una imagine della Madonna, sedente con due figurine genuflesse, rappresentanti come due anime di fedeli; della quale se ne vede una copia scolpita in marmo sopra la porta grande; la facciata, fatta in tempo di Adriano VI, forse dal vecchio Sangallo, ha tre porte ben ornate da colonne di marmo di ordine corintio, ma non à alcuna bellezza.

L'altar maggiore è ornato di colonne, ed altri marmi di prezzo, e di un bel quadro di Giulio Romano, che rappresenta la Madonna, attorniata d'Angeli, con s. Giuseppe e s. Giacomo che l'invocano: e che ha sofferto prima da una inondazione del Tevere, e poi da ritocchi, che si credettero farvi. Il primo quadro, a destra nell'entrare, e quello incontro sono belle pitture di Carlo Veneziano; la copia della Pietà di Michelangelo è opera di Nanni di Baccio Bigio, scultor Fiorentino; il Deposito di Adriano VI. è disegno di Baldassar Peruzzi, scolpito da Michelangelo Senese, e Niccolò Tribolo Fiorentino; e i due piccoli sepolcri ne' pilastri con putti sono del celebre Fiammingo. Incontro a questa chiesa è l'altra

CHIESA DI SAN NICCOLÒ: DE' LORENESI.

Già detta s. Niccolò in Agone, ch'era prima piccola Parrocchia, dedicata a s. Caterina V. e M. soppressa da Gregorio XV. fu conceduta alla nazione Lorenese, che nel 1636. la riedificò da' fondamenti, servendosi per la facciata de' travertini del circo Agonale, trovati nello scavare. La volta nuovamente rifatta colla cupola ed altri ornamenti e stucchi messi a oro, fu tdecorata di pitture a fresco di Corrado Giaquinto, che vi fece ancora i due Laterali ad olio. Il s. Niccolò nell'altar maggiore e la s. Caterina sono del Niccolai Lorenese, e l'altro è di francesco Antonozzi. In fine del vicolo incontro è la

CHIESA DI SANTA MARIA DELLA PACE.

Le guerre che turbavano l'Italia sotto il Pontificato di Sisto IV. impegnarono questo Pontefice a indirizzare de' voti al Cielo per ottenere la Pace coll'intercessione della Madonna; e in seguito di questi voti egli fece fabricare questa bella chiesa col disegno di Baccio Pintelli, e nel 1487. la dette ai Canonici regolari Lateranensi. Alessandro VII. animato dal medesimo zelo, la fece ristaurare in appresso col disegno di Pietro da Cortona, che vi aggiunse una nobile facciata, decorata da due ordini di architetiura, de' quali il primo forma un portico di colonne Doriche, disposte in forma di semicircolo, la di cui, composizione ha molta somiglianza co' belli tempi antichi.

Appena si entra si vedono a destra sopra di un arco le pitture a fresco, rappresentanti quattro Sibille, di Raffaele; e quantunque abbiano queste pitture molto sofferto, siano state ristaurate, ed abbiano perduto molto in parte il loro pregio tuttavia sono da stimarsi pel merito della loro invenzione, ed espressione; che sempre mostra il genio felice di quel grande dipintore; le altre sopra la cornice sono suo disegno: il quadro di bronzo al di sotto è di Cosimo Fancelli e di lui è la statua di s. Caterina, co' due puttini diligentemente scolpiti; il s. Bernardino e gli altri due puttini sono di Ercole Ferrata. Il quadro nella seguente cappella del card. Cesi è di Carlo Cesi, colla volta del Sermoneta; e li depositi e statue sono scolpiti da Vincenzo de Rossi da Fiesole, ma i grotteschi eccellentemente scolpiti: sono di Simon Mosca, particolare in simili lavori, onde questa cappella è ammirabile.

Passata la porta laterale, il quadro dell'altare con s. Giovanni Evangelista fu colorito dal cavalier d'Arpino, e la Visitazione al di sopra è una bell'opera di Carlo Maratta. Nella cappella appresso il Battesimo di N. S. è di Ottavio Gentileschi, con tutto il restante, ma i due laterali sono di Bernardino Mei, Senese; II gran quadro al di sopra colla Presentazione al tempio della Vergine, ricca di molte figure è opera assai stimata di Baldassar Peruzzi; che però ha non poco sofferto pe' ritocchi.

Ne' pilastri dell'altar maggiore le figure di s. Cecilia e di s. Caterina da Siena e quelle incontro di s. Agostino e s. Chiara sono di Lavinia Fontana: i laterali coll'Annunciazione e la Natività della Vergine; dipinte a oglio sul muro sono del cav. Passignano, tutte le altre pitture a fresco sono opere graziose di Francesco Albano.

Le due mezze figure ne' lati della cappella del Crocifisso, sono credute la Maddalena del Gentileschi, e l'altra del cav. Salimbeni, che fece a fresco le altre. La Natività della Madonna nel gran quadro al di sopra è del cav. Raffaele Vanni il giovane. La tavola della cappella contigua col presepio è opera stimabile del Sermoneta, con gli altri Santi all'intorno. Il quadro grande col Transito della Madonna, nell'altro, è di Giò. Maria Morandi.

Rientrando nella navata, il s. Girolamo è del Venusti; e si crede che il Bonarroti facesse il disegno: l'istoria di Adamo ed Eva, nell'alto, sono figuroni di Filippo Lauri, e il ritratto di monsignor Girolamo Giustini è di Vincenzo da Fiesole. Il s. Ubaldo nell'ultima co' due santi canonici Lateranensi, sono dì Lazzaro Baldi; ma le storie del Testamento vecchio, colle altre figure grandi, sono bellissime cose di Baldassarre Peruzzi da Siena.

L'annesso Chiostro è una graziosa e bell'architettura del Bramante, ma un poco licenziosa. Nel fine della via incontro è a destra la

CHIESA DI SAN TOMMASO IN PARIONE.

Questa è parrocchiale; fu consagrata nel 1139., e poi nel 1317. otenne da Leone X. il titolo di cardinal Prete. Nel 1581. fu ristaurata con molta spesa da Mario e Camillo Cerrini, Nobili Romani. Il s. Tommaso nell'altar Maggiore è del P. Cosimo Cappuccino, il s. Gio. Battista del Pomarancio, e la B. Vergine incontro è del Passeri; lateralmente vi è un Noli me tangere sul gusto di Giulio Romano. Fu qui titolare il B. Gregorio Barbarico, e s. Filippo Neri vi ricevè di 36. anni la prima tonsura gli Ordini minori, il Sudiaconato e il Sacerdozio, come indica una iscrizione postavi espressamente, recentemente si sono fatti a questa chiesa degli opportuni ristauri. E di qua per la strada Papale si va alla

CHIESA DI S. MARIA IN VALLICELLA DETTA LA CHIESA NUOVA.

Per ordine di s. Filippo Neri, demolita la piccola e rovinante chiesa di s. Maria in Vallicella eretta da s. Gregorio Papa: nel 17. Settembre 1575. si diede principio alla presente dall'architetto Gio.

Matteo da città di Castello. Martino Lunghi il vecchio celebre architetto edificò il di dentro, e fece il disegno per la facciata, che fu poi eseguita da Fausto Rughesi da Monte Pulciano. All'antico titolo di s. Maria si aggiunse il nuovo di s. Gregorio, suo primo fondatore, ed in memoria di Gregorio XIII. Boncompagni, che contribuì grossa somma per la fabrica, come la Casa Cesi per la facciata, che è decorata da due ordini di pilastri Corintj e Compositi, che formano una massa grandiosa e nel totale buona, e bene eseguita.

La decorazione dell'interno però è del Borrormino, che l'ha composto di un ordine Corintio. L'anno 1700. i Padri dell'Oratorio, che ne sono in possesso, la fecero ornare di pitture e di stucchi dorati da' migliori Professori, e pavimentare di marmo nella gran navata, e nella cappelle nel 1750.

Pietro da Cortona dipinse a fresco la volta grande, ove rappresentò s. Filippo Neri, che prega la Vergine di reggere la chiesa, già pronta a rovinare; la tribuna ove è l'Assunzione della Madonna; la cupola nella quale comparisce Gesù Cristo, che offre al Padre Eterno gl'istrumenti della sua Passione, portati da Angeli, per indicare ciò che egli ha fatto per noi; e finalmente sotto ne' quattro angoli altrettanti Profeti.

Il quadro dell'altar maggiore, che rappresenta l'imagine della Madonna, che tiene il Bambino, sostenuta da Angeli, con altri in basso, che l'adorano è una bella pittura del Rubens, di cui sona ancora i due laterali, uno con s. Gregorio, s. Mauro e s. Papia Martiri, l'altro con s. Domitilla e li ss. Nereo ed Achilleo, tutte belle e maestose figure. L'altare è decorato da 4. belle colonne di portasanta con basi e capitelli di bronzo dorato, insieme con li due Angeli che stanno in adorazione ne' lati del tabernacolo, che è di pietre fine e marmi preziosi, composizione tutta di Ciro Ferri.

Tutti i quadri delle cappelle sono di buoni autori, e ve ne sono de' particolari: il primo, a destra nell'entrare, è un Crocifisso di Scipione Gaetani: il Cristo portato al sepolcro nel seguente altare è una copia del capo d'opera di Michelangelo da Caravaggio: l'Ascensione nella terza cappella è del Muziano: la venuta dello Spirito Santo nella quarta di Vincenzo Fiammingo, e l'Assunta nell'ultima, di Aurelio Leoni Pisano.

L'Incoronazione della Madonna, nella crociata è del cav. d'Arpino, che ha una buona gloria, e nel resto è mediocre: le statue de' due ss. Giovanni ne' lati sono di Flaminio Vacca. La cappelletta col quadro di s. Ignazio e s. Carlo, opera bella del Maratta, è architettura del cav. Fontana, e ne' laterali il s. Carlo è dello Scaramuccia Perugino, e la peste di Milano opera stimata di Giovanni Bonatti.

La ricca cappelletta di s. Filippo ha un mosaico, copia del famoso originale di Guido Reni, coll'effigie del Santo in orazione avanti la Madonna col Bambino; tutte le altre pitture, storie del Santo, furono fatte con grand'impegno dal cav. Cristoforo Pomrancio per la decorazione di questa cappella di sorprendente ricchezza e magnificenza. La Presentazione di Maria Vergine al tempio, nella crociata, fu condotta con dolce maniera dal Barocci, ed è piena di grazia; le statue ne' lati di s. Pietro e di s. Paolo furono scolpite da Gio. Antonio Paracca, da Valsoldo.

L'Annunziata nella cappella seguente fu dipinta dal Passignani; la Visitazione di s. Elisabetta da Federirn Barocci: il Presepio nella terza, da Durante Alberti: L'adorazione de' Magi è di Cesare Nebbia, e nell'ultima la presentazione di N. S al tempio del cavalier d'Arpino.

La sagrestia è ornata da una bella volta a fresco di Pietro da Cortona, che vi ha rappresentato un grand'Angelo che porta la croce, attorniato da una gloria di Cherubini e di Angeli che tengono gl'istrumenti della Passione: il carattere della testa dell'Angelo è mirabile. Nel fondo della sagrestia vi è la statua di S. Filippo Neri, aggruppata con un Angelo, insigne sculture dell'Algardi.

L'Oratorio, annesso alla chiesa, ha una gran facciata, decorata dal Borromino di un'architettura bizarra e singolare, che non lascia di produrre un buon effetto. Il quadro dell'altare è del Vanni, e la Coronazione della Madonna nella volta è un bel fresco del Romanelli. La costruzione artifiziosa di questa gran volta ha fatto molto onore al Borromino intelligentissimo in questa parte dell'Architettura benchè negli anni scorsi ebbe bisogno di un qualche rinforzo.

CHIESA DI SAN GIOVANNI DE' FIORENTINI.

Nel 1488. fu cominciata questa chiesa col disegno del Bonarroti, ma per la troppa spesa non eseguito, si costruì con quello di Giacomo della Porta, o secondo altri del Sansovino. A questo tempio altro non mancava che la facciata, che vi fu fatta per ordine di Clemente XII. col disegno di Alessandro Galilei; tutta di travertino, a due ordini di colonne Corintie, con sei statue, e bassirilievi di marmo; che la rendono magnifica.

L'interno della chiesa è a tre navi, con cappelle ornate riccamente; separa l'altar maggiore N. S. e s Gio. Battista, che lo battezza, sono sculture di Antonio Raggi, nella crociata a destra vi è un bel quadro di Salvator Rosa, che rappresenta s. Cosma e s. Damiano sul rogo.

Proseguendosi per questa via, detta Giulia, perchè aperta da Giulio II. passato il Colleggio Bandinelli, fondato nel 1678. pe' giovani Toscani; ed appresso il bel Palazzo Sacchetti, architettura di Antonio Sangallo, da lui fatto in origine per propria abitazione, in cui sono pitture a fresco di Cecchin Salviati, e della sua scuola; si giunge alla

CHIESA DI S. BIAGIO DELLA PAGNOTTA

Già posseduta da' monaci Benedettini, e detta de cantu secuto; fu riedificata da Alessandro II. circa l'anno 1069 e fu denominata della Pagnotta, dal pane benedetto solito disiribuirvisi il giorno della festa. È antica Parrocchia, in cui viene a celebrare la festa il Capitolo di S. Pietro. Nella facciata il Santo dipinto a fresco si vuole di Andrea Sacchi, o dell'Albano, li due angeli con altri puttini in alto di adorazione dentro la Chiesa sono di Pietro da Cortona, ancor giovinetto.

Voltandosi a destra presso la riva del Tevere è la chieda de' Ss. Faustino e Giovita, detta ancor S Anna de' bresciani, inalzata, dalla nazione nel 1575 in sito concessogli da Gregorio XIII. rinnovata ed abbellita coll'opera del Cav. Carlo Fontana. Tornandosi nella via Giulia si trova la

CHIESA DI S. MARIA DEL SUFFRAGIO

Col disegno del Cav. Carlo Rainaldi fu eretta questa Chiesa, prima del 1678. dalla Compagnia detta del Suffragio istituita fino dal 1592 approvata da Clemente VIII. nel 1594. ed esistita nella prossima Chiesa di S. Biagio fino al 1616. Le pitture di essa sono tutte de' pittori di quel tempo, e di non gran nome.

Continuandosi per la via Giulia, dopo la fabrica delle publiche prigioni, dette le Carceri nuove, principiate da Innocenzo X, e compite da Alessandro VIII. s'incuntra la Chiesa dello Spirito Santo de' Napoletani; da essi eretta nel 1572. poi riattata dal Cav. Carlo Fontana, colla facciata del Cav. Cosimo Napoletano. Era già dedicata a S. Auria V. e M. ed era unita ad un Monastero di Domenicane: fra le su pitture evvi il Martirio di S Gennaro di Luca Giordano.

Appresso incontro è la Chiesa di S Caterina de' Sanesi, fabricata la prima volta nel 1526. e poi nuovamente dopo la metà del secolo scorso ricostruita con architettura del Posi. Finalmente nella destra della via si trova la Chiesa di S. Maria dell'Orazione, detta volgarmente della Morte, perchè eretta da una Compagnia nel 1515. che ha per istruito di seppellire i poveri morti per le campagne. Fu questa chiesa rifabricata sotto Clemente XII. con disegno del Cav. Fuga, che ha nell'interno fra suoi dipinti tre freschi del Lanfranco, ed un S. Michele ad oglio creduto di Raffaellino. Quindi unito a questa chiesa è il bel,

PALAZZO FALCONIERI

In fondo alla piazzata si sta ora ricostruendo l'antica Chiesa, demolita nel fine del secolo scorso, dedicata a S. Tommaso di Cantoberi, detta già Trinitatis Scotorum, che fu fra le antiche Abbadie di Roma; poi convertita da Gregorio XIII. in Collegio di giovani studenti della nazione inglese, nel 1575. il Card. di Nonrtsoleh rifabricò la chiesa, e ristabilì il Collegio con architettura del Legenda e del Fontana. Finalmente a destra si vede la

PALAZZO FALCONIERI.

Questo antico Palazzo fu rifabricato sotto la direzione del cav. Borromino, ed in esso si trova una buona raccolta di quadri.

Nella prima camera, vi è un s. Sebastiano, di Orazio Gentileschi; s, Giovanni, del Palma il vecchio: un s. Girolamo, di Domenichino: una Lucrezia, del Guercino: N. S. avanti Pilato, del cav. Calabrese; la Risurrezione, di N. S. del Laafranco: tre ritratti, di Scipion Gaetani: tre altri, del Muziano: Endimione che dorme, di Guido Cagnacci: un David colla testa di Goliath, di Guido Reni: due ritratti del Vandyck: s. Francesco, di Annibale Caracci: e Tommaso Aniello, di Salvator Rosa.

Nella seconda, un paese, di Gaspare Pussino, sotto due quadri del Caravaggio: in mezzo un quadretto di Giulio Romano. Il Salvatore, sotto vetro, di Salvator Rosa; un ritratto di donna, del Barocci; i due sopraporti. del Caravaggio: Sansone del Guercino; sotto un quadro di Alberto Duro. Un quadro grande rappresentante Rebecca e il servo di Abramo, del Mola, sotto uno della maniera del Perugino: sopra la porta, un dipinto dello spagnoletto. Il grande che rappresenta una Sagra Famiglia e s. Francesco, che adora il Bambino, è uno de' più belli Rubens, che sia in Roma. Un uomo che soffia del Bassano: una bella Maddalena, del Guercino: un quadretto con cristallo, del Correggio; due di quà e di là, di maniera tedesca; un san Girolamo dello Spagnoletto: quadro sorprendente per l'espressione: sotto, un quadro del Mola: san Luca, del Lanfranco: e sopra una pittura, del Borgognone.

La Madonna, nella terza camera, di Annibale Caracci; sotto un quadro di Michelangelo Bonarroti: due eccellenti battaglie, del Borgognone; sopra due quadri, di Gaspare Pussino; s. Giovanni, del Tintoretto; sotto una pittura della scuola di Correggio: un superbo quadro, dell'ultima Cena cogli Apostoli, dell'Albano: s. Sebastiano, di Agostino Caracci: un quadretto sopra pietra, del Ghizzani: una superba s. Cecilia, del Guercino; s. Pietro, del medesimo: la Madonna in mezzo, è di Guido: il quadro sotto, di Niccolò Pussino; la Maddalena, di Paolo Veronese. Un quadro, in cui è dipinto un consiglio e altre figure, di Tiziano: sopra, un opera del Caracci: e quelli sopra la porta, di Paolo Veronese.

In fine del vicolo incontro a sinistra sulla piazzetta l'antica Chiesa parrocchiale, di S. Caterina della ruota, che dipende dal Capitolo di S. Pietro, che viene ad uffiziarvi per la festività della Santa vi sono in essa delle pitture, del secolo XVI ma annegrite e ritoccate, e nell'istessa piazza la

CHIESA DI SAN GIROLAMO DELLA CARITÀ.

Col disegno di Domenico Castelli fu fabricata questa chiesa, ove si dice essere stata la casa di s. Paola Matrona Romana, e che abitò s. Girolamo, quando dimorò in Roma, chiamatovi da s. Damaso, e presso la quale per 33. anni abitò ancora s. Filippo Neri. L'altar maggiore, architettura del cav. Rainaldi, è ornato da belli marmi, da bronzi dorati, da una copia del celebre quadro di Domenichino, rappresentante la comunione di s. Girolamo, e che si conserva nell'appartamento Borgia del Vaticano, e che fu in quest'altare per quasi due secoli. La prima cappella a destra, che appartiene alla casa Spada, è fatta col disegno del Borromino riccamente decorata. Ritornando a strada Giulia si arriva alla fine di quella alla bella Fontana di Ponte Sisto.

FONTANA DI PONTE SISTO.

In fine della strada Giulia si trova il Fontanone di ponte Sisto, che resta di prospetto alla strada. Questa bella fontana fu inalzata da Paolo V. col disegno di Giovanni Fontana, che vi condusse dall'alto del Gianicolo l'acqua Paolina, che passa sopra gli archi del ponte, e sale in seguito a un'altezza considerabile. Questa è composta da due colonne d'ordine Ionico, da un Attico con un arco, sotto del quale è lo speco, da cui sgorga un volume di acqua, che cade in un vaso, e dal vaso si precipita in una vasca, che è in basso, ingegnosa è l'idea di questa fontana, e vago ne riesce l'insieme.

PONTE SISTO.

Il Ponte Sisto, che è accanto, si chiamava anticamante Ponte Gianicolense, a motivo del monte Gianicolo, che gli è vicino. A tempi di Sisto IV. si chiamava ponte rotto. Egli lo rifabricò l'anno 1473., e da lui prese il nome, che conserva ancora, si potrà leggere la bella iscrizione che si vede in uno de parapetti del ponte, e che è degna per l'eleganza dell'aureo secolo di Augusto.

Passato il ponte e la piazzetta nell'angolo a destra era l'antica chiesa di S. Giovanni in mica aurea, così detta per un'elemosina di pagnottelle con croce dorata sopra che vi si dispensavano, e che si disse poi corrottamente della Malva, da questa pianta che la ricopriva quando era cominciata a minare Sisto IV. la rinuovò nel 1475. come apparisce dall'iscrizione che si leggeva sopra la porta

Sixtus IV. anno Jubilaei MCCCCLXXV.

ora per essere rovinosa fu abbandonala ed essendo stata demolita, e ridotta a giardino; si trasferì la parrocchia nella prossima

CHIESA DI S. DOROTEA

Chiamavasi ancora di S. Silvestro ed era soggetta a S. Maria in Trastevere. Fu rifatta da' fondamenti verso la metà del secolo XVIII. dalli Frati Conventuali col disegno di Gio. Battista Nolli. In questa antica chiesa convissero s. Gaetano e s. Giuseppe Calasanzio, e vi concepirono l'Idea della fondazione de' loro Ordini.

Dopo questa Chiesa voltando a destra si vede la

PORTA SETTIMIANA

Insieme con alcuni Giani fu eretta questa porta da Settimio Severo nelle mura da lui dilatate in Trastevere, e vi si leggeva la sua iscrizione fino al tempo di Alessandro VI. il quale trovatala prossima a rovinare per la vetustà la risiaurò da' fondamenti. Fu questa porta della città finchè Urbano VIII. avendo incluso nelle mura il tratto montuoso dal Gianicolo al Vaticano venne a rimaner inutile, nell'interno.

La via lunga e retta, che da questa porta conduce al gran portone di S. Spirito, fu aperta da Giulio II. il quale aveva ideato di continuarla fino agli arsenali a Ripa grande, e con nome derivato dalla sua lunghezza, si chiama la Lungara; al principio di essa a man sinistra si trova il bel

PALAZZO CORSINI.

Questo gran Palazzo era prima de' Riari, della cui famiglia fu Sisto IV. In esso abitò la Regina Cristina di Svezia, e vi morì l'anno 1689. Il cardinal Neri Corsini, avendolo comprato nel Pontificato di Clemente XII. suo Zio, vi fece dell'aggiunte considerabili, con disegno del cavalier Fuga. La situazione, quasi alla radice del monte Gianicolo, e la causa in gran parte della amenità de' vasti giardini, che l'accompagnano, e che si estendono fino all'alto del monte, per mezzo di varj terrazzi di boschetti e viali coperti, decorati di statue, e principalmente di giuochi d'acqua.

Una magnifica scala conduce agli appartamenti, decorati di una ricca collezione di quadri; nell'anticamera vi è qualche quadro moderno di mediocri dipintori, quali sono il Zoboli, Masucci, Lucatelli, e Garzi, con molte teste, e nella seguente, due graziosi Ciroferri, e un Mosè trovato nel Nilo di Donato Creti. Noi comincieremo dalla Galleria, ove si vede.

Un Ecce Homo del Guercino, quadro commovente per l'espressione, di un colorito vigoroso, e disegnato esattamente: al di sopra un ritratto, del Rubens; e una donna nuda, del Furini: s. Pietro in carcere, del Lanfranco; sotto un quadro del Campiglia: una s. Famiglia, del Barocci, di una freschezza di colore, e di un effetto di lume mirabile, il quadro è senza ombre, illuminato in ogni parte, ond'è una particolarità delle più brillanti; che possa vedersi in pittura: un s. Girolamo, del Guercino, s. Pietro, del Mola, una Madonna di Michelangelo da Caravaggio: una piccola levata del sole, del Berghem; due vedutine, di Salvator Rosa; una Madonna col Bambino e s. Giovannino, di Fra Bartolomeo da s. Marco: la Samaritana al pozzo, del Guercino: quadro ben composto, e fresco di colore: Apollo e Mercurio, dell'Albano: sotto una pittura, della scuola di Raffaele; accanto, un quadro di Benvenuto Garofolo: la Presentazione al tempio, quadro pieno di espressione, di Paolo Veronese ed accanto, un'Albano: s. Bartolomeo, del cav. Calabrese: due quadretti, del Rubens; la Regina Artemisia, di Giuseppe del Sole; una Madonna, di Pietro da Cortona: un ritratto, di Tiziano; sotto, un dipinto di Carlo Cignani: Osco, Lucina e Norandino, del Lanfranco.

Nella camera appresso, il primo a destra è un coniglio, superbo quadro di Alberto Duro: sopra, un Ludovico, e un Annibale Caracci: a mano sinistra, la caccia delle tigri, del Rubens: in mezzo, l'Erodiade, di Guido: accanto un Bassano: sotto, un Vandyck. Due Madonne della scuola di Guido: s. Giovanni del Guercino: la Maddalena del Barocci: s. Girolamo di Tiziano; una superba testa, del Rubens: la Fornarina, di Giulio Romano: un gruppo di teste, del Parmigiano: sotto, un quadro di Michelangelo Bonarroti: una Madonna, di Carlo Maratta; due quadretti Fiamminghi: una Madonnina, del Sassoferrato: e un'altra, di Andrea del Sarto: molte teste a pastello, di Benedetto Luti, e della Rosalba Veneziana; la vita del soldato, distribuita in molti quadretti, del Callot.

Nella camera da letto, alcune vedute del Pannini: s. Pietro, di Luca Giordano: una Madonna, di Carlo Maratta; la Giustizia, del Gennari: il Salvatore, di Carlin Dolce; un ovato, dell'Albano: due Madonne, del Sassoferrato: una s. Famiglia, dello Schidone: una Maddalena, di Carlo Maratta: una Madonna, di Vincenzo da Imola: accanto la porta, un quadro di Michelangelo: un Ecce Homo, s. Giovanni, e la Madonna, di Guido.

Nella camera de' ritratti, due putti, di Guido; sotto, un quadro di Leonardo da Vinci: i due laterali uno del Pontorno, l'altro del Giorgione: un ritratto d'un Pontefice, di Diego Velasquez: due cardinali, di Domenichino: sotto, un Albano: accanto, uno Scipion Gaetani: un Doge di Venezia, del Tintoretto: accanto, un quadro del Vandyck; sotto, un cardinale, di Alberto Duro; due teste, dell'Holbein.

Nell'ultima camera, un superbo quadro del Morillo, che rappresenta la Madonna, di un colore freschissimo: accanto, un Solimene: un s. Sebastiano, del Rubens; due battaglie assai stimate, del Borgognone: un bel paese, del Pussino, un altro di M. Orizonte: la donna adultera, maniera di Tiziano: la Madonna, del Roncalli; l'Annunziata, e l'Angelo dall'altra parte, di Carlo Maratta: la Disputa di N. S. colli Dottori, quadro di una bella composizione, e pien di espressione, di Luca Giordano: un ritratto, di Domenichino: accanto, un quadro di Mr. Valentin, una battaglia, del Rubens; un David, della maniera di Guido: la veduta dell'isola Borromea, del Vanvitelli.

Nell'appartamento grande, ornato di parati, vi è una volta, dipinta da mediocri maestri.

È ancora in questo Palazzo una celebre Biblioteca, contenuta in 8. Saloni, arricchita di antiche e bell'edizioni, e di manoscritti rari: è ancora rispettabile per la sua Raccolta di stampe che è la più numerosa e bella, che sia in Italia. Il card. Neri Corsini ha contribuito molto per formare questa Libreria, colle cure del dotto Msnsig. Giovanni Bottari.

PALAZZO DELLA FARNESINA.

Sopra gli Orti dell'Imperator Geta fu edificato questo casino, col disegno di Baldassar Peruzzi, ed appartiene attualmente al Re di Napoli. La Galleria, che serve di vestibolo al resto degli appartamenti, è stata dipinta a fresco dal celebre Raffaele, aiutato da' suoi migliori discepoli, Giulio Romano, Gio. Francesco Penni, Giovanni da Udine, e Raffaelino del Colle.

Questa è divisa in 26. quadri: 14, de' quali, di forma triangolare; sono nelle lunette dell'arcate: 10. che hanno quasi la stessa forma, restano sopra i pilastri: e gli ultimi 3. che sono quadrilunghi si vedono nel mezzo della volta. Uno di questi rappresenta il Concilio degli Dei, ove Venere viene a lagnarsi con Giove di Cupido che osava avere a di lei dispetto una passione tanto viva per Psiche, che la voleva sposare. Cupido senza benda, senza l'arco, senza la faretra si difende in aria supplichevole: Giove soprattutto, che poggiato sul suo gomito ascolta attentamente Cupido, ha un'aria di bontà e di maestà, veramente divina. Mercurio in un lato eseguendo il commando di Giove, presenta a Psiche la coppa di ambrosia per renderla immortale; vi si veggono molte Deità, che servono ad arricchire mirabilmente il soggetto. L'altro quadrilungo rappresenta il Convito degli Dei, per le nozze di Cupido e di Psiche: le Grazie sopra di essi spandono de' profumi, e le ore de' fiori sopra, la mensa. Ganimede presenta la tazza di ambrosia a Giove; e Bacco versa del vino ad alcuni Amorini, per portarlo alli convitati: Venere per rallegrare la festa mena una danza colle Muse, che sono intorno al Dio Pan, che suona la tibia, ed Apollo l'accompagna colla lira.

Nelli 10. quadri che restano sopra de' pilastri, si notano, 1. Venere che mostra Psiche a Cupido, affinchè la colpisca: con una delle sue freccie per innamorarla di un soggetto ordinario e vile. 2. Cupido, che contro la volontà di Venere, divenuto amante di Psiche, la mostra alle tre Grazie, il carattere delle quali, e li contorni sono bellisssimi ed eleganti. 3. Venere, che è la più bella, figura, la quale si lagna con Giunone, e con Cerere, perchè gli nascondano Psiche. 4. La medesima Venere nel suo carro, tirato da 4. colombe, attaccate con un semplice filo, che va a trovar Giove, per domandargli la punizione di Psiche. 5. Venere innanzi a Giove, a cui domanda il gastigo della sua nemica. 6. Mercurio, la di cui figura è bella e ben mossa, e di un carattere eccellente, che parte per eseguire gli ordini di Giove. 7. Psiche portata da tre Genj e tenendo in mano la piside del belletto di Proserpina. 8. Psiche che presenta questa piside a Venere, che alza le braccia per lo stupore di vederla tornata dall'Erebo. 9. Giove, che accorda a Cupido di unirsi con Psiche, quadro di una composizione mirabile; e finalmente nel 10. Mercurio che per ordine di Giove conduce Psiche nel Cielo.

Li 14. di forma triangolare, che sono nelle lunette delle arcate, rappresentano i Genj di Cupido, trionfatore degli Dei che scherzano cogli attributi di essi, e con animali ed uccelli che sono addetti a queste Deità.

Tutte queste pitture a fresco dell'immortal Raffaele possono fornire degli eccellenti modelli di disegno, e di figure del più bel carattere, conveniente a ciascuna. Le composizioni sono bellissime e richiamano il buon gusto dell'antichità; ma sopratutto il disegno è mirabile; queste avevano molto sofferto, quando la Galleria era aperta; Carlo Maratta le ristaurò ma ponendovi un campo troppo forte, ha reso le figure, che risaltano assai, ma con un colore troppo duro.

Vi è a sinistra una gran camera, ove lo stesso Raffaele ha dipinto un altro bel quadro a fresco, cognito col nome di Galatea: una che recentemente si è pretesa figurare una Venere Anadiomene, con plausibili argomenti prodotti in alcune riflessioni di un Oltramontano, stampate nel 1817. in Palermo, ma che non possono reggere in confronto di altre forti dimostrazioni, specialmente dal vedersi accanto dipinta la figura di Polifemo, che si pretende di Sebastiano del piombo, e rifatta dall'Albano. Questa Dea è in piedi sopra una conchiglia, tirata da' delfini, preceduta da una Nereide, e seguita da un'altra, portata da un tritone, che è mirabilmente diseparato con sublimità di epressione, e purità di stile degno di questo gran maestro. Nella volta della stessa camera si vedono due quadri, l'uno rappresentante Diana in un carro tirato da due bovi, e l' altro l'istoria di Medusa, lavoro di Baldassare Peruzzi, che ha fatto ancora gli stucchi dipinti, sì ben imitati, che Tiziano stesso li prese a prima vista, per veri ornamenti di rilievo.

Sebastiano del piombo, dipinse il Polifemo, e Michelangelo fece a chiaroscuro in disegno a tratti la testa colossale di Alessandro il Grande, che si pretende fatta, per rimproverare a Raffaele, ch'egli lavorava in una maniera minuta, ciò che l'impegnò ad addottarne una più grande nelle sue orpere. Tutte le belle statue antiche, che vi si vedevano, furono portate a Napoli nel secolo scorso.

Si sale poi all'appartamento, e nella prima camera si vede, sopra il camino, la fucina di Vulcano, ed un fregio intorno la sala, che si vuole di Giulio Romano e della scuola di Raffaele: le prospettive però e le colonne si credono di Baldassare Peruzzi. La Camera appresso è ornata da pitture a fresco di Gio;. Antonio da Vercelli, detto il Sodoma, quantunque si dica in qualche autore dipinta da Giulio Romano; ma leggendosi nel Vasari e nel Borghini la vita del Sodoma, si troverà la descrizione della maniera con la quale dipinse questa camera. Nel quadro che rappresenta Rossana ed Alessandro, si vede questa sedente sopra il suo letto, brillante per la sua bellezza, quantunque essa bassi gli occhi per verecondia, a motivo della presenza di Alessandro, che sta in piedi avanti di lei. Molti Amorini gli si aggirano intorno sorridendo, gli uni togliendole il velo per di dietro, come per mostrarla al Principe, gli altri la spogliano. Alcuni tirano Alessandro pel suo manto, come un giovinetto sposo pien di pudore, e lo presentano alla sua sposa. Egli posa ai di lei piedi la corona, accompagnato da Efestione, e che tiene in mano una face, e che si appoggia a un bel giovane rappresentante l'Imeneo. Accanto vi sono altri Amorini, che si trastullano colle di lui arme, gli uni ne portano la lancia, tutti curvi, come de' facchini, sotto di un carico troppo pesante; gli altri lo scudo, sopra cui ve n'è di uno sedente condotto come in trionfo, intanto che un altro sta come in imboscata dentro la di lui corazza, egli aspetta al passaggio per metter loro paura, questa galanteria non è tutta inutile, ma serve a far vedere l'umore guerriero di Alessandro, che in mezzo al piacere non abbandona le cure della guerra. La composizione di questo quadro è la più graziosa, ma non corrisponde il disegno; ond'è chiaro che il Sodoma ne tolse l'idea da quello piccolo di Raffaele, dipinto nella Villa Nelli, fuori della porta Flaminia, da noi già notato. Degli altri due quadri l'uno rappresenta la famiglia di Dario a' piedi di Alessandro, in cui sono delle teste superbe, e l'altro un Dario piccolo sopra di un gran cavallo colossale. Salendo a mano manca si trova la

VILLA LANTE.

Nella sommità di questo colle, parte del Gianicolo, vedesi il grazioso Palazzino di questa villa, amena per le fontane, boschetti, ed altre delizie. L'architetto di questo fu Giulio Romano, che vi dipinse diverse istorie, ajutato da' suoi giovani: vi sono ancora alcuni bassirilievi, e un bel vaso.

Scendendo si trova appresso il

PALAZZO SALVIATI.

Per alloggiare Enrico III. Re di Francia fu eretto dal card. Bernardo Salviati questo gran Palazzo, con architettura di Nanni di Baccio Bigio fiorentino. Il prospetto è grandioso, retta in una situazione mollo amena, accompagnato da un delizioso giardino.

Si conserva in un appartamento del medesimo una rispettabile collezione di quadri del sig. Principe della Pace, che quantunque non ultimata fa piacere di vederla pe' molti pezzi belli, che vi si trovano.

CHIESA DI S. ONOFRIO.

Sopra di quella parte del Gianicolo, chiamata Monte Ventoso nel 1439. per ordine di Eugenio IV. venne fondata questa chiesa, che Leone X. dichiarò Diaconia, e Sisto V. pose fra i Titoli de' cardinali Preti.

La Madonna col Bambino e altre figure, dipinta sopra la porta, si crede di Domenichino, del quale sono indubitate le tre istorie di s. Girolamo nelle lunette del portico esteriore, opere assai stimate: Il presepio nella cappelletta esterna è di Francesco Bassano. Entrando in chiesa la seconda cappella a destra ha una Madonna di Loreto, colorita da Annidale Caracci: l'altar maggiore, dalla cornice in giù, fu dipinto da Baldassar Peruzzi, ma queste pitture furono rittoccate e guaste: le altre sopra la cornice sono del Pinturicchio. Nella cappella di s. Onofrio vi sono ancora buone pitture; e in questa chiesa è il meschino sepolcro di Torquato Tasso, famosissimo poeta, quella del Barclai, insigne letterato Inglese, e l'altro di Alessandro Guidi, poeta celebre, dell'Ansidei custode della Vaticana, del Buglioni e di altri; Nel chiostro annesso, le prime 4. storie a destra furono dipinte dal cav. d'Arpino, le altre da Vespasiano Strada. Nel corridore di sopra una imagine di Maria Vergine è opera indubitata di Leonardo da Vinci, lodata dal Vasari. Nel basso incontro è la

PORTA DI S. SPIRITO.

La porta grandiosa che ha il suo prospetto verso la lungara, via che qui ha il suo principio e termina all'altra Porta eretta da Settimio Severo e perciò detta anche in oggi Settimiana, rimane dove fu già una delle 3. porte fatte da s. Leone IV. alla città Leonina; che chiamossi Posterula de' Sassoni ed in seguito porta di s. Spirito; ma dopo che Urbano VIII. incluse nelle mura la gran porzione del Gianicolo, che si unisce al Vaticano, fu detta Portone di Santo Spirito. Questa soda, maestosa e bella costruzione fu per ordine di Paolo III. principiata da Antonio Sangallo, e dopo la sua morte per maneggi del Bonarroti, restata imperfetta, non si è mai più terminata.

Passata questa porta si trova l'

OSPEDALE E CHIESA DI S. SPIRITO IN SASSIA.

Fin dal 717. era stato edificato in questo sito un ospizio ed una chiesa pe' Sassoni occidentali da Ina loro re, e si chiamò scuola de' Sassoni e poi Saxia. Distrutto da un incendio nell'817. e poi da un secondo nell'847. s. Leone IV. procurò di ristaurarlo, ma in seguito per le invasioni restò desolata tutta questa parte che non ne rimase memoria; finchè Innocenzo III. nell'anno 1198. comandò l'erezione di quest'ospedale e della chiesa; Innocenzo IV. avendolo accresciuto, Sisto V. rinuovò la chiesa con architettura di Antonio da Sangallo, eccetto la facciata, disegno di Ottavio Mascherino, il quale architettò anche il palazzo, fabricato per ordine di Gregorio XIII. in cui trovasi una buona, libreria, lasciatavi da monsig. Giò Maria Lancisi, un copioso assortimento di stromenti fisici e matematici, ed un nuovo Gabinetto anatomico.

Si ricevono in quest'Ospedale gl'infermi d'ogni nazione senz'eccezione: e li bambini esposti. Fu ristaurato e ingrandito da' Pontefici Alessandro VII. Benedetto XIV. e Pio VI. che vi fece di nuovo l'edifizio incontro, destinato per ospedale militare.

In mezzo alla più grande ed antica corsia di quest'ospedale vi è un altare, architettura di Andrea Palladio, col quadro, del B. Giob. dipinto da Carlo Maratta.

La chiesa di s. Spirito è Parrocchia e nell'altar maggiore ha un ciborio, architettura dello stesso Palladio, ed una tribuna colorita da Giacomo del Zucca: ove fece varj ritratti di pittori e letterati suoi amici.

La Venuta dello Spirito Santo, nel primo altare a destra entrando, colle altre pitture sono dello stesso Zucca, ma la santa Barbara del cav. d'Arpino. Le pitture nel secondo sono di Livio Agresti; la Natività e la Circoncisione di Gio. Battista Montano e di Paris Nogari. Il detto Agresti colori nel terzo i quadri laterali e la volta, ma la Santissima Trinità e il s. Filippo Neri sono della scuola di Pietro da Cortona. Nel quarto i due santi Apostoli Filippo e Giacomo sono di Antonio Cavallucci.

Il s. Giovanni Apostolo nel primo altare incontro, si dice dal Baglioni di Marcello Venusti e dal Titi di Pierin del Vaga. Il Salvatore morto e le altre pitture nel secondo del sudetto Agresti. Nel penultimo Pompeo dall'Aquila fece Gesù levato dalla croce, e Andrea Livio li quattro Evangelisti de' pilastri. La coronazione della B. Vergine e le altre piume nell'ultimo sono di Cesare Nebbia.

Le figure sopra la porta grande sono del Zucca, e Cesare Conti e Matteo da Siena dipinsero le laterali.

Da questa chiesa traversando i borghi e sortendo per la porta Angelica, costruita da Pio IV. nelle mura del suo dilatamento, sì trova ad un miglio e mezzo di distanza la

VILLA MADAMA.

Nella falda del monte Mario volta all'Oriente si trova un casino fabricato per ordine del Cardinal de Medici che in seguito fu Papa sotto il nome di Clemente VlI. Questa delizia chiamata Villa Madama venne così denominata da Margherita d'Austria figlia di Carlo V. che sposò Alessandro Medici ed in seguito Ottavio Farnese, e per tal ragione appartiene al Re di Napoli come erede della casa Farnese. Il bel casino fu cominciato co' disegni di Raffaele e dopo la sua morte proseguito da Giulio Romano che vi ha dipinto il fregio della sala e la volta di una camera coll'ajuto di Giovanni da Udine; scolari ambedue del gran Raffaele.

Tornando per la porta Angelica, e sortendo per la porta Cavalleggieri nel termine della via incontro, voltando a destra s'incontra l'aquedotto dell'acqua Trajana e Sabatina che Trajano fece condurre dal lago Sabatino, detto oggi di Bracciano e dell'Anguillara; che fu poi ricuperata da Adriano I. e condotta alla chiesa di S. Pietro; e finalmente ristauratone l'aquedotto da Paolo V. si chiamò acqua Paola e di Bracciano; e passandosi l'arco che ha le iscrizioni di questo Pontefice, nelle quali quest'acqua viene confusa coll'Alsietina di Augusto, acqua che aveva il suo proprio aquedotto di livello assai più basso come dimostrano i suoi vestigj; sulla via medesima; si giunge alla

VILLA PAMFILJ.

Questa Villa appartiene alla casa Doria, ed è riguardata come una delle più grandi di Roma; ed occupa un terreno di quattro miglia in circa di giro. Si crede, che qui fossero situati gli Orti dell'Imperator Galba. Essa è assai deliziosa, vi si trovano passeggiate di ogni specie de' graziosi terrazzi, boschetti ameni, vasti prati, e fontane abbondanti. Il Principe attuale vi ha aggiunto un bel vivajo, in cui l'acqua vi scorre con delle cascate, il tutto fatto sotto la direzione dell'architetto Antinori. Vi è ancora una specie di teatro, ornato da un numero grande di fontanelle, che nella parte curva è decorato di statue e bassirilievi antichi; il mezzo del semicircolo è occupato da una stanza rotonda nella quale si vede un Fauno sedente con la zampogna alla bocca, che suona diverse arie per mezzo di un organo, mosso coll'aiuto solo dell'acqua, senza che vi sia impiegato alcun mantice, l'acqua fa girare una ruota, il di cui rocchetto s'incastra in un cilindro, che appoggia su i tasti, ed esprime le arie, che si ripetono con un eco.

Il bel Palazzo, fatto col disegno dell'Algardi, è decorato da due ordini Corintj, con un Attico sopra; la sua facciata principale è ornata di statue, busti, e bassirilievi antichi. Nella prima stanza, entrando: vi sono due busti fatti dall'Algardi, due gruppi di tre putti, che si battono, e qualche quadro, e statua mediocre; una donna ben panneggiata, un bel Marsia; Clodio in abito di donna; un Ermafrodito. Siegue una sala ornata di statue e busti; vi è fra i quadri un chiaroscuro di Giulio Romano. Sopra nell'ultimo piano vi è un salone rotondo, con armarj intorno, ne' quali si conservano porcellane, vasi Etruschi, e molte cose curiose.

Si scende al pianterreno, ove si vede una bella Cibele sedente sopra un leone, e le volte tutte fatte a bassorilievi di stucchi dall'Algardi; un gruppo di Giacob, che lotta coll'Angelo, grande al naturale. Due Sarcofagi antichi con bassirilievi della più intiera conservazione, di un lavoro prezioso, colle figure quasi staccate intieramente: nel primo si vede la caccia, nella quale Meleagro uccise il cinghiale di Calidonia, e nel coperchio la pompa funebre di quell'Eroe; nel secondo Diana che scende dal cielo per vagheggiar Endimione; vi è inoltre un Bacchetto di rosso antico.

Sortendo dalla villa per venire alla porta di S. Pancrazio prima di giungervi si trova a sinistra la

VILLA GIRAUD.

Il casino di questa Villa è di un disegno singolare, non mai più imitato d'alcuno. Ha la forma di un gran vascello da guerra, di cui rappresenta si perfettamente tutte le parti esterne, che non vi mancano che gli alberi, e le vele. Questa forma però non impedisce, che la distribuzione sia piacevole, questa villa è passata ora in proprità di Mons. Guerrieri Tesoriere Generale della R.C.A., che vi ha fatti fare de ristauri.

Andando per l'altra via a destra si va all'antica

CHIESA DI S. PANCRAZIO.

Presso alla via Aurelia vecchia e sul cimiterio di S. Felice I. in cui era stato sepolto S. Pancrazio, che sostenne il martirio in età di anni 14, costruì il Pontefice S. Simmaco una basilica in di lui onore verso l'anno 500. questa basilica al tempo di Procopio aveva già dato il suo nome alla vicina porta della città, che da lui vien detta Pancratiana. Si trova di essa in Anastasio, che Narsete dopo la segnalata vittoria, con cui estinse i Goti, insieme col Papa Pelagio dopo il 555. fecero una solenne processione da S. Pancrazio a S. Pietro, ed ivi si purgò quel Pontefice dalla calunnia de essersi unito nella persecuzione del suo antecessore Virgilio, ponendo sul suo capo gli evangelj e la croce, S. Gregorio la concedette alli Monaci Benedettini, il cui Abate era uno de' 20 che assistevano al Papa Onorio I. la riedificò nuovamente; e nel 1247. un certo Ugone Abate sotto Innocenzo IV. vi fece gli anboni fu in seguito posseduta dai Religiosi di S Ambrogio ad nemus, e Leone X. la eresse in titolo di Cardinal Prete; Innocenzo VIII. vi rifece la facciata come indica la sua arma. Nel 1609. il Card. Torres di Monreale la rinuovò quasi tutta, e nel 1673. i Carmelitani scalzi a quali era stata conceduta da Alessandro VII. gli dettero l'ultima mano.

Questa chiesa ebbe 3. navate, delle quali non resta che la maggiore.

PORTA SAN PANCRAZIO.

Si chiamò probabilmente la prima porta di questo sito Gianicolense, e al tempo di Aureliano fu detta Aurelia, perchè costruita sopra la via di tal nome; fu denominata ancora da Procopio Pancraziana, nome che aveva preso dalla chiesa di san Pancrazio, alla quale si va per questa Porta; era stata di già ristaurata nel 403. da Arcadio ed Onorio; ma la presente è tutta moderna fatta fare da Urbano VIII., con disegno di Marc'Antonio de Rossi.

FONTANA PAOLINA.

Questa è una delle fontane più grandi, che vi siano in Roma, fatta costruire da Paolo V. nel 1612.. sotto la direzione di Giovanni Fontana, che v'impiegò li marmi tolti da un tempio distrutto del Foro di Nerva. L'edifizio è ornato da un ordine Jonico, con colonne di granito rosso, sopra le quali è un'Attico con una iscrizione, coronata dall'arma del Pontefice. Fra le colonne vi sono cinque archi, tre grandi, e da questi scorgano tre fiumi di acqua, che si precipitano in una vasca grande di marmo; ed altri due archi minori accanto, che sono decorati da' due dragoni, stemma della Casa Borghese rappresentanti che gettano acqua dalla bocca.

Tutta quest'acqua è stata condotta da Bracciano, 33 miglia lontano da Roma; le stesse acque dalla fontana scendendo, servono a muovere le moli, ed altre machine, e a rendere abbondanti molte altre fontane della città.

Dietro di questa fontana è il Giardino Botanico, stabilito da Alessandro VII. nel quale un Professore della Sapienza fa le dimostrazioni, e lezioni di Botanica, due volte la settimana ne' mesi di Maggio, e di Giugno.

CHIESA DI SAN PIETRO IN MONTORIO.

Fra le chiese fondate da Costantino il Grande vi si pretende ancor questa, col titolo di s. Maria in Castro Aureo; una delle venti Abadie di Roma, che restò abbandonata. Nel 1472. concedutasi frati Minori Osservanti, e poi ai Riformati di s. Francesco, il Re Cattolico Ferdinando IV., a loro riguardo, e la Regina Isabella la riedificarono col disegno di Baccio Pintelli. Da Sisto V. venne poi eretta in titolo cardinalizio; e Filippo III. Re di Spagna vi fece la piazza, la fontana, e rassodò con grosse mura una parte del monte, che minacciava rovina.

Nella prima cappella, entrando, a destra il Salvatore flagellato, che altre figure sono mirabile disegno del Bonarroti, eseguito in sei anni da Sebastiano del piombo che si dice anche nel colorito, ritoccato da Michelangelo. Nella seconda cappella dipinse il Morandi, e nella terza il Cerruti; Giorgio Vasari colorì nella quarta la storia di s. Paolo; e Bartolomeo Ammanato fece le statue, ed altre sculture. Nell'altar maggiore fu, la Trasfigurazione il più celebre fra i quadri di Raffaello che ora si custodisce nell'Appartamento Borgia del Vaticano. Il s. Gio. Battista, della cappella appresso, e le altre pitture sono di Cecchino Salviati, e le statue di s. Pietro e s. Paolo di Daniele da Volterra, e di Leonardo Milanesi, suo scolaro. Il Cristo morto nella cappella seguente; colle altre storie della Passione tono di un Fiammingo; il di cui nome è incerto, sono però di un colore e d'una forza mirabile. La cappella appresso fu dipinta dal Baglioni; e nella seguente, ristaurata dal Bernino, le sculture sono di Francesco Maratta, e le pitture dell'Allegrini; il san Francesco nell'ultima è opera di Giovanni de' Vecchi.

TEMPIETTO DI BRAMANTE.

In mezzo dell'annesso chiostro de' Frati fu eretto un tempietto di forma rotonda, e perittero, ornato da 16. colonne Doriche di granito; che sostengono un portico, con una balaustrata sul cornicione: a piombo del muro, sopra l'ordine è un'Attico, che regge una graziosa cupoletta. Questo edifizio, una delle più insigni moderne architetture, fu disegno di Bramante, che gareggiò cogli antichi, senza restarne al di sotto. Si dice eretta nel luogo consagrato dal martirio dell'Apostolo S. Pietro; e lo stesso Ferdinando IV. ed Isabella Regina di Spagna ne fecero la spesa, nell'anno 1502. Tornando alla radice del Gianicolo e voltando a destra ai trova la

CHIESA DI S. MARIA DELLA SCALA.

Questa chiesa con il convento è pensiero di Matteo da città di Castello; la fece fabbricare il Card. Corno l'anno 1592. per conservarvi una miracolosa immagine della Madonna ch'era sopra una scala. Alzatala fino alla cornice col disegno di Francesco da Volterra fu compita da Ottavio Mascherino colla facciata, in cui Silvio Valloni fece la statua di marmo sulla porta; e fu data nel 1597. ai Frati Carmelitani scalzi di S. Teresa.

La decollazione di S. Gio. Battista nella prima cappella entrando a man destra è di Gherardo delle Notti. L'altar maggiore ha un bello e ricco ciborio con 16. colonnette di diaspro orientale, ornato di metalli dorati ed altre pietre insigni, ch'è pensiero del Car. Rainaldi. Maria Vergine dipinta a fresco nel mezzo del coro è del Cav. d'Arpino; il transito della Madonna nella penultima cappella è di Carlo Veneziano, e li quadri appesi per la chiesa del P. Luca Carmelitano.

È annesso a questa chiesa il Monistero de Frati Terresiani detti della Scala, ed è in quella una eccellente Speziaria, dove si somministrano per amor di Dio i medicamenti ai poveri. Continuando la stessa via si giunge alla

BASILICA DI SANTA MARIA IN TRASTEVERE.

Questa è la prima chiesa, consagrata alla Madonna; il Papa s. Calisto l'eresse l'anno 224. in una specie di albergo, o Ospedale d'invalidi, s. Giulio I. la rifabricò nel 340.; e perciò si è chiamata Basilica di Calisto e di Giulio. Fu detta ancora Santa Maria ad Praesepe, e ad Fontem Olei, e perfino Tempio de' Ravennati, perchè qui nel Trastevere abitavano i soldati della flotta, che fu stabilita da Augusto in Ravenna. Nel 707. Giovanni VII. l'ornò di pitture; la rinuovarono i Santi Gregorio II. e III., Adriano I. la ingrandì con due navate; S. Leone III. l'arricchì, e Gregorio IV. fece la cappella del Presepe; Benedetto III. rifece la Tribuna, e finalmente Innocenzo II. nel 1139. la ridusse allo stato presente: ma li mosaici furono fatti dal nipote dello stesso Pontefice, e quelli più bassi con i XII. Apostoli, e la B. Vergine sono di tempi posteriori. Il soffitto dorato fu fatto dal card. Giulio Santorio, ma quello nobilissimo nella nave di mezzo dal card. Pietro Aldobrandini. Nel 1702. Clemente XI. vi aggiunse il portico, decorato da quattro colonne di granito, e dalle statue di san Calisto, di san Cornelio, di san Giulio Papa e di san Calepodio; vi si veggono ancora un bassorilievo, e molte interressanti, e curiose iscrizioni antiche.

L'interno è a tre navi, sostenuto da 22. colonne di granito rosso e nero, quasi tutte di altezze e di grossezze diverse, e con diversi capitelli Ionici, fra' quali sono da notarsene alcuni per le teste di Giove, di Giunone, e di altri Dei, che vi si veggono, e che sono belli. Il pavimento è tutto tessellato di porfidi, serpentini, ed altri marmi; e nel gran soffitto dorato è da osservarsi il bel quadro di Domenichino, coll'Assunta attorniata da Angeli, che è una delle più stimate di lui opere pel suo ammirabile colorito. Il baldacchino dell'altar maggiore è retto da 4. belle colonne di porfido. Nella Confessione riposano il corpo di s. Calisto, e di altri 4. santi Papi, con molte allre preziose Reliquie. Fra le cappelle ve ne sono alcune assai belle; e vi è un piccolo mosaico del secolo basso, lateralmente al pilastro grande. A destra di questa Basilica v'è annessa la

CHIESA DI S.CALISTO.

Nella casa di Ponziano che forse fu poi il Papa di questo nome, nel sito ove adunavansi i Cristiani, fuggendo la persecuzione, e ch'essi chiamavano coenaculum, essendo stato trovato il Pontefice S. Calisto in orazione vi fu rinchiuso per farvelo perire di fame; nè ciò riuscendo vi fu battuto per più giorni ed in fine fu gettato in quel pozzo che ancor vi si vede, da cui dopo 17. giorni fu tolto il suo corpo e sepolto nel cimiterio di Calepodio, fuori la porta S. Pancrazio.

In seguito edificatasi quivi una chiesa venne questa rifatta da Gregorio III. e in ultimo da Paolo V. conceduta ai Monaci Cassinensi, che la ricostruirono da' fondamenti; riducendo anche il palazzo annesso ad uso di monastero con architettura di Orazio Torregiani. Sono in essa buone pitture di Avanzino Nucci, di Giovanni Bibivert e del Ghezzi.

La via lungo la facciata fu aperta dallo stesso Paolo V. e conduce alla

CHIESA DI SAN FRANCESCO A RIPA.

Il cav. Mattia Derossi a spese del card. Lazzaro Pallavicini fabricò questa chiesa, che nel 1229. era stata ceduta da' Monaci Benedettini à san Francesco, col consenso di Papa Gregorio IX.

Entrando in chiesa, la cappella della crociata a destra, appartenente alla casa Pallavicini, è rivestita di marmi, ornata da due colonne di verde antico, da due Depositi, colle 4. virtù cardinali, di Domenico Mazzuoli, e col quadro di Giuseppe Chiari, e li freschi di Tommaso Chiari. In quella incontro, si vede una Madonna, che presenta il Bambino a sant'Anna, quadro del Baciccio; in esso il profilo della Vergine è bellissimo, e vi è in generale espressione e colorito, ma poca correzione di disegno. La statua in marmo della Beata Aloisia Albertoni è un'eccellente opera del Bernino; è rappresentata moribonda, la testa ha un bel carattere, ma le pieghe sono manierate all'eccesso, e le mani non sono belle.

PORTA PORTESE.

Questa porta è tutta moderna, fatta l'anno 1644. da Innocenzo X. nelle nuove mura, che in questo sito furono ristrette da Urbano VIII., quando mutò l'antico giro di Aureliano, per rinchiudere il Trastevere. Si chiama Portese perchè rimpiazzò la Portuense di Aureliano, costruita sopra la via, che conduceva a Porto, che si diceva per ciò Via Portuense. Il sito della Porta Aureliana era molto più in fuori, e non già 50. passi più indentro, come li dice dal Vasi: può vedersene il luogo preciso nella esattissima Pianta di Roma, fatta in 16. fogli dal Nolli, ove si trova indicata la porta colle mura demolite. L'Aureliana fu di doppio arco, ed aveva una iscrizione del ristauro fattovi dagl'Imperatori Arcadio ed Onorio nell'anno 403. dell'Era; simile a quelle delle porte di s. Lorenzo e Maggiore ancora esistenti, e da noi già riportata.

PORTO DI RIPA GRANDE.

Presso gli antichi Navali, o Arsenali, ne' quali costruivansi, e ricovravansi le navi, si formò da' moderni questo porto per gli legni, che dal mare giungono a Roma. I magazzini ove riporre le merci, la dogana con portici e abitazioni per gl'inservienti, furono fatti costruire dalla providenza d'Innocenzo XII., con architettura di Mattia de Rossi, e di Carlo Fontana, circa l'anno 1692. Le saline, l'emporio, i granaj, li magazzini e lo scalo dell'antica Roma furono sotto l'Aventino lungo la riva opposta, ove se ne scorgono le rovine; e da questa parte non erano che i soli Navali, ove sono anche in oggi gli Arsenali o navalia, e così rimanevano in sito ampio, separato, e lontano dal pericolo degl'incendi, e dall'imbarazzo del commercio, e però qui deve stabilirsi il sito della regione, e della porta Navale, anteriore alla Portuense di Aureliano, impugnato dal Nardini senza buone ragioni.

OSPIZIO DI S. MICHELE.

A tutto il porto fa prospetto quest'Ospizio Apostolico, detto comunemente di San Michele, da una cappella ivi eretta nel 1686. da Tommasso Odescalchi, Limosiniere e parente del ven. Innocenzo XI., col disegno di Mattia de Rossi: In quest'ospizio sono ricettati i fanciulli miserabili di Roma, che vengono istruiti ed impiegati in varie arti, e fra queste vi è ancora lo studio ed un maestro pel disegno, e un altro per l'incisione in rame, come ancora una bella stamperia di caratteri, ed altra per l'impressione de' rami, che vien diretta da bravi professori. Fu accresciuto molto da Innocenzo XII. Clemente XI. coll'opera del cav. Carlo Fontana lo ampliò aggiungendovi l'ospizio per gli vecchi, e invalidi dell'uno e dell'altro sesso, e la casa di correzione per gli giovanetti discoli: erigendovi una chiesa in luogo della sudetta cappella. Clemente XII vi fece aggiungere la carcere per le donne, che resta incontro la porta Portese, con architettura di Ferdinando Fuga, e finalmente Pio VI. eresse l'ultima parte della gran fabrica per le zitelle qui trasferite dal Palazzo di s. Giovanni in Laterano.

CHIESA DI S. CECILIA.

Nel sito medesimo ove fu la casa di questa s. Vergine e Martire gli si eresse la chiesa; che fu consagrata da s. Urbano I. S. Gregorio Magno la ristaurò, e nell'821. s. Pasquale I. la rifece da' fondamenti, Clemente VIII. la concesse alle monache Benedettine, e il cardinal Sfrondato, Nipote di Gregorio XIV. l'adornò sontuosamente, e nel 1725. il cardinal Francesco Acquaviva, e poi il cardinal Ttrojano suo Nipote, ambedue Titolari, di questa Chiesa gli hanno accresciuto nell'interno assai di bellezza.

Nel cortile, che la precede vi è un bel vaso antico di marmo, stimabile per la grandezza e per la bella forma; ed il portico è ornato da colonne di granito.

L'interno è separato da colonne in tre navi, e l'altar maggiore è decorato da quattro belle colonne antiche di marmo bianco e nero, che sostengono un baldacchino di marmo greco; sotto l'altare si vede il sepolcro in cui si conserva il corpo di santa Cecilia. Questo altare è composto di alabastro, di lapislazuli, di diaspro, verde antico, agata, e bronzo dorato. Vi si vede la Santa Martire distesa e vestita come fu rinvenuta nel suo sepolcro; il lavoro del marmo è secco e minuto, ma l'intenzione è buona assai, essendo di un carattere della maggior verità; non ha che una tunica, sottile, legata in cintura; sia appoggiata sul braccio sinistro colla testa voltata verso la terra; positura singolare e un poco incommoda; malgrado tutto ciò non si manca di avere in considerazione questa statua, stante l'esatta imitazione della natura; è una opera eccellente fatta da Stefano Maderno; è anche in questa Chiesa una Madonna di Annibale Caracci. Quando si entra è a destra una cappella, ove è il bagno di santa Cecilia, in cui si dice che ricevesse il colpo mortale e vi si vede un paese di Paolo Brilli.

CHIESA DI S. GRISOGONO.

Si è creduto che questa chiesa fosse del tempo di s. Silvestro; ma solo si ha contezza che Gregorio III. la ristaurasse dopo il 730., e vi aggiungesse un Monastero per gli Monaci fuggitivi dalli Oriente, in tempo di Leone Isaurico, persecutore delle Sagre Immagini, qual monistero è presentemente abitato da Carmelitani Calzati della congregazione di Mantova, che l'ottennero nel 1400. Fu questa Chiesa rinuovata, ed ornata dal card. Scipione Borghese l'anno 1623., col disegno di Gio. Battista Soria, che vi fece anche il portico, decorato da quattro colonne Doriche di granito rosso, e chiuso da cancellata di ferro, fatta da Clemente XI. nel 1707.

L'Interno è a tre navi, retto da 22. belle colonne di granito Orientale, tratte da diversi edifizj antichi, e ve ne sono pure due di porfido, che reggono l'arcone. Le quattro colonne di alabastro cotognino, che formano l'altar maggiore, vi furono posti in luogo di altrettante di agata, trasferite alla cappella di Paolo V. in s. Maria Maggiore. Il bel soffitto dorato, fatto dal sudetto card. Borghesi, contiene una copia, invece dell'originale del Guercino ivi già esistito, in cui è rappresentato san Crisogono portato in cielo dagli Angeli, di un colorito forte, ben inteso nel sotinsù, con un chiaroscuro ben trattato.

Questa chiesa oltre l'essere parrocchia, gode il titolo di card. Prete, concedutogli da s. Simmaco Papa.

Più avanti prossima al ponte rotto è l'antica chiesa di s. Salvatore della Corte fatta parrocchia da S. Giulio I. cui fu unita da Clemente VIII. l'altra di s. Bonosa; conceduta nel 1729 da Benedetto XIII. ai PP. minori di s. Francesco di Paola fu nell'anno seguente rimodernata col disegno del Valvasori. Si venera in essa un'immagine detta di s. Maria della luce e nell'altar maggiore il corpo di s. Pigmenio, maestro di Giuliano l'Apostata; e nell'antiche pitture della tribuna è rappresentata la vita e morte di questo Santo.

Ritornando per la via s'incontrano la chiesa di s. Agata della dottrina Cristiana, edificata e dedicata a questa Santa da Gregorio II. Romano nella materna abitazione, aggiuntovi un monastero.

Appresso l'altra di s. Maria e s. Gallicano con un ospedale eretto da Benedetto XIII. che consagrò la Chiesa ai 6. di Ottobre 1746. L'altra chiesa con monastero di s. Margherita, fondata nel 1564. rifatto nel 1680. con architettura del Cav. Carlo Fontana. Incontro poi l'altra Chiesa di s. Apollonia, già abitazione di Paluzza Pierleoni che prima del 1300. vi aveva congregate alcune pie donne, ridotte poi a Monache del terzo ordine di s. Francesco, era però sì l'una, che l'altra sono state convertite in care. In questo luogo ha collocato il suo studio il Signor Cavalier Wicar Pittore francese celebre disegnatore della Galleria di Firenze, e si vede in quello esposto, un quadro della più grande dimenzione, che si conosca, rappresentante la risurrezione del figlio della vedova di Naim. Le bellezze che sono in grande copia in questo pregiabilissiino dipinto, s'affacciano agli occhi di chi lo vede, senza star molto a riguardare, e questa produzione ha confermata quella stima che si era da tutti concepita del distinto merito del Sig. Wicar. Vicino al suo studio è il Gabinetto di questo artista fornito di una grande quantità di Gessi, di statue antiche, che in folla stanno studiando, i numerosi allievi, di questo distinto maestro.

Tornando al ponte Sisto s'incontra di qua dal Tevere a destra della strada Giulia la Chiesa parrochiaie di s. Salvatore in Onda, edificata nel 1260; data poi da Eugenio IV. ai PP. Conventuali per residenza del loro Procurator Generale; venne ristaurata nel 1684. e le 12. colonne che v'erano rinchiuse ne' pilastri.

Non lungi si trova l'altra Chiesa di Ss. Giovanni Evangelista e Petronio de' Bolognesi, conceduta loro da Gregororio XIII. nel 1575. Fu interiormente dedicata all'apostolo s. Tommaso detto della Catena; In questa chiesa il quadro dell'altar magiore: colla Madonna s. Giovanni e s. Petronio era bellissima opera di Domenichino trasportata a Milano; e gli altri quadri sono della scuola di Guido. Incontro spicca il colossale e magnifico.

PALAZZO FARNESE.

Questo Palazzo, ora spettante al Re di Napoli, è riguardato dagl'intendenti come il più bello di tutti i palazzi di Roma: fu cominciato da Paolo III. col disegno di Antonio da Sangallo, e terminato da Alessandro Farnese, colla direzione di Michelangelo, eccetto la Galleria verso la strada Giulia, alzata da Giacomo della Porta, che vi s'immortalò; vi furono impiegati quantità di travertini tolti dal Colosseo, e dal teatro di Marcello. È di forma quadrata, con. 4. prospetti di tre ordini di finestre: la massa generale è bellissima, il cornicione maestoso di buona forma, gli ornamenti ben disposti, ma le finestre sembrano piccole.

Si entra in questo magnifico Palazzo da un vestibolo che ha 12. colonne di granito di ordine Dorico. Il cortile che è quadrato sembra stretto in proporzione dell'altezza della fabrica, che lo rinchiude; è decorato in giro da tre ordini, uno sopra dell'altro: i primi due, che sono Dorici e Jonici, hanno arcate che danno lume ai portici intorno; il terzo è Corintio con finestre fra li pilastri; sona tutti di ottima proporzione.

Nel cortile sotto di un'arcata vi è un'urna grande di marmo, che rinchiude le ceneri di Cecilia Metella, cavata dal suo mausoleo a capo di bove. Vi furono un tempo delle celebri statue amiche; che sono state trasportate a Napoli.

GALLERIA FARNESE.

Questa Galleria che ha 62. piedi di lunghezza e 19. di larghezza, fu dipinta a fresco dal celebre Annibale Caracci, che coll'ajuto dell'antico è pervenuto a farne una delle più belle cose di Roma che va quasi del pari colle superbe opere di Raffaele. Questo gran maestro fu ajutato da Agostino suo fratello, da Ludovico, suo Zio, e dal Domenichino, Lanfranco, e Guido suoi scolari. La volta è divisa in 7. quadri grandi, 4. mezzani, e molti piccoli, tutti allocati in un'architettura finta di stucco, retta di tratto in tratto da termini. Annibale Caracci vi ha rappresentato nel mezzo della volta il trionfo di Bacco in un carro d'oro, tirato da tigri, con Arianna in un carro d'argento tratto da caproni bianchi.

I due quadri, accanto di qui e di là, rappresentano, uno il Dio Pan che offre il pelo delle sue capre a Diana, e l'altro Mercurio che porta a Paride il pomo di oro.

Appresso vi sono due quadretti, sopra le figure di Polifemo, de' quali uno rappresenta Apollo, che rapisce Giacinto; e l'altro Ganimede rapito dall'aquila. De' due freschi grandi che sono alle due estremità della Galleria, rappresenta l'uno Polifemo, che suona la zampogna per divertir Galatea: l'altro Polifemo, che lancia uno scoglio sopra di Aci, che fugge per salvarsi con Galatea. Al di sotto Andromeda attaccata allo scoglio, Perseo che combatte il mostro marino e tutti, i parenti della donzella che sono in desolazione, è una eccellente pittura, eseguita da Domenichino. L'altra, ch'è incontro, rappresenta Perseo, che cangia in pietra Fineo e i suoi compagni, mostrando loro la testa di Medusa. Sotto questi due quadri vi sono delle belle accademie, dipinte come di bronzo: che si pretendono di Lanfranco. Si vede ne' laterali, Giove che riceve Giunone nel talamo nuziale; Tritone che scorre il mare con Galatea; ella è sopra di un mostro marino e Tritone la sostiene, intanto che Amore gli lancia un dardo. Diana che accarezza Endimione e due Amorini nella boscaglia, che sembrano accennare, ch'essa è vinta come gli altri. Incontro v'è Jole con Ercole il quale suona il tamburro per divertirla, vestito cogli abiti di Jole, che coperta dalla pelle del leone e appoggiata sopra la clava di Ercole l'ascolta attentamente. L'Aurora che rapisce Cefalo nel principiare il suo corso, intanto che il vecchio Titone ancor dorme. Anchise che toglie i coturni da' piedi di Venere.

Il quadretto sopra la porta, incontro la finestra, è dipinto dal Domenichino col cartone del Caracci: il sogetto è una vergine che accarezza un liocorno. Questi due pittori eseguirono insieme i medaglioni, finti di bronzo, che restano in alto fra i termini. Gli 8. quadrelli che sono sopra le nicchie, dipinti dal Domenichino, rappresentano, Arione che passa il mare sopra un delfino: Prometeo che anima una statua; Ercole che uccide il dragone delle Esperidi: lo stesso che libera Prometeo attaccato sul Caucaso: Dedalo in aria con Icaro che precipita in mare: Calisto scoperta gravida nel bagno: la stessa cangiata in orsa: e Apollo che riceve la lira da Mercurio; vi sono ancora quattro quadrelli ovali, che rappresentano quattro Virtù.

Questa galleria è ornata di stucchi dorati, e di pilastri Corintj, e fra questi vi sono dieci nicchie, ove è situata qualche statua, e busto antico, fra' quali due busti di Paolo III. uno di Michelangelo, e l'altro di Guglielmo della Porta.

Traversando l'appartamento, si trova un piccolo gabinetto, dipinto a fresco da Annibale Caracci; in cui nel quadro in mezzo alla volta, egli ha rappresentato Ercole fra il piacere, e la virtù; il di cui originale e stato trasportato a Napoli; intorno poi vi sono espressi Anapio e Anfinome, che salvano i loro genitori dalle fiamme del monte Etna: Ulisse, che scansa le insidie di Circe, e delle Sirene; Perseo che taglia la testa a Medusa; ed Ercole che si riposa sopra un leone. Gli stucchi finti in pittura, che separano questi soggetti, sono di una verità grande, e del medesimo pittore.

Si passa ancora in un'altra camera, ove si vedono, dipinti a fresco, diversi fatti della casa Farnese da Cecchin Salviati, Giorgio Vasari, e Taddeo Zuccheri.

Nell'ultimo salone fra le statue, che ne fanno l'ornamento, di un merito mediocre, le due della giustizia e della prudenza, che sono ai lati del camino, furono fatte da Guglielmo della Porta, per lo Deposito di Paolo III.; ma Michelangelo non trovandole di suo genio ne fece fare due altre, che si vedono a s. Pietro, al monumento dello stesso Papa.

PALAZZO DELLA CANCELLERIA.

È questo Palazzo dimora del card. ViceCancelliere di santa chiesa, fu cominciato dal card. Mezzarota, e terminato dal card. Raffaele Riario, col disegno di Bramante. Si sono impiegate le demolizioni del Colosseo per fabricare quest'edificio, ed i marmi de' quali è ornato si dicono cavati da un arco di Gordiano.

La porta grande, tutta di marmo, fatta per ordine del card. Alessandro Montalto, è disegno di Domenico Fontana: il cortile quadrato ha un portico doppio di arcate, rette da colonne di granito; e gli appartamenti sono nobilitali con pitture di Giorgio Vasari, Cecchin Salviati, ed altri buoni pittori. L'altra elegante porta minore della facciata introduce alla

CHIESA DI S. LORENZO IN DAMASO.

Inclusa in questo palazzo è una delle prime Collegiate di Roma, e Basilica edificata da s. Damaso dopo il 370. dove già esisteva una Chiesa in onore di S. Lorenzo erettagli dopo il 260. che fu l'anno del suo martirio; e che da quel Pontefice fu arricchita di rendite e di doni. Questa è ancora antichissima Diaconia destinata pel Card. Vicecancelliere protempore, ed è Parrocchia principalissima, che ne ha subordinate al suo fonte molte altre, e che nel 1186. sotto Urbano III. aveva più di 66. chiese filiali. Fu ristaurata da Adriano I. verso la fine del secolo VIII. ma la chiesa presente fu cominciata nel 1435. dal Card. Mezzarota e poi edificata di nuovo da' fondamenti, mutando un poco l'antico sito, dal Card. Riario di Savona Vicecancelliere nipote di Sisto IV. che la terminò l'anno 1495. Fu in quest'occasione che l'antico aspetto volto al Gianicolo e al Settentrione fu cangiato come è al presente. In occasione che il Card. Alessandro Farnese la decorò col soffitto dorato, colle pitture nelle pareti, e col gran quadro dell'altar maggiore di Federico Zuccheri, fu nuovamente consacrata nel 1. Settembre 1577. Dopo di lui il Card. Francesco Barberini nel 1645. ne adornò di marmi la tribuna con architettura del Bernini, e finalmente il Card. Pietro Ottoboni nel 1737. consagrò la Confessione sotterranea dopo di averla elegamemente costruita ed adattatone l'aspetto al presente ingresso, e postavi una copia della statua sedente di s. Ipolito, e trasportandovi parte del corpo di questo Santo dalla chiesa di s. Giovanni Colabita nell'isola Tiberina. Chiusa nel 1798. con intenzione di ridurla ad uso civile, sospeso per ben due volte, in fine per le provide cure del Card. Francesco Carafa Vicecancelliere e primo prete ne fu ordinata la ristaurazione dal regnante Sommo Pontefice, ed è stata così abbellita, togliendovi le pitture già perdute delle mura, l'antico soffitto e la Confessione, e nel di 6. Agosto 1820. consagrata nuovamente dall'Emo Della Sommaglia Decano del Sagro Collegio e Vicecancelliere; il tutto con disegno e direzione del Ch. Architetto Sig. Giuseppe Valadier.

Quando si entra la prima cappella a destra, incrostata di marmi è disegno di Niccolò Salvi, il quadro sull'altare di Sebastiano Conca, e li freschi della volta di Corrado Giaquinto; il Card. Vicecancelliere Tommaso Ruffo ne fece la spesa. L'antico e devoto Crocifisso, nella cappella appresso che serve di Coro, è uno di quelli che si dice aver parlato a s. Brigida, la quale abitò presso quest'antica basilica. Il bassorilievo nel terzo altare della Pietà è scoltura di Niccolò Menghini: la statua di s. Carlo Borremeo di Stefano Maderno che stava prima in quest'altare è stata trasportata nella Sagrestia insieme coll'altro bassorilievo di S. Andrea e S. Michele che stava nell'altare appresso, ove ora si vedono li stessi santi rappresentanti in pittura.

Dopo l'altar maggiore in cui riposano le ceneri di s. Damaso Pontefice e di s. Eutichio martire; nell'altra navata è la Cappella della Senta Concezione, che ha un'antica immagine della Madonna già della chiesa di s. Maria in grottapinta: tanto l'architettura quanto le pitture a fresco della volta, ora perdute furono di Pietro da Cortona. Il secondo altare ha un s. Domenico dipinto dal Ciampelli, ed il terzo ove è un'immagine della Madonna dipinta in tavola, i due Angoli che stanno in atto di adorazione furono dipinti da Domenico Feti.

Siegue il fonte battesimale presso del quale è affissa una iscrizione in versi di s. Damaso nella quale si dice che questa chiesa chiamavasi ancora s. Lorenzo in Prasino. Questo Fonte fu rinuovato dal Card. Ottoboni con disegno di Ludovico Rusconi ed ha un quadro con s. Gio: Battista che battezza Gesù Cristo nel Giordano; e sopra un Padre Eterno del Cortona. Finalmente l'ultima Cappella dedicata al Santo Sacramento ha un quadro moderno rappresentante la Cena di N. S. cogli Apostoli del Sig. Berettini, ma le pitture della volta sono freschi del Cav. Casali.

Fra i depositi di questa chiesa merita attenzione quello di Annibal Caro, celebre poeta la cui testa fu scolpita da G. B. Dosio; e l'altro di Alessandro Valtrini disegno del Bernini.

TEATRO DI POMPEO ORA PALAZZO DEL PRINCIPE PIO.

Il card. Francesco Condolmero fece fabricare questo palazzo, sopra gli avanzi del Teatro di Pompeo, che fu il primo teatro stabile, che si facesse in Roma; era di tal grandezza, che vi potevano capire trenta mila spettatori. Si vedono ancora nella scuderia di questo palazzo molte volte in pendio: sopra delle quali erano poggiati i gradi che facevano parte del teatro. Lo stesso Pompeo, temendo che i Censori l'obligassero a farlo demolire, vi aggiunse nell'alto in mezzo alla gradinata un Tempio di Venere, affinchè i gradi del teatro figurassero la gradinata del Tempio. Vi fece costruire accanto un superbo portico retto da cento colonne, per comodo del popolo, e poi vi aggiunse ancora, in vicinanza una curia che fu detta

CURIA DI POMPEO.

Affinchè il Senato si potesse adunare ne' giorni de' giuochi, e poi assistere agli spettacoli, costruì Pompeo una magnifica Curia, nella quale vi era eretta la sua statua; fu ai piedi della stessa che andò a cadere Cesare trafitto dai congiurati, il giorno delle Idi di Marzo, nel quale si era adunato il Senato, per rimettere in di lui mani il comando dell'armata contro de' Parti.

PALAZZO SPADA.

Il card. Girolamo Capo di Ferro, in tempo di Paolo III., fece fabricare questo bel palazzo, col disegno di Giulio Mazzoni, discepolo di Daniele da Volterra.

Una bella e larga scala conduce al primo appartamento, e alla sala de' servitori: dove in una camera appresso vi sono otto quadri a fresco, dipinti dagli scolari di Giulio Romano.

Siegue poi una prima camera, ornata di quadri, fra' quali si nota una Carità Romana, di Annibale Caracci; Caino, che uccide Abele; figure maggiori del vero, opera del Lanfranco; un sagrifizio, di Pietro Testa; David colla testa di Goliath, del Guercino; una Madonna col Bambino Gesù, del Sassoferrato; due quadri con soldati, di Mr. Leandro; Marc'Antonio e Cleopatra, del Chiari; due prospettive del Viviani.

Nella seconda camera, la visitazione di s. Elitabetta e della Madonna, di Andrea del Sarto; la rivoluzione di Napoli in tempo di Masaniello, capolazzarone, di Michelangelo delle bambocciate; due ritratti, del Caravaggio; Giuditta colla testa di Oloferne, di Guido; una Lucrezia, del medesimo; Nostro Signore, che disputa in mezzo de' dottori, di Leonardo da Vinci; Rachele con molte figure, della scuola del Pussino; un quadro con alcuni Amorini, dell'Albano; un bel ritratto, di Tiziano.

Nella galleria, il primo quadro a destra, rappresenta sant'Anna e la Madonna, che lavorano; sotto una Madonna, del Rubens; il giudizio di Paride, di Paolo Veronese; la presa di Gesù Cristo nell'orto, di Gherardo delle Notti: una Maddalena, di Guido Cagnacci; un s. Giovannino, di Giulio Romano; Marc'Antonio e Cleopatra assiti a mensa, nel punto di mettere a squagliare la famosa perla entro la tazza, che tiene in mano; quadro del Trevisani. Una bella Maddalena, di Luca Cambiasi: Didone sul rogo, che si è trafitto il petto da parte a parte colla spada donatagli da Enea: sembra che spirando la Regina di Cartagine, faccia i suoi ultimi addii alla sorella: questo è il momento scelto dal pittore, che forma il soggetto del quadro, la di cui espressione è forte e toccante, accanto è un bel gruppo di donne desolate, in lontananza vi è il porto di Cartagine, li vascelli di Enea, che si allontanano a vele spiegate; mentre Cupido colle armi se ne vola via dall'appartamento di Didone. Questa magnifica composizione è del Guercino, animata all'estremo da un colorito forte, e dalla maggiore espressione fu però mal ristaurata. Una Carità Romana, dipinta in una nuova maniera, da Ludovico Caracci. Al di sopra una Madonna di Simone da Pesaro; due patti di Salvator Rosa, un quadretto colla Madonna e varj Santi, del Barocci; molti ritratti di Tiziano, del Vandyck, e dei Tintoretto. Un Cristo morto, con due belli Angeli, del Guercino; un s. Girolamo dello Spagnoletto; un Cristo in piedi con molti Santi, che tiene la croce, del Mantegna; un s. Girolamo, d'Alberto Duro; il ratto di Elena fatto da Paride, nel momento dell'imbarco, di Guido.

Nella camera appresso, Nostro Signore in iscorcio molto stimato, di Annibale Caracci; due teste di amorini ridenti, del Correggio; il sagrifizio d'Ifigenia, di Pietro Testa; il ritratto del card. Bernardino Spada, di Guido; un Lei ritratto di Paolo III, di Tiziano; una Maddalena, del Guercino: quattro quadri di Giuseppe Chiari, rappresentanti fatti delle Metamorfosi di Ovidio.

Nel pianterreno si vede la celebre statua colossale di Pompeo, ai piedi della quale si crede, che Cesare spirasse li 15. Marzo l'anno 43 avanti Gesù Cristo. Questa figura sostiene il globo nella sinistra, e porta sullo stesso braccio la clamide, che prende dalla spalla, l'altra mano è stesa come se ragionasse al publico; ed è ristauro moderno, e forse in antico l'appoggiava sull'asta; egli è armato di una spada antica attaccata ad una cintura leggiera, che non scende che poco sotto del petto alla sinistra; il globo che tiene in mano denota il comando del mondo; e ha fatto credere a qualcuno, che sia piuttosto un Augusto, che un Pompeo: ed infatti sembra singolare, che un Republicano abbia osato farsi rappresentare coll'insegne di un potere assoluto; ma questo globo potrebbe rappresentar l'universo, o se si vuole l'imperio Romano, di cui Pompeo aveva esteso i confini e consolidato il dominio e così non può concludersi da questo globo cosa alcuna contro il soggetto della statua. Si assicura, che fu trovata nel medesimo sito ove era la Curia di Pompeo, sotto il fondamento di un muro, che serviva di separazione a due cantine, in modo che la testa era in una, e il resto del corpo nell'altra; ciò cagionò una lite giudiziale fra i due proprietarj vicini, volendo ciascuno avere la statua. Il giudice, credendosi un nuovo Salomone, pronunziò che la statua fosse divisa in due, e che ciascuno avesse la porzione, che si trovava sopra il suo terreno: in tal maniera il disgraziato Pompeo corse rischio di perdere per la seconda volta la testa nel momento, in che egli risorgeva. Il cardinal Capo di Ferro, grande amatore delle belle arti, informato di questo giudicato bizarro, sospese l'esecuzione; e ne fece il rapporto al Papa Paolo III. allora regnante, che comprò la statua, e la regalò al cardinale.

Vi sono ancora altre statue, e 8. belli Bassirilievi, fra quelle ve n'è una di un filosofo sedente, che sembra essere un Antistene, e che si dice comunemente di Seneca. Di quà si passa in un piccolo giardino, in cui si vede una prospettiva formata da un colonnato, che va sempre in diminuzione; la volta, le cornici, e gli altri ornamenti sono di stucco, imitati dall'antico; si dice che questa piccola opera del Borromino, celebre architetto, abbia dato l'idea al Bernino per la scala Regia del Vaticano.

Adjacente a questo si trova per la via altro minor palazzo di graziosa architettura dello stile detto del 500.; e poi si giunge alla

CHIESA DELLA TRINITÀ DE' PELLEGRINI.

Questa spetta ad un grande Ospizio per gli Pellegrini di ogni Nazione, fondato l'anno 1548. per le cure di s Filippo Neri. Paolo IV. nel 1558. avendo conceduta ai Fratelli la piccola chiesa di s. Benedetto in Arenula, essi la rifecero in maggiore, e più bella forma, e fu terminata l'anno 1614., col disegno di Paolo Maggi; ma la facciata ornata di colonne Corintie e Composite, e delle statue de' quattro Evangelisti, è architettura di Francesco de Sanctis. La Trinità sopra l'altar maggiore è un celebre quadro di Guido, che fece ancora la figura del Padre Eterno, che si vede nella lanterna, posta bene in prospettiva, ch'ha un bel carattere. Nella seconda cappella a sinistra quando si entra v'è il quadro dell'altare colla Madonna, s. Agostino e s. Francesco del cav. d'Arpino.

CHIESA DE' SS. VINCENZO, ED ANASTASIO ALLA REGOLA.

Prossima al Tevere si trova la chiesetta parrocchiale detta già in piscinula, e prima della metà del secolo XVI. conceduta a' cuochi e pasticcieri, e dedicata a questi santi, che ha nell'altar maggiore un buon quadro del Cavaliere Errante di Trapani, fatto da lui in sua gioventù.

CAPPELLA DEL MONTE DI PIETÀ.

Con disegno di Mattia de Rossi e di Francesco Bizzaccheri fu riccamente decorata di belli marmi, e ornata da tre superbi bassirilievi, de' quali uno rappresenta Giuseppe in Egitto, quando comanda, che si dia del grano ai suoi fratelli, e questi compariscono rei di aver nascosta la coppa d'oro, scolpito da Gio. Theodon. L'altro, ch'è incontro, rappresenta Tobia, che riscuote il suo denaro da Gabelo, di Mr. le Gros; sono ambedue ben composti, e di molta espressione. Il terzo rappresenta la Pietà, cioè, la Madonna svenuta, che tiene il Cristo Morto fra le sue braccia, colla Maddalena a' suoi piedi, e il Padre Eterno nell'alto, circondato di Angeli scultura della più grand'espressione di Domenico Guidi.

CHIESA DI SAN CARLO A' CATINARI.

Nell'anno 1612. fu cominciata a fabricare questa chiesa, che fu finita a spese del card Gio. Battista Leni, con architettura di Rosato Rosati, eccettuata la facciata, disegno del Soria, che è ornata di un ordine Composito, posto sopra di uno Corintio; questo sito essendo prima occupato da' fabricatori di vasi di legno, chiamati Catini, le fabriche de' quali furono distrutte da un incendio, era detto come in oggi de' Catinari; nome che è restato per distinguere la contrada, e la chiesa.

L'interno di essa è decorato da un ordine Corintio, e da pitture di buoni maestri; quelle della tribuna sono del Lanfranco, e le altre ne' quattro angoli della cupola, rappresentanti le quattro virtù cardinali, furono dipinte a fresco dal Domenichino, ma la temperanza fu terminata dal Cozza. L'altar maggiore è ornato da quattro colonne di porfido, e da un quadro di Pietro da Cortona.

Nella prima cappella a destra, l'Annunziata è del Lanfranco; nell'altra il martirio di san Biagio, di Giacinto Brandi; nella terza la santa Cecilia, di Antonio Gherardi; la cappella incontro ha il quadro del Romanelli, e li freschi del Camasesi. Il transito di Sant'Anna nella seguente è una superba opera di Andrea Sacchi, che è di molto merito; nell'ultima la conversione di s. Paolo è di Giuseppe Ranucci, le altre di Filippo Mondelli: finalmente i due sopra le porte, ove è s. Carlo, che fa l'elemosina è di Mattia Preti, detto il cav. Calabrese; l'altra è di Gregorio suo fratello.

PORTICO DI GNEO OTTAVIO.

Di questo non restano in oggi, che due colonne di più pezzi, che reggono un architrave, e qualche avanzo di muro laterizio; i moderni gli danno questo nome, che è assai questionabile.

Qui vicino è il palazzo Santacroce nel quale ora più non esistono che alcuni fregi antichi, scolpiti a bassorilievo; e nella prossima piazzetta è l'antichissima.

CHIESA DI S. MARIA IN MONTICELLI OMONTIS COELI.

Una delle più antiche parrocchie di Roma, ristaurata nel 1101. da Pasquale II. e consagrata da Innocenzo II. nel 1143. ai 6. di Maggio, l'anno 14. del suo Pontificato. Fu ridotta allo stato presente da Clemente XI. con architettura di Matteo Sassi, e da Benedetto XIII. conceduta ai PP. della Dottrina Cristiana, che vi esercitano la cura delle anime. Il mosaico della tribuna, rappresentante il Ssmo Salvatore si vuole antico più di 13. secoli.

PALAZZO COSTAGUTI.

La volta della prima camera di questo palazzo rappresentante Ercole, che saetta il Centauro è dipinta dall'Albano; v'è un quadro di uccellidi Mr. Cristiano; la virtù, che allatta se stessa, del Fiammingo; due ritratti, uno del Baciccio, l'altro di Andrea Sacchi; il giudizio di Paride del Caracci; una Sagra Famiglia della scuola di Tiziano.

Nella seconda camera, Polifemo, e Galatea del Lanfranco; otto quadri, del Pussino; due Fiamminghi, rappresentanti caccie; uno grande con un concerto di musica, di Michelangelo delle bambocciate; una zingara del Caravaggio; una Battaglia, del Borgognone; l'adorazione de' Magi, di un Tedesco.

Nella terza la volta a fresco è del Domenichino, che vi ha rappresentato Apollo con la Verità scoperta dal Tempo.

Nella quarta, un fresco nella volta, che rappresenta Rinaldo e Armida, tratti nel carro da' dragoni, è del Guercino.

Nella volta della galleria vi fu colorito dal cav. d'Arpino Giove, Giunone, ed altre Deità. Una Maddalena, di Andrea Sacchi; due prospettive, del Viviani: una sant'Agata e santa Prassede, del Lanfranco; una santa Veronica di Guido; due quadri di caccie di Mr. Orizonte: un quadro grande in tavola, del Pussino; una marina grande, del Borgognone; il cardinal Barberini, di Andrea Sacchi; una Giuditta, del Mola; Orfeo, del Brilli; la Duchessa di Ferrara, del Dosio da Ferrara; e due teste del Domenichino.

FONTANA DELLE TARTARUCHE.

Questa fontana è vagamente ornata da quattro delfini di marmo, e da quattro statue di bronzo, che tengono sopra la tazza superiore quattro tartaruche, e formano un vaghissimo aspetto, fu questo graziosissimo disegno concepito da Taddeo Landini Fiorentino.

PALAZZO MATTEI.

Nel recinto del circo Flaminio fu edificato questo gran Palazzo, col disegno di Carlo Maderno. La sua decorazione consiste in sole finestre, ma di stile puro, come tutte le altre parti, è ragguardevole per la gran quantità di statue, di bassirilievi, antichi d'antiche iscrizioni, e di belle pitture. Nel cortile si veggono in alto diversi busti, di Adriano, di Antonino Pio, di Marc'Aurelio, di Lucio Vero, di Settimio Severo, di Macrino e di Geta. Sotto de' busti vi è una quantità di bassirilievi, che rappresentano la caccia di Meleagro, il ratto di Proserpina; il trionfo di Bacco; il sagrifizio di Esculapio; e le tre Grazie. Per le scale vi sono due sedie antiche, trovate presso la chiesa de' santi Giovanni e Paolo; un bassorilievo, rappresentante la caccia dell'lmpentor Commodo contro de' leoni; le statue di Pallade, di Giove, e dell'Abbondanza; nel portico del primo piano, sopra il cortile, si vede un gran bassorilievo con un Console, che fa punire un colpevole, e un altro colle quattro stagioni, ed un sarcofago con bassorilievo, che rappresenta il sagrifizio di una capra a Priapo.

Si entra nella prima anticamera, ove nella volta è dipinto il trionfo di Giuseppe, del Pomarancio; vi si veggono quattro quadri, uno è la cacciagione, l'altro la pescagione, il terzo e quarto animali e frutti, pitture stimate, del Passerotti. Due ritratti alla Spagnola, di Mr. David; un paese, del Fabri, una Madonna con gli occhi rivolti al cielo, del Padre Piazza Cappuccino.

Nella seconda vi sono quattro paesi ornati da' fatti della storia santa di Paolo Brilli; la Madonna col Bambino Gesù, del Lanfranco; la Samaritana con Nostro Signore, del Passignani; un paese, del Fabri: la Madonna col Bambino, in tavola, di Scipion Gaetani; un s. Francesco, del Muziano; s. Marta e s. Maria Maddalena, di Michelangelo di Caravaggio; s. Bonaventura avanti Nostro Signore, del Tintoretto; e un Cristo colla croce sopra le spalle, del Caracci.

Nella terza, varj animali, di mr. David; s. Girolamo, figura al naturale, di Guida; un Presepio, del Bissano; dello stesso un Lazzaro col ricco Epulone. La madonna col Bambino Gesù, del Caracci; un san Francesco, del Muziano; Democrito ed Eraclito, di Pietro da Cortona; una Madonna, il Bambino e s. Girolamo, della scuola del Correggio; e sopra uno di Giulio Romano.

Nella quarta, la presa di Nostro Signore nell'orto, di Gherardo delle Notti: il Sagrifizio di Abramo, di Guido: due quadri di animali, del David: de' paesi, del Both: quattro quadri di diverse istorie, di Paolo Brilli: due bambocciate, Brugel.

Nella quinta, la Madonna col Bambino Gesù, del Parmigiano; un bel quadro del Barocci, rappresenta N. S. e s. Pietro con s. Andrea.

La galleria è ornata nella volta da un fresco di Pietro Paolo Bossa da Cortona, rappresentante diversi soggetti della Sagra Scrittura: un quadro co' Farisei, che mostrano la moneta a N. S. e s. Luigi Gonzaga, di Giovanni da Siena: la disputa di N. S. colli Dottori, del Caravaggio: la Nascita di N. S., di Pietro da Cortona: la Cena di G. C., quadro principiato da Lanfranco, e terminato da Mr. Valentino; l'Adultera condotta avanti a N. S., di Pietro da Cortona: un s. Matteo, di Giovanni da Siena: s. Pietro e s. Paolo condotti al martirio, del Rubens; la superba testa di Cicerone in marmo, col suo nome antico: il sagrifizio d'Isacco, del Lanfranco: la strage degli Egiziani con Faraone sommerso nel Nilo, di un Fiammingo: il possesso di Clemente VII., a Ferrara, e l'ingresso di Carlo V. a Bologna, del Tempesta; e dello stesso la morte, e il trasporto del gran Sultano.

Nell'altro appartamento vi è una camera ornata tutta di chiaroscuri, e di un quadro nella volta, rappresentante Giacobe e Rachele, del Domenichino.

CHIESA DI SANTA CATERINA DE' FUNARI.

Nel mezzo delle rovine del Circo Flaminio il cardinal Federico Cesio nel 1544. principiò questa chiesa, col disegno di Giacomo della Porta, che fu terminata sotto Pio IV l'anno 1564., con vaga ed elegante facciata.

Entrando nella prima cappella a destra la s. Margarita è opera di Annibale Caracci, che si servì di una copia fatta da Lucio Massari suo allievo, della s. Caterina del Caracci medesimo, esistente nel Duomo di Reggio, alla qual copia, pervenuta in Roma da Bologna, Annibale ritoccatala tutta, e cancellata la ruota e la corona, fece il drago sotto de' piedi, e in mezzo al frontespizio di sopra la coronazione della Madonna.

La cappella seguente è del Muziano, co' pilastri coloriti a olio da Federico Zuccheri. Il quadro dell'Assunta nella terza è di Scipione Gaetani. Nell'altar maggiore la s. Caterina, i ss. Pietro e Paolo e l'Annunziata sopra sono di Livio Agresti da Forti, i laterali e i puttini di Federico Zuccheri, e quelle più sotto di Raffaelino da Reggio. Il s. Gio. Battista, che predica, nella cappella appresso, e tutte le altre sono di Marcello Venuti; e l'ultima cappella colla Ssma Annunziata fu dipinta di Girolamo Nanni Romano.

CHIESA DI SANTA MARIA IN CAMPITELLI.

Dopo il voto fatto dal Popolo Romano li 8. Decembre 1656. in occasione della peste sotto di Alessandro VII., di collocare magnificamente questa Sagra Immagine, della Vergine col Bambino, e de' ss. Pietro e Paolo, tutta in gemme intarsiate di oro, che si venerava nella chiesa di s. Galla, prima casa di questa santa patrizia Romana, figlia del Console Simmaco il giovane, fu eretto nella piazza di Campitelli da' fondamenti questo nobilissimo tempio, con architettura del cavalier Carlo Rainaldi, che si chiamò Sancta Maria in porticu in Campitelli.

La bella facciata è ornata da due ordini di colonne, uno Corintio, e l'altro Composito. L'interno ancora è parimente ornato di colonne grandi scannellate, parte in marmo, e parte in istucco, e di belle pitture. Il s. Michele nella prima cappella a destra entrando è pittura del cav. Sebastiano Conca: la s. Anna nella seconda, di Luca Giordano: la terza cappella ha un s. Nicolò di Bari: quella incontro ha una caduta di s. Paolo, di Ludovico Gimignani. La grandiosa cappella appresso ha un bel quadro, di Gio. Battista Caulli, detto il Baciccio: nell'ultima il bassorilievo dell'altare fu scolpito da Lorenzo Ottone, e la volta è dipinta dal Passeri, fra i marmi de' quali è ornata vi sono 4. leoni di rosso antico, che reggono le piramidi de' due Depositi.

In una delle finestre della cupola vi è una croce trasparente, formata da un pezzo di colonna di alabastro cotognino rapissimo, trovato nelle rovine del portico di Ottavia.

TEMPIO DI GIUNONE.

Nel cortiletto di una casa restano tre colonne di marmo bianco, scannellate, e di ordine Composito, appartenute al Tempio di Giunone, del portico di Ottavia, accanto all'altro di Giove, i quali furono i primi monumenti di marmo, che si vedessero in Roma, costruiti da Sauro e Batraco architetti Spartani. Il rincontro, che può farsi di queste colonne ne' frammenti della pianta marmorea di Roma, ch'esistono, nel Museo Capitolino, non lasciano, dubbio della denominazione; e queste colonne dimostrano come si sono ingannati coloro, che hanno detto, essere stato impiegato l'ordine Composito per la prima volta in Roma all'Arco di Tito; dando così una mentita a Vitruvio, che ne parla fin dal suo tempo.

TEMPIO DI BELLONA.

Non lungi da questo sito, secondo il parere del Nardini, era il Tempio di Bellona, in cui si adunava il Senato per dare udienza agli ambasciatori nemici, ed alli commandanti delle armate Romane, che domandavano il trionfo. Questo tempio fu fabricato in occasione della guerra contro de' Toscani e de' Sanniti, circa l'anno 457. della fondazione di Roma. Avanti a questo tempio vi era la colonna Bellica, dalla quale si scagliava un'asta, quando si voleva dichiarare la guerra. Ecco la maniera del trionfo.

Per meritare il trionfo bisognava avere uccisi almeno cinque mila nemici in una sola battaglia. Li commandanti prima con una lettera coronata di lauro davano raguaglio della vittoria, e domandavano, che si accordasse ad essi quest'onore straordinario. Dopo il vincitore partiva alla testa di tutta la sua armata, e così si avvicinava a Roma, o per la via Flaminia, o per la via Cassia. Egli si fermava nel campo Marzo, e ne' tempi posteriori a Caligola nel Vaticano presso al ponte trionfale. Quindi rinuovava le sue istanza pel trionfo nel tempio di Bellona fuori la porta Carmentale; ove il Senato si adunava, ed esaminava le domande del vincitore, secondo le quali o gli si accordava, o gli si ricusava con consenso universale. Quando l'otteneva, si fissava immediatamente il giorno della ceremonia. Il trionfatore era vestito di una toga di porpora ricamata, toga picta, e portava in mano una palma. Prima di tutto, egli onorava i Dei con un sagrifizio, che faceva nel tempio di Bellona; uscito dal tempio, e salito sopra di un carro magnifico; la sua armata lasciava il campo Marzo, o il Vaticano, e prendeva la sua marcia passando pel ponte trionfale, continuando pel teatro di Pompeo, pel Circo Flaminio, portico di Ottavia e teatro di Marcello ed entrando per la porta trionfale andava verso il Circo Massimo e traversatolo, entrava presso l'Anfiteatro Flavio nella via sacra, ove è l'arco di Costantino e qui passando il vincitore sotto tutti gli archi magnifici di Tito, e Fabiano, e per questa via all'arco di Settimio Severo, pel clivio Capitolo saliva finalmente al Campidoglio, ove faceva a Giove Ottimo Massimo un sagrifizio solenne, appendendo al tempio di questo Dio le spoglie tolte ai nemici.

Ne' tempi più remoti, quando i Romani facevano la guerra ai popoli del Lazio, e per la via Appia, e si fermavano al tempio di Marte extramuraneo fuori la porta Capena. Si contano 322. trionfi da Romolo, che fu il primo a cui Roma decretasse il trionfo, fino all'Imperator Probo.

In questi medesimi tempj si adunava il Senato per dare udienza agli ambasciatori nemici, che non s'introducevano in città, come i commandanti delle armate, i quali se domandavano il trionfo, non vi dovevano entrare.

PORTICO DI OTTAVIA.

Ove già era il portico di Metello, fu costruito questo portico da Augusto, a nome della sua sorella Ottavia. Era riguardevole tanto per la bellezza della sua architettura, quanto per gli ornamenti de' quali era decorato; consisteva in quattro gallerie coperte, in quadrato, retta ciascuna da due fila di colonne. Il pezzo, che resta, formava l'ingresso del portico, che aveva due facciate simili, una fuori, l'altra dentro, che sussistono ancora. Furono ornate ciascuna da 4. colonne, e da 2. pilastri d'ordine Corintio, coronate da un cornicione regolare, e da un frontespizio, il tutto ben eseguito.

Nell'iscrizione vi è memoria di un ristauro fattovi dopo un incendio, dagli Imperatori Settimo Severo e Caracalla, da che nasce, che si chiama ancora portico di Severo. Mancando due delle colonne esteriori vi si è supplito con un'arcata di muro. Le colonne hanno 32. piedi e mezzo di altezza, e 3. piedi e 4. pollici di diametro. Questo portico rinchiudeva i due tempj di Giove e di Giunone, de' quali parla Plinio, in occasione dello sbaglio fatto da' facchini di portare la statua di Giove nel tempio di Giunone, e quella di questa Dea nel tempio di Giove.

TEATRO DI MARCELLO.

Fu costruito da Augusto per eternare la memoria di Marcello figlio di Ottavia di lei sorella, che lo dedicò nel 741. di Roma 10. anni dopo la morte di Marcello; ed in questa circostanza vi furono uccise 600. fiere, ed Augusto, scompaginatasi la sua sedia, vi cadde supino.

Il diametro di questo Teatro era di 396. piedi, capace di 30 mila spettatori. L'avanzo, che resta, consiste in due ordini di arcate eleganti, che formavano i portici in giro sotto de' gradi. Le arcate del primo ordine hanno colonne Doriche, e le superiori colonne Joniche, incastrate nel muro un poco meno di una metà della loro grossezza. Questi ordini sono di una proporzione elegante e graziosa; i capitelli Jonici hanno una voluta piacevole, ed i cornicioni sono di un bel profilo. È un avanzo prezioso dell'architettura Romana antica, che i moderni hanno scelto per modello degli ordini Dorico e Jonico, e di cui si sono serviti per determinare la proporzione di questi due ordini, posti l'una sopra dell'altro

CHIESA DI S. NICOLA IN CARCERE, TEMPIO ANTICO DELLA PIETÀ.

Questa chiesa detta di s. Nicola in carcere, cui in tempi d'ignoranza fu aggiunta la denominazione di Tulliano, si crede una delle 18. diaconie, istituite prima di s. Gregorio, ed è certo che nel 1100. sotto Pasquale II. si trova un Crisogono, sottoscritto diacono Cardinale di s. Nicola in carcere; ed esiste ancora in essa una lapide della dedica fatta a s. Nicola di questa chiesa sotto Onorio II. nel 1128.. ai 12. di Maggio, ed altra di un certo Romano Prete procuratore e rettore della chiesa di s. Nicola detta in carcere. Da questa Diaconia fu assunto al Pontificato Nicolò III. di casa Orsini l'anno 1277. ed Alessandro VI. di casa Borgia l'anno 1492. che la ristaurò, come al tempo di Sisto V. fece il card. Francesco Sforza, e poi il card. Pietro Aldobrandini che con disegno di Giacomo della Porta nel 1599. l'ornò dentro e fuori con bella facciata, in cui restano ancora gli avanzi di 3. delle antiche colonne. Fu chiamata ancora chiesa de' Pierleoni perchè vi ebbero vicina l'abitazione, ed in essa ancora il sepolcro.

L'interno è a 3. navate con 7. colonne per parte, e si sale per 7. gradini alla Confessione che ha l'altare isolato sotto un ciborio retto da 4. colonne d'africano giallo, e consiste l'altare in una conca grande di porfido. La tribuna fu dipinta da Orazio Gentileschi, l'altare del Smo Sagramento dal Baglione le storie del Santo da M. Tullio Montagna. Vi si vede ancora il bel deposito del card. Gio. Battista Rezzonico nipote di Clemente XIII. morto nel 1783. È stata nuovamente ristaurata ed abbellita nel 1808. come indica una grand'iscrizione postovi, ignorantemente in cui gli si ripete l'incompetente titolo di Tulliano.

In tempo della Republica era in questo sito una delle carceri publiche, che ha dato il nome a questa chiesa di in carcere. Un vecchio, o vecchia di quel tempo fu rinchiusa in questa carcere condannata a morirvi di fame: la sua figlia, che la visitava gli conservò la vita, nutrendola col suo latte. Questo fasto memorabile della tenerezza filiale, cognito sotto il nome di carità Romana, rese la libertà alla madre, e fu tanta ammirata la tenerezza della figlia, che furono ad ambedue assegnati gli alimenti in vita dal publico, ed affine di trasmetterne la memoria alla posterità, i Consoli C. Quintio e M. Attilio nel 604. di Roma fecero nel sito del carcere erigere un tempio alla pietà, di cui si veggono ancora gli avanzi: anzi dagli ultimi ristauri si è rilevato, che non uno, ma tre antichi tempj vi hanno esistito, quali si trovano già disegnati dal Labacco nella sua opera del secolo XVI.; onde si rese evidente, che oltre il tempio del carcere, che fu il più vicino al teatro di Marcello, vi fu l'altro di M. Acilio Glabrione, dedicato parimente alla Pietà nel 573. di Roma, e ornato della statua equestre e dorata di Glabrione padre; e che erano questi tempj Jonici, esastili, peritterj e ambedue di struttura simile, e di peperino ricoperto di stucco sopra gran basamenti di travertino il terzo tempio però, assai minore degli altri, fu forse quello di Matuta, costruito nel 561. di ordine Dorico, con colonne senza basi e tutto di travertino, parimente esastilo, perittero, che dagli antichi scrittori viene indicato nel Foro olitorio, insieme coll'altro della Pietà di Glabrione, del qual Foro si sono trovate ancora negli ultimi scavi le traccie non equivoche digrossi travertini del pavimento. E siccome il Foro Olitorio è posto dagli antichi fuori della porta Carmentale, così si rende evidente che quest'antichissima Porta rimaneva nell'angolo del monte Capitolino, incontro s. Galla; dove restano ancora ne' cortili di quelle case grandi avanzi di antichissime costruzioni. Anche la porta trionfale del recinto di Servio della quale parla Giuseppe Flavio in occasione del trionfo di Vespasiano, dovette essere vicinissima e quasi accanto alla Carmentale, e perciò sulla via avanti la chiesa di s. Galla, detta anticamente di s. Maria in porticu.

CASA DI COLA DI RIENZO

VOLGARMENTE CHIAMATA PALAZZO DI PILATO.

Si vede una vecchia casa, che ha incastrati senza gusto, de' frammenti di qualche antico monumento, e che si chiama dal volgo il Palazzo di Pilato, senza sapersene la ragione; varj autori l'hanno presa per la casa di quel Cola di Rienzo, Tribuno del Popolo, e tiranno di Roma, in tempo che i Papi risiedevano in Avignone verso la metà del Secolo XIV. Nell'iscrizione però che vi si legge sopra l'architrave curvo di una porta, non si dice, che casa di, un Nicola figlio di Crescenzo e di Teodora, che la fabricò per dimostrare; la gloria de' Romani, in quel secolo, infelice per le arti.

PONTE EMILIO, E PALATINO OGGI PONTE BOTTO.

Questo è stato il secondo Ponte nel recinto di Servio, fatto sul Tevere, ed il primo che fosse costruito di pietra in Roma. Fu cominciato da Marco Fulvio Censore nel 557., e terminato da Scipione Africano nel 612. di Roma. Si chiamò Emilio da quel M. Emilio Lepido, Pontefice Massimo, Principe del Senato e Censore nello stesso anno 575.. con M. Fulvio Nobiliore. Fu detto da Vittore Palatino a motivo del Monte Palatino, presso del quale è situato; e si pretende chiamato Senatorio, perchè si dice, che i Senatori vi passassero per andare a consultare i libri sibillini, ne' tempi, che si custodivano sul monte Gianicolo. Fu chiamato nella Notizia di Probo, e da' moderni Ponte di Santa Maria, o per la prossima chiesa di Santa Maria Egiziaca, o per l'immagine della Vergine trasportata poi a san Cosimato. Ristaurato da Giulio III. cadde nuovamente l'anno 1564., e rifabricato nel 1575., ne fu portata via la metà dall'inondazione del Tevere accaduta l'anno 1598. Dopo di quel tempo non è più stato rifatto; ora consiste in due arcate, vicino alle quali resta l'

ISOLA TIBERINA, E TEMPIO DI ESCULAPIO.

Ha quest'isola la forma di un vascello, e si formò, o almeno si accrebbe in modo da poter essere abitata, dopo l'espulsione de' Tarquinj; fu chiamata Tiberina, ed anche Lycaonia da un tempio che vi aveva Giove Licaonio. Si vede ancora una parte della sua forma di vascello colla figura di Esculapio a bassorilievo.

Questa isola deve la sua origine a de' mucchi di biade, tolte dal campo di Tarquinio Superbo, quando fu espulso da Roma. L'odio de' Romani contro questo nome, avendo fatto gettare queste biade nel Tevere, vi formarono insensibilmente, unite all'arena, che il fiume vi deponeva, questa isola, che in seguito venne rassodata con palizzate, e con dighe. Accadde che nell'anno 461. facendo la peste grandi stragi nella città, il Senato inviasse dieci Ambasciatori al Tempio di Esculapio in Epidauro, da dove riportarono un serpente, che presero per quel Dio, trasformato in questo rettile, che essendosi rifugiato, e nascosto in questa isola, si pensò immediatamente ad inalzargli un Tempio, con un ospedale pe' maiali. Si fortificò nello stesso tempo l'isola con pietre quadrate, e gli si diede la forma di un vascello, per indicare la maniera, colla quale questo Dio era stato trasportato in Roma. Sopra le rovine del Tempio di Esculapio, fu edificata la

CHIESA DI S. BARTOLOMEO ALL'ISOLA.

In questa chiesa, che si dice dedicata anticamente a s. Adalberto Martire l'imperatore Ottone III. nel 973. trasferì il corpo di s. Bartolomeo, che riposa nell'urna di porfido, sotto l'altar maggiore Pasquale II. nel 1113. ristaurò la chiesa e nell'architrave della porta maggiore fece scolpire i 4. versi della memoria di Ottone III. e il successore Gelasio II. lo compì nel 1118. Nel 1170. Alessandro III. la consagrò di nuovo; e Leone X. la dichiarò titolo cardinalizio di un Cardinale Prete. La facciata fu fatta col disegno di Martino Longhi, insieme col soffitto nel 1624. che è ornata di 4. colonne di granito.

L'interno di questa chiesa è divisa da 24. colonne di granito, e vi erano pitture di Antonio Caracci, ora ritoccate più che mediocremente. Incontro è la

CHIESA DI SAN GIOVANNI COLABITA.

Si crede che i Tempj di Fauno e di Giove, che si sa essere stati dagli antichi inalzati in quest'isola, restassero prossimi a questa chiesa, di s. Giovanni Colabita. Fu ristaurata nel 1640. da' Padri Spedalieri della Carità, che qui hanno uno spedale pelle persone più civili, fornito di spezieria e d'ogni altro occorrente. È stata ancora nuovamente abbellita nel 1741. con fini marmi, stucchi dorati, e vaghe pitture di Corrado Giaquinto.

PONTE FABRICIO ORA DI QUATTRO CAPI.

Il Ponte, per cui dalla città si perviene a questa isola, ora è detto di quattro capi, da' piccoli ermi antichi a quattro faccie che si veggono posti alle sue estremità. Anticamente denominossi Fabricio, perchè rifatto di pietra da L. Fabricio curatore delle vie, nel 692. di Roma, secondo l'iscrizione che vi si legge L. Fabricius C. F. Cur. Viar. faciundum coeravit, idemque probavit, confermata da Dione in quell'anno; e forse nel 733. fu ristaurato secondo l'altra iscrizione, Q. Lepidus Men. F. M. Lollius M. F. Cos. ex S. C. probaverunt, riportata dal Panvinio e dal Nardini.

PONTE CESTIO ORA DI S. BARTOLOMEO.

L'altro Ponte che dall'isola introduce al Trastevere, è chiamato in oggi di s. Bartolomeo, dalla prossima chiesa di questo santo. Dagli antichi però si disse Cestio, forse perchè fatto sul fine della Republica da quel Cestio di cui è la Piramide o dall'altro Cestio Console nel 788. di Roma. Secondo l'iscrizione ivi esistente fu stabilito e dedicato, nel 368. dell'Era Cristiana dagli Imperatori Valentiniano, Valente, e Graziano, ed in questa lapide viene chiamato Ponte di Graziano, benchè Vittore, e la Notizia posteriore ad essi, lo chiamino Cestio.

TEMPIO DELLA FORTUNA VIRILE E CHIESA DI S. MARIA EGIZIACA.

Presso al Ponte retto si trova questa chiesa, contenuta in un piccolo; ma grazioso Tempio antico, che la maggior parte degli Antiquari moderni dicono inalzato da Servio Tullio, alla Fortuna Virile: che sia di Servio è probabile, che sia però della Fortuna Forte, o Virile, è impossibile, mentre questo da lui fu fondato in Trastevere. Fra tutti i nomi li più conveniente sarebbe quello di Martuta, eretto da Servio nel Foro Boario, istaurato poi, e deificato da Camillo.

La sua costruzione è tetrastila ed anfiprostila, cioè di 4. colonne di fronte, e di doppia facciata: ha ne' lati 7. colonne onde 18. in tutto il giro; delle quali 6. isolate, le restanti incastrate nel muro per una mela, alle 26. piedi, di ordine Jonico, scannellate, costruite in parte di travertino, e in parte di tufo, di cui è ancora il muro della cella. Poggia il tempio sopra di un basamento continuato assai alto, e tutto di travertino, fu intonacato di stucco, e di stucco sono gli ornamenti tutti delle colonne e del tempio, e perfino del fregio, ornato d'encarpi retti da puttini, da bucrani, e candelabri. Vi sono indizj di antico ristauro senza che però ne derivi alterazione nel totale; e senza segno di magnificenza.

Nel 872. sotto Giovanni VIII. fu dedicata questa chiesa alla Ssma Vergine, concessa agli Armeni da s. Pio V. vi fu ristaurata da Gregorio XIII. e poi da Clemente XI. La S. Maria Egiziaca nell'altar maggiore è di Federico Zuccheri, e accanto l'ingresso, a mano sinistra, si conserva un modello del s. Sepolcro.

TEMPIO DETTO DI VESTA. CHIESA DI S. STEFANO DELLE CARROZZE E DI S. MARIA DEL SOLE.

L'opinione volgare suppone, che questo Tempietto rotondo, sia quello di Vesta, fabricato da Numa Pompilio, e che avendo sofferto nell'incendio di Nerone fosse rifatto da Vespasiano, o da Domiziano; ma oltre che al tempo di Numa questo luogo era paludoso, si sa di certo che il Tempio di Vesta fu da lui costruito nel Foro Romano, acciò le Vestali vi mantenessero il fuoco perpetuo, e in sito più occulto, chiamato Penus, custodissero il Palladium, o simulacro di Pallade, portato in Italia da Troja, secondo dicevasi, da Enea. Vi è chi per iscanzare questo errore ha imaginato una Vesta Madre Dea della terra per dirla adorata in questo tempietto; ma li Romani antichi non conobbero che una sola Vesta, Dea del fuoco insieme e della, terra figlia di Opi e di Saturno: nè si trova memoria in tutti gli scrittori, che di una sola Vesta, venerata da' Romani nel Foro, e sul Palatino nel palazzo di Augusto: e tutti gli storici ed i Regionali non fanno menzione alcuna di una seconda Vesta, o di alcun suo tempio.

Fra tutte le altre denominazioni, che gli furono date l'unica che può convenire a questo tempietto, si è quella del tempio di Ercole Vincitore, che da Vittore si dice rotondo e piccolo. Fu dedicato a s. Stefano, non si sa quando, come conferma un frammento d'iscrizione rinvenuta negli scavi. Restato poi incognito per gran tempo ed abbandonato, fu di Sisto IV. nel 1475. ristaurato, e dedicato allo stesso Santo, come dichiara la lapida in mezzo al pavimento. In seguito per una imagine della Vergine ivi trasportata fu detta s. Maria del Sole, conservando però ancora il primo nome di s. Stefano delle carrozze. Fu poi ridotta allo stato presente nel 1810. È circondato da un portico circolare di 20. colonne, scannellate, Corintie, di marmo Greco, privo dell'architrave, e di quanto altro aveva al di sopra; questo portico era coperto con lacunare piano di marmo ornato da cassettoni, e rosoni, simile a quello rotondo in Tivoli, come si è ricavato da' frammenti. La cella rotonda era tutta costruita di marmi, che nella commissura delle sue pietre ha un incavo, che forma un grazioso bugnato.

CHIESA DI S. M. IN COSMEDIN

CREDUTA TEMPIO DELLA PUDICIZIA PATRIZIA.

Si è creduto che questa chiesa collegiata e parrocchiale fosse fabricata da' primi cristiani sopra il tempio della Pudicizia Patrizia, nel quale le sole donne patrizie avevano il dritto di entrare. Si narra di quel tempio che Virginia figlia di Aulo Patrizio, la quale aveva sposato il console Volumnio plebeo, essendosi presentata per sacrificarvi colle altre matrone Romane, ne venisse esclusa sotto pretesto che si fosse degradata con isposare un plebeo: essa però sostenne i suoi diritti con altettanto di forza e di spirito, rappresentando ch'essa era Virginia, nata Patrizia, moglie di un sol marito, da lei sposato essendo vergine, che non aveva ad arrossire nè della sua condotta, nè delle azioni del suo marito; e sostenne questa risposta con un'azione tanto nobile, quanto pia. Avendo convocato tutte le matrone del suo rango, comunicò ad esse l'ingiuria ricevuta per parte delle patrizie, e disse loro, che per non aver più a mischiarsi con quelle, e per sagrificare liberamente al pudor coniugale, aveva inalzato un piccolo tempio, ed un'ara alla Pudicizia Plebea, in una parte della sua casa, che rimaneva nel Vico Longo.

Esistendo però ancora nel portico e nella chiesa 10. colonne antiche, disposte in due fila, e nella cantonata vedendosi stare in modo non adattabile a tempio, non vi si può supporre nè il tempio della Pudicizia, ne altro; e siccome il più antico nome di questo edifizio è di Schola Graecorum, nella quale si pretende aver insegnato s. Agostino la rettorica, così, combinandovi anche la forma dell'edificio, vi si può supporre l'antica Schola Cassi, che in questa Regione Aventina è posta da Rufo, e che potè poi divenire scuola de' Greci.

Adriano I. avendo fabricata di nuovo questa chiesa, e ornatala con magnificenza prese dopo il nome di s. Maria in Cosmedin, parola Greca, che significa ornamento. Si trova sotto il portico, il di cui ingresso è ornato da 4 colonne antiche di granito, un gran mascherone di marmo, che si vede aver servito per bocca di cloaca (e forse fu quella in mezzo all'impluvio dell'atrio della scuola di Cassio) che il volgo dice esser stato destinato per gli oracoli, e chiama Bocca della verità, perchè ha supposto, che vi si facesse mettere la mano di colui, che si voleva far giurare, colla persuasione che la bocca si chiuderebbe, e riterrebbe la mano di quello, che osasse di fare un giuramento falso.

Vi è nell'interno sotto l'altar maggiore, che ha un baldacchino retto da da 4: colonne di granito, un'urna di granito rosso, nella quale si conservano molte reliquie di Martiri. L'imagine della Madonna che vi si venera e una di quelle trasportate dalla Grecia nel Secolo VIII. Il pavimento di tutta la chiesa è tessellato di porfidi, serpentini, ed altri belli e duri marmi, vi si conservano ancora i due pulpiti di marmo o ambones, secondo l'antico rito.

Sotto di questa tribuna si vede la confessione in forma di piccola basilica, che rimasta ignota per più di 200. anni, fu riaperta nel 1717. ove si scende per doppia scala.

CHIESA DI SANTA SABINA TEMPIO DI DIANA E DI GIUNONE REGINA.

Questa chiesa fu edificata nella casa paterna di questo s. Martire, presso i tempi di Diana, e di Giunone Regina, sotto Celestino I. l'anno 425. da un certo Pietro di Schiavonia, come si legge nel mosaico sopra la porta maggiore, e fu consagrata da s. Sisto III., e ristaurata da Eugenio II. l'anno 824. e di nuovo consagrata da Gregorio IX. nel 1238. ed altri ristauri vi fece il card. Giulio Cesarini nel 1541. ma i maggiori sono di Sisto V. nel 1587.

Nel portico si vedevano due colonne di un granito particolare, di 22. piedi d'altezza, che ora sono tolte per impiegarli nel Museo Chiaramonti. L'Interno è diviso in tre navi da 24. colonne di marmo Pario scannellate, che hanno ancora le basi amiche, e i capitelli Corinti, cavati dal tempio di Diana. L'ultima cappella a destra contiene un superbo quadro che rappresenta la Madonna, san Domenico, s. Caterina con alcuni Angeletti, opera delle più graziose del Sassoferrato.

Il convento era un palazzo, servito varie volte per conclave, in cui dopo la morte di Onorio IV. fu eletto Papa Nicolò IV. che lo abitò; e vi morì. Una porzione di questo palazzo fu da Onorio III. donata a s. Domenico, che la convertì in convento, e vi dimorò.

CHIESA S. ALESSIO.

In questo sito, secondo i moderni, prossimo al tempio di Ercole e all'Armilustro, Aglae, nobile donna Romana, figlia di Acacio Proconsole eresse questa chiesa ove sepellì il corpo di s. Bonifacio Martire, circa il 305. dell'Era cristiana essendo prossima alla medesima la casa di Eufemiano Senatore Romano, ove morì il di lui figlio s. Alessio, venne quello in questo luogo sepolto da Innocenzo I., e da Onorio impevatore l'anno 408., ed allora la chiesa prese il nome de' Ss. Bonifacio ed Alessio. Sotto Leone III. era diaconia, ma nell'anno 975. oltre il trovarsi chiamata basilica, divenne abadia di Roma in tempo di Benedetto VII. Fu consacrata nuovamente da Onorio III. nel 1317. Martino V. nel 1429. la concesse ai Monaci di s. Girolamo di Lombardia. Sisto V. la dichiarò titolo Cardinalizio, e finalmente fu ridotta allo stato presente nel 1744. dal card. Angelo Maria Quirini. Negli ultimi anni anche Carlo Re di Spagna, che aveva acquistato il palazzo vi ha fatto degli abbellimenti.

TEMPIO DELLA BONA DEA, E CHIESA DI S. MARIA DEL PRIORATO.

Il tempio della Bona Dea, in cui sacrificavano solamente le donne, si dice eretto in questo sito, ove si pretende che Remo si portasse a consultale gli uccelli, in tempo della fondazione di Roma. Sopra di questo fu edificata la chiesa denominata di s. Maria in Aventino, una delle 20. Abadie, la quale ora dicesi del Priorato, per essersi qui fondata una commenda dell'Ordine Gerosolimitano di Malta. Fu ristaurata da s. Pio V. e il card. Gio. Battista Rezzonico, nel 1765., la fece abbellire e ridurre allo stato presente, col disegno del cav. Gio. Battista Piranesi.

ARCO DI S. LAZARO.

Nella strada che resta alla falda del monte, e che conduce alla porta s. Paolo, si trova un arco costruito di mattoni, resto di antiche rovine, che dalla prossima cappella di s. Lazaro prende il suo nome. Quanto è incerto il suo antico uso e pertinenza, tanto è sicuro che non fu la porta Trigemina, assai più vicina al ponte Sublicio, ed accanto la porta Minucia; nè l'arco eretto in onore d'Orazio Coclite, il quale per la valorosa resistenza, fatta all'armata di Porsena sul ponte Sublicio, meritò l'onore di una statua nel Comizio, ma non ebbe mai arco alcuno nè quì, nè altrove. Questa costruzione di mattoni non disconverrebbe a quella di Terme ma è di tempi non buoni.

MONTE TESTACCIO.

Nella scesa dell'Aventino verso la Porta s. Paolo, si vede a destra un baluardo eretto da Paolo III., nell'alto del quale convien situare la porta Lavernale del recinto di Servio; così detta dall'ara, e dal bosco della Dea Lacerna frequentato da' ladri; e nel basso la valle che resta fra l'Aventino ed il Tevere, era anticamente il luogo dello sbarco de' legni, che rimontavano pel fiume da Ostia a Roma, e qui situati erano lo scalo, l'emporio, la legnaia, e i magazzini de' grani che venivano per mare dalla Sicilia, dalla Sardegna, dall'Africa e dall'Egitto, nè mancano memorie qui trovate de' granaj Galbiani, oltre gli altri indicati da' Regionarj di Aniceto, di Domiziano, e di Varguntejo; e qui ebbero il loro Foro i Fornaj, Forum Pistorium. Anche i marmi solevano scaricarsi in questa riva, che conserva perciò il nome di marmorata.

In mezzo di questa valle, alquanto lontano dalla riva, si vede un moticello, formato tutto da' rottami di vasi ed altri lavori di creta cotta, che perciò fu detto Testaceus, ora Testaccio, e per la stessa ragione è chiamato in Vittore Doliolum da vasi di terra cotta che dicevansi dolia, il suo giro è poco minore di 500. passi e la sua altezza passa li 160. Se si rifletta all'uso grande fatto dagli antichi de' vasi di creta, per le acque, pel vino, per l'olio, ed i legumi, oltre quello delle olle fittili per riporre le ceneri de' morti, non recherà meraviglia questa grandezza. Si trovano in esso scavate una quantità grande di grotte, fatte per riporvi e conservarvi il vino in tempo di estate.

SEPOLCRO DI CAIO CESTIO.

Questo celebre sepolcro, fatto in forma di Piramide è un monumento riguardevole della magnificenza degli antichi Romani, poichè un edifizio si grande non era che per un solo cittadino, vissuto nel finire della Republica, o sotto i primi anni dell'imperio di Augusto. Le due iscrizioni, compagne in due de' quattro lati di questa piramide, ci assicurano che fu inalzata ad arbitrio di L. Pontio Mela erede, e di Potho Liberto, per conservare le ceneri di Gaio Cestio, uno de' settemviri Epuloni, cioè de' sette personaggi che avevano la direzione de' conviti Sagri. I Romani chiamavano Lectisternia, questi conviti publici presso de' tempj, e vi era un Collegio destinato alla direzione di essi, composto di sette uomini assai rispettabili della città.

L'iscrizione che vi si legge ripetuta in ambe le parti è la seguente

C. Cestius. L. F. Pob. Epulo. Pi. Tr. Pl.
VII Vir. Epulonum.

e nella facciata orientale vi è più sotto.
Opus, absolutum. ex. Testamento, diebus.
cccxxx. Arbitratu
Ponti. P. F. Cla. Melae. Heredis et Polhi L.

Tornando alla Piramide, questa è un masso di proporzione elegante, che fa un bell'effetto nulla pittura de' paesi: fu costruito in 330. giorni; al di fuori è rivestito di gran pezzi di pietra, ed ha circa 113. piedi di altezza, senza comprendervi il piantato lungo 89 piedi in ogni lato. Il Pontefice Alessandro VII avendo fatto scavare intorno alla base, la quale resta ancora in parte internata, furono ritrovati sparsi in qua e là i pezzi delle colonne di marmo scannellate che ristaurate si veggono erette nel lato occidentale, colle sue basi e capitelli, le due basi quadrate, con iscrizione compagna, che sono nel Museo Capitolino, ed il piede di bronzo nello stesso Museo, che appartenne già alla statua dello stesso Cestio. Fu Alessandro VII. medesimo che fece aprire la porticella, che ora porta alla camera sepolcrale situata nel centro della Piramide lunga 18. piedi, larga 12. alta 13. con volta a botte, rivestita tutta di stucco durissimo, ornata da 4. figure muliebri dipinte, con varj arabeschi, candelabri, e vasi, e sopra vi sono nella volta quattro vittorie, dipinte nella maniera medesima, e che si riferiscono ai funerali, e alla carica di Epulone di C. Cestio. Il campo presso la detta Piramide è destinato

immagine della Basilica di S. Paolo.

Basilica di S. Paolo.



alla sepoltura de Riformati, che muojono a Roma.

PORTA DI S. PAOLO.

L'Imperator Aureliano, nell'estendere con nuove mura il circuito di Roma, rinchiuse nella città il monte Testaccio ed il suo prato; quindi rese inutili la porta Trigemina, e le altre Lavernale, Raudusculana, e Nevia dell'Aventino; Fu edificata la presente sopra la via che conducendo a Laurento era detta Laurentina, ma che da Aureliano in poi fu denominata Ostiense, perchè fu trasportata a questa anche l'altra via che lungo la riva del Tevere conduceva ad Ostia, porto il più antico de' Romani; e perciò in seguito oltre la via fu detta Ostiense ancora la porta; in oggi chiamasi di s. Paolo perchè conduce alla sua famosa Basilica.

BASILICA DI S. PAOLO.

Costantino il grande ad istanza di s. Silvestro, circa l'anno 324. fondò questa Basilica in un podere di Lucina nobilissima Matrona Romana, e nel sito in cui era stato sepolto l'Apostolo s. Paolo da Timoteo suo discepolo circa un miglio lontano dalla presente porta, e due dalle antiche di Servio. In seguito fu cominciata ad ingrandire l'anno 388. dall'Imperator Teodosio, e terminata da Onorio nel 385, come si trova al presente; fu ancora ristaurata da Eudosia figlia di Teodosio e moglie di Valentiniano III. circa l'anno 440 dopo un terremoto, che la distrusse in parte, da s. Leone III. dopo l'anno 795. venne di nuovo ristaurata; come ancora nel 1425. da Eugenio IV. allora cardinale sotto Martino V.. Finalmente Clemente VIII. rinuovò il soffitto della crociata. Questa celebre Basilica è una delle sette che visitano per guadagnare le indulgenze delle quattro che hanno la porta santa, e delle cinque patriarcali di Roma. È in cura de' Benedettini di Monte Casino dopo l'anno 1425. per concessione di Martino V.

La parte superiore della facciata è ornata di mosaici di Pietro Cavallini, ma il portico fu fatto per ordine di Benedetto XIII. l'anno 1725. Le porte di bronzo, ornate tutte di figure, furono fatte in Costantinopoli nel 1070. a spese di Pantaleone Castelli, Console Romano, e qui trasportate, come vi si legge, e perciò vi è scolpito un castello, arma sua gentilizia, e vi si vede egli stesso genuflesso avanti un'imagine. Furono poi ristaurale da Alessandro IV. di casa Conti che vi pose anche il suo stemma ch'è l'aquila scaccata.

L'interno di questa Basilica presenta un'aria di maestà e di nobiltà solida, quantunque la volta non sia che un tetto, e il pavimento venga composto da rottami d'iscrizioni antiche in marmo, cavate da' cimiterj vicini. La ricchezza maggiore di questa chiesa consiste in 110. colonne, 80. delle quali la separano in cinque navate. Fra le 40. colonne della nave di mezzo ve ne sono 24. del più bel pavonazetto. Corintie, scannellate, dell'altezza di piedi 36. e di 11. di circonferenza, che si pretendono tolte dal Musoleo di Adriano, le restanti sono di marmo bianco liscie, come le 40. minori delle navate laterali. Le 2. colonne grandi che sostengono l'arcone sono di marmo salino, alte piedi 48. Nella crociata vi sono 8. colonne, che la dividono in mezzo, 7. di esse sono di granito, ed 1. di un superbo marmo cipollino. Il mosaico dell'arco grande della navata fu fatto l'anno 440 da s. Leone Magno. a spese di Placida, sorella degl'Imperatori Arcadio ed Onorio; rappresenta il Salvatore colli 24. seniori dell'Apocalisse, ed è molto stimato. La. lunghezza della Basilica senza contarvi la tribuna è di 238. piedi, e la larghezza 130. Sopra le mura della gran navata vi sono dipinti i ritrati de' Papi, distribuiti per ordine cronologico, cominciati in tempo di san Leone Magno, e poi continuati fino al presente. Sopra di questi Pietro Cavallini ha rappresentato alcuni fatti della storia dell'antico Testamento. I travi che sostengono il tetto sono molto ingegnosamente commessi.

Si sale alla crociata che ha il pavimento più elevato per alcuni gradini, ove è l'altare patriarcale, decorata di un baldacchino che termina con un ornato gotico in forma di piramide, retto da 4. colonne di porfido, sotto del quale riposa il corpo di S. Paolo, con altre reliquie. Gli altri sono ornati da 4. colonne di porfido, e 30. colonne di questo marmo si contano in tutta la Basilica.

La cappella nella crociata a destra dell'altar maggiore è ornata di marmi ed ha un Crocifisso, assai divoto, di Pietro Cavallini, che si dice aver parlato a s. Brigida. L'umidità che regna in questa chiesa è stata causa che non fosse ornata di pitture; vi sono però de' quadri mediocri agli altari. La cappella del Sagramento, architettura del Maderno, ha qualche fresco del Lanfranco, ma le di lui pitture a oglio, furono trasportate a s. Calisto, e qui in luogo di quelle furono collocate le copie fatte da Giuseppe Ghezzi.

Il chiostro del convento fabricato con architettura Gotica è tutto circondato da colonnette, ornate di mosaici de' bassi tempi; e tutto il portico interno ha delle iscrizioni molto stimate, raccolte, e qui disposte dall'erudito P. Abate Galletti; delle quali fino dal 1654. dal P. Cornelio Margarini Monaco Benedettino n'era stata publicata una collezione intiera con tutte quelle della chiesa.

Ritornando entro la città per la stessa porta s. Paolo, vi restano a vedere salendo sopra l'Aventino alcune amiche chiese e prima sulla via dritta che dalla porta conduce traversando il monte alla parte lunata del circo massimo, bisogna riconoscere nell'altura il sito della porta Raudusculana delle mura di Servio, ove voltando a destra si sale alla

CHIESA DI S. SABA.

Fu questa posseduta da Monaci Basiliani Greci che poi divenne Commenda, finchè Gregorio XIII. l'uni alla chiesa di s. Apollinare pel collegio Germanico.

Questa chiesa è ornata da 25. colonne, due delle quali di porfido nero: sotto il portico vi è un gran sarcofago con un bassorilievo rappresentante un maritaggio. Tornando indietro e traversando la prima via si trova l'altra

CHIESA DI S. PRISCA.

Fu già questa chiesa, abitazione di s. Aquila e della sua moglie Priscilla, che quivi furono convertiti e battezzati da s. Pietro con molti altri gentili, venuti alla fede. Occorso il glorioso martirio di s. Prisca sotto Claudio II. rinvenutosi il di lei corpo 10. anni dopo da s. Eutichiano circa il 280. in qui collocato per la simiglianza del di lei nome in questa chiesa; che poi si trova detta titolo d'Aquila e di Priscilla fin dal 499 nel Concilio Romano II. di s. Simmaco.

Fu ristaurata dal Pontefice Adriano I. nel 772., e da Calisto III nel 1455.; ma il card. Benedetto Giustiniani, oltre i ristauri vi fece la facciata disegno di Carlo Lombardo, rinuovò la Confessione e l'altar sotterraneo circa il 1600. Le mura furono dipinte a fresco da Anastasio Fontebuoni, e il quadro principale dell'altare col battesimo della santa è del Rassignani. Vi sono 24. colonne antiche; ed un vaso che pare un capitello di colonna aulica, ma questa Chiesa nel momento è stata abbandonata. Resta ora nell'angolo più orientale dell'altura dell'Aventino la

CHIESA DI S. BALBINA.

Fu consagrata l'anno 336. da s. Marco Papa col titolo di s. Salvatore. s. Gregorio Magno la dedicò a questa santa Martire nel 600., e vi stabilì il Titolo di cardinal Prete. Fu poi ristaurata da' Ss. Gregorio II. e III. nel 731. e da Paolo II. nel 1464. Il card. Pompeo Avignoni Titolare vi fece nel 1600. vari miglioramenti. Da Pio IV. fu unita al Capitolo Vaticano.

I freschi nella Tribuna sono del Fontebuoni, e sotto l'altar maggiore ornato di marmi, vi sono i corpi della santa di s. Quirino di lei padre, e di altri cinque Martiri.

ARCO DI GIANO QUADRIFRONTE.

Quanto l'epoca dell'erezione di questa monumento è dubbioso, tanto è sicuro non poter essere alcuno de' due Fornici di Stertinio, come ha pensato il Nardini, perchè si vede l'interno di quest'arco costruito tutto di pezzi di marmo Greco, lavorati e serviti di già ad altro edifizio, ciò che non può in alcun conto ammettersi praticato all'epoca, di Stertinio l'anno 554. di Roma. Oltre di che i Fornieri di Stertinio, benchè prossimi a questo sito, furono posti, uno avanti al Tempio di Matuta, l'altro avanti a quello della Fortuna di Servio, ed il presente rimane evidentemente situato in un capocroce di due vie principali.

Non potendosi qui negare il Velabro pel sopranome della chiesa di s. Giorgio, nè per l'iscrizione del prossimo archetto anche il Foro Boario, convien quì riconoscere il fine della via Nova, che usciva al Velabro, e la via dello stesso Velabro che si univa al Foro Boario, nel qual Foro i mercanti si trattenevano per affari di negozio, ed era costume loro l'adunarsi presso de' Giani.

Molti furono in ogni tempo i Giani di Roma, ma sono tutti periti, e non resta che questo riguardevole per esser l'unico, benchè conservato passabilmente; isolato per ogni parte, costruito tutto da gran blocchi di marmo, con quattro prospetti compagni, ciascuno ornato da un arco in mezzo, fiancheggiato da due piloni, che hanno 6. nicchie per parte, disposte in due ordini, ove forse furono statue, e decorati da colonne non molto grandi. Ma benchè la disposizione generale sia buona, per rapporto alla proporzione del pieno col vuoto, e dell'altezza alla larghezza, tuttavia vi risalta la decadenza dell'arte; e qualunque intendente non potrebbe datarlo a' tempi anteriori a Settimio. E perchè dunque sapendosi aver fatto questo Imperatore de' Giani, perfino in Trastevere, ed aver ornato il prospetto, del Palatino, opposto a questo col Settizonio, non potè egli stesso egualmente sopra una via tanto celebre, quanto quella del Velabro, formare questo adornamento? Si spiegherebbe ancora così perchè in questo sito i Negozianti e Banchieri del Foro Boario facessero eco coll'erigere a quell'Imperatore il prossimo.

ARCHETTO DI SETTIMIO SEVERO AL VELABRO.

Nel 206. dell'Era, un anno dopo che il Senato e Popolo Romano eretto aveva il magnifico Arco trionfale a Settimio Severo e suoi Figli nel Foro Romano, i Banchieri e Negozianti di bovi, che nel Foro Boario portavano a vendere, innalzarono in esso questo monumento, piccolo e senza gusto, benchè molto ornato, a Settimio Severo e Giulia sua moglie, ed a Caracalla e Geta loro figlj, come rilevasi dalla iscrizione della cornice. Questa da una parte ha un Ercole in bassorilievo, come dall'altra averi avuto un Bacco, poi murato entro la cantonata della chiesa, mentre, si l'una che l'altra di queste Deità furono le protettrici della casa di Settimio; come dimostrasi dalle medaglie.

Ne' lati interni, sotto l'architrave, vi sono scolpite fra pilastri le due figure sacrificanti di Settimio e di Giulia, che tiene, un caduceo, simbolo di pace, e fra gli altri incontro quelle di Caracalla e di Gela, sacrificanti anch'essi; ma la figura di Geta è cancellata non solo qui, ma anche nelle insegne militari, che ornano i pilastri, ed è tolto perfino il suo nome che era nell'iscrizione, per ordine del fratricida Caracalla, che barbarissimamente nel seno della Madre l'uccise, come nella di lui vita narra Sparziano.

Nel bassorilievo superiore del lato esterno vi è un barbaro condotto prigioniero da due soldati, e nell'inferiore, piccolo e mutilalo, un villano barbato che conduce de' bovi, e siccome non se ne vede che porzione di due; si spacciarono per un bove ed una vacca, alludenti al solco di Romolo: gli altri bassirilievi simili a questo, sono tutti di bovi condotti al sagrifizio.

Questa località non solo è celebre pel Foro Boario, ma per l'Ara Massima, che fu la più venerata, e la più antica de' Romani, e che diceasi eretta da Ercole, quando ucciso Caco gli venne predetta da Carmenta la sua Apoteosi. Il solco disegnato, da Romolo, nella fondazione di Roma, coll'aratro tratto da un toro, e da una vacca, ebbe a questo Foro il principio, per includervi quell'ara e in memoria di ciò fu eretto in questo Foro un bove di bronzo, da cui prese il nome questo Foro Boario.

Presso di quest'archetto dovette essere l'antichissima porta di Romolo chiamata Romana, Romanula e Romula, la quale per mezzo di gradi dava l'accesso dal Tevere alla prima Roma quadrata, compressa dal solo monte Palatino, quando ancora in tutto il Velabro ristagnavano le acqua del fiume che fin qui si spandeva; e forse la via sotto l'archetto fu la stessa della delta porta.

Porzione di quest'archetto s'interna nel muro della

CHIESA DI SAN GIORGIO IN VELABRO.

Si pretende edificata qualche secolo prima di s. Gregorio, che la pose fra le Diaconie. Fu ristaurata da Leone II. e poi nuovamente edificata da s. Zaccaria. Gregorio IV. nè adornò la tribuna. Il card. Giacomo Serra la fece ristaurare, dopo il 1611., finalmente il card. Renato Imperiali nel 1705. ed attualmente gli si fa qualche altro ristauro.

II Portico può credersi fatto, nel secolo XIII., ma non è cognito quel Stefano ex stella, di cui parla l'iscrizione nell'architrave, si ristaurò da Clemente IX. che cancellate furono fatte dal card. Imperiali sudetto; le 4. colonne che l'adornano sono di granitello.

La chiesa è divisa in tre navi da 15. colonne, 7. di granito a sinistra, e 8. a destra, delle quali però 4. di granito, 2. di marmo bianco scannellate, e 2. di un bel pavonazzetto, eguali e di miglior forma.

Vi sono altre 4. colonne al baldacchino della confessione; e le pitture della tribuna furono fatte da Giotto, circa il 1300. per ordine del card. Giacomo de Stefaneschi, e sono degne d'osservazione.

CLOACA MASSIMA.

Tarquinio Superbo per ricettare e condurre al Tevere le immondezze, e gli scoli della città fabricò questa gran cloaca, la costruzione della quale è mirabile. Si poneva nel numero delle meraviglie di Roma antica. La sua volta è formata con tre ordini di gran blocchi di pietra unite fra loro senza calce; e tanto alta e larga che un carro di fieno può passarvi; lo sbocco di questa cloaca è al Tevere presso il tempietto rotondo detto di Vesta Vicino agli archi sudetti la cloaca riceve le acque di una sorgente del Palatino, creduta da' moderni la celebre fonte di Giuturna, la quale restava di qui assai lontana. Questa è un'eccellente acqua, che si chiama oggi acqua di S. Giorgio, dalla prossima chiesa del santo.

VELABRO.

Sopra di già si è accennato che ne' più antichi tempi le acque del Tevere si estendevano tanto in questa parte, che vi formavano uno stagno, che bisognava traversare con barche per comunicare coll'Aventino. Da questo tragittare, che si diceva vehendo, si credeva aver preso il sito il nome di Velabro ma il Ch. Sig. Brocchi à recenetemente dimostrato, esser questa voce derivata da Velia che in Toscana lingua val palude, sul bordo settentrionale di questo stagno vennero esposti Romolo e Remo bambini, ove da Faustolo furono trovati allattai da una lupa, Tarquinio Prisco fece disseccare questa specie di palude, e lo rese uno de' più belli siti di Roma.

CIRCO MASSIMO

Era questo il più grande, che vi fosse in Roma, e serviva per la corsa de' carri e de' cavalli, e per celebrarvi altre feste superbe, istituite la prima volta da Romolo per attirarvi i Sabini e rapire le loro donne. Tarquinio Prisco lo fece prima circondare da palchi di legno, alti da terra 12. piedi, e dopo lo costruì con architettura di pietra stabile.

La forma di questo circo era un quadrilungo, resto tondo in una estremità, circondato tutto da' portici che sostenevano due ordini di sedili; la sua lunghezza era di circa 1870. piedi, e di 2187. e mezzo, comprese le sostruzioni de' sedili e de' portici; aveva poi di larghezza 625. piedi, ed aggiungendo le sostruzioni de' sedili piedi 960., e fu capace al tempo di Plinio di 260. mila spettatori Giulio Cesare l'aveva ingrandito, e Augusto l'adornò molto ponendovi fra le altre cose l'obelisco, che ora è alla piazza del Popolo. Ristaurato poi da Domiziano, finalmente fu ingrandito da Trajano con un portico tutto intorno di maniera, che lo rendette capace di 385. mila spettatori. Questi, ed altri Imperatori lo fecero decorare di statue, di colonne, e di molti ornamenti preziosi, ed in fine Costanzo figlio di Costantino vi fece situare un secondo obelisco, maggiore del primo, che è quello che si vede in oggi sopra la piazza del Laterano.

Di questa immensa costruzione oggi non restano visibili; che poche arcate nella falda del Palatino, lungo la via, ed alcune al principio della parte cuna sopra la via stessa incontro la Moletta, o piccolo molino, girato dalla Marrana, che poi traversata tutta la lunghezza del circo si scarica al Tevere.

TEMPIO DI APOLLO.

Nella strada, lungo il circo, tutta poggiata su le di lui sostruzioni, vi è il Giardino Inglese, dal quale si sale al Palatino da questa parte, per vedere gli avanzi, creduti del Tempio di Apollo, fatto da Augusto nel sito colpito da un fulmine, che secondo gli aruspici era desiderato dal Dio. Templum Apollini in ea partes Polatinae domus excitavit, quam fulmine ictam desiderari a Deo Haruspices pronunciarunt. Addidit porticus cumi biltiotheca Latina Graeque, quo loco jam senior saepe etiam Senatum hobuit, decuriasque judicum recognovit (Sveton in August. 29.). A questo tempio erano uniti de' portici de' quali si vedono ancora gli avanzi, e vi era una libraria Latina e Greca, ove Augusto già vecchio teneva senato, e vi riconosceva le decurie de' Giudici Properzio (lib. II. eleg 22) ci narra, che era tutto ornato da colonne di marmo Africano, che sul frontespizio vi era in mezzo il carro del Sole di bronzo dorato; le pone, ornate tutte di sculture in avorio, rappresentavano l'una i Galli precipitati dal Parnasio, l'altra li morti: de' figli di Niobe; vi aggiunge che la statua di Apollo vestito da sonatore di cetra, era posta in mezzo a quelle di Latona e di Diana, e che vi erano ancora le Muse, le quali assise sul sasso cantavano i geniali furti di Giove, come ancora vi erano le Danaidi fra le colonne.

Vi si vede ancora un doppio piano di sostruzioni, ove sono magazzini; bisogna salire fino alla cima per godervi una delle più belle vedute della campagna, e di tutti gli antichi monumenti sparsi in queste parti.

PISCINA PUBLICA.

Prima di giungere alle Terme di Caracalla, si vede su la destra un sito spazioso, ove era una grande quantità di acqua, che ne' primi tempi serviva all'esercizio publico de' nuotatori, e che aveva dato il nome di Piscina Publica alla Regione XII. di Roma, nella divisione fatta da Augusto della città in 14. Regioni; ora vi si vede scorrere la marrana, o sia l'antica acqua Crabra, detta ancora Damnata perchè da Agrippa venne esclusa dal condotto dell'acqua Giulia, come riconosciuta malsana.

TERME DI CARACALLA.

Queste Terme, cognite sotto il nome di Antoniane furono costruite dall'Imperatore Antonino Caracalla; erano meno vaste di quelle fatte dopo da Diocleziano, ma non furono meno ornate, e le superavano per parte dell'architettura, che era di gusto squisito, benchè quelle di Tito e di Nerone furono anche migliori.

Tutto ciò che si vedeva nell'interno sorprendeva, e sopratutto una gran volta appoggiata ad una cancellata di bronzo, della quale però non resta vestigio; questa a giudizio de' mecanici più abili, passava per un miracolo dell'arte. Reliquit Thermas nominis sui eximias, quarum cellam solearem architecti negant posse ulla imitatione qua facta est fieri. Nam et ex aere vel cupro cancelli superpositi esse dicuntur; quibus camèratio tota concredita est; tantum est spatii ut id ipsum fieri negent potuisse docti mechanici (Elio Spartian. in Antonin. Caracalla). Vi si contavano fino a 160. sedie di marmo, e 2300. persone potevano bagnarsi nel tempo stesso, senza vedersi. Vi erano molte camere, rivestite di marmi preziosi, e ornate di bronzi dorati. Se ne veggono ancora de' belli avanzi nelle rovine di una parte del primo recinto di queste Terme, che presentano un muro grosso di una estensione considerabile. Si veggono ancora quattro Sale, che conservano in qualche parte delle nicchie; ove furono poste le statue. Dopo di essere usciti dal Salone si vede una gran lunghezza di terreno, che serviva pel publico passeggio, e pel divertimento della gioventù Romana. In mezzo si veggono archi doppj, che comunicavano con altro sito grande; destinato per la Palestra, ed altri esercizj del corpo; la parte opposta è della simmetria medesima. Vi erano ancora quattro gran Calidarj per coloro che volevano prendere i bagni caldi, de' quali non resta che un qualche avanzo di muro. Vi si veggono ancora quattro gran camere, che servivano per spogliarsi, prima di entrare ad esercitarsi nella palestra. Per avere una idea della grandezza di queste Terme bisogna salire per una scala a lumaca, quasi impraticabile, dove ancora si scorgono gli avanzi di un pavimento in mosaico di pezzi grossi, e di sopra si ha un colpo d'occhio superbo: si riconosce la magnificenza di questo vasto edifizio dal numero grande delle camere, che restano ancora, e particolarmente da' quattro grandi Saloni, racchiusi da muri alti, e fra quali il più lungo può considerarsi per la Cella Soleare, che rendeva questo edifizio quanto brillante, altrettanto singolare, come lo dimostra il Ch. Antiquario Signor Guattani nella sua erudita dissertazione, publicata ne' suoi Monumenti inediti dell'anno 1785. al mese di Ottobre pag. 78. Si veggono ancora unite a' muri alcune volte, che si conosce aver servite di sostruzione.

Proseguendo per la via, che conduce alla Porta San Sebastiano si trova a destra la

CHIESA DE' SANTI NEREO ED ACHILLEO.

Che si crede fabricata dal Pontefice Giovanni I. dopo l'anno 523., perchè si ha ch'egli fece un cimiterio a questi Santi nella Via Ardeatina, alquanto lontana dalla parte posteriore di questa chiesa; si dice eretta in una possessione di S. Lucina Matrona, e gode dell'antichissimo Titolo di card. Prete, detto in Fasciola. Fu riedificata da' fondamenti dal cardi. Baronio, Titolare, e fatta dipingere dal cav. Cristoforo Roncalli, che colorì ancora il quadro di s. Domitilla nell'altare a mano sinistra. Lo stesso card. ottenne ancora nel 1597 da Clemente VIII. di portarvi i corpi de' suddetti Martiri dalla chiesa di s. Adriano in campo vaccino.

Vi si veggono i due pulpiti, detti ambones, secondo il più antico rito, e nel mezzo della tribuna la sede episcopale di marmo, servita a s. Gregorio quando recitò al popolo la Omelia XXVIII., della quale ve ne è scolpita una porzione. Le pitture a chiaroscuro della facciata sono di Girolamo Massei.

Dalla parte incontro sulla sinistra della via resta la

CHIESA DI S. SISTO PAPA.

Questa chiesa si dice da' moderni fondata da Costantino sopra le rovine del tempio di Marte: tempio che esistendo ancora nell'epoca di Rufo e di Vittore non può riconoscersi rovinato per dar luogo alla chiesa se fosse stata fondata da Costantino. Ma lasciando la fondazione incerta, e la località pretesa, evidentemente falsa resta certo, che fu ristaurata da Innocenzo III. nel 1200., e che concessa da Onorio III. a s. Domenico vi abitò alcuni anni. In tempo di Sisto IV. fu di nuovo ristaurata dal card. Pietro Ferri, e in seguito ornata di soffitto e facciata, con disegno di Baccio Pintelli dal card. Filippo Boncompagni. Al tempo di Paolo V. il P. Serafino Sicco Generale de' Domenicani rifece il Convento, e adornò la chiesa, che finalmente fu ristaurata e abbellita da Benedetto XIII., col disegno del cav. Rauzzini; ed ora è sta abbandonata e convertito il locale in una cartiera.

Continuando il cammino per l'Appia, alla destra si trova la

CHIESA DI SAN CESAREO.

Di questa chiesa antichissima si trova fatta menzione da s. Gregorio Magno nel secolo VI, che fu dedicata al Diacono san Cesareo, che dette sepoltura a santa Domitilla, e ai di lei eunuchi santi Nereo ed Achilleo Martiri. Molti hanno confusa questa chiesa con un oratorio di questo santo, ch'era nel Patriarchio Lateranense, e perciò detto in Palatio, in cui fu eletto s. Sergio Papa. Clemente VIII. la ridusse nella forma presente, e l'assegnò per Diaconia al card. Silvestro Aldobrandini.

In questa piazza si vede che dalla via Appia la quale continua sempre retta si dirama alla sinistra la via Latina, che conduce alla Porta Latina di Aureliano, ora chiusa, e che principiava qui presso Roma dall'Appia e nell'Appia terminava rientrandovi a due in tre miglia distante da Capua; secondo Strabone. Inter has (vias Appiani et Valeriam) media Latina est quae ad Casinum oppidum conjungitur Appiae ab Capua XIX. distans stad. Ex Appia vero Latinae. Viae principium, ex ipsa sinistrorsum est prope Romam deflectens.

Verso la Porta di san Sebastiano, a sinistra si trova il

SEPOLCRO DEGLI SCIPIONI,

In una vigna prima di giugnere alla porta fu scoperto nell'anno 1780. il Sepolcro degli Scipioni, discendenti dall'illustre ed antica Famiglia Cornelia, conquistatori celebri in Roma del tempo della Republica. Nell'entrare in questo sotterraneo bisogna dimettere tutte le idee della magnificenza, e del lusso de' tempi imperiali, perchè mai non vi furono, ed i pochi monumenti ivi rinvenuti, consistenti in un sarcofago, e varie iscrizioni, trasportate al Museo Vaticano ivi si veggono. Si deve però visitare questa tomba per rammentarsi gli Eroi Romani, il domatore dell'Africa, quello dell'Asia, gli altri della Spagna, della Lucania, della Corsica, e la Famiglia, che si distinse da tutte le Romane per non aver mai adottato il costume di bruciare i cadaveri de' suoi estinti fino a Silla, che fu il primo che l'ordinasse per tema di non subire quel trattamento, che aveva egli fatto al cadavere di Mario; ma il ramo della Famiglia Cornelia di Silla nè prima, nè dopo contaminò co' suoi morti il presente Sepolcro celeberrimo degli Scipioni; e le ceneri di Silla furono sepolte nel Campo Marzo. Si pretende che lateralmente a questo sepolcro fosse il Clivo per cui si saliva al famoso

TEMPIO DI MARTE EXTRAMVRANEO.

Fu questo celebre Tempio fuori sì, ma vicino alla Porta Capena, extra urbem prope portam, così Servio, Porta che fu quasi un miglio più indentro della presente, come dimostra la colonna Miliaria, segnata col num. I., che si trova, nella vigna Nari. Nè il Tempio restava su la via Appia, ma nell'altura, a cui si ascendeva per un Clivo detto di Marte: Clivo che ridotto quasi in piano, e reso carrozzabile fu rinvenuto che radeva il sepolcro degli Scipioni; CLIVUM MARTIS PEC. PUBLICA... IN PLANICIEM REDIGERUNT S. P. Q. R. si legge in un'antica lapida; et ante templum in Clivo Mortis, si ha negli atti di s. Sisto e Compagni decollati. In alto, dirimpetto, e fuori la Porta Capena lo descrisse anche Ovidio.... quem prospicit extra Adpositum rectae Porta Capena viae; e ben dovette dal poeta chiamarsi retta la via Appia, perchè presso Roma fuori la porta stessa vi era ancor la Latina, via che principiando dall'Appia si ripiegava a sinistra, Latina... sinistrorsum est prope Romam deflectens, come dice Strabone, e come si vede anche in oggi presso la chiesa di san Cesareo, come dicemmo qui sopra.

Quindi resta evidente al nostro tempo: ciò che con dubbio propose il Nardino, „ Chi sa, dicendo, che sull'altezza del creduto Celiolo fosse quel Tempio ove fondamenti grandi si scuoprono di antichità, e che Aureliano distendesse sin colà poi le mura per serrarvi dentro quel colle, e non lasciare esposta ai nemici la superba fabrica del Tempio di Marte „ e si trova così la Località di quella strada diversa dall'Appia, che fu selciata 15. anni dopo di questa dagli Edili Gneo e Quinto Ogulnii, come narra Livio, semitam saxo quadrato a Capena porta ad Martis aedem straverunt, strada che ha formato poi la Latina, che dalla Capena conduce appunto al portico di quel Tempio.

Dunque tanto il situare il Tempio di Marte nella chiesuola di Domine quo vadis? e nella vigna Nari, lontana un miglio dall'antica Porta Capena, quanto l'ardita mutazione nel passo di Ovidio del rectae in dextrae, che toglierebbe alla via Appia la sua drittura dalla porta, e non la distinguerebbe dalla Latina, cui conviene il deflectens, sono opinioni mal fondate. Proseguendo si trova l'

ARCO DI CLAUDIO DRUSO.

Presso della porta si vedono gli avanzi dell'Arco trionfale, che fu eretto sopra la via Appia per ordine del Senato l'anno 745. di Roma in onore di Claudio Druso, ed ornato de' trofei riportati sopra de' Germani, d'onde egli e i suoi discendenti ebbero il nome di Germanico. Si vede ancora che al di sopra di quest'Arco si è fatto passare posteriormente un aquedotto, che fu dell'acqua Agelziana, proveniente dal monte Algido, che Caracalla condusse alle sue Terme Antoniane circa l'anno 959., e che fu perciò chiamata acqua Antoniana.

PORTA APPIA, ORA DI SAN SEBASTIANO.

Dalla Via Appia, costruita dal Censore Appio Claudio Crasso nel 441. di Roma, che dalla porta Capena giugneva fino a Capua, la presente porta prese il nome di Appia, quando qui fu eretta da Aureliano, il quale nel dilatare notabilmente il giro di Roma, e formarvi le nuove mura, e per conseguenza le nuove porte, fu solito di denominarle tutte dalla respettiva Via, sopra la quale venivano fabricate. In seguito l'istessa porta prese il nome di s. Sebastiano, dalla chiesa di questo Santo, che è fuori di essa; la distanza poco minore di un miglio fra la porta Capena di Servio, e la porta Appia di Aureliano non calcolata ha fatto prendere ai moderni infiniti abbaglj.

SEPOLCRO DETTO DI ORAZIA.

Sapendosi che la Sorella delli tre Orazj, che combatterono contro i Curazj, fu uccisa dal fratello vincitore fuori della porta Capena, e che nel sito ove cadde gli fu eretto un sepolcro da' Romani di sasso quadrato, i moderni si sono determinati a dare un tal nome a questo monumento ignoto, che sicuramente non vi ha relazione alcuna per la sua gran distanza dalla Roma di Romolo, e per la materia della sua costruzione.

CHIESA DI SANTA MARIA DELLE PALME.

Questa chiesuola, che si vede a sinistra nella via Appia, porta tre nomi, che sono di s. Maria delle Palme, di s. Maria delle Piante, e di Domine quo vadis. Dicendoci fondata sopra il famoso tempio di Mate, circondato da molti alberi di palme, si volle che da queste traesse il nome la chiesuola. Ebbe poi l'ultima denominazione, perchè si dice, che qui comparso a s. Pietro il Redentore colla croce in spalla; nel vederlo esclamasse l'Apostolo, Domine quo vadis dove vai o Signore?

Fu riedificata sotto Clemente VIII. migliorata da un Sacerdote, cui fu concessa da Paolo V. nel 1610.;e il card. Francesco Barberini ne rinovò la facciata nell'anno 1737.

Le rovine che s'incontrano a destra son i laceri avanzi del Sepolcro de' liberti, e Schiavi di Livia Augusta, che appena trovato nel passato secolo venne spogliato e distrutto, e le iscrizioni furono trasportate al Museo Capitolino.

BASILICA DI S. SEBASTIANO.

Molti hanno creduto che qui fosse un antico tempio di Apollo, e che Costantino fondasse questa Basiljca: ma è soltanto sicuro che nel 367. il Pontefice s. Damaso la erigesse nel sito ove nascosti stettero i corpi di s. Pietro e s. Paolo, sopra il cimiterio di s. Calisto fra le vie Appia e Ardeatina, e dove era stato sepolto il corpo di s. Sebastiano da Lucina Dama Romana. Fu ristaurata da Adriano I. e da Eugenio IV. ma finalmente nel 1611. il card. Scipione Borghese la rinuovò tutta, aggiungendovi la facciata, e portico col disegno di Flaminio Ponzio, proseguito da Giovanni Vasanzio Fiamingo e col disegno de' medesimi decorando, l'altar maggiore, che ha 4. colonne dii verde antico, e il quadro d'Innocenzo

Immagine della Basilica di S. Sebastiano

Basilica di S. Sebastiano.



Tacconi, allievo di Annibale Caracci. La facciata è bella e il portico è retto da 6. colonne di granito. Fra le cappelle, le più riguardevoli sono quella di s. Fabiano fatta con disegno di Carlo Maratta, decorata di una statua di questo Santo, scolpita da Pietro Papaleo; e l'altra di s. Sebastiano ove è notabile la statua giacente e forata da freccie, fatta da Antonio Giorgetti colla direzione del Bernino. Sotto quest'altare riposa il corpo del Santo in quell'urna di marmo, nella quale lo ripose Onorio III. quando nel 1218. lo trasferì quì dalla Basilica Vaticana, nella quale lo aveva collocato Gregorio IV.

Questa chiesa è una delle sette Basiliche privilegiate; che si visitano per acquistar le indulgenze. Da una porta accanto la cappella di s. Francesca si entra dentro le

CATACOMBE DI S. SEBASTIANO.

Questi Cimiterj si chiamarono con varj nomi, di Tombe, Catatombe, Catacombe, Are, Grotte, Arenarj, finalmente Cimiterj, dalla parola Greca Kimao, o sia dormo. Discendendo una scala si trova una cappella sotterranea, ove è un busto di s. Sebastiano della più grand'espressione, fatto dal Bernino. Nella stessa cappella, si vede il sepolcro ove fu il corpo di s. Lucina. Si entra qui nelle Catacombe, che sono composte di molti viottoli sotterranei lunghi e stretti, cavati nella terra e nel tufo; ne' quali si ritiravano i Cristiani ne' tempi di persecuzione, per esercitare liberamente i loro uffizi di pietà, e vi sepelivano i loro morti. Vi si veggono a destra e a sinistra delle nicchie, chiuse talvolta da mattoni in coltello, talvolta da lastre di marmo, nelle quali si mettevano i corpi de' martiri insieme cogli istrumenti del loro martirio, o altri indizio, che li facessero riconoscere. Gli scrittori Ecclesiastici dicono che vi sono stati qui sepolti 14. Papi e circa 174. mila Martiri. Fra tutte le Catacombe che si trovano in molti siti di Roma queste sono le più vaste. Vi si ponno fare più di 15. miglia di camino, e si distinguono dalle altre col nome di Cimiterio di s. Calisto.

SPOLIARIUM O MUTATORIUM.

Presso di questa Basilica si veggono le rovine di un edifizio antico rotondo, nel mezzo di un recinto quadrilungo, che si è creduto essere il luogo, ove si spogliavano prima di entrare nel prossimo Circo gli aurighi, e perciò fu detto Spoliarium. Alcuni con minor convenienza lo hanno detto, destinato per abitazione delle fazioni, e per contenervi i carri e i cavalli che dovevano servire al Circo, e gli hanno dato il nome di Scuderie del Circo di Caracalla; ed altri lo dissero Scuderie Pretoriane, da servire per rimesse, quando l'Imperatore si portava a vedere li giuochi; denominazioni tutte assai improprie.

Si sa che ne' Giuochi Circensi la gran funzione principiava con una solenne marcia di militari, tibicini, e sacerdoti che portavano come in trionfo le imagini delle Deità e de' Divi, formate delle materie le più preziose, e che condotte in giro pel Circo venivano poi collocale sopra la spina, ed esposte al publico, alle quali sagrificavano solennemente e poi davasi principio alle corse; questa funzione era fatta con solennità tali, che si distinse col nome di Pompa.

Il sito dunque ove riunire ed ordinare questa Pompa deve riconoscersi nel portico quadrilungo, come nel tempio rotondo nel mezzo il Sagrario in cui le Immagini della Deità si custodivano. Trattando si di un circo in campagna fu indispensabile questo edifizio; e se la direzione non è in linea col circo; la via Appia n'è la cagione, alla quale è volto il prospetto, ma la vicinanza e la località è la più opportuna pel circo.

Questo edifizio rotondo, prima di essere del tutto distrutto, portava il nome di Torre de' Borgiani, e l'essere servito di fortezza alla famiglia Borgia, come usava in que' tempi, fu motivo della sua distruzione.

SEPOLCRO DETTO DELLA FAMIGLIA SERVILIA.

Per la sola ragione di un passo di Cicerone, che nomina fuori della Porta Capena i sepolcri de' Calatini, degli Scipioni; de' Servili, e de' Metelli, si chiamò de' Servilj questo monumento, che non può negarsi essere stato un'antica tomba, ornata di stucchi delicati e leggeri, ove è un vano per un'urna, e molti loculi per le olle cinerarie, con un corridorello intorno circolare. Non dovette essere delle ignobili, mentre si vede che fu rispettata nel costruire l'annesso edifizio.

Scopertosi però nell'anno 1808. il vero Sepolcro della Famiglia Servilia nel Morrone della via Appia, mezzo miglio al di là del Mausoleo di Metella, nello stesso lato, reato del tutto incognita la pertinenza di questo, insieme con quella di tanti altri consimili monumenti.

CIRCO DI CARACALLA.

Per formarsi una idea di quegli edifizi, destinati alle corse de' carri, il presente circo è conservato presentemente, onde poterne rilevare la forma e le parti, che lo componevano. Si è chiamato di Caracalla, per qualche simiglianza con quello delle medaglie di quest'Imperatore, e perchè la maniera della sua costruzione sembra richiamare quell'epoca.

Consisteva questo circo in uno spazio quadrilungo di 1492. piedi, largo 238.,semicircolare da un capo, e dall'altro quasi retto; e che veniva chiuso in tre lati da un portico largo piedi 14. formato da due muri di 4. piedi l'uno, e coperto da una volta rampante della forma di una quarta di circolo; questa volta sosteneva dieci gradi, capaci in tutto il giro di 30. mila spettatori. Si entrava nel portico per molte porte aperte nel muro posteriore, che oltre le porte aveva molte finestre; e da questo portico si saliva ai sedili per tante scalette ricavate ingegnosamente nel muro anteriore, sopra del quale era il podio. È da notare che la volta nella grossezza maggiore era costruita con olle fittili vuote, che la rendevano più leggera. Verso la parte semicircolare, dove nell'esterno il terreno forma un'altura, vennero interrotti il portico e i muri, ed in questo sito invece di salire, si scendeva ai gradi de' sedili, il giro de' quali rimaneva però tutto allo stesso livello.

Chiudevano il quarto lato del circo le 12. Carceri, ed una porta nel mezzo, che formavano in tutto 13. vani quadrati di piedi 15. circa, e separati con muri di 3. piedi e 3. pollici. Ciascuna Carcere era nella parte posteriore affatto aperta, e nell'anteriore chiusa da un cancello, allora però solamente, che il carro vi attendeva il momento di slanciarsi alla corsa; la porta nel mezzo era per uso degli inservienti alle carceri. Terminava questo lato con due torri nelle estremità, e dalle torri tutto quel lato prendeva il nome di Oppido. Nell'oppido non vi erano sedili pel publico, ma serviva pe' magistrati, e per tutti coloro, che potevano aver rapporto colla direzione de' giuochi, e colle fazioni degli aurighi.

Due porte laterali presso le torri, una per parte terminavano i lati del Circo larghe piedi 18. pollici 6., per quella del lato destro entrava la Pompa, e per l'altra a sinistra sortiva. Altra porta maggiore di tutte era nel mezzo del semicircolo, per la quale usciva la biga vincitrice: le pitture i marmi, che la decoravano, dimostrano che fu la trionfale, questa veniva a corrispondere sulla via Latina. In drittura delle seconde mete vi era una quinta porta minore, aperta nel lato destro sotto i sedili, che dal servire per estrarre dal Circo i cadaveri, di che vi periva, de' nominavasi Libitina, e Sandopilaria, dal feretro che dicevasi Sandapila.

Un basamento, che si chiamava la Spina, cominciava 528. piedi lungi dall'oppido, e terminava 172. piedi distante dalla porta trionfale. Il principio della Spina non era nel mezzo, ma lasciava a destra uno spazio 33. piedi maggiore dell'altro, per dare a' carri un ingresso più spazioso in questo sito, che dicevasi la linea, dalla quale principiava il permesso di urtarsi affine d'impossessarti il primo delle prime mete, poste al fine della Spina verso la parte semicircolare.

Ambedue l'estremità della Spina erano ornate con tre colonne coniche, che si chiamavano Mete; le prime restavano verso la porta trionfale, ove si faceva la prima voltata degli aurighi: le seconde o ultime mete erano verso l'oppido, alle quali terminava, la corsa, e chi vi giugneva pel primo, dopo 5. o 7. giri, era dichiarato il vincitore. Le gradinate laterali a destra avevano un pulvinare, o sia palco mobile in dritura delle prime mete, e quelle a sinistra lo avevano incontro le seconde mete ancora più magnifico, nella parte posteriore del quale si veggono avanzi di altri edifizj congiunti.

Ciascuna estremità della Spina aveva due colonne, unite da una cornice sopra la quale 7. delfini, e sopra la compagna 7. grandi Ova dorate, servivano a denotare il numero de' giri percorsi, mentre persona, di ciò incaricata sopra di una scala a piroli, ne toglieva uno ad ogni giro del carro. Si sa che i delfini si riferiscono a Nettuno, produttore del cavallo, e le ova a Castore, primo istitutore delle corse.

L'Obelisco, che oggi decora la fontana di piazza Navona, era stato inalzato nel mezzo di questa Spina, come simbolo del Sole, cui ogni Circo era dedicato. I Circhi privi di obelisco, ebbero invece un tempietto coll'effigie del Sole sul frontespizio, e forse alcuni l'uno e l'altro.

Si pretende che fra le mete e la Spina vi fosse un piccolo sacrario, in cui dicevasi ascosto il Dio Conso sotto la terra; e che abbia esistito nel Circo Massimo non può dubitarsene. Forse qui si custodivano i tripodi e quanto occorreva a' sagrifizj, che precedevano le corse.

Gli aurighi si dividevano in 4. fazioni distinte dal colore de' loro ornamenti, cioè, verde, celeste, rosso, e bianco, onde le fazioni trassero i nomi di Prasina, Veneta, Russata, ed Albata: tutte avevano i loro partitanti. Si ha da Svetonio, che l'Imperator Caligola era così fanatico per la Prasina, che dimorava e pranzava nella loro scuderia, Prasinae Factioni ita addictus et deditus, ut caenaret in stabulo assidue et maneret.

Sopra de' Circhi e particolarmente di questo vi è una bell'opera postuma del consigliere Gio. Ludovico Bianconi, stampata in Roma nel 1789. che potrebbe però rettificarsi, dopo degli scavi nuovamente ivi fatti.

SEPOLCRO DELLA FAMIGLIA METELLA.

La moglie di Crasso, figlia di Quinto Metello Cretico, fu posta in questo monumento, il più superbo, che in simil genere si fosse fabricato fin'allora, e che sembra aver servito di modello, agli altri, che gl'Imperatori si fecero dopo inalzare. Sopra di un gran basamento quadrato, semidiruto ed interrato in gran parte, rivestito tutto di travertino, sorge una gran torre rotonda, che ha il diametro di 90. piedi, rivestita della stessa pietra, e terminata da una cornice, che aggetta sopra un fregio, ornato di bucranj e festoni; ornamento che ha fatto dopo dare il nome di Capo di bove a questo monumento; si credette che sopra vi fosse un colonnato, in mezzo al quale sorgesse una cupola, che terminava l'edifizio. La torre, la cornice ed il fregio si veggono per intiero, ma nulla resta del suo finimento il quale non fu qui certamente nè colonnato, nè cupola, ma secondo il solito una gradinata che elevandosi in forma di piramide conca, terminava in cima colla statua della sepolta.

Vi si legge ancora nel mezzo del fregio la seguente iscrizione,

COECILIA Q. CRETICI F. METELLAE
CRASSI.


e vi è da notare la solidità della costruzione, avendo i muri 30. piedi di grossezza, e non essendovi stato lasciato dentro che un vuoto, quanto bisognava a un di presso per l'urna; questo vuoto era costruito a forma di cono, ove essendo stato scavato al tempo di Paolo III. se ne estrasse il gran sarcofago, scannellato di marmo Greco, che si vede ancora nel cortile del palazzo Farnese.

Accanto a questo Sepolcro nelle guerre civili de' tirannetti di Roma, si era fabricato un castello fortificato dalla Famiglia Gaetani, che dominava tutta la campagna, e che comunicava con un rivellino col sepolcro di Metella, che n'era come la fortezza. Sisto V. lo fece distruggere; come un ricovero della violenza e del brigantaggio, che fino al suo regno, si era esercitato impunemente.

Al Settentrione del Circo di Caracalla si vedono alcuni avanzi, creduti de'

TEMPI DELL'ONORE E DELLA VIRTÙ.

L'anno di Roma 544. console M. Marcello, dopo aver soggiogata la Sicilia, e presa Siracusa, volle inalzare un tempio solo a queste due Divinità, protettrici delle sue armi, per adempire al voto, che ne aveva fatto; ma la religione Romana lo impedì: e si opponevano i Pontefici alla sua dedica, pretendendo, che un tempio non potesse essere dedicato che ad una sola Divinità, per la ragione, che se fosse colpito dal fulmine, o vi accadesse qualche altro prodigio, non si sarebbe saputo, come condursi nel farne l'espiazione, nè a qual Deità delle due indrizzarsi (Tit. Liv. l. 27. c. 25.) Questa difficoltà però non arrestò il console dal suo progetto; egli aveva riportato dalla sua spedizione ricche spoglie, e bastanti per fornire alla spesa di due tempi, ma egli li dispose in maniera, che non si poteva entrare nel tempio dell'onore, che per quello della virtù; idea tanto saggia, che nobile, e degna veramente del più bel tempo di Roma. Non è da stupirsi, che un popolo di soldati, guidali da Eroi animati di tali sentimenti, abbia fatto la conquista dell'universo.

Accanto di questo tempio, poco distante, si vede l'avanzo di quello dal volgo detto

TEMPIO DEL DIO REDICOLO.

Fabbricato in tempo della seconda guerra Punica, quando Annibale avendo fatto il disegno di assediare Roma, si accampò tre miglia lontano dalla città, sembra coll'idea di fare i suoi attacchi fra il Tevere e il Toverone. Egli esaminò lungo tempo quella porta, alla testa di un distaccamento di cavallieri, e finalmente si ritirò senza intraprendere di più, a Diis injectu metu recessit, dice Festo Pompeo, si può vedere l'ordine della sua marcia, e del suo avanzamento in T. Livio (lib. 26. c. 7.) Al Dio dunque che procurò il ritiro di Annibale si dedicò questo tempio, che fu nominato Redicolo a redeundo, cioè dal ritornare. In questa circostanza il console Fulvio Flacco fece entrare in Roma la sua armata dalla porta Capena, e passando in mezzo alla città per le Carine, indrizzandosi all'Esquilino ed uscitone pose il suo accampamento fra la porta Esquilina e la Collina, per osservare i movimenti del nemico, ed impedirgli d'impossessarsi de' posti vantaggiosi, congiunti alle mura. Di qua si passa all'antico

TEMPIO DI BACCO.

OGGI CHIESA DI S. URBANO.

Un'antica ara, esistente nel portico, ove era scolpito un serpente Dionisiaco, fece supporre di Bacco questo Tempio, che altri hanno determinato per quello dell'Onore e della virtù, deità ch'ebbero due tempj congiunti, ma distinti, assai più vicini alla porta Capena. In questo Tempio che vedesi eretto sopra, e accanto all'antro della Ninfa Egeria, sarà meglio riconoscervi quello delle Camene o Muse. Di esso però non rimangono che le mura, perchè il portico di colonne, che lo circondava è stato distrutto, per ridarlo nello stato presente, aggiungendovi la cornice di mattoni, che risente di un'epoca posteriore e di decadenza. Urbano VIII. lo ristaurò nel 1634., ma presentemente è abbandonato.

FONTANA DELLA VALLE EGERIA.

Si crede che questo sia il luogo sì antico, e sì celebre, che Numa Pompilio, secondo Re de' Romani, consagrò alle Muse, in cui si abboccava soletto con la Ninfa Egeria sua consorte, tanto per causa, dell'antro, che vi si scorge, quanto per la ragione dell'amenità del suo boschetto, e della limpida sorgente dell'acqua, e più di tutto, perchè non vi è altro sito in queste parti, a cui si possa adattare il nome di Valle, alla quale sia d'uopo discendere dalla via per giugnervi, In Vallem Egeriae descendimus, et speluncas, come disse già Giovenale, parlando di Umbricio, e di se, e fingendo che l'amico se ne partisse per Cuma, uscendo da Roma per la Porta Capena; e non indicando se passasse per la via Latina o Appia, vie ambedue fuori la stessa porta, che egualmente conducevano a Cuma. Questa valle detta ora la Caffarella nel 1390. si trova nominata valle Appia negli istromenti veduti dal Martinelli.

Questa non fu in principio, che una sorgente in una specie di grotta a' piedi del monticello, che la domina, ma l'amenità della situazione, la limpidezza delle sue acque abbondanti, il boschetto sempre verde, che faceva ombra alla sorgente e ad una parte del suo corso, e l'essersene finalmente servito per suo ritiro Numa Pompilio, la fecero riguardare da' Pagani, come una fonte Sagra; ove poi fu costruita una volta, e formato una specie di Ninfeo, decorato da marmi, da nicchie con statue, e da quella del fonte giacente, che ancora vi si vede nel fondo mutilata, e sotto la quale sgorga anche adesso l'acqua in abbondanza.

TEMPIO DELLA TEMPESTA.

II piccolo tempio, che nel ritornare s'incontra, si dice della Tempesta, che si credette fabricato da Metello ma senza alcun fondamento il tempio della Tempesta ora è certo essere stato eretto da L. Cornelio Scipione, Conquistatore della Corsica, in ringraziamento di essere stato salvato colla flotta da una tempesta nelle acque di quell'isola: ma la costruzione di questo monumento, poco corrisponde a quella di tempio.

Accanto la porta Latina in un giardino vi è una qualche rovina, che potè appartenere forse a un tempio di Minerva altri hanno detto di Diana Efesia.

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Data: 1822. (edited 14 novembre 2005)  Autore: CARLO FEA (edited Paolo Badalì).