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Nuova guida metodica di Roma e suoi contorni

PARTE TERZA


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GUIDA DI ROMA E SUOI CONTORNI

DESCRIZIONE DELLA CITTA' ANTICA

SEZIONE PRIMA. - EPOCA PRIMA.

Monumenti dell'Epoca dei Re.

Gli avvanzi degli edifici che adornavano l'antica città hanno formato in ogni tempo l'oggetto dell'interesse dei dotti e della curiosità d'ogni genere di persone. Il rivedere quei lunghi, quelle fabbriche, che i storici nominano spesso come celebri per gli avvenimenti accadutivi, forma la compiacenza degli ammiratori, e sembra che la mente si trasporti ai tempi della romana grandezza. L'archeologia non ha tralasciato di porre in luce, con ogni genere di studio, monumenti cotanto ragguardevoli per la storia o per l'arte, e più volte le sue cure vennero coronate da felice successo, sopra tutto quando gli autori classici le furono di scorta. Nondimeno vi sono ancora molti monumenti de' quali non si conoscono perfettamente le forme, ed in conseguenza incerta ne sembra la destinazione, o che avendo certe le nozioni suddette non se ne conosce l'autore. Queste incertezze produssero negli ultimi anni quel conflitto di opinioni per nulla proficuo alla scienza, anzi ad essa indecoroso e nocivo.

Laonde nell'accingermi a descrivere brevemente gli avvanzi degli antichi edifici, ripeterò ciò che dissi sin dal principio (pag. 7.), cioè che attenendomi principalmente alla costruzione, dividerò i monumenti per epoca, accennandone la destinazione e notandone le parti. Circa poi il vero titolo dell'edificio ed il nomi della autore, farà di mestieri, che le sole opinioni altrui per gli incerti riporti, notando quelli sulla di cui storia non cade dubbio. Poichè il campo delle questioni non s'addice ad un opera di tal fatta, nè può dar piacere a quelli ai quali io mi faccio per guida, e che deggiono, a mio credere, osservare i monumenti per il lato della bellezza artistica, e della destinazione per cui l'antica costumanza aveali eretti. Ed a questo effetto ho credulo che il metodo cronologico, la prima volta prescelto in una Guida, potesse condurre al vantaggio di apprezzare i monumenti dal lato dell'arte, conoscendo così di questa i progressi o la decadenza.

Le poche tavole che servono di corredo a questa parte, sono, le più, desunte dai lavori del nostro socio cav. Luigi Canina architetto, il quale ci permise di trarle dalle sue grandi opere intorno i monumenti romani, la maggior parte de' quali ha egli restaurati con indefesso studio.

CLOACA MASSIMA. - R. XII.

- Dopo la pace fra i romani e sabini, non ostante che la valle intermedia ai due colli Palatino e Capitolino fosse stata in parte sboccata, e la palude asciugata, nondimeno, rimaneva quasi intatta la gran laguna o stagno, che dicevasi Velabro, (pag. 21, e 75), e che come vedemmo occupava una porzione non piccola di detta valle, estendendosi eziandio nell'altra che divide il Palatino dall'Avventino. Servio Tullio nel divisare l'ingrandimento della città e la precinzione delle nuove mura, volle asciugare quella palude, che doveva rendere l'aria men buona, ingombrava un terreno che poteva essere utile ad altro uso, ed impediva l'accesso alla ripa del fiume, poichè a quella da un lato s'univa. Ordinò pertanto di costruire una cloaca meravigliosa per la vastità sua, e per la solidità della costruzione, che togliendo lo stagno dasse lo scolo alle acque paludose dal foro romano sino al Tevere. Qual opera cominciata forse sotto il suo regno venne proseguita dai suoi successori, e vidde il compimento nella dominazione dei Tarquinii, e perciò a loro più che ad altri suole attribuirsi. Dal lato detto Curzio presso S. Maria Liberatrice, andava la cloaca nella direzione di S. Teodoro, ed a S. Anastasia sembra, che si dividesse in due rami, uno de' quali passando avanti a S. Giorgio sbocca sul fiume al di sopra del tempio rotondo, che si volle un tempo di Vesta, e l'altro verso S. Maria in Cosmedin sbocca sul Tevere al di sotto ad una distanza di pochi passi dall'altro. A questi intermedio vi è un alto sbocco, che indica un ramo secondario, chè univasi agli altri che così uniti bastarono a tenere in secco il terreno che occupava il maggiore e minore velabro. Sembra che il lavoro fosse compiuto nell'anno 240 di Roma. Così vasto era lo speco di questa cloaca, che Marco Agrippa, secondo Plinio, la percorse tutta su d'una barchetta, e Strabone s'unisce a dire con Plinio, che vi poteva entrare un carro carico di fieno, ciò che deve intendersi dei carri di que' tempi più assai piccoli di quelli moderni. Presso S. Giorgio in Velabro se ne vede una porzione, la quale serve a scolare le acque sorgenti fra le quali quella di Mercurio ossia di S. Giorgio ed il suo maggiore sbocco al Tevere è alto dalla soglia metri 7, 48, la larghezza è di metri 4, 47, ed è obliquo, e non retto. - La sua arcuazione è a tre ordini di massi concentrici alta in tutto m. 1. 74. Tutta la costruzione poi è di massi di tufa litoide misti alla pietra tiburtina: gli altri due sbocchi sono più piccoli ed in gran parte interriti. Quest'opera della romana grandezza, indica quanto saggio fossero sino dal principio le idee di pubblica utilità e vantaggio.- Nel 1742 fu rinvenuto il principio di detta cloaca nel foro la quale vuolsi che misurasse 300 passi. di lunghezza, e la quale non era la sola in Roma poichè la città poteva quasi dirsi pensile, essendo sotterra solcata da cloache, molte delle quali praticabili, cosichè a ragione Dionigi d'Alicarnasso scrive, che tre cose gli recavano stupore in Roma, gli acquedotti, cioè, le grandi strade e le cloache. Per osservare la cloaca massima è necessario di entrare in qualche battello, de' quali sogliono trovarsene per il solito presso il ponte rotto, sulla sinistra riva del fiume.

PONTE SUBLICIO.

- Questo ponte il più antico di Roma, fu fondato dal Re Anco Marzio circa l'A. di Roma 114. allorehè avendo per il primo congiunta una parte del Trastevere, ossia il Gianicolo con la rocca ivi eretta, alla città, volle che un ponte fosse costruito per agevolare il transito da una parte all'altra. La sua situazione è sotto il monte Aventino poco lungi dal luogo dove fu poi la porta Trigemina. Dobbiamo credere che in origine fosse totalmente di legno, e perciò secondo Festo fu detto sublicio, perchè sublices, con voce d'origine volsca, chiamavansi le travi o piane di legno con le quali fu costrutto. Quindi dovette avere i piloni di mura o di pietra, ed il di sopra fu mantenuto di legno sino alll'a. 733 circa, nel qual tempo fu rifatto di pietra dal Censore e Pontefice Paolo Emilio Lepido, ed allora tolse il nome di Emilio. Fu famoso questo ponte per il fatto di Orazio Coclite, che solo tenne indietro i toscani finchè i romani avessero campo di tagliare il ponte. È celebre ancora per aver dato origine al nome di Pontefice giacchè ai soli pontefici spettava la cura di rifare o risarcire il ponte, e si dissero perciò pontefici a ponte faciendo, e vi s'impiegava solo legno escluso il ferro ed il bronzo, per poterlo disfare al momento, e ciò in memoria del fatto di Orazio. Di questo ponte, il più celebre nella storia romana, esistevano migliori avvanzi a tempi di Sisto IV., ed allora fu distrutto nel 1484, onde servirsi dei travertini per formare palle da bombarda.

I miserabili avvanzi di questo ponte vedonsi in oggi presso la Salara communicare col Trastevere, e servono d'appoggio alle reti che vi piantano i pescatori.

Degli altri ponti abbiamo parlato di sopra alla Sez. dei Monumenti pubblici pag. 533 e seg.

MURA ED AGGERE DI SERVIO TULLIO.

- Fu da noi osservato di sopra quale fosse stato l'andamento delle mura e dell'aggere di Servio, quale la materia, la forma e le porte di quel recinto, il primo che Roma avesse costruito con solidità (v. p. 24 e seg.) Quelle costruzioni però svanirono con i successivi ingrandimenti, ed ora non ne rimangono che i materiali, i quali sono stati innestati nelle mura moderne allorchè Aureliano le dilatò, ed Onorio prese quindi a restaurarle. Pur nondimeno un meschino avvanzo delle sudette mura si riconosce in quei grandi massi che veggonsi nella vigna dei principi Barberini, presso il luogo dell'antico circo Sallustiano, incontro le Porte Salaria e Pia, presso all'antica porta Collina. Consistono questi avvanzi in un tratto di mura di costruzione solida firmata di massi quadrilunghi di tufa litoide, simili a quelli che veggonsi nelle mura del recinto attuale. Per quello poi riguarda l'Aggere esso è ancora ben riconoscibile dall'indicato punto, all'orto dei pp. Certosini, e poscia nella villa Massimo sino Presso l'arco di Gallieno, ed è formato di grandi massi di pietra indigena; e la sua larghezza è di circa 20. palmi.

ROCCA CAPITOLINA.

Fu detto nella Prima Parte, che la sommità occidentale del colle capitolino detto anticamente sasso di Carmenta e rocca d'Evandro, era stata, sino dai primordi della città, fortificata alla meglio come comportava la semplicità ed il bisogno di que' tempi. I Sabini dopo la pace con i romani l'ottennero, ed il luogo venne in parte fortificato, col taglio della roccia viva in quelle parti meno scoscese, a fine di renderla inaccessibile. Le pietre che di là su si trassero, sappiamo digli storici esser servite a riempire una parte della valle intermedia dove fu in seguito aperto il foro, la quale paludosa era ed ineguale. Di questa cittadella tanto famosa nelle romane storie, rimangono pur ora degli avvanzi e questi dimostrano la solidità della costruzione con cui si edificava in quei secoli. Consistono essi in alcuni grandi massi di tuta litoide, tagliati a forma quadrilunga, ed insieme innestati senza cemento alcuno, al ridosso della rupe, sulla quale ergevasi la cittadella. Sotto il palazzo dei duchi Caffarelli, dietro quelli de' Conservatori dalla parte che dicesi di Monte Caprino, veggonsi questi residui dei quali non sapremo precisa l'epoca certa. Essi sono senza dubbio de' tempi dei Re, ed appartengono al recinto di Servio, che dà questa banda cingeva la rocca. Nello scorso secolo fu distrutta una parte di queste mura le quali avevano in quel luogo metri 5. 57. di grossezza.

CIRCO MASSIMO.

- Romolo fu istitutore dei giuochi consuali dedicati a Nettuno, e vogliono gli storici, che si celebrassero nella valle Murcia, fra l'Aventino ed il Palatino. Ciò però era nella parte superiore di detta valle, poichè l'inferiore sappiamo esser stata impaludata, ed asciugata in parte da Anco Marzio. Tarquinio Prisco in quella valle, resa praticabile, costruì il circo che poi tolse il nome di massimo, forse per essere il più grande, ed i gradi o sedili coperti fece fare di pietra per gli spettatori, i quali prima erano di legno e scoperti. Fu spesso rimodernato ed ingrandito, finchè divenne così magnifico, da contarsi per una delle meraviglie di Roma. Gli autori raccontano diversamente e talvolta esagerano le misure di detto circo. Certo si è che tutti concordano nel dire che era capace di contenere molte migliaia di spettatori, benchè varie sieno le opinioni circa il numero preciso. Dionigi ne conta 150, 000, Plinio 160, 000, Vittore 380, 000, e la Notizia dell'Impero giunge a 485, 000. Certo si è che il locale non poteva essere più adatto a contenere tanto popolo essendo in una vallata stretta, e circondata da eminenti colline. Circa i spettatori però vuolsi riflettere la diversità di epoca degli scrittori, e gl'ingrandimenti successivi, che ebbe il circo. Esso consisteva adunque in uno spazio destinato alla corsa dei cocchi, lungo metri 651. 66, e largo metri 285. 97. Questo spazio era intersecato per lungo dalla spina, cioè da una bassa costruzione sopra la quale erano obelischi, colonne, statue, are, ed alle due estremità eranvi le mete cioè alcuni edifici conici, che servivano ad indicare il luogo dove i carri dovevano voltare. Il detto spazio poi era circoscritto da un canale pieno d'acqua, ben largo, che lo cingeva da tre lati, cioè dai due lati più lunghi, e dalla parte della curva: esso era profondo dieci piedi. Dietro l'Euripo s'alzavano tre ordini di portici, il primo aveva i sedili di marmo, gli altri di legno. Il lato retto non aveva sedili e portici, ma bensì le carceri, ossia tante piccole stanze, dalle quali escivano i carri. Sopra le carceri era l'oppido cioè un luogo ove risiedevano in tempo di spettacolo i magistrali destinati alla sopraintendenza delle corse. Alla sommità del circo cioè nel mezzo della curva era la porta trionfale, per cui esciva il vincitore. Siccome il circo era quasi addossato al Palatino, cioè al palazzo imperiale, così gl'Imperatori potevano godere gli spettacoli nel loro palazzo da una loggia, che chiamavasi pulvinare e della quale vedonsi ancora gli avanzi. All'esterno il circo era cinto di portici adattati ad uso di botteghe, ed altri luoghi pubblici.

In questo vasto locale oltre le corse dei cocchi, vi si facevano ancora le giostre o spettacoli di fiere, i giuochi gladiatorii, e talvolta ancora, le naumachie, o spettacoli navali, poichè per mezzo dell'euripo poteva allagarsi tutta l'arena, sino ad una certa altezza.

Sappiamo che Giulio Cesare fu l'autore dell'euripo, il quale costruito da Nerone venne quindi di nuovo scavato. Augusto vi eresse sulla spina l'obelisco che fece venire dall'Egitto, e che abbiamo osservato nella piazza del Popolo (p. 551.). Claudio fece le mete di marmo e dorate, che prima erano di legno. Vespasiano lo ristorò ed ingrandì dopo l'incendio che aveva sofferto: caduto in parte sotto Antonino Pio, fu rifatto da Marco Aurelio: anche Costantino e Costanzo l'adornarono, e quest'ultimo vi collocò l'a. 340. sulla spina il grande obelisco di Toutmosis II. il famoso Meride, che fece trasportare dall'Egitto a Roma, e che abbiamo osservato sulla piazza del Laterano (p. 550).

Ora quasi nulla avvanza di così vasto edificio, e non rimane che la forma nel terreno della valle che da questo monumento mantiene il nome de' cerchi. La estremità retta o siano le carceri erano verso il fiume, e la curva era verso il Celio. Infatti la moderna strada de' cerchi passa sopra le rovine dell'ala sinistra del circo, ed all'estremità di questa via nel luogo detto la moletta veggonsi alcune poche vestigie delle arcuazioni semi-circolari. Maggiori nozioni sopra i circhi degli antichi può ritrarsi dall'opera del Consigliere Gio. Lud. Bianconi pubblicata con aggiunte e note dcll'Avv. D. Carlo Fea.

CARCERE MAMERTINO o TULLIANO. - R. X.

Sotto l'odierna chiesa di S. Giuseppe de' Falegnami osservasi questa prigione tutta costruita di grossi massi di tufo, di due piani. Essa fu costruita in origine da Anco Marzio, e da lui forse, o dal prossimo vico mamertino prese il nome. Si disse ancora Tulliano perchè Servio Tullio v'aggiunse la camera sotterranea alla quale si aveva comunicazione per un foro circolare praticato nel mezzo del pavimento della prima prigione, per dove i rei col mezzo di corde calavansi nella inferiore, che si disse ancora robur, poichè di somma forza era la custodia dei rei in questo terribile luogo. Non mancano opinioni di chi ha creduto che in origine questo carcere fosse una casa di pietra, ed altri lo giudicarono un'antichissima conserva d'acqua ridotta poi ad uso di prigione. Ambedue le opinioni non sono prive di fondamento. In questo carcere fu gittato Giugurta Re di Numidia, e vi fu fitto perire di fame: vi furono strangolati Lentulo, Cetego, Statilio, Cabinio, e Cepario per ordine di Cicerone come complici della congiura di Catilina: vi fu ucciso Seiano per ordine di Tiberio, e Gioras figlio di Simone capo degli Ebrei fatto prigioniero da Tito Vespasiano. Quindi nell'anno 775. di Roma, 22. avanti l'era volare, fu restaurato regnando Augusto per opera dei Consoli Caio Vibio Rufino e Marco Cocceio Nerva, come s'apprende dalla seguente iscrizione che a grandi caratteri si legge nella fronte, che sovrasta l'accesso della prigione: C. VIBIVS. C. F. RVFINVS. M. COCCEIVS. NERVA. EX. S. C.

La porta attuale del carcere e l'accesso esser deve lo stesso antico, benchè alcuni credano, che anche anticamente vi si entrasse per il foro circolare della volta. In questo carcere si rinchiudevano coloro che erano condannati a morte, e molti venivano spenti nella stessa prigione, ed i corpi dei rei venivano quindi gittati al di fuori sopra i gradi di alcune scale, che guardavano il Campidoglio, e che vi si univano con una specie di ponte: queste scale si dissero gemonie forse dai gemiti del vicino carcere.

La tradizione cristiana assicura che quivi rimasero prigioni nell'a. 66. di Cristo li due apostoli Pietro e Paolo, avanti d'essere condotti al supplizio. Anzi si narra che la fonte, che nel più profondo carcere s'osserva, fosse fatta miracolosanente sgorgare da S. Pietro, a fine di battezzare i due custodi del detto carcere Processo e Martiniano, da esso convertiti alla fede. E questo è il principale motivo per cui questo luogo è tenuto cori tanta venerazione, e non fu funse demolito. - Di questo carcere scrissero Franc. Cancellieri, e Leone Adami: della chiesa erettavi sopra nel 1539 abbiamo parlato alla pag. 422.

SEZIONE SECONDA. - EPOCA SECONDA

Monumenti dell'epoca della Repubblica.

CAMPIDOGLIO.

- Nel trattare la storia della fondazione della città di Roma vedemmo come il Campidoglio fosse il secondo colle incluso nel recinto ed unito al Palatino, e come i Sabini vi abitassero sul principio della loro alleanza con i Romani. Due furono le sommità di questo colle divise da una piccola valle detta perciò intermonzio, e dove Romolo aveva aperto l'asilo, ossia un luogo di rifugio per i fuorusciti delle vicine contrade, per così moltiplicare speditamente la popolazione della nascente città. La punta o cima a ponente, che anticamente si diceva sasso di Carmenta, e Saturnio, costituì quindi la rocca capitolina, ossia la cittadella che si disse Tarpeia dal nome del suo primitivo castellano. L'altra punta tolse il nome di capitolio, che communicò quindi a tutto il colle allorchè Tarquinio Prisco prese ad edificarvi il famoso

Tempio di Giove capitolino. - Nel cavare le fondamenta di quest'edificio fu trovato un capo umano, o teschio, che alcuni vollero fosse d'un Tullio etrusco, per cui si derivò da quest'avvenimento il nome di Capitolio, mentre nell'antica favella etrusca tolos o tullus significa Tullius, e caput toli o tolli fu detta quella cima e capitolino il tempio di Giove. Il quale magnifico sorgeva nel luogo dove in oggi è la chiesa di S. Maria in Ara-coeli, colla facciata rivolta verso l'Aventino, cioè al Sud-Ovest. Le colonne che in quella chiesa si veggono sembrano indicare la direzione trasversale del portico, il quale era doppio ai 3 lati, ed aveva un prospetto octastilo. La cella era triplice divisa in tre separate edicole o cappelle, tutte però sotto lo stesso tetto: quella di mezzo era sacra a Giove, ed ai lati in una veneravasi Giunone, e Minerva nell'altra. Il tempio però era dedicato a Giove Ottimo Massimo, titolo che lo rese il primo tempio di Roma. Dopo la primitiva fondazione di Tarquinio Prisco, il Superbo ne eresse i piloni, e Marco Orazio Pulvillo lo dedicò nel 247 di Roma. Nella guerra civile Mariana arse, e fu quindi riedificato da Silla nel 676. di Roma, il quale v'impiegò le colonne tolte dal tempio di Giove Olimpico in Atene, e Quinto Lutazio Catulo lo consagrò. Nella sommossa Vitelliana fu di nuovo incendiato; Vespasiano lo ristabilì, dopo la di cui morte, essendo arso di nuovo, Domiziano lo rifece con gran magnificenza, con colonne provenienti dalla Grecia secondo Plutarco, le quali furono poste all'interno, poichè l'esterne rimasero disuguali di materia e di modulo dopo tanti restauri, qual discrepanza s'incontra perciò nelle colonne della chiesa d'Aracoeli, le quali crediamo provenire dal portico in varie epoche e da varii Imperatori ricostruito.

Nel muro che divideva l'edicola di Minerva da quella di Giove affigevasi nel principio dell'anno il chiodo annale, cioè un chiodo che figurava l'unità dell'anno decorso, per cui dai diversi chiodi conficcati si potesse desumere il numero degli anni passati. La lunghezza del tempio era di 200 piedi e la larghezza di 185, cioè quadrato. Nell'edicola di Minerva vi si adorava ancora il simulacro della dea Gioventù, e da un lato del vestibolo il simulacro del Dio Termine, che veniva rappresentato da un sasso informe. Nella cella di Giove eravi ancora il ritratto di Scipione l'Africano. La statua del nume che in origine era di terra cotta, venne poscia fatta di bronzo dorato, e quindi d'oro massiccio. Nei sotterranei di questo tempio conservavansi dai decemviri li famosi libri Sibillini. L'epoca della totale distruzione di questo magnifico tempio è incerta, poichè sappiamo da Procopio che Genserico le tolse la metà delle tegole di bronzo dorato che ne coprivano il tetto.

Altri edifici. - Sul Campidoglio eranvi ancora altre fabbriche, delle quali non rimangono vestigia. Nell'asilo fra i due boschi o querceti era il tempio di Veiove, nella rocca era la curia calabra, di dove il pontefice minore dopo aver osservato il novilunio, annunciava al popolo convocato le calende e le none, e ciò serviva in quell'epoca in cui ancora non erano in uso i calendari. Così pure sulla rocca era il tempio di Giunone Moneta, e le officine metalliche per la coniazione delle monete.

TABULARIO.

- La parte del colle capitolino che guarda il mezzo giorno vedesi ancora in oggi costruita, dalla parte che risponde all'intermonzio, da un vasto e solido edificio, sopra il quale venne ne' secoli scorsi edificato il palazzo Senatoriale. In questi avvanzi riconosconsi da tutti i resti dell'antico tabulario, cioè dell'archivio pubblico. Ivi in varie sale custodivansi le tavole degli atti pubblici del Senato, i Plebisciti, e gli atti dei privati incisi pel solito in tavole di bronzo. Dalla parte che guarda il Foro può scorgersi l'importanza di questo edificio costrutto di soli massi di tufa-litoide, e di travertini. Sembra che avesse un doppio ordine di portici, che davano accesso alle sale interne. Il primo d'ordine dorico, formava l'atrio pubblico, e metteva agli archivi, il secondo era ad uso di Ateneo, ossia luogo destinato allo studio delle arti liberali, ed al disopra doveva essere la biblioteca capitolina. Visitando il locale suddetto, al di sotto del Palazzo Senatorio, locale servito ne' secoli di mezzo ad uso di magazzino di sale, si rammenti l'iscrizione che vi si lessa sino alla metà del secolo XVI. di Quinto Lutazio Catulo, che fu console nell'A. 676 di Roma dopo la dittatura di Silla, la quale dimostra che egli fece la nuova fabbrica.

Eccola: Q. LVTATIVS Q. F. CATVLVS. COS. SVBSTRVCTIONEM. ET TABVLARIVMS. S. FACIENDVM. COERAVIT. Il primo portico aveva 10. archi dei quali uno è stato aperto di recente, e si spera che vengano senza pericolo aperti gli altri ancora.

SCOLA XANTA.

- Quest'edificio era destinato a scuola e residenza dei notari, copisti e famigli degli edili conservatori del pubblico archivio. Era perciò contiguo al tabularlo, e si disse Schola Xanta nell'epoca imperiale, perchè un tal Aulo Fabio Xanto la rifece da fondamenti. Questo monumento si riconosce da alcuni negli avvanzi, che di recente si sono discoperti vicino all'angolo destro del tabulario, consistenti in un residua di portico con colonne di caristio scanalate, e con celle o stanze. Non mancarono però altri, che da un frammento scolpito in una cornice in lettere monumentali, dove si fa parola dei dodici dei Consenti, giudicarono esser state destinate queste stanze ad uso sacro. Le immagini però degli Dei Consenti secondo Varrone erano nel foro, e non nel clivo, e queste celle hanno la forma di taberne, e non di edicole.

CLIVO CAPITOLINO.

- Fu veduto disopra parlando delle mura di Servio, come il Campidoglio non fosse accessibile dalla parte dove ora lo è per tre salite verso la piazza d'Aracoeli. Ebbe anticamente ancora tre accessi, ma tutti questi dalla parte del mezzo giorno. Poirhè verso l'odierna salita dalla parte dell'arco di Settimo Severo era il clivo dell'asilo, detto ancora clivo sacro, che conduceva a questo luogo situato nell'intermonzio, dove è la piazza moderna. Presso la rocca eravi sulla rupa una salita a gradini, incavati forse nel tufo, e dal numero dei quali si disse dei 100 gradi. La principal strada però e la più nobile per salire al Campidoglio, era quella del Clivo propriamente detto Capitolino, il quale lasciando il Foro presso la colonna di Foca, saliva avanti il tempio di Giove Tonante, e lasciando a destra il tempio esastilo che è presso il clivo, e che ora reputasi sia il tempio di Saturno, andava dirittamente verso il moderno ospedale della Consolazione; ivi rivolgeva a destra e tornando quasi indietro saliva in alto, giungendo presso l'angolo sinistro del tabulario, e passando sopra il portico della Scuola Xanta, andava a raggiungere la odierna piazza del Campidoglio, sino avanti al tempio di Giove Capitolino, che trovava di fronte. Dalla via sacra per questo clivo salivano i trionfatori al Campidoglio, ed andavano a render grazie al detto Tempio.

TEMPIO DI SATURNO.

- Incerto è il lungo di questo edificio, il quale venne costruito ne' tempi primitivi di Roma. Variano i storici nell'assegnare il vero autore del primo tempio, concordano però nel dire che Valerio Poblicula vi unisse l'erario pubblico ne' primi anni della repubblica, perchè la santità del luogo fosse di custodia al tesoro. In quest'edificio convenivano i Questori, magistrati cui spettava l'invigilare all'esazione delle publiche imposte. - Il luogo del tempio è chiaramente denotato dagli scrittori antichi, che lo dicono presso il clivo capitolino, alle falde del colle. Mentre gli archeologi de' tempi scorsi riconoscevano l'erario negli avvanzi, che costituiscono in oggi gran parte della chiesa di S. Adriano, i moderni credono di vederlo nelle otto colonne, che fiancheggiano l'andamento del clivo stesso; e che un tempo si dissero appartenute al tempio di Giunone Moneta, della Concordia, della Fortuna, e da alcuni di Vespasiano. Volendosi adottare quest'opinione, dovrà dirsi, che il tempio deve aver col tempo cambiato di forme. Infatti ora vi resta la fronte esastila, con le prime colonne del portico laterale che circondava la cella. Le colonne sotto di granito d'ordine ionico, con capitelli e basi di marmo bianco, disuguali però di modulo e di distanze. L'iscrizione che leggesi sull'architrave: SENATVS. POPVLVSQVE. ROMANVS. INCENDIO. CONSVMPTVM. RESTITVIT; indica apertamente, che in qualche tempo, e certamente imperiale, venne restaurato. Ciò potè essere sotto i Vespasiani o gli Antonini i quali molti antichi edifici restaurnono ed abbellirono, benchè alcuni, dal non leggervi alcun nome imperiale, deducono esser stato restaurato dal Senato e Popolo dopo la caduta di Massenzio regnando Costantino, nemico del culto pagano. Comunque sia questo tempio è sempre controverso essendovi chi aggiudica le 6 colonne suddette al tempio della Fortuna, e chi le crede appartenute al tempio di Vespasiano, che era ivi presso.

MILLIARIO AUREO.

- Questo monumento componevasi d'una colonna assai ricca d'ornati di bronzo dorato, la quale indicava con una iscrizione tutte le vie

STERRI DEL FORO E CONTORNI. MDCCCXXXX

Palatino. Feuilles du Forum et des environs.



romane, cioè dell'impero. Essa era, secondo i scrittori, in capo al foro, e prossima ai tempio di Saturno, per cui se si stabilisce che le otto colonne superstiti, sul clivo siano di quel tempio, facilmente si può trovare la posizione del milliario aureo, ed in seguito la disposizione del Foro. Ora alcuni ne riconoscono il luogo all'estremità destra dei Rostri nuovi, cioè di quell'edificio a parapetto semicircolare, che è presso l'arco di Settimio Severo.

TEMPIO DELA CONCORDIA.

- Questo tempio fu in origine dell'epoca republicana poichè si sa che il Senato e Popolo Romano lo edificarono alla Concordia, dopo la Dittatura di Cammillo in memoria dell'accordo fatto fra i patrizi ed i plebei intorno all'elezione dei Consoli. Sembra che fosse edificato nel luogo stesso dove il Senato era solito a ragunarsi, luogo detto senacolo; e perciò il Senato seguitò a riunirvisi, ed abbiamo memoria dalle lapidi che vi si univano talvolta i collegi sacerdotali ed i sodalizi pur anco. Tiberio lo riedficò a nuovo con bella architettura, ed ornatissimo. Nel 1817 fu rinvenuta la vera località del tempio, fra il carcere Mamertino ed il tempio di Giove Tonante. Consiste nel piantato della cella la quale addossava alle costruzioni del tabulario, la sua faccia era rivolta al Foro Romano al di cui capo trovavasi. Il pavimento era coperto di fini marmi, e sulla soglia si vede ancora incavata per ricevere il bronzo una figura di caduceo, emblema, come ognun sa, atto a simboleggiare la concordia. A togliere ogni dubbiezza, vennero in appoggio le iscrizioni trovate, dalle quali si apprendono vari voti, o dedicazioni d'oggetti preziosi fatti alla Concordia. Un iscrizione esistita già al Laterano ricorda come questo tempio venisse restaurato forse dall'Imp. Severo ed Antonino, e non dal Senato a tempi di Costantino essendo prefetto della città Anicio Paolino il giovane, come altri vorrebbero.

FORO.

- Questo genere di locale sembra che sia talmente necessario agli uomini d'ogni nazione che difficilmente può trovarsi una riunione qualunque di abitanti, la quale non abbia una o più pubbliche piazze dove trattare gli affari, e come luogo di riunione. I romani sopra tutti furono assai splendidi in ciò ed ebbero Fori amplissimi ed ornati. Essi vi spendevano la maggior parte del giorno occupandola agli affari, alle cause, e per fino agli studi. Più fori furono in Roma dei quali vedremo in appresso gli avvanzi; ma il più antico e più celebre fu quello detto romano per antonomasia. Subito che Romolo e Tazio si pacificarono, ed i Sabini posero le loro case sul Campidoglio, venne ricolmata una parte della valle, che è fra questo colle ed il Palatino, la quale era impaludata, e quel sito fu destinato ad uso di foro, dove le due nazioni novellamente congiunte trattavano i propri affari. Allora si estese il foro dalla parte del Velabro cioè verso S. Teodoro, finchè in epoca posteriore il Foro romano venne ad estendersi in forma quadrilunga avanti al tempio della Concordia sino alla via sacra. I lati adunque, che componevano il foro le davano una figura quidrilunga circoscritta in un lato dalla via sacra, e dall'altro dal vico sandaliario. Nel foro metteva la fronte il Comizio, che alcuni vogliono riconoscere nelle 3. colonne che veggonsi presso S. Maria Liberatrice, la Curia Ostilia quindi detta la Basilica Giulia, la Grecostasi, ossia la stazione degl'ambasciatori, e dall'altro lato travi la Basilica di Paolo Emilio. Nel mezzo da un lato avanti alla curia erano i Rostri, specie di pulpito o tribunale decorato con i rostri o punte delle navi tolte agli Anziati, dove gli oratori solevano arringare il popolo e perorare le cause dei cittadini accusati; i quali rostri voglionsi distinguere in vecchi e nuovi, riconoscendosi questi secondi negl'avvanzi semicircolari presso l'arco di Settimio Severo. Quindi sotto l'impero crebbero i monumenti nel mezzo del foro, per cui molti ne ricordiamo, fra i quali la famosa statua equestre di Domiziano, molte altre statue, e colonne, fra le quali quella di Foca. Questo foro fu sufficiente alla città durante la repubblica: sotto l'impero vennero edificati altri fori ancora più vasti, che vedremo a suo luogo.

BASILICA EMILIA.

- Fu questa edificata da Paolo Emilio in tempo della Dittatura di Cesare con una porzione dei denari che il Dittatore gli concesse per non averlo contrario nelle sue disposizioni. In quest'edificio eranvi alcune singolarissime colonne di marmo frigio (paonazzetto), che alcuni vollero riconoscere in quelle che erano all'antica basilica di S. Paolo. I scrittori decantano questa basilica per la più sontuosa e ricca di Roma. Essa era destinata ad uso pubblico, per intrattenimento dei letterati, ed uomini d'affari, e per la giudicatura. Vari cambiamenti ottenne quindi quest'edificio nel progresso de' tempi. Il locale di questo monumento viene da tutti ora determinato nella chiesa di S. Adriano da noi veduta (pag. 313.), anzi si vogliono riconoscere i muri antichi, sopra i quali fu fondata la chiesa, e particolarmente quello della facciata, in cui rimane ancora un vestigio del bugnato di stucco. È da credersi però, che quelli avvanzi così meschini appartengano piuttosto che alla primitiva costruzione, ad un restauro, fatto nel IV. secolo, come prova una iscrizione ivi trovata nel 1655, nel fare i fondamenti della nuova fabbrica, dalla quale epigrafe s'apprende il nome di Gavino Vettio Probiano Prefetto di Roma. Tanta era la sontuosità di questa basilica, che gli scrittori poeticamente la chiamarono la Regia di Paolo: La porta di bronzo che vi era rimasta, fu da Alessandro VII. tolta e trasportata al Laterano, dove fu da noi veduta (p. 161).

CURIA - COMIZIO - GRECOSTASI.

- Questi tre edifici prossimi l'uno all'altro possono considerarsi unitamente, poichè il loro uso era successivo. Dietro ai rostri fu la Curia, che prima fu detta Ostilia da Tullio Ostilio, che la stabilì: ed allora non fu forse che un luogo elevato semplicemente descritto e recinto, dove i cittadini ragunavansi uniti, ma divisi per curie, per dare il loro voto nelle cause, o negli affari ne' quali erano chiamati a decidere. Il luogo della curia era presso S. Maria Liberatrice, dalla parte del Campidoglio. Faceva fronte al foro ed estendevasi in profondità. Vi si ascendeva per vari gradi: da prima fu scoperta, venne quindi coperta con portici forse all'intorno. Arse una volta cioè quando vi fu rifugiato il corpo di Publio Clodio: fu quindi rifatta sotto Augusto, che le pose il nome di Giulia, poichè Giulio Cesare aveva voluto riedificarla. Ora pare che i gradi presso la colonna di Foca possano assegnarsi a questa Curia.

Al suo lato era il Comizio luogo dove seguivano le pubbliche ragunanze del popolo diviso in Comizi Curiati. Ivi si stabilivano le leggi, e si eleggevano i sacerdoti: in seguito si usò ancora dai tribunali, e vi si eseguirono perfino le sentenze. Communicava con la Curia a cui era attiguo per uua porta laterale, formando quasi un solo edificio. Le 3 colonne suddette vengono da molti reputate per essere appartenute al lato sinistro del Comizio poichè la faccia era rivolta al Foro. Avanti ai scalini di quest'edificio furono rinvenute le famose tavole capitoline dei fasti consolari e trionfali, che furono da noi osservate nelle stanze dei Conservatori sul Campidoglio (p. 511.). Questi, benchè si voglia da alcuni che fossero al tempio dei Castori, pur nondimeno la ragione dimostra, che più probabilmente furono nel Comizio, od in un luogo separato avanti alla faccia dell'edificio, poichè furono trovati sotto Paolo III. avanti agli scalini che davano accesso al Comizio.

La Grecostasi poi era un altro edifico annesso al Comizio il quale serviva al trattenimento degli ambasciatori delle nazioni straniere, avanti che venissero introdotti in senato o quando ne attendevano le deliberazioni, che prendevansi dai senatori ragunati nella Curia, o nel tempio della Concordia. Gli ambasciatori dalla Grecostasi introducevansi in Senato. Forse dalle future escavazioni praticate presso il comizio potrà esser tolto ogni dubbio circa il vero andamento di questi tre edifici.

TEMPIO DE' CASTORI.

- Ora che gli archeologi sembrano non esser più in dubbio sulla vera destinazione delle 3. colonne, che dicono appartenute al Comizio, il tempio de' Castori che ivi fissavasi da alcuni, venne più ragionevolmente collocato più indietro, poco prima della chiesa di S. Teodoro. Ciò si comprova poichè avanti al detto tempio era la sorgente di acqua detta lago di Giuturna. Ivi apparvero, secondo la romana credenza antica, i due fratelli Castore e Polluce, nella sera stessa del giorno in cui avvenne la famosa battaglia contro i Tarquini al lago Regillo, abbeverarono i loro cavalli a quella fonte, e furono creduti messaggieri della vittoria. Ivi pertanto fu loro drizzato un tempio, il quale in seguito venne riedificato da Metello, e quindi da Tiberio. Svetonio sembra asserire che Caligola trasmutasse questo tempio in un vestibolo ad uso del Palazzo Imperiale, nel Palatino.

TEMPIO DI VESTA.

- Presso al detto fonte di Giuturna collocano i storici questo antico edificio dove il sacro fuoco dalle Vestali conservavasi con somma cura. - La istituzione del culto di Vesta fatta da Numa è a tutti cognita, perchè debba qui ripeterla. Avanti al tempio di questa Dea, che noi riconosciamo con la maggior parte negli scrittori nella costruzione antica rotonda, che in oggi forma la chiesa di S. Teodoro, era la regia di Numa, cioè forse l'abitazione semplice e modesta di quel sapiente monarca cambiata poscia in uno spazioso atrio dove talvolta adunavasi ancora il Senato. Questo gli serviva di vestibolo, ed era congiunto al tempio in modo che vengono così a spiegarsi i versi di Orazio dove descrive i danni recati dall'inondazione del 744 di Roma, e narra che il tevere si spinse con le sue acque tant'oltre: Ire deiectum monumenta Regis - Templaque Vestae. Il sacro recinto col boschetto inclusovi estendevasi fino all'angolo del Palatino, poichè nel XVI secolo presso S. Maria Liberatrice furono rinvenute molte memorie onorarie di Vestali con iscrizioni. Della chiesa vedi pag. 420. Progredendo verso il Velabro erano per via vari edifici dei quali non rimangono a noi vestigie, e perciò tralascieremo di parlarne, per passare ad osservare il

TEMPIO DELLA FORTUNA VIRILE.

- Presso la sponda del Tevere, dove poggiava il Ponte Palatino, oggi detto rotto, è la chiesa di S. Maria Egiziaca da noi osservata (p. 424). Essa è edificata entro la cella d'un antico tempio nel quale gli archeologi s'unirono a riconoscervi quello della Fortuna Virile edificato da Servio Tullio. - La sua costruzione attuale dimostra però, che l'edificio fu rifatto ne' buoni tempi della republica. Giacchè esso ha 4. colonne di fronte e 7. di fianco essendo la sua forma tetrastila pseudoperittera. L'ordine è il ionico, e misura 100 piedi di lunghezza, e 50 di larghezza, ed è il modello il più perfetto di quest'ordine che sia in Roma. La materia di cui compongonsi le colonne è di travertino, peperino e tufo, il tutto rivestito di stucco; ciocchè dimostra forse che venne restaurato dopo un incendio. Tutte le forme di questo gentile tempietto sono così belle e la sua struttura è tanto svelta, che può riguardarsi come una delle più preziose reliquie della romana antichità.

TEMPJ, DELLA PIETÀ - DI MATUTA - DELLA SPERANZA.

- Questi edifici vanno osservati simultaneamente poichè erano essi uniti l'uno all'altro, e le poche vestigie che ancora ci rimangono veggonsi entro la chiesa collegiata di S. Niccola in Carcere da noi già visitata (p. 248). La denominazione che sin dall'antico ha questa diaconia svela l'origine primitiva di questi edifici. Quivi adunque nell'area del Foro Olitorio, cioè degli erbaggi, negli anni di Roma 303-305 Appio Claudio il Decemviro fece costruire un carcere che si disse Decemvirale. Sopra questa prigione fu eretto un tempio alla Pietà nell'anno 573 di Roma da Marco Acilio Glabrione per voto fatto in guerra da quel decemviro per aver vinto il Re Antioco alle Termopili. Noi crediamo che Glabrione riedificasse a nuovo l'antico tempio eretto alla Pietà sopra il carcere decemvirale in occasione del famoso caso molto prima avvenuto d'una figlia che la vecchia madre ivi col proprio latte sostenne, perchè non perisse dall'inedia cui era stata condannata. Fu ancora filiale pietà quella di Marco Acilio d'innalzare avanti quel tempio una statua al padre suo, la prima che secondo gli storici si vedesse dorata in Italia.

Questo tempio venne edificalo presso quello della Speranza eretto da Attilio Calatino l'a. della città 496, cui era presso quello di Matuta ossia d'Ino nutrice di Bacco dedicato da Publio Cornelio Seipione l'Afiricano l'a 560. Avevano questi tre edifici le loro fronti rivolte al foro Olitorio, foro così detto perchè vi si teneva mercato degli erbaggi, ed erano prossimi fra loro e nella medesima linea.

Due di questi tempi erano d'ordine dorico ed uno ionico, composti di peperino e travertino. Le doriche d'uno dei due tempi sono scanalate, l'altre ne sono senza. Negli scavi fatti attorno a questi tempj negli scorsi anni per opera del cav. Valadier si conobbe il loro piantato, e la loro distribuzione, ed avanti al tempio della Pietà, che era quel di mezzo, fu rinvenuta la base della statua di Glabrione.

ISOLA TIBERINA.

- Nella prima parte di questa Guida (p. 93) alla Sez. Fisica fu veduta quale fosse l'opinione degli antichi intorno la formazione primitiva dell'isola Tiberina. Comunque possa reputarsi da alcuni per favolosa l'origine sua, essa però esisteva già ne' tempi republicani, ne' quali eranvi i ponti che vi davano accesso, e l'isola era occupata da sacri edifici. La peste da cui fu afflitta Roma nel 462 dalla sua fondazione, fece si che si ricorresse ai numi, e si spedissero legati in Epidauro a consultare i sacerdoti di Esculapio Dio della medicina. La nave tornò recando seco uno di quei serpenti sacri, di cui abbondava il sacro recinto di quella greca divinità. Nel giungere all'isola la nave, quel rettile vi si nascose, ed in memoria di ciò venne ivi edificato un tempio ad Esculapio, l'isola stessa prese il nome di Licaonia, e le fu data la forma di nave, rivestendola tutta di travertini scolpiti a similitudine di vascello. Il tempio di Esculapio trovavasi nel luogo dove ora è la basilica di S. Bartolomeo, ed entrando per l'orto dell'annesso convento si scende verso la sponda del tevere dove un residuo si vede dalla poppa della nave costruita di travertini, dove sono da un lato le immagini di Esculapio e del serpe rozzamente scolpite. Non si conosce bene la forma di questo tempio, si sà però che eranvi alcuni portici sotto dei quali esponevansi gl'infermi, per impetrare dal nume la loro guarigione, ma molto più per esser curati dai sacerdoti del tempio, i quali erano senza dubbio esperti nella medicina. Le guarigioni che succedevano erano quindi attribuite alla divinità, e tabelle votive occupavano il portico, e quei risanamenti scrivevansi sulle colonne del medesimo.

Presso il tempio d'Esculapio e di fronte era il tempo di Giove, che vi si univa con i sopradetti portici: la sua posizione nell'isola era quasi centrale. All'altra estremità poi, cioè verso la prua della nave dalla parte che guarda il ponte Sisto era il tempio del Dio Fauno. Eravi ancora un obelisco, i di cui avvanzi erano eretti alla villa Albani, e di là passarono a Parigi, nè sono mai più ritornati.

SEPOLCRO DEI SCIPIONI.

- Conoscevasi dagli antichi scrittori che la famiglia dei Cornelii Scipioni aveva il sepolcro poco fuori la porta Capena, la quale vedemmo attuata presso il ruscello detto la marrana, ossia dell'acqua mariana. Nell'a. 1780. a caso furono discoperti questi sepolcri nella vigna Sassi a sinistra della via Appia fra questa e la Latina, poco lungi dall odierna porta di S. Sebastiano. Consistono questi in vari cunicoli retti da rozze costruzioni, ed eranvi due piani, il primo dei quali è totalmente distrutto. Nel secondo che rimane furono rinvenuto molte casse mortuarie composte di semplici pezzi inforni di peperino dove erano depositati i cadaveri. Poichè conforme attestano Cicerone e Plinio la famiglia dei Scipioni aveva in uso di non bruciare i cadaveri de' suoi ma di tumularli. Vi si rinvennero ancora molte iscrizioni, e la bell'urna di pietra albana, che vedemmo al Museo Vaticano (pag. 478.) servita a contenere il corpo di Scipione Barbato bisavolo di Scipione l'Africano, che fu console l'a. 456 della città. Queste epigrafi preziosissime vennero in parte raccolte, ed in parte disperse. Molte ne ha il museo Vaticano da noi osservate nel gabinetto quadrato detto del torso di belvedere, alcune sono nella stanza esterna della Biblioteca Barberini, ed alcune passarono in Inghilterra. Alcune copie di queste iscrizioni, ma non tutte leggonsi nell'ipogeo stesso, che viene visitato con piacere da chiunque conoscendo la storia romana, ricorda i fatti memorabili di quella illustre famiglia. Le poche ossa superstiti di sì famosa prosapia forono raccolte dal Senatore Veneto Angelo Quirini, e riposano in onorevole tomba nella sua villa dell'Alticchiero presso Padova. Del monumento e delle epigrafi scrissero dottamente Ennio Quirino Visconti, Franc. Piranesi, e Luigi Lanzi.

SEPOLCRO DI CAIO-BIBULO.

- Fu osservato di sopra (p. 24.) come il sepolcro di Bibulo fosse fuori del recinto di Servio Tullio, cioè fuori la porta Ratumena all'ultima falda del Capitolino, cioè sul principio del Campo Marzio; poichè per la legge delle XII. tavole era vietato il seppellire in città. Prossimo adunque alla suddetta porta, dove metteva la via degli Argentieri, fu dal senato e dal popolo concesso il luogo per se e suoi discendenti a Caio Publicio Bibulo, che fu Edile della plebe l'a. di Roma 545 - Forse i suoi particolari meriti verso la città le procacciarono questo singolare onore della sepoltura pubblica. Tanto si apprende dall'iscrizione che si legge in belli caratteri scolpiti sul basamento della sua tomba, che in gran parte conservata ancora si vede presso Macel-de-Corvi sul principio della via detta la salita di Marforio. Questi avvanzi consistono in un basamento di travertini sopra il quale sorge un ordine di pilastri dorici, con fregio di festoni e bucrani. La porta che è nel mezzo dava accesso alla stanza sepolcrale. L'iscrizione poi è la seguente: CAIO PUBLICIO LVCIT FILIO BIBVLO . AEDILI PLEBIS . HONORIS VIRTVTISQVE CAVSSA . SENATVS CONSVLTO POPVLIQVE IVSSV LOCVS MONVMENTO . QVO IPSE POSTERIQVE EIVS INFERRENTVR PVBLICE DATVS EST.

SEPOLCRO DI M. VERGILIO EURISACE.

- Subito fuori la porta Maggiore distante pochi piedi dal maestoso prospetto dell'acqua Claudia è questo sepolcro, rinvenuto nel 1838 rinchiuso entro una delle torri Onoriane, che fiancheggiavano la porta della città. Ne scrissi il primo alcuni cenni con i quali dimostrai, essere il sepolcro anteriore all'acquidotto, cioè dal 570 di Roma al 742, nè prima nè dopo: esser stato Marco Vergilio Eurisace Fornaio appaltatore degli apparitori, leggendo così l'iscrizione, che si ripete su tre lati del monumento: Est hoc monimentum Marci Vergilii Eurisacis Pistoris redemptoris apparetorum. Il monumento consiste in un quadrato ad angoli irregolari di figura trapezia rivestito tutto di travertini ben tagliati. Fan le veci di colonne, e di fenestre gli antichi mortai di pietra, che prima dell'introduzione dei mulini servivano a pestare il frumento, con bizzarra idea adoperati dall'architetto per decorare il monumento il quale nella sua sommità nel fregio, ancor esso di travertino, ha scolpito un bassorilievo esprimente da due lati il lavoro del panificio, ed in quello principale l'atto della consegna del pane, che vien fatto o tre apparitori, che sono i rappresentanti delle tre decurie nelle quali dividevansi questi publici ministri dei magistrati. Di questo singolarissimo monumento scrissero altri ancora, e con diverse opinioni. Lo scoprimento del sepolcro di Eurisace devesi al Regn. Pont. che fece sgombrare il prospetto dell'acquidotto Claudio dalle diformi addiezioni dei secoli barbari.

CAMPO MARZIO.

- Fu già detto (pag. 81.) come questo campo fosse un luogo o pianura fuori la città destinato sino dalla fondazione della città agli esercizi militari e ginnastici, ai quali ardentemente la romana gioventù dedicavasi. Esso comprendeva tutto lo spazio o valle situata fra il tevere ed i colli Capitolino, Quirinale e Pincio, in guisa tale che quest'ultimo chiudendolo col fiume, veniva ad esser questa pianura difesa naturalmente, ed alta e sicura all'uso dell'armeggiare. Il Tevere stesso prestava opportuna occasione ai giovani di tuffarsi nelle acque sue, allorchè erano stanchi e coperti di sudore, qual pratica serviva a fortificare di molto i corpi dei soldati. L'uso le procacciò il nome poichè a Marte principalmente come Dio della guerra erano dedicate quelle militari assemblee. Il Campo Marzio propriamente detto comprendeva lo spazio fra il colle Pincio, il Tevere, e si estendeva dalla porla Flaminia alle falde del Campidoglio. La parte della pianura che dal Tevere, si estende verso il circo Agonale, l'odierno Monte Giordano e la Cancelleria si disse Campo Minore. Questo spazio di terreno fu in principio un semplice campo, ma quindi a puro a poco fu ricoperto d'edifici d'ogni sorte. Vi sorsero tempj, circhi, teatri, anfiteatro, portici, boschetti, ville pubbliche, mausolei e sepolcri d'ogni genere.

Nei così detti prati Flamini, che formavano la parte del campo marzio che è fra il Campidoglio ed il tevere era il famoso circo Flaminio eretto da quel Flaminio che fu ucciso da Annibale al Trasimeno. La sua posizione era in lunghezza dalla così detta Piazza de' Margani, sino dietro la tribuna di S. Carlo a Catinari dove il luogo un poco elevato indica la rovina dell'oppido. Nel XII. secolo esisteva ancora in gran parte, e più tardi ancora ve ne erano avanzi considerabili. Le chiese che hanno il titolo de' Funari, provasi, come dicemmo (p. 375. 416. 419. 423.), che erano entro il circo, e che così dicevansi, perchè conservando ancora nel secolo XV. il circo l'andamento dei sedili, e buona parte dell'arena essendo ancor discoperta, vi si erano stabiliti i funaiuoli avendo così un lungo spazio per lavorare le corde. Così la denominazione della contrada detta delle botteghe oscure indica quelle che si erano stabilite in quell'epoca entro i fornici del circo che ancora duravano.

EDIFICI POMPEIANI.

- Al cadere della republica cominciò il campo marzio ad aver edifici di grandi proporzioni, e Pompeo il Grande fu quello, che varii ne innalzò tutti sontuosissimi.

Teatro. - Il principale fu il Teatro, il quale fu il primo edificato in Roma con costruzione solida di pietra mentre gli altri erano stati sempre temporanei o in legno, e questo è quello che Vitruvio chiama Theatrum lapideum. Pompeo che lo edificò, per scusarsi presso il popolo della gran spesa che portava questa costruzione, v'introdusse un tempio dedicato a Venere Vincitrice. Questo era nella parte superiore del centro della cavea o curva dei sedili, e perchè non disturbasse la linea dei gradi, quelli del tempio seguivano la stessa direzione e arrvivano al doppio effetto di salire e di sedere. Aveva dietro la scena un gran portico che univasi all'altro detto Ecatonstylon ossia di cento colonne, e lo spazio intermedio era piantato di platani, ed eranvi fontane. Questo portico serviva al diporto pubblico, ed a riparare i spettatori del teatro dalla pioggia qualora fosse improvisamente sopravvenuta. I resti di questo teatro trovansi sotto il Palazzo Pio in campo de' fiori, e verso S. Andrea della Valle. Anzi l'inalzamento di terreno che si vede in quelle contrade è prodotto dalle rovine di quello. Questo edificio così sontuoso vuolsi dagli storici che fosse capace di 80,000 persone. Ebbe varie vicende: Tiberio vi rifece la scena: Nerone a dimostrare la sua prodigalità nel ricevimento di Tiridate Re di Armenia, lo volle far dorare in un sol giorno. La scena arse quindi di nuovo sotto Tito, e poi tutto il teatro sotto Filippo, e fu in varie epoche restaurato, finchè a poco a poco con le vicende de tempi essendo del tutto rovinato, nel secolo XV. non se ne vedevano più le traccie. Lo studio e le ricerche dei moderni, hanno fatti discoprire alcuni avvanzi dei muri che formavano le basse sostruzioni, li quali sono stati capaci di dare l'idea esatta dell'andamento, e della posizione. L'architetto Canina ne ha fatto un bel restauro il migliore di tutti.

Curia. - Avanti il teatro, Pompeo edificò la Curia, famosa nella romana storia per esser quella nella quale Cesare fu ucciso da congiurati, a piedi della stessa statua di Pompeo che noi abbiamo veduta al palazzo Spada (p. 582.) Siccome la cavea del teatro era rivolta alla piazza moderna di Campo di Fiore, così si conosce che la curia era situata verso il palazzo della Cancelleria mentre la famosa statua suddetta fu rinvenuta come dicemmo al vicolo de' Leutari.

FORO DI CESARE.

- Di questo foro non rimangono vestigie. Sappiamo che Cesare conoscendo, che ormai il foro romano era troppo angusto e male adatto al gran numero di persone che vi si recavano a negoziare, ne edificò un'altro ivi prossimo, e nel centro vi volle innalzato un tempio a Venere Genitrice. Gli archeologi pongono questo foro, dietro le chiese di S. Martina, e S. Adriano, fra il vico Mamertino, il foro di Augusto, e quello detto transitorio o di Nerva. Noi non ci dilungheremo di più sopra questo ed altri edifici dell'ultima epoca della republica, che erano nell'interno della città, giacchè non rimanendone avvanzi, è inutile l'indicarli a coloro che percorrono visitando le Romane antichità. Tutto ciò che concerne le notizie dei monumenti che una volta esistevano, trovasi alla distesa nelle opere del Nardini, Velluti, Fea, Nibby, Canina ed altri molti, i quali trattarono queste materie con diligenza. Noi limitandoci alla visita dei soli monumenti o del tutto o in parte superstiti, passeremo ad osservare quelli dell'Epoca dell'Impero, i quali dal lato dell'arte sono i più ragguardevoli, essendosi allora introdotto il lusso della decorazione, e la ricchezza dei marmi rari e peregrini.

SEZ. TERZA - EPOCA TERZA

Monumenti spettanti all'Epoca dell'Impero

Nell'osservare i monumenti di quest'epoca è d'uopo preventivamente conoscere e ricordare, come gli edifici imperiali di cui veggonsi gli avanzi sono giunti a noi dopo aver sofferte notabili variazioni, molti ancora furono riedificati del tutto. Poichè concedendo fede agli storici, che scrissero dell'incendio Neroniano, sappiamo che delle 14 regioni della città quattro soltanto rimasiero illese, avendo l'altre arso miseramente per sei diurni e sei notti. Molti monumenti adunque tornarono a comparire con nuove forme, e niuno o ben pochi ritengono ancora le antiche parti della loro costituzione primitiva. Ai Vespasiani ed agli Antonini deggionsi principalmente i restauri fatti alla maggior parte dei tempii antichi, il che viene confermato dalle iscrizioni e dalle medaglie. Dubbioso poi sarebbe per noi il voler seguire un ordine cronologico annuale, poichè sono ancora controverse le epoche certe della costruzione di alcuni monumenti. Ci contenteremo pertanto di seguire la cronologia degl'Imperatori soltanto, per progredire secondo il metodo indicato, e cominceremo dagli edifici, fabbricati sotto l'impero di Augusto, primo che introdusse in Roma l'autorità imperiale, ed insieme a quella la sontuosità negli edificii, cosicchè di Augusto fu detto, che avendo trovata Roma costrutta di pietre morendo la lasciò fabricata di marmi: Romam lapideam invenit, marmoream reliquit.

TEATRO DI MARCELLO.

- Non molti anni dopo che Pompeo aveva edificato il primo teatro di solida costruzione, Augusto dedicò questo a Marco Claudio Marcello suo nepote, poichè figlio di Ottavia sua sorella, che da non molto aveva perduto. Ciò avvenne nel 741 secondo Dione o 743 secondo Plinio. Augusto però non fece che compire l'edificio, giacchè Cesare fu quegli che emulando Pompeo ne aveva gittate le fondamenta.

Varie vicende ebbe a sofferire questo edificio, finchè a foggia di quanto avvenne ad altre fabbriche antiche, nel XI. secolo fu tolto a fortificare ad uso di casa e castello da Pierleone. Quindi in esso morì Urbano II. Papa, e passato dapoi in potere dei Savelli, questi lo distrussero in gran parte, e vi fabbricarono il palazzo con disegno di Baldassare Peruzzi. Ora poi è posseduto dal principe Orsini Duca di Gravina, Senatore di Roma.

Dell'antico edificio non rimane ora che una parte ben piccola della cavea, e dei gradi. Del giro esterno, consistente in archi e colonne di due piani, poco è sopravanzato. Il primo piano è d'ordine dorico, e ionico è il secondo. Al di sopra doveva esservi un terz'ordine, o pure un attico elevato e decorato. La materia impiegata è la pietra tiburtina, cioè i capitelli, basi, imposte, e cunei degli archi, il resto dell'edificio è di pietra gabina ed albana mista ancora di opera reticolata. Tutto il monumento però è così malconcio e sfigurato da riconoscersi a pena. Le proporzioni però architettoniche sono così belle da aver fatto credere a molti, che Vitruvio ne fosse stato l'architetto. Circa la capacità sua è difficile a precisarla, nondimeno alcuni architetti hanno desunto dalla pianta, che fosse capace di 25,000 spettatori.

TEATRO DI BALBO.

- Voleva Augusto che Roma fosse abbellita da sontuosi edifici: insinuò pertanto a Cornelio Balbo ricco patrizio e nepote di quel Cornelio Balbo Gaditano che il primo in Roma trionfò degli esterni, cioè di popoli non italiani, di edificare un teatro. Eresse egli adunque un teatro poco discosto dal fiume, ed il locale viene indicato dal terreno che sorge elevato presso la sponda sinistra del Tevere, e dicesi monte de' Cenci, perchè quella famiglia vi edificò un palazzo, che ora appartiene ai conti Bolognetti, ed ai marchesi Sampieri. Anzi quella gibbosità di terreno viene da tutti, creduta esser nata dalle rovine del Teatro di Balbo. Del quale un piccolo avvanzo rimane lungo la via, che dal detto Palazzo conduce a quello dei Branca ora Santacroce.

La sua situazione era bassa, e facile ad essere inondata dal fiume, ed infatti narrano i storici, che allorchè furono fatti i giuochi per la sua dedicazione, Augusto per andarvi dovette far uso d'una barca. Il numero de' spettatori di cui era capace secondo i regionari è di 30,100 circa.

PANTHEON D'AGRIPPA.

- Anche Marco Agrippa per soddisfare il genio di Augusto edificò le terme nel Campo Marzio, e costruì il Pantheon, edificio il più bello ed intero che ci sia rimasto dopo tanti secoli, e tante sciagurate vicende. Esso in oggi è cambiato in uso di chiesa sotto il titolo di S. Maria ad Martyres che fu già da noi osservata fra le collegiate (p. 245), e comunemente vien detta la Rotonda. Ora è tempo di osservare la parte antica.

Portico. - Grave disparere regna fra gli artisti ed archeologi intorno la primitiva costruzione di questo tempio. Poichè alcuni vogliono, che la costruzione del portico sia posteriore a quella del corpo rotondo dell'edificio, il quale altri vogliono edificato in origine ad uso di terme e non di tempio. Sembra che sia men dubbio che Agrippa custruisse prima la parte rotonda, che ha infatti una cornice esterna e timpano diverso, con animo di dedicarla ad Augusto. Avendone però quel prudente sovrano ricusatane la dedica, Agrippa ideò di dedicarlo a Giove Ultore, e vi aggiunse il bellissimo portico ottastilo, che forma in oggi la meraviglia dell'arte. Il portico oltre le otto colonne della fronte, ne ha altre otto, che ne sostengono la profondità. Sono esse di granito d'un sul pezzo, alte piedi 38 e mezzo, ed hanno 14 piedi di circonferenza. Tutto il portico è lungo 105, profondo 61: tutto l'edificio poi all'esterno e profondo 260. piedi, ed il suo maggior diametro è di piedi 190. Le colonne della facciata sostengono un intavolamento, ed un timpano su cui eravi un bassorilievo in bronzo, che vuolsi rappresentasse Giove in atto di fulminare i giganti. Nel fregio sottoposto al timpano leggesi a grandi lettere, coperte una volta di bronzo l'epigrafe: M. AGRIPPA. L. F. COS. TERTIVM. FECIT: ciò che dimostra,

Pantheon

Elevation.

Pianta

Plan.



che l'epoca della esecuzione del portico, e della dedicazione rimonta all'anno di Roma 727. cioè 27. anni avanti la venuta di Cristo. Sulla cornice inferiore ha luogo l'iscrizione seguente fattavi scolpire da Settimio Severo, e da Caracalla Imperatori; IMP . CAES . L . SEPTIMIVS . SEVERVS . PIVS . PERTINAX . ARABICVS . ADIABENICVS . PARTHICVS . MAXIMVS . PONTIF . MAX . TRIB . POTEST. X . IMP . XI . COS . III . P . P . PROCOS . ET . IMP. CAES . M . AVRELIVS . ANTONINVS . PIVS . FELIX . AVG . TRIB . POTEST. V . COS . PROCOS . PANTHEVM . VETVSTATE . CORRVPTVM . CVM . OMNI . CVLTV . RESTITVERVNT .

Da questa iscrizione s'apprende l'epoca del restauro, che fu l'a. 202 dell'era volgare, ed il vero nome di questo tempio, che si chiamò con greco vocabolo pantheum, poichè non solo a Giove ma a tutti i Dei era dedicato. Anticamente l'edificio era isolato all'intorno, e soltanto dalla parte posteriore s'univa alle terme dallo stesso Agrippa costruite. Aveva innanzi una vasta platea, e l'edificio sorgeva sopra un basamento o podio quadrato, sopra al quale eravene un'altro circolare, come può vedersi all'esterno a destra, dove è scoperta una parte di queste costruzioni.

Nel mezzo del portico è la gran porta ed ai lati due grandi nicchie in una delle quali era la statua di Augusto, nell'altra quella di Agrippa di ottimo lavoro, che passò in Venezia nel Palazzo Grimani dove è ancora. In quella a sinistra ne' secoli di mezzo vedevasi la bell'urna di porfido, che fu da noi osservata alla cappella Corsini in S. Gio. in Laterano (p. 169), tolta da Clemente XII. suo sepolcro, ed i lioni che furono trovati ivi presso nel 1443, che erano alla gran fontana di Termini (p. 466). Il soffitto poi del portico era sostenuto da travi di bronzo, ed era coperto da tegole dello stesso metallo del quale era rivestita ancora la parte esterna della cupola. Costanzo II. Imperatore nel 663 tolse le tegole che erano dorate per recarle a Costantinopoli, ed assai dopo Urbano VIII. tolse i travi ed i chiodi, per farvi le colonne del baldacchino della confessione della basilica Vaticana, e l'artiglieria per il Castello S. Angelo. Le memorie di quell'epoca ricordano, che il metallo tolto in quella circostanza pesava 45,000,250 libre. Ora non rimane di bronzo che la porta, la quale sembra essere la stessa antica, ed il cerchio che cuopre l'orlo dell'a pertura interna della volta.

Interno. - Rotondo è l'interno del tempio come l'esterno, e le sue proporzioni sono così belle ed eleganti da sorprendere chiunque, a prima vista. Il diametro è di 132 piedi, e l'altezza dell'edificio dal pavimento alla sommità è uguale al diametro. Le mura hanno 19. piedi di grossezza, ed anticamente il pavimento intento era più basso di quello del portico, per rendere più d'effetto l'ingresso nel tempio. Attorno sono incavate nel muro tre cappelle semicircolari, e quattro quadrilunghe. Avanti ai piloni che dividono queste cappelle sostenute da colonne di marmo con capitelli, delle quali 4 sono di paonazzetto ed 3 di giallo antico, veggonsi 8 edicole o tabernacoli, con frontone retto da colonne di vari marmi colorati. Tanto in queste, che nelle grandi nicchie esser dovettero le statue o simulacri delle divinità, sull'ordine della collocazione dei quali non ci è dato di pronunciare giudizio alcuno. Solo potrà dirsi con sicurezza, che nel grande nicchione che guarda la porta d'ingresso esser dovette collocata la statua di Giove Ultore, ed all'intorno disposte le altre degli Dei celesti, terrestri ed infernali. Resta però accesa tuttora la disputa intorno alle famose cariatidi di Diogene, cioè a quelle figure di donzelle, che facevano le veci di colonne sostenendo i capitelli sul capo, e che quel greco artefice aveva scolpite, e celebratissime vedevansi nel Pantheon. Alcuni archeologi le ripongono in una specie di edicola avanti il simulacro di Giove; altri le credono situate sulla parte superiore, a reggere la cornice dell'attico, altri portano l'opinione più probabile, che fossero destinate a reggere i frontoni delle edicole, li quali essendo oggi retti da colonne di varii marmi, dimostra che negl'incendii sofferti dall'edificio sotto Tito, e Traiano perirono le cariatidi, ed in seguito nei restauri fattivi da Adriano, Antonino Pio, Settimio Severo e Caracalla, furono invece sostituite le colonne di marmi di varii colori. La volta del tempio è ornata da cinque ordini di cassettoni, i quali vuolsi che un giorno fossero rivestiti di lamine d'argento, o di bronzo dorato. La luce penetra nel tempio pel solo mezzo dell'apertura circolare, che è sulla sommità della volta, qual foro ha un diametro di 26 piedi.

L'edificio al di fuori è composto di costruzione di terra cotta o mattoni detta a cortina, ed è a tre ordini d'archi solidissimi insieme uniti e sovraposti L'avancorpo o portico che si unisce al corpo rotondo era al di fuori rivestito di marmi con molt'arte intagliati, li di cui avvanzi osservansi anche in oggi. La cupola è rivestita di piombo, e per una scala di 190 gradini si sale alla sommità dell'apertura circolare. Dietro ogni edicola è un vano o cella semicircolare alla quale si ha solamente accesso all'esterno, fatte per alleggerire la costruzione, farla prosciugare più presto, e prestar commodo agli usi del quale vedemmo già come nel VII. secolo dall'Imp. Foca fosse concesso a Bonifacio IV., che lo dedicò nel 607, al vero Dio, a Maria V. ed a tutti i santi Martiri, per cui prese il nome che oggi ritiene di S. Maria ad Martyres. In seguito Gregorio III. riparò l'edificio e lo ricoprì di piombo; nel 713, Anastasio IV vi fece costruire accanto un palazzo per propria abitazione, finchè i torbidi del XIII e XIV secolo gli recarono non pochi danni. Il portico era rimasto privo di tutto il lato orientale, la terra lo ingombrava sino ad altezza tale, che nel tempio si scendeva per alcuni scalini, e fino delle abitazioni erano state costruite fra le colonne. Martino V. però ne ristorò il tetto, Eugenio IV ne sgombrò il portico, Niccolò V. vi fece altri restauri. Finalmente le colonne del portico vennero successivamente rialzate da Urbano VIII. nel 1634, e da Alessandro VII. nel 1662, il quale vi alzò due colonne di granito trovate presso S. Luigi de' Francesi. Anzi Urbano VIII a compensare il bronzo tolto al portico, fece eriggere i due campaniletti laterali. Tutti i Papi infine hanno avuta cura specialissima d'un monumento così insigne, che tengono sotto la loro particolare vigilanza, esercitata dal Prefetto dei Palazzi Apostolici, riguardandolo come una memoria preziosa per l'antichità e per l'arte.

TERME DI AGRIPPA.

- Annesse al Pantheon erano queste terme, le prime che fossero costrutte in Roma, cui uniti erano alcuni giardini, l'une e l'altri costruiti da Agrippa per proprio uso. Gli avvanzi di queste terme, che s'univano alla parte posteriore del Pantheon veggonsi ancora in oggi, e consistono in alcuni muri di costruzione laterizia, che prendevano la direzione verso il Palazzo dell'accademia Ecclesiastica, e si protendevano verso il così detto Arco della Ciambella, dove quella costruzione circolare, di cui ora non rimane che la metà, viene dagli architetti riconosciuta per un avvanzo di uno dei calidari sferici. Quell'avvanzo pui tolse il nome d'arco della ciambella poichè nel XVI secolo essendosi fatti dei scavi in duci contorni, vi furono trovate alcune corone civiche di bronzo, e perciò il volgo quell'avvanzo dalla forma della corona, chiamò della ciambella.

La sontuosità di queste Terme, e degli annessi giardini è celebrata dagli storici, i quali narrano che dopo la morte di Agrippa divennero d'uso pubblico del popolo romano cui Agrippa lasciolli in legato.

FORO DI AUGUSTO.

- Dietro il Foro di Cesare, Augusto fece il suo, piccolo per non occupare le abitazioni dei vicini, ma ricco, ed elegante. L'aumento della popolazione, ed in conseguenza la moltiplicità delle cause determinarono Augusto ad edificare questo nuovo foro, le vestigie del quale riconosconsi da tutti negli avvanzi che sono presso il così detto Arco de' Pantani. Anzi quell'arco stesso, col muraglione formato di grossi massi di travertino legati insieme con perni di legno, formavano il recinto del quale aveva ai lati due grandi emicicli, cui univansi i portici sotto i quali Augusto dispose le statue di que' valorosi capitani, i quali avevano resi grandi servigi alla patria. Nel centro, ed unito nella parte posteriore al recinto suddettto era il tempio di Marte Ultore, o Vendicatore, al quale appartennero le tre grandi colonne corintie scanalate con capitelli ornatissimi, che veggonsi ancora in oggi presso il detto arco de' Pantani. Quelle colonne erano le ultime che contornavano la cella nel lato sinistro del tempio, e le altre mura che danno traccie pel restauro sono internate nel vicino monastero della Annunziata (p. 352). L'andamento irregolare del suddetto muro di recinto, vuolsi attribuire alla ragione annunciata di sopra, cioè che Augusto non volle demolire le abitazioni dei privati. Il tempio poi dovea forse nell'interno racchiudere l'edicola rotonda, dove erano conservate le insegne militari ricuperate da Augusto dai Parti, al che allude la medaglia di Augusto con la leggenda: SIGNIS. RECEPTIS.

TEMPIO DI GIOVE TONANTE.

- Alle radici del Capitolino, e propriamente presso il tempio della Concordia esistono le tre grandi colonne, che da tutti riconosconsi per apprtenenti al tempio che Augusto dedicò a Giove Tonante, per voto fatto nela guerra Cantabrica. Si apprende dagli storici come Augusto in quella spedizione essendo in lettiga restasse illeso dal fulmine che colpì il lettigario. Egli lo dedicò il primo settembre del 732 di Roma, e narransi ancora vari prodigi in quella dedicazione avvenuti. Nella cella eranvi le statue del nume una di bronzo deliaco opera di Policleto, e quella in marmo di Leocare ambo greci scultori. Ora non rimangono che 3 colonne corintie scanalate che appartengono all'angolo anteriore sinistro del tempio. Le poche lettere ESTITVER che rimangono nel fregio, dovendosi supplire necessariamente restituerunt, provano che il tempio venne ristorato per cura degli imperatori Severo e Caracalla, di che si hanno non dubbie prove. La scoltura degli ornati del fregio è delle più belle, ed ancorchè il tempio fosse piccolo, nondimeno dovette essere ricco ed elegante. Un esatto restauro di questo monumento fu dato dall'architetto cav. Gius. Valadier, a da Filippo Aurelio Visconti.

PORTICO DI OTTAVIA.

- Questo vago edificio, del quale miserabili avvanzi rimangono nel luogo detto la pescheria vecchia, perchè addetto al mercato del pesce, fu fatto edificare da Augusto, che lo dedicò in onore di sua sorella Ottavia. Gli architetti greci Sauro e Batraco ebbero l'incarico di costruire un portico, il quale cingesse attorno i due tempi che ivi erano di Giunone cioè e di Giove, questo edificato da Quinto Cecilio Metello Macedonico, avanti il quale erano le statue equestri recate in Roma dalla Macedonia dallo stesso Metello: l'altro da Marco Emilio Lepido. Questo portico aveva la figura di un paralellogramma, formato da una doppia fila di colonne, le quali si calcolano a 270: e formava una corte dove nel centro erano i due templi. Gli avvanzi che veggonsi presso la chiesa di S. Angelo in Pescheria, appartengono ad uno dei vestiboli che davano accesso al portico ed all'area, in mezzo la quale erano i tempii. Ogni lato del vestibolo ha 4 colonne corintie scanalate di marmo bianco con due pilastri per faccia, e vi sono sopra due frontoni l'uno avanti, l'altro dietro. Dall'opposto lato del portico era un vestibolo uguale, e nello spazio di questo recinto eravi ancora la Scuola, la Biblioteca e la Curia. L'iscrizione che si legge sopra il frontone indica apertamente che Settimio severo e Caracalla restaurarono l'edificio, che aveva sofferto per l'incendio sotto Tito. Essa leggesi così: IMP . CAES . L . SEPTIMIVS . SEVERVS . PIVS . PERTINAX . AVG . ARABIC . ADIABENIC . PARTHIC MAXIMVS . TRIB . POTEST . XI . IMP . II . COS . III . P . P . ET . IMP . CAES . M . AVRELIVS . ANTONINUS . PIVS . FELIX . AVG . TRIB . POTEST . VI . COS . PROCOS . . . . . INCENDIO . CONSVMPTAM . RESTITVERVNT . e l'epoca del restauro dimostrasi essere dell'An. 203 dell'era volgare. Nel 1143. il tempio di Giove esisteva ancora in gran parte, ed il portico di Ottavia dicevasi di Severo dal nome di chi lo aveva restaurato.

PALAZZO IMPERIALE DETTO DEI CESARI.

- Vedemmo nella prima parte, che il monte palatino diede nome di Palazzo (palatium) all'abitazione sovrana, che vi era. Fu ancora veduto che per tre accessi salivasi alla sommità del colle. Il principale però viene da tutti riconosciuto per esser stato presso l'arco di Tito, e la via che salendo vi conduceva fu detta il clivio della vittoria. Il palatino in tempo della repubblica fu occupato da vari templi, e da private abitazioni, ma in seguito allorchè Augusto s'impadronì dell'impero, la sua casa privata venne cangiata in un sontuoso palazzo, cui quindi successero quelli egualmente magnifici di Tiberio, di Caligola, e parte ancora di Nerone. Lo stato di rovina in cui trovansi questi avvanzi della Romana possanza, non è però tale che non abbia permesso ai dotti architetti di ricavare la pianta di tutti i muri esistenti, per così poter supplire alla meglio il restauro degli edifici. Ma siccome il Palatino aveva necessariamente molte sostruzioni a fine di reggere le fabbriche superiori, così più difficile riesce il ristabilire i piani diversi. Dopo i lavori del dotto Franc. Bianchini, che pretese restaurarlo, a nostri giorni fu ristabilito il Palatino dal Thon architetto Russo; che con somma pazienza ne rintracciò e delineò le parti che vennero quindi descritte accuratamente dall'archeologo Ballanti. Noi indicheremo sommariamente le principali parti e rovine degne di essere ancora visitate.

Salendo per l'odierna via, che tiene la stessa direzione dell'antica, e dei gradi pei quali salivasi al Palazzo, giungevasi alla Biblioteca Greca e Latina. Due sale erano a ciò destinate, nella maggiore delle quali era la biblioteca latina, e nel mezzo la grande statua di bronzo di Apollo alta 50 piedi, e per cui questa dicevasi la biblioteca d'Apollo. La biblioteca greca, che si disse

PIANTA DEL PALAZZO IMPERIALE SUL PALATINO

Plan du Palais Imperial sur le Palatin.



ancora Palatina era nella sala minore, la quale aveva altre divisioni. Gli avvanzi di questi edifici si riconoscono in questa carte di colle a sinistra.

Tempio di Cibele, Bacco e Giunone. - Presso la biblioteca erano questi templi prossimi l'uno all'altro. Quello di Cibele era nel mezzo, venne dedicato da Giunio Bruto, aveva avanti un piazzale assai vasto, e ne rimangono gli avvanzi.

Casa di Augusto. - Incontro ai suddetti templi era il palazzo di Ottaviano Augusto, fatto da esso innalzare sontuoso in luogo della casa sua che un'improviso incendio gli aveva distrutta. Una parte ben grande di questa abitazione imperiale si vede ancora entro la villa Spada ora Mills, consistente in varie sale scoperte nel 1777 dall'abbate Rancoureuil (v. pag. 610), e che si possono sempre visitare per cortesia del gentile proprietario.

Avanti questa casa veggonsi gli avvanzi di un edificio fatto a foggia di teatro, e che propriamente era il Pulvinare, o sia la loggia dalla quale potevano gli Imperatori con la loro corte osservare i giuochi del sottoposto circo massimo, qualora non volessero discendere nel podio del medesimo.

Tempio di Apollo. - Nella parte della casa di Augusto, che fu tocca dal fulmine, fece egli costruire un tempio ad Apollo in memoria della vittoria Aziaca, il quale fu detto di Apollo Palatino. Esso era sontuosissimo, e vi era unito un portico, che unitamente al tempio, ed alle statue che decoravano questi edifici viene esattamente descritto da Properzio nella famosa Elegia 22 del Lib. II. - Il tempio aveva la fronte rivolta alla biblioteca Palatina di cui abbiamo parlato, ed anche di questo pochi avvanzi rimangono della cella.

Tempio di Vesta palatina. - Presso la casa di Augusto i pochi avvanzi di un piccolo edificio rotondo vengono giudicati essere appartenuti a questo tempio, dove vuole i che le Vestali riponessero il Palladio allorchè bruciò il tempio maggiore che era presso il Foro Romano.

Casa di Tiberio. - Prossimo alla casa di Augusto edificò Tiberio un altro Palazzo, che gli archeologi riconoscono nelle vestigie superstiti degli antichi edifici che guardano il Circo Massimo. In questo palazzo Gravi la biblioteca detta Tiberiana, ed altro pulvinare o loggia che dominava il sottoposto circo.

Palazzo di Caligola. - Questo Imperatore magnifico ed insieme capriccioso ne' suoi progetti, estese il palazzo imperiale sino al Foro Romano, e del tempio de' Castori si servì ad uso di vestibolo. Egli edificò ancora la parte che sovrasta la chiesa di S. Anastasia, e nell'accesso del colle costruì magnifiche scale per salire al palazzo. Secondo Svetonio fece ancora un ponte o sia strada pensile, la quale passando sopra gli edifici congiungeva il Palatino al Campidoglio.

Palazzo di Nerone. - Anche questo Imperatore volle ampliare gli edifici del Palatino, e ad esso appartengono gli avvanzi tutti che dalla sinistra parte del principale ingresso a canto l'arco di Tito, si prolungano sulla parte meridionale del colle sino incontro la chiesa di S. Gregorio, verso il Celio. L'acquidotto che vi si vede ancora reputavasi lavoro di quel tempo, e vuolsi che terminasse ai bagni palatini, ossia alle terme private imperiali.

Ippodromo. - Fra l'aggiunta Neroniana e la casa di Augusto si scorge ancora la costruzione palese di un ippodromo o sia cavallerizza imperiale, circondata da portici con l'estremità semicircolare, e con una specie di abside in uno dei lati maggiori. Ivi forse gl'Imperatori godevano degli spettacoli privati di equitazione, o loro stessi tal esercizio praticavano. Generalmente quest'edificio viene reputato dell'epoca Neroniona.

Oltre questi edifici sappiamo esser stati sul Palatino gli orti di Adone che ripongonsi da alcuni a sinistra dell'ingresso principale: il tempio di Pallade di cui si ha memoria nella vita di Domiziano, il tempio di Giove Vincitore, o Propagatore, o Arbitratore come disputano gli archeologi, e molte case di privati, cioè quella di Clodio, di Dionisio, di Quinto Catulo, di Cicerone, e di Scauro la quale esser doveva incontro S. Gregorio, mentre il clivo incontro vi conduceva. Di queste località ed edifici rimangono memorie soltanto presso gli storici, mentre le vestigie incerte che rimangono su questo colle sono molte, ma la più gran parte non ben definita e sicura. Così infatti sono gli avvanzi del bagno che vedonsi negli orti Farnesiani, e che comunemente diconsi i bagni di Livia, e che noi crediamo parte del palazzo di Caligola. Le opere sopra citate, fra le quali quella di Thon e Ballanti danno qualche lume su di questi intricatissimi studi.

È inutile poi il voler ricercare le cause della totale distruzione dei superbi edifici del Palatino. Se si riflette ai numerosi saccheggi che Roma ha sofferto, ed alle devastazioni dei barbari, facilmente potrà convincersi che nelle circostanze in cui la città fu presa d'assalto, la prima cura di coloro fu quella di assaltare, spogliare, e distruggere il Palazzo imperiale, disfogando cosi il loro livore contro quegli edifici, dove aveva risieduto quel potere che per tanti anni aveva tenuta in freno la loro audacia. Oltre di ciò i miserabili avvanzi delle mura delle fabbriche anche queste soffrirono di molto nelle civili discordie, ed allorchè le famiglie potenti ne' secoli di mezzo si disputarono il dominio di quei lagrimevoli resti. Infatti sappiamo che Lucio II. nel XIII secolo concesse ai Frangipani gli avvanzi del circo massimo, e che quella prepotente famiglia possedeva inoltre, il Settizonio, tutte le torri all'intorno del Palatino, compresa la Cartularia testè demolita, con improvido consiglio, e l'arco di Ciano al Velabro. Cosichè i Frangipani avendo all'intorno tutte queste torri o fortezze è certo che si ebbero ancora il Palatino, e fu dalle fazioni interne compiuta la distruzione della residenza imperiale.

MAUSOLEO DI AUGUSTO.

- Nel mezzo del Campo Marzio poco lungi dalla sponda del Tevere fra questo e la via Flaminia volle Augusto edificare questo superbo monumento, che servir dovesse di sepolcro a se stesso ed alla sua famiglia. Gli avvanzi di questa fabbrica egregiamente descritta da Strabone, si scorgono ora ridotti ad uso d'anfiteatro o arena, che vedemmo disopra alla pag. 659. Consistono in due recinti di costruzione reticolata, i quali con la loro volta sostenevano un piano superiore, sopra il quale sorgevano diversi piani che andavano rastremando sino alla sommità, ed ognuno aveva un ordine di alberi verdeggianti, per cui poteva paragonarsi ad un giardino pensile. Sulla cima fu la statua di Augusto, ed avanti all'ingresso che era rivolto verso il Pantheon erano eretti i due obelischi, che ora sono innalzati uno nella piazza della tribuna di S. Maria Maggiore, l'altro fra i due colossi del Quirinale (pag. 553). Nulla ora rimane della disposizione interna dell'edificio, poichè nel principio di questo secolo fu cangiato ad uso d'arena. Sappiamo però che varie celle all'intorno davano commodo alla reposizione delle ceneri dei cadaveri, e che l'area attuale dell'anfiteatro era coperta con volte, formando una specie di salone dove erano i simulacri degl'individui della famiglia augusta. Dietro al Mausoleo erano boschetti, viali con belle piantagioni, le quali si estendevano fra il Tevere e la via Flaminia sino alla moderna porta del Popolo.

Avanti il Mausoleo era la famosa meridiana o sia orologio solare che lo stesso Augusto fece costruire dal celebre matematico Lucio Manilio, ed a cui serviva di gnomone l'obelisco egizio di granito, che Pio VI. fece ristorare, e rialzare in parte sulla piazza di Monte-Citorio (pag. 551.).

Tornando al mausoleo sappiamo dagli storici che qui fu sepolto il primo Marcello nipote di Augusto, quindi Marco Agrippa, lo stesso Augusto, Germanico, ed altri della sua famiglia. Nel IX secolo era già in totale decadenza questa fabbrica, e nel 1167 servì di rifugio ai Colonnesi, i quali di là furono cacciati dal popolo, che li credeva rei di tradimento per la disfatta ricevuta sotto il Tuscolo a Monte Porzio. Nell'anno seguente Pandolfo Savelli con i suoi aderenti rovinarono questo ed altri antichi edifici, che avevano serviti di ricovero ai Colonnesi, Conti, Frangipani, ed a Matteo Orsini seguaci della fazione imperiale.

USTRINO DE' CESARI.

- Presso il Mausoleo conoscevasi dagli storici esser stato il busto ossia l'ustrino che era il luogo dove alzavasi il rogo, bruciavansi i cadaveri di quei fra i Cesari, che ottennero l'onore dell'apoteosi e ardevansi le immagini. Nel 1777 venne scoperto il vero luogo dell'ustrino presso S. Carlo al Corso, e vi furono rinvenute all'intorno le memorie di coloro che ivi erano stati bruciati, tutti appartenuti alla famiglia di Augusto. Ciò diede a conoscere l'epigrafe HIC . CREMATVS . EST . Sottoposta nel cippo ai loro nomi. Questi cippi furono da noi fatti osservare nel Museo Vaticano, nella Galleria delle statue (pag. 472) dove in oggi conservansi.

SEPOLCRO DI CAIO CESTIO.

- Presso la porta S. Paolo vedesi ancora assai conservata una piramide ad uso egizio, la quale fu inclusa per metà da Aureliano nel recinto delle sue mura. Essa è un sepolcro, e dall'iscrizione che vi si legge in uno dei lati rilevasi che quivi fu tumulato Caio Cestio Epulone Pretore, e Tribuno della Plebe, e Settemviro degli Epuloni, cioè sacerdote di quel collegio settemvirale destinato a presiedere ed apparecchiare i banchetti o lettisternii, che imbandivansi ai numi per placarli, ed impetrarne il favore. L'iscrizione è la seguente: C . CESTIVS . L . F . POB . EPVLO . PR . TR . PL . VII . VIR . EPVLONVM . Più sotto in minori caratteri è questa: OPVS . ABSOLVTVM . EX . TESTAMENTO . DIEBVS . CCCXXX . ARBITRATV . L . PONTII . P . F . CLA . MELAE. HAEREDIS . ET. POTHI . L . dalla quale si apprende che fu edificata in soli 330 giorni, per testamentaria disposizione, dall'erede Lucio Ponzio Mela, e da Potho Liberto. Da alcune altre epigrafi ivi presso rinvenute vuolsi argomentare, che il monumento conti l'epoca di Agrippa. Esso consiste in un zoccolo a base di travertini alta 4. palmi circa, sopra il quale sorge la piramide quadrangolare, ed ognuno dei lati misura 130 palmi. La sua altezza totale poi è di 165: vale a dire sorpassa, il quarto della maggior piramide d'Egitto, cioè di quella di Memfi. È rivestita di lastre di marmo bianco di circa palmo uno e mezzo di grossezza.

Queste tavole marmoree ricuoprono un massiccio di muro entro del quale nel centro interno è una stanza rettangolare alta pal. 19 dove era l'urna con le ceneri del defonto, ed è ornata di alcuni gentili a freschi, li quali ancora in parte conservansi. Alessandro VII. nel suo pontificato la fece restaurare e nello scavo fatto avanti all'ingresso furono trovate le due colonne che vennero collocate ai suoi lati, ed il piede di bronzo, che è al museo Capitolino, che alcuni vogliono credere appartenuto alla statua colossale di Caio Cestio! Negli ultimi anni è stata spesso racconcia e mondata dalle piante che germogliavano fra i marmi. Di questo singolarissimo monumento esiste un opuscolo di Ottavio Falconieri che trovasi alle stampe in fine dell'edizioni della Roma antica del Nardini. Avanti a questa piramide è il campo o cemeterio di coloro che non muoiono nella fede cattolica. Un muro di cinta rinchiude un vasto spazio dove sono monumenti sepolcrali di ogni maniera, con belle sculture, ed eleganti iscrizioni, appartenuti a coloro, che benchè diversi di credenza, amarono meglio però lasciare le loro ossa in custodia di questa classica terra. Due sono i campi, ed ambedue sono sotto la sorveglianza del Senato Romano, che ha la giurisdizione sul monte e recinto di Testaccio.

ARCO DI DOLABELLA.

- Presso la Chiesa di S. Tommaso in Formis, così detta perchè situata a canto all'acquidotto o forma di Nerone, è questo arco, sotto di cui passa la via che da S. Giovanni e Paolo mena alla Navicella. Esso fu praticato per dar passaggio, o ingresso a qualche recinto, e poi servì a Nerone per farvi passar sopra il suo acquidotto dell'acqua Claudia. Siccome in questo luogo, cioè nella sommità del Celio, erano gli alloggiamenti dei Soldati stranieri (Castra Peregrinorum), così alcuni credettero che quest'arco dasse accesso a quel quartiere. Infatti l'iscrizione sopra l'arco scolpita ricorda, come Publio Cornelio Dolabella e Caio Giunio Silano Consoli dell'anno decimo dell'era nostra allocassero e quindi approvassero quel lavoro.

L'iscrizione è la seguente: P. CORNELIVS . P . F . DOLABELLA . C . IVNIVS . C . F . SILANVS . FLAMEN . MARTIAL . COS . EX . S . C . FACIVNDUM . CVRAVERVNT . IDEMQVE . PROBAVERVNT . L'arco poi è tutto costruito di pietra tiburtina di solida costruzione.

ARCO DI DRUSO.

- Avanti la interna parte della porta Capena, ora S. Sebastiano, veggonsi i resti di quest'arco trionfale eretto dal Senato Romano sulla via Appia in onore di Druso Cesare per le vittorie riportate sopra i Germani, le quali gli diedero il cognome di Germanico. Esso è ad un sol fornice od arco costrutto di grandi massi di travertino quadrati: le imposte però e l'archivolto sono di marmo. Dal lato che guarda la porta rimangono al loco loro due colonne di marmo africano d'ordine corintio, con basi e capitelli di marmo. Sappiamo che Vespasiano lo restaurò, e Caracalla se ne servì per farvi passare l'acquidotto che portava l'acqua alle sue famose terme Antoniniane. Veggonsi pertanto a colpo d'occhio le costruzioni analoghe a quest'uso, posteriori di molto all'epoca dell'erezione dell'arco. Il quale dalle medaglie s'apprende, che aveva al di sopra la statua equestre di Druso, nel mezzo di due militari trofei. Quest'arco unitamente a tutti gli altri archi di trionfo romani venne ora pubblicato con belle incisioni e dotti restauri dal valente architetto incisore Luigi Rossini autore di molte opere prospettiche sulle antichità di Roma, le quali a tutti per la loro bellezza si raccomandano.

ACQUIDOTTI DELLE ACQUE CLAUDIA, ANIENE NUOVO, MARCIA, TEPULA E GIULIA.

- Una delle maggiori magnificenze Romane furono gli acquidotti, per i quali furono derivate sopra dieci acque diverse, e che riunite avrebbero formato un volume di acqua pari a quello, che ha la Senna in Parigi in corso ordinario. Nel parlare di sopra (p. 137. e seg.) degli acquidotti esistenti fu dato qualche cenno sulla provenienza antica di alcune acque. Ora però parlando soltanto degli edifici, ci faremo ad osservare quello grandioso che si osserva sopra la porta Maggiore o Prenestina, il quale fu eretto per dar passaggio alle suddette acque e siccome in varie epoche ebbero luogo questi lavori, così miste si vedono le costruzioni, tutte però solidissime, e di proporzioni e forme atte all'ufficio loro. Per tal ragione è difficile il precisare l'epoca esatta di quelle diverse opere, e solo potremo dire che il suo uso è a foggia di castello o bottino, dove le dette acque separatamente confluivano, e di dove poi andavano a dividersi per la città. La fabbrica è tutta formata di grandi massi di travertino ben tagliati, e commessi insieme senza cemento alcuno, e due archi davano passaggio alle vie prenestina e labicana. In questo castello confluivano le acque suddette, delle quali la più antica fu l'

Aniene vecchio. - Vi fu condotta da Manio Curio Dentato, e da Lucio Papiri, Censore, Censori l'a. di Roma 481., e derivavasi dall'Aniene detto volgarmente Teverone, 20 miglia sopra Tivoli.

Tepula. - L'a. di Roma 628 nel consolato di Marco Pluzio Ipseo, e di Marco Fulvio Fiacco fu condotta quest'acqua da Gneo Servilio Copione e da Lucio Cassio Lungino Censori, tolta ad undici miglia sulla via Latina.

Marcia.- Quinto Marzio Pretore la introdusse in Roma in tempo di sua pretura derivandola da presso il lago Fucino: Agrippa ristabilì l'aquidotto.

Giulia. - Nasceva nel campo Lucullano a 12 miglia da Roma sulla via Latina, e la condusse Marco Agrippa nel secondo consolato di Angusto cioè nel 721 di Roma, e si disse Giulia dal nome del suo inventore.

Claudia. - Ne cominciò l'acquidotto Caio Caligola, e fu compito da Claudio suo successore, e derivavasi da due fonti Ceruleo o Curzio lungo la via Sublacense.

Aniene nuovo. - Lo stesso Claudio vi unì ancora l'acquidotto dell'Aniene nuovo, acqua presa dal Teverone per la via di Subiaco, 42 miglia lungi da Roma, ed il suo acquidotto fu rifatto da Frontino per ordine di Nerva, come egli narra nell'opera sua intorno gli antichi acquidotti.

Queste acque in varie epoche confluirono tutte al castello di Porta Maggiore, vennero spesso unite, e quindi separate, e gl'Imperatori ne restaurarono più volte gli acquidotti, come può rilevarsi dalla varietà delle costruzioni che si vedono nei tratti, che solcano da ogni parte l'agro romano. Nel castello della porta Maggiore si leggono ancora le memorie scolpite di cotesti vantaggi. La prima è la seguente di Claudio: Ti Claudius Drusi F. Caesar Augustus Germanicus Pontif. Maxim. Tribunicia Potestate XII. Cos. V.. Imperator XXVII. Pater Patriae: Aquas Claudiam ex fontibus, qui vacabantur Caeruleus et Curtius a Milliario XXXXV. item Anienem Novam a Miliario LXII. sua impensa in Urbem perducendas curavit. - Quest'epigrafe ci dà la data dell'a. 51. dell'era nostra.

Questa che siegue è di Vespasiano che dopo 9. anni d'interruzione ristabilì l'acquidotto: Imp. Caesar Vespasianus August. Pontif. Max. Trib. Pot. II. Imp. VI. Cos. III. Desig. IV P. P. Aquas Curtiam et Caeruleam productas a Divo Claudio et postea intermissas dilapsasque per annos novem sua impensa Urbi restituit. E ciò avvenne l'a. 71. dell'era volgare. L'Imperatore Tito Vespasiano volle finalmente rifare e nuovo l'acquidotto suddetto e di ciò fece scolpire memoria nel castello con quest'epigrafe: Imp. T. Caes. Divi Fil. Vespasianus Augustus Pontifex Maximus. Tribunic. Potestate. X. Imperator XVII. Pater Patriae Censor. Cos. VIII; Aquas Curliam et Caeruleam perductas a divo Claudio, et postea a divo Vespasiano Patre suo Urbi restitutas cum a capite aquarum a solo vetustate dilapsae essent nova forma reducendas sua impensa curavit. Il consolato ottavo di Tito cade l'a. 80.

Ora queste acque sono del tutto perdute, e degli antichi acquidotti fece uso in parte Sisto V. allorchè condusse in Roma l'acqua Felice, che già disopra vedemmo (p. 137). Sopra l'arco che dava accesso alla via Labicana si leggeva l'iscrizione d'Onorio che ricorda il restauro fatto alle mura, già da noi pubblicata (p. 42). Ora mercè le cure del Regn. Pont. questo superbo prospetto, che può riguardarsi come uno dei più magnifici monumenti romani viene ad essere disgombrato dei turpi accessorii, che nei secoli di barbarie vi erano stati addossati, e vedesi tornato alla sua primitiva forma.

ACQUIDOTTO DELL'ACQUA VERGINE.

- Lo stesso Marco Agrippa fu quello che nell'a. di R. 735 condusse in città l'acqua Vergine essendo consoli Caio Senzio Saturnino e Quinto Lucrezio Vespillone. Quest'è l'unica acqua antica, che pura rimanga senza mescolanza di altre acque, e perciò meritamente ha il nome di Vergine. Di sopra (p. 136.) nella Prima Parte ne abbiamo a sufficienza parlato. Resta ora a visitare una parte dell'antico acquidotto di Agrippa restaurato da Claudio, la di cui memoria si legge in una iscrizione scolpita sopra un arco dell'acquidotto che si vede in un cortile dell'antica casa dei Colocci, ora del Bufalo incontro il collegio Nazzareno. L'iscrizione è la seguente, scolpita in travertino con grandi Caratteri: TI . CLAVDIVS . DRVSI . F . CAESAR . AVGVSTVS . GERMANICVS . PONTIFEX . MAXIM . TRIB . POT . V. IMP . XI . P . P . COS . III . DESIG . IIII . ARCVS . DVCTVS . ACQVAE . VIRGINIS . DISTVRBATOS . PER . C . CAESAREM . A . FVNDAMENTIS . NOVOS . FECIT . AC . RESTITVIT .

L'epoca di questi lavori è l'a. 42. dell'era nostra. Vuolsi dagli archeologi, che il castello o fonte dove terminando l'acquidotto, l'acqua faceva mostra di se fosse nel luogo dove è la facciata della chiesa di S. Ignazio, poichè ivi nel cavare le fondamenta fu trovato un avvanzo dell'acquidotto ornato di colonne e di marmi nobilissimi.

MACELLO GRANDE.

- Due grandi macelli ebbe Roma: uno sul Esquilino presso la chiesa de' SS. Vito e Modesto accanto l'Arco di Gallieno (p. 312), detto Liviano, di cui non rimangono vestigie di sorte alcuna: l'altro fu sul Celio e si disse magnum dalla sua vastità. Sembra quasi fuori di dubbio che l'edificio suddetto sia l'odierna chiesa di S. Stefano Rotondo (p. 263), e che fosse così ridotto da Nerone il quale aveva nel fabbricare la propria casa distrutto un antico macello pubblico. Ed è ben ragionevole che i Papi convertissero ad uso sacro, e dedicassero ai martiri un luogo, dove forse molti vi avranno sofferto il martirio. - Nè già due soli macelli furono in Roma, ma ancora in altri luoghi facevasi mercato di carni e di pesci, e sembra che questi soltanto fossero destinati alla vendita insieme ed all'uccisione. Allorchè fu ridotto a chiesa questo vasto edificio esser doveva in parte rovinato, mentre vediamo che seguendo le antiche forme, fu fatto uso di colonne di vario modulo.

CASTRO PRETORIO.

- Fra lo porte Nomentana (Pia) e Tiburtina (S. Lorenzo) era il Castro Pretorio ossia il quartiere destinato all'alloggiamento dei soldati Pretoriani, di quella milizia, che spesso dispose a suo buon grado del Romano impero. Esso consisteva in un grande recinto quadrato circondato da ogni parte di mura delle quali rimangono tre lati soltanto, che servono al recinto della città, nel quale fu unito da Aureliano. Il quarto lato fu forse demolito sotto Costantino che riformò questa ambiziosa soldatesca smantellandone il quartiere dopo la disfatta di Massenzio. Vuolsi da alcuni che Seiano fosse quello che facesse fabbricare questo quartiere, ma non vi è probabilità per crederlo essendo le costruzioni molto inferiori all'epoca di Tiberio. Si suppone generalmente che a forma degli altri accampamenti Romani, avesse questo quartiere quattro porte cioè la Pretoria, la Decumana, e quelle dette dei Principi, ora non rimane indizio che di due, essendo interamente demolito il quarto lato verso l'interno della città. La parte interna delle mura vedesi nella vigna de' PP. Gesuiti detta il Maccao.

CASA AUREA DI NERONE.

- L'esecrazione pubblica sembra che perseguitasse anche dopo morte questo pessimo monarca, giacchè degli edifici sontuosissimi da esso costrutti vestigie meschinissime rimangono, avendo i successori suoi o demolite o cambiate di uso, o rifatte le costruzioni, che componevano la sua casa, che dalla grande magnificenza fu detta aurea. Infatti sappiamo fuor di dubbio che la maggior parte dell'Esquilino, ed il piano fra questo ed il Celio era occupato, dagli edifici Neroniani, e che i Vespasiani vi edificarono sopra le terme, l'anfiteatro, il tempio della Pace, ed altre fabbriche. Gli unici avvanzi della casa Neroniana riconosconsi nel piano di fabbricato sottoposto alle Terme di Tito, se al più con alcuni, non si vuol credere che gli avvanzi del tempio della Pace fossero in origine

ANFITEATRO FLAVIO (COLOSSEO)

Amphitéatre Flavien (le Colisée)

Arco di Tito



il vestibolo della casa aurea di Nerone, cangiato in tempio da Vespasiano, e quindi in Basilica sotto Costantino, qual parere in molti archeologi rimane ancora costante, e si reputa più consentaneo alla ragione, ed al fatto. Noi di questi parleremo quì presso descrivendo gli edifici dell'impero dei Vespasiani.

ANFITEATRO FLAVIO VOLGARMENTE DETTO IL COLOSSEO.

- Principalissimo monumento dell'architettura antica è questo edificio certo d'autore, e di destinazione. Nel luogo dove ora è l'anfiteatro fu già un mercato o emporio, che Nerone occupò pel suo palazzo e vi costruì uno stagno. Quivi poi Vespasiano Flavio dopo i trionfi della guerra Giudaica cominciò ad edificare questa superba mole la più grande che l'edacità del tempo, e la ferocia dei barbari non abbiamo saputa interamente distruggere. La sua dedicazione vuolsi avvenuta l'a. 80. dell'era cristiana, ultimo dell'impero di Tito, e si pretende che un tal Gaudenzio Cristiano ne fosse l'architetto, ed altri lo attribuiscono ad un tal Rabirio. Ebbe il nome di Flavio da Vespasiano che l'aveva cominciato, quindi fu detto ancora Colosseo in riguardo della sua gran mole, mentre altri vogliono che gli derivasse tal nome dal colosso di Nerone, che da Vespasiano tolto dal vestibolo della di lui casa, venne eretto avanti all'anfiteatro fra questo ed il tempio di Venere e Roma, come in oggi ancora puo discernersi dalla costruzione del piedistallo, che ivi rimane visibile a' giorni nostri. Certo è però che questa denominazione non gli vien data avanti l'VIII. secolo.

La sua forma è ellittica come tutti gli altri anfiteatri, e la costruzione è tutta di pietra tiburtina, ben tagliata, e commessa, benchè nelle opere interne si sia adoperato ancora il tufo litoide, e ne' luoghi adornati anche il marmo. La sua destinazione era per gli spettacoli di caccie di bestie feroci, di giuochi dei gladiatori, e talvolta ancora per le naumachie cioè gli spettacoli navali, poichè potevasi allagare l'arena ad un altezza sufficiente a sostenere le navi di piccola mole. Si narra dagli storici che allorchè ne fu fatta la dedicazione, furono dati spettacoli che durarono per 100 giorni, e dove rimasero uccise 5,000, bestie feroci, e molte migliaia di gladiatori. All'intorno dell'arena altavasi il podio, dove aveva luogo la corte imperiale, le vestali, il senato, ed i magistrati. Al disopra del podio alzavasi la gradinata amplissima, divisa in tanti cunei o piccole scale di communicazione, ed in tre precinzioni, e dai portici esterni, e dalle scale vi si perveniva col mezzo dei vomitorii, ossia di alcuni anditi che vi davano accesso e per i quali i spettatori andavano a sedersi nelle gradinate. Al di sopra della gradinata, sino alla sommità dell'edificio alzavasi il meniano ossia un ordine di loggiati di legno dove allocavansi ancora altri spettatori, nome rimasto in Roma anche in oggi, in cui chiamasi mignano un loggiato di legno. Secondo gli storici il numero delle persone che potevano godere dello spettacolo si fa ascendere ad 87, 000. Sembra prodigiosa questa cifra non rimanendo a noi che poche vestigie dell'interno per poter conoscere l'esatta conformazione dei luoghi addetti agli spettatori. I quali nell'assistere allo spettacolo venivano garantiti dal sole cocente, col mezzo del velario. Questa immensa tenda veniva distesa sopra l'anfiteatro con tante altre piccole vele che seguivano la forma dei sottoposti cunei. Nella sommità dell'attico veggonsi all'esterno praticati alcuni forami quadrati dai quali escivano le travi, che poggiavano sulle sottoposte mensole e davano commodo di assicurare nella loro cima le corde, sopra le quali mediante il giuoco delle carrucole potevano le vele scorrere sino al centro dell'anfiteatro dove facevano capo tutte le vele.

La configurazione esterna dell'edificio è di quattro ordini d'architettura: il primo è dorico, il secondo è ionico, corintio il terzo, tutti forniti di archi, con colonne ai lati. Il quarto ordine è a foggia di attico adorno di pilastri corinti corrispondenti alle colonne degli ordini sottoposti, e vi sono delle finestre intermedie. L'edificio è circondato nella sua base all'intorno da tre scalini. Il numero de' suoi archi è di 80, ed all'esterno sono numerati perchè il popolo conoscesse nell'interno il luogo che doveva occupare. Fra l'arco XXXVIII. e XXXVIIII è un arco senza numero, e dalla sua forma diversa e dalla sala interna adorna di stucchi e marmi a cui dà accesso, si rileva, che vi si doveva da quel lato congiungere al di fuori un ambulacro, o ponte per cui gl'imperatori della famiglia Flavia, che il loro palazzo avevano sul vicino Esquilino, potessero di là commodamente giungere all'anfiteatro. Il popolo poi entrando per gli archi esterni, col mezzo dei vasti ambulacri interni giungeva a 20 scale, le quali davano accesso ai portici superiori, ai vomitori, ed alle gradinate: così nell'escire dopo fine dello spettacolo potevano commodamente in poco spazio di tempo esser fuori tutti gli spettatori, senza confusione alcuna. Gl'ingressi poi principali erano nelle due estremità della curva elittica, cioè incontro al tempio di Venere e Roma, e dalla parte incontro dove guarda il Laterano. Incontro all'ingresso imperiale descritto era un passaggio sotterraneo dal quale si perveniva al palazzo imperiale sul Palatino. Questo passaggio ornato di stucchi, marmi e mosaici dava commodo agl'imperatori, quando colasù dimoravano, di scendere nell'anfiteatro, e là si vuole dagli storici, che Commodo fosse atteso e trucidato dai congiurati.

Le misure di quest'edificio, il più vasto di quanti a noi abbia lasciato giungere il tempo, sono le seguenti. La sua circonferenza è di 1641 piedi all'esterno, e la sua altezza è di piedi 157. - Il suo maggior diametro è di piedi 581, e la larghezza è di 481. - L'arena interna ha di lunghezza 285 piedi, 182 di larghezza, e 748 di circonferenza. Aveva attorno un muro elevato sino all'altezza del podio perchè gli spettatori fossero sicuri dallo slancio delle fiere. Veggonsi ancora negli accessi, dall'ambulacro sottoposto al podio, all'arena, gl'incastri dei perni metallici delle grate di bronzo che guardavano quegli aditi. Ora non rimane conservata nell'esterno che la parte orientale con gli archi numerati dal XXIII al LIV degli ottanta che erano, così che non ne rimangono che tre ottave parti. Da questo lato esistono conservati gli ambulacri interni, dagli altri lati la parte esterna, cioè tutta la prima linea di portici è distrutta. Nell'interno poi non restano che informi avvanzi delle volte che sostenevano i gradi, o sedili che erano di marmo. All'intorno dell'arena veggonsi collocate alcune iscrizioni trovate negli scavi praticati negli anni scorsi, dalle quali si apprendono vari restauri fatti all'arena ed al podio che avevano sofferto per i terremoti avvenuti sotto l'imperatore Teodosio. Il personaggio che allora lo restaurò fu un tal Lampadio Prefetto di Roma circa l'anno 439. dell'era nostra, e quindi l'altro prefetto Basilio fece lo stesso nel 480. In occasione degli scavi fatti sotto il Pontifcato di Pio VII, nel vuotare l'interno dell'arena, fu trovata con sorpresa tutta sostrutta di muri che formano ambulacri e cellette, quali edifici nella loro collocazione sieguono l'andamento dell'arena. Fiere dispute insorsero fra gli archeologi per definire l'uso di quelle costruzioni, le quali erano palesemente destinate alla sostruzione dell'arena. Alcuni vi vollero riconoscere dei locali per l'uso di rinchiudere le bestie feroci, e quindi di là giù farle salire all'arena, altri vollero che col mezzo di gabbie si presentassero coll'uso di cataratte sul piano dell'arena, altri vollero finalmente che di là uscissero all'improviso sul piano alberi, ed altri oggetti da cambiare l'arena in un verdeggiante boschetto. - Tutte queste opinioni però non hanno dato ancora risultati tali da poter concludere per la verità.

Per tre secoli quest'edificio servì alla sua destinazione dei giuochi o spettacoli pubblici di varie sorti, e sino al 523 a quello della caccia delle bestie feroci. Rovinato in parte dalle incursioni dei barbari ed abbandonato servì nel XI secolo sino al 1132 di castello, e rocca a varie famiglie nobili e potenti, che in quei secoli turbavano la pubblica tranquillità col mantenere accesa la discordia civile. Servì ai Frangipani, agli Annibaldi di fortezza, fu cangiato ad uso di ospedale nell'epoca dei contagi, servì ancora ad uso di lanificio, e perfino di fabbrica di salnitro. Nondimeno nel 1332 servì allo spettacolo dei tornei, ed agli esercizi cavallereschi che erano allora in gran voga. Nel 1381 il lato occidentale essendo in gran parte caduto si cominciò a far uso di quelli materiali per costruire nuove fabbriche, costume che pur troppo durò qualche secolo. Poichè è fuori di ogni dubbio che nelle principali fabbriche di Roma, cioè nel palazzo di Venezia, in quello della Cancelleria, in quello dei Farnese, nel porto di Ripetta, ed in altri molti fosse fatto uso delle pietre cadute, o tolte dal Colosseo.

Finalmente la comune credenza che ivi fossero stati ne' tempi di persecuzione martirizzati i cristiani in gran numero, fece si che nel mezzo vi fosse piantata una croce, ed il luogo venne consacrato alla memoria dei martiri. Ciò valse a salvare almeno il rimanente dell'edificio, poichè nell'arena furono erette all'intorno 14 edicole con i principali fatti della passione del Signore, che formano l'esercizio detto della Via-Crucis.

Nel pontificato di Pio VII. sorse una nuova epoca per i monumenti, e si risvegliò dovunque lo spirito di conservazione e restauro. Quel pontefice a riparare in parte gli antichi danni ed a prevenirne dei nuovi fece costruire l'enorme contra-forte o sperone che regge l'estremità della costruzione esterna verso il Laterano con direzione di Rafaelle Stern. Piacque a Leone XII. di emulare la providenza del suo antecessore, e col mezzo dell'architetto Valadier, fece sorreggere l'altra estremità, con miglior consiglio, essendosi seguitata l'architettura antica costruendo nel primo ordine tre archi, due nel secondo, ed uno nel terzo. Ambedue i papi fecero eseguire ancora molti lavori di manutenzione e restauro nell'interno, e giornalmente si viene a procurare, se non il ristabilimento, almeno la conservazione di tutto quello che ci rimane di sì imponente edificio. Del quale scrissero moltissimi autori, molti de' quali in controversia, ai quali rimandiamo quelli che fossero vaghi di più estese nozioni.

TERME DI TITO.

- Vedemmo disopra come Nerone edificasse il suo palazzo sul ciglio del monte Esquilino dalla parte che guarda il Celio, verso l'anfiteatro Flavio, e nel far ciò occupava egli buona parte degli edifici privati ivi esistenti. Occupati che ebbe Tito quei luoghi vi edificò in fretta le sue Terme, le quali ancorchè fossero meno vaste di quelle di Caracalla e di Diocleziano, ciò non ostante erano stimate più commode e più eleganti. Poichè in esse oltre ai locali necessarii all'uso dei bagni caldi e freddi eranvi molte altre qualità di edifici, alcuni de' quali destinati al trattenimento, altri al passeggio, ai giuochi ginnastici, ad agli studi puranco.

La fabbrica delle terme di Tito fu elevata sopra immediatamente agli edifici Neroniani, e gli avvanzi che ora si visitano, e dal governo vengono custoditi gelosamente, dimostrano questa verità. Poichè le sale ornate di pitture elegantissime composte di ornati e rabeschi di ottimo gusto, e dalle quali vuolsi che Raffaelle da Urbino traesse il suo stile d'ornare negli a-freschi delle loggie vaticane, appartengono senza dubbio alla casa Neroniana. Benchè la più gran parte di queste sale siano ancora interrite, nondimeno vengono percorse con piacere quelle che sono del tutto sgombrate, poichè si ha da quelle un idea della magnificenza di quel palazzo.

È pure da rimarcarsi che mentre gli edifici superiori più moderni, sono quasi tutti distrutti, gl'inferiori più antichi sono conservati. In queste terne come si disse (pag. 475.) nel 1506 a tempi di Giulio II. fu rinvenuto il Laocoonte celebratissimo gruppo da noi veduto al museo vaticano, da un tal Felice de Freddi. - Fu supposto che esistesse in una delle sale del più antico edificio, la quale ha una specie di abside o essedra: ma essendo noto che quel famoso simulacro esisteva nelle terme di Tito, e che ivi fu trovato, viene esclusa questa località appartenuta alla fabbrica anteriore; nè saria credibile che Tito avendo edificato le sue terme, e lasciato in abbandono l'edificio subalterno, avesse dimenticato di estrarne un monumento di tanta bellezza e celebrità.

Questi avvanzi rispettabili vengono in parte adoperati ad uso di salnitriera, la parte sopra tutto che si estende verso la sommità del colle. Negli scorsi anni allorchè furono sgombrate le sale inferiori dalla terra, si rinvennero in una stanza laterale alcune pitture cristiane del X ed XI secolo. Rappresentano queste S. Felicita con i suoi figliuoli martiri, ed eravi eziandio dipinto un calendario. Queste singolarissime dipinture dimostrano, che quella stanza era in quell'epoca ridotta ad uso di chiesa.

È da conoscersi eziandio che annesse alle Terme di Tito furono le Traiane, che ne formarono quasi un appendice, e delle quali daremo conto in appresso. La dotta opera dell'architetto Ant. De Romanis, intorno tutti questi edifici, serve particolarmente a distinguere fra loro queste diverse fabbriche, e precisarne il vero uso.

SETTE SALE.

- Questo è il nome volare con il quale viene nominato questo locale prossimo all'angolo orientale delle suddette terme di Tito, e che altro non era che un conserva amplissima di acqua per provvedere al bisogno delle vicine terme. L'edificio consiste in nove grandi corridori di ottima costruzione, e si dissero sette o perchè tante ne fossero scoperte in principio, o perchè si contassero i sette muri divisori. Le pareti di questo vasto recipiente sono intonacate di signino genere di cemento formato di calce, o gesso e polvere di marmo, che soleva adoperarsi nelle fabbriche destinate a custodire l'acqua; ed il pavimento è incrostato di grosso mosaico a stagno. Molti suppongono che questo gran serbatoio fosse in uso anteriormente alle terme di Tito, e che sia d'epoca Neroniano, ciò che nulla toglie al merito della fabbrica, ed al vero uso della destinazione.

TEMPIO DELLA PACE.

- Sappiamo dagli storici che Vespasiano ridonata la tranquillità all'impero dopo la Guerra Giudaica, dedicò un tempio alla pace, che in questo edificio collocò tutti gli oggetti che aveva seco recati dal trionfo sopra Gerusalemme, e che vi aveva allocata eziandio una biblioteca. Il locale di questo tempio viene indicato nel luogo dove esistono i grandiosi avvanzi d'un edificio che alcuni vogliono nominare Basilica di Costantino, e che veggonsi in oggi presso la chiesa di S. Francesca Romana nel così detto Campo Vaccino. Non avvi forse monumento fra gli antichi, che al par di questo andasse soggetto alle dispute e controversie archeologiche. La opinione più probabile fra le tante emesse dagli scrittori si è quella, che i tre archi superstiti, formassero il vestibolo o principale ingresso della casa aurea o palazzo Neroniano. Nel centro o arco di mezzo era forse il famoso colosso di Nerone. Vespasiano avendo risoluto di far uso degli edifici Neroniani tolse di là il colosso, e lo trasportò presso l'anfiteatro nel luogo dove negli anni scorsi fu discoperto il gran piedistallo dove posava quel simulacro. Avendo poi da dedicare un tempio alla Pace, ed avendo necissità d'un ampio locale per riporre gli oggetti recati dalla Giudea e la biblioteca, scelse quel vestibolo collocandovi forse nel centro l'edicola, o simulacro della Pace. Nell'incendio avvenuto sotto l'impero di Commodo essendo arso in parte quest'edificio, dovette restare abbandonato, finchè sotto Massenzio il Senato Romano lo ridusse a loggia di basilica da dedicarsi a quell'imperatore. Il quale essendo rimasto spento nella battaglia vinta da Costantino al Ponte Milvio, la basilica già così preparata venne dedicata a Costantino e si chiamò quindi col di lui nome. La posizione prossima alla via Sacra, la vastità dell'edificio, e la sua costruzione non conforme alle fabbriche dell'epoca Costantiniana fecero credere a molti di poter così conciliare le diverse opinioni dei dotti. Dovrà però riflettersi che questo parere non è che una semplice congettura, che quest'edificio, comunque incerto, devesi particolarmente osservare dal lato dell'arte, che qui si ravvisa magnifica ed elegante. La sua facciata era rivolta verso la via Sacra, e vi si saliva per alcuni gradi. Aveva ancora un'altra facciata dalla parte che guarda il Colosseo. Le colonne che decoravano i piloni immensi che ne reggevano la volta erano di marmo, scanalate e di ordine corintio, ed una ne abbiamo osservata sulla Piazza di S. Maria Maggiore (p. 556) innalzatavi da Paolo V. - L'edificio aveva un piano superiore il quale sarà forse servito ad uso di biblioteca e che sarà perito nel suddetto incendio. Dagli avanzi dei marmi che decoravano l'edificio si può argomentare la sontuosità sua, ed il grado di magnificenza con cui era ornata. Le maggiori opere in controversia intorno questo tempio furono scritte dall'Avvocato D. Carlo Fea, e dal Prof. Antonio Nibby dei quali il primo tenne l'opinione per il Tempio della Pace, il secondo parteggiò per la Basilica di Costantino. Ambedue i pareri ebbero ed tuttora seguaci, benchè l'idea del genere di costruzione così bella, solida e diversa da quella de' tempi di Costantino, cioè dal principio della decadenza delle arti, distolga il pensiero dei meno esperti dal crederla opera di quel tempo.

ARCO DI TITO.

- In capo alla via Sacra trovasi in oggi esistente questo pregievolissimo monumento per la storia e per l'arte. Il trionfo della guerra Giudaica ne fu cagione che il Senato lo innalzasse in onore dell'Imperatore Tito Vespasiano Augusto, ma dall'iscrizione che vi si legge al disopra dalla parte del Colosseo si conosce che ebbe compimento dopo la di lui morte, poiché gli vien dato il titolo di Divo. - Esso è di quelli ad un sol fornice ed è il secondo eretto in tal forma in Roma dopo quello di Druso. Esso è tutto di marmo bianco, e per la bellezza delle proporzioni e degl'intagli viene reputato per un modello di eleganza. Nel pontificato di Pio VII. l'architetto Cav. Giuseppe Valadier fu incaricato del suo restauro, che fu fatto in travertino, ed allora venne bene isolato da ogni banda. Le colonne che adornano le due faccie dell'arco sono d'ordine composito, ne mancano però due per ogni lato. Nell'interno dell'arco sono sculture assai commendevoli, che il tempo e la barbarie hanno in gran parte guaste. In uno dei bassorilievi laterali si rappresenta la pompa trionfale con Tito nel carro guidato dalla figura di Roma, e tirato da quattro cavalli, e la vittoria che lo corona. Incontro siegue il corteggio con buon numero di prigioni ebrei, ed i soldati portanti gli oggetti tolti al tempio di Gerusalemme. Vedesi la mensa aurea dette la tavola dei Pani di proposizione, le trombe d'argento, colle quali i sacerdoti indicavano il giubileo e le sacre ceremonie, i vasi sacri, ed il famoso candelabro d'oro a sette rami, il quale dette motivo che ne' secoli di mezzo quest'arco venisse chiamato arcus septem lucernarum. La volta è adorna di vaghi rosoni diligentemente intagliati, e nel mezzo è l'immagine di Tito portato in cielo da un aquila, scoltura atta a simboleggiare l'apoteosi imperiale. Nel fregio esterno è effigiata un altra parte della sudetta pompa, e vi si vede recato in trionfo, secondo il costume, il simulacro del fiume Giordano, ad indicare che la Giudea era vinta e conquistata. L'iscrizione antica che è dalla parte del Colosseo è la seguente semplicissima: SENATVS. POPVLVSQVE. ROMANVS. DIVO. TITO. DIVI. VESPASIANI. F. VESPASIANO. AVGVSTO. - Dall'altro lato vuolsi dagli scrittori che vi fodse la seguente: S. P. Q. R. Imp. Tito. Caes. Titi. Vespasiani. Filio. Vespasiano. Aug. Pont. Max. Tr. Pot. X. Imp. Imp. XVII. P. P. Principi. Suo. Qui. Praeceptis. Patriae. Consilisque. Et. Auspiciis. Gentem. Iudeorum. Domuit. Et Urbem. Hierosolimam. Omnibus. Ante. Se. Ducibus. Regibus. Gentibus. Aut. Frustra. Petitam. Aut. Intentatam. Delevit. Quale epigrafe se fosse realmente esistita, proverebbe che in origine l'arco fu cominciato vivente Tito, e quindi venne compito e dedicato dopo la sua morte. - L'iscrizione che ora si legge in questo lato indica il restauro sopradetto.

META SUDANTE.

- È supponibile che questo monumento, che rimane ora quasi totalmente disfatto presso l'Arco di Costantino sia contemporaneo alla edificazione del vicino anfiteatro ed infatti da alcuni scrittori si vuole attribuire a Domiziano. Esso era una superba fontana, ed i regionari la registrano sotto il nome di meta sudante, poichè infatti la forma è simile del tutto alle mete dei circhi. Dalla sua sommità sgorgava l'acqua, e cadeva sul dorso della meta, dove risaltava sopra alcuni scaglioni, e quindi cadeva nel gran bacino circolare sottoposto. Vuolsi da molti, che questa fontana servisse non solo ad uso di pubblico abbellimento, ma alli gladiatori in particolare i quali vi si tuffavano allorquando coperti di sudore o di polvere uscivano dall'anfiteatro vicino.

ARCO DI GIANO.

- Molti scrittori attribuiscono a Domiziano la costruzione di questo Giano posto presso S. Giorgio in Velabro, e non diverso forse da quelli che esistevano in ogni regione, e molti de' quali furono edificati o ristorati da quest'imperatore. Esso serviva di luogo di riunione ai mercanti e negozianti del Foro Boario, e di riparo dal sole, ed in tempo di pioggia. È quadrata la fabbrica con quattro archi, che l'uno all'altro risponde e quattro grandi piloni reggono la volta, sopra la quale elevavasi un attico dove era una cella servita forse per archivio, al quale essendosi unite ne' bassi tempi le costruzioni dei Frangipani, che questo monumento fortificarono ad uso di guerra, venne negli scorsi anni demolito con notabile danno delle proporzioni e solidità dell'edificio. Tutto l'edificio è rivestito di marmo bianco, ed ogni pilone ha ai lati 6 nicchie, così che in tutte sono 48: delle quali sedici sono profonde, ed atte ad aver contentate piccole statue. Tutti i lati del monumento misurano 105 palmi di lunghezza ciascuno, così chè tutto l'edificio quadrato gira per 420 palmi. I forami che si osservano fra masso e masso sembravano fatti per toglierne i perni che l'univano. La forma sua fece che venisse volgarmente chiamato l'Arco di Giano Quadrifronte.

VIVAIO DI DOMIZIANO.

- Gli avvanzi magnifici di arcuazioni a grandi massi di travertini, che si osservano sotto il Convento de' SS. Giovanni e Paolo sul Celio vennero un tempo giudicati erroneamente per essere appartenuti alla Curia Ostilia. Riconosciuta falsa questa opinione congetturarono altri, che quei resti fossero degli edifici di Claudio, e ciò potrebbe essere, giacchè in quel dintorno era il famoso tempio erettogli da Agrippina, distrutto da Nerone, e nuovamente riedificato da Vespasiano. Ora però vuolsi generalmente attribuire quella fabbrica al Vivaio, e serraglio di belve feroci, che Domiziano edificò per uso del vicino anfiteatro Flavio. - A comprova di ciò si adduce l'aver trovata negli scavi una quantità di ossa di bestie non indigene del nostro suolo, ed una strada sotterranea a communicazione fra questo monumento e l'anfiteatro ripiena ancor essa di ossa consimili. Comunque ciò possa in qualche parte recare dubbiezza, è fuori d'ogni dubbio però, che quegli avvanzi sono d'una costruzione bella, solida, ed imponente per meritare l'attenzione di chiunque visita le romane antichità, ancorchè non possa esser persuaso che l'edificio sia servito ad uso di serraglio di belve, il quale esser dovette ivi presso, ma più in basso.

FORO TRANSITORIO.

- L'Imperatore Domiziano fu quello che cominciò un foro, che quindi fu compiuto da Nerva suo successore. Esso era situato al lato di quello d'Augusto, col quale era contiguo, ed il preciso luogo viene determinato nel sito detto le Colonnaccie. Anzi quell'avvanzo di ottima architettura, che vi si scorge si reputa una piccola parte del recinto interno di esso foro. Il quale era decorato all'interno di tante colonne consimili, accompagnate da una bella trabeazione con fregio, su di cui erano scolpite alcune storie relative al mito di Pallade. Poichè nel mezzo del foro era situato un tempio a questa divinità di cui furono rinvenute alcune vestigie sotto Paolo V. ciò il foro prese il nome di Palladio, e si disse ancora Pervio o Transitorio, dei quali nomi trovasi la ragione nel supporre che di là si potesse passare al foro di Augusto, o pure perchè Domiziano nel costruirlo chiudesse una qualche pubblica via, e lasciasse che il foro servisse di passaggio. Certo si è che questo è il nome più commune col quale viene chiamato questo foro, che ne' secoli di mezzo dicevasi ancora Foro di Nerva, Palladio, e gli avvanzi esistenti si dissero ancora l'Arca di Noè, in luogo forse di Arco di Nerva.

TERME DI TRAIANO.

- Abbiamo veduto poco sopra come le Terme di Tito fossero così contigue a quelle di Traiano da formar quasi uno stesso edificio. Poichè allorchè Traiano edificò le sue terme, ristorò ancora quelle di Tito, colle quali unite formavano uno dei più eleganti stabilimenti pubblici di Roma. Le terme Traiane estendevansi verso la sommità dell'Esquilino, ed i migliori avvanzi che ne rimangono veggonsi al disotto della chiesa di S. Martino a Monti (p. 253), dove ancora sono da osservarsi i vasti locali, che nei primi secoli della chiesa vennero cangiati ad uso di tempio cristiano.

EDIFICI DI TRAIANO.

- Sotto questo titolo comprendiamo le superbe fabbriche che Traiano fece costruire fra il Campidoglio ed il Quirinale, le quali riunite insieme formavano un complesso di magnificenze tale, da potersi riguardare come il primo monumento di Roma imperiale. Eranvi in questi il Foro, la Basilica, le Biblioteche, la Colonna, ed il Tempio, e noi niente di ciascuno di questi monumenti terremmo separatamente discorso.

Foro. - L'architetto Apollodoro fu quello che il disegno di questo e degli altri edifici da Trajano costrutti, e ne diresse i lavori. La situazione del foro, ossia della gran piazza che precedeva le altre fabbriche non è più incerta. Esso era collocato avanti l'ingresso della basilica modernamente scoperta, e si estendeva dal lato della contrada detta Campo Carleo, e verso quella delle Chiavi d'Oro, giungendo quasi a confinare col foro di Augusto. Consisteva in un grande recinto sul di cui principale ingresso sembra che vi fosse uno o due archi di trionfo, ed un portico all'intorno. Le due estremità laterali del foro erano fornite di due altre piccole piazze semicircolari, a forma d'emiciclo, dove erano le botteghe per li negoziatori e venditori del foro. Uno di questi emicicli quasi intatto alle falde del colle Esquilino, e fu lungo tempo creduto appartenere ai bagni di Paolo Emilio, e vi si ha accesso nella piccola via che è presso la chiesa di Campo Carleo. Quest'edificio è stato fatto sterrare dal governo, e si è trovato il suo pavimento coperto a musaici bianchi e neri. Nel mezzo del foro dovette essere la famosa statua equestre in bronzo di Traiano, la quale osservando con gran maraviglia Costanzo Imperatore allorchè venne in Roma (vedi P. I), avido dei bronzi romani, dicendo ad Ormisda Persiano, che egli avrebbe l'alto fare un simile cavallo, ne ebbe risposta, che saria stato necessario il preparagli prima una stalla consimile. Noi conoscendo l'uso dei romani di collocare le statue equestri a cielo scoperto, e non entro edifici chiusi, siamo di parere che nel foro e non nella basilica, come alcuni pretendono, fosse questo singolarissimo simulacro.

Basilica. - Dal foro salivasi alla basilica, ed anche in oggi si vede l'andamento della scalinata che vi menava. Oltre il grande ingresso che molti vogliono fosse ancor questo a foggia d'arco trionfale, eranvi ancora ai suoi lati due monumenti consimili eretti dalle legioni Valeria ed Apollinare. Il ch. Ab. Angiolo Uggeri nella sua grande opera intorno agli edifici di Traiano, pretese di dimostrare come i due grandi trofei che si osservano sul parapetto del moderno Campidoglio, formassero la principale decorazione di questi monumenti legionari; altri però la pensano diversamente.

Entrati nella basilica questa aprivasi a doppio ordine, li portici trasversali, composti di colonne di un particolare granito bianco e nero, che ne reggevano il soffitto. Ai due lati estremi erano le due grandi absidi o essedre dove eretti erano i tribunali per i giudizi, e questi dovevano avere un doppio ordine di portici o loggiati. Nella pianta capitolina avanti ad una di queste calcidiche o tribunali è scritta LIBERTATIS, e da ciò si rileva che ivi soleva farsi la ceremonia della manumissione dei servi avanti al console, alle Calende di Gennaro. Nel tempo dell'amministrazione Francese demolite le chiese e conventi di S. Eufemia, e dello Spirito Santo, fu rinvenuto l'antico piantato della basilica, ed a quella appartengono le colonne, che aucorchè rotte furono rialzate sulle loro basi ai luoghi loro. Questa basilica dal nome di famiglia dell'illustre fu detta Ulpia.

Colonna. - Dalla basilica passavasi al cavedio, o piccolo cortile adorno di loggiati o portici a più ordini sovraposti, in mezzo al quale fu eretta la famosa colonna che tuttora rimane, e forma una delle principali meraviglie di Roma. Questa fu eretta dal Senato e Popolo Romano in onore di Traiano dopo i trionfi riportati nella guerra dacica, perchè servisse di monumento sepolcrale a quest'imperatore, ed insieme dimostrasse, come fu detto di sopra (P. I.), quanto fosse stato grande il lavoro da esso fatto, a fine di appianare ed allargare lo spazio fra i due colli, per collocarvi questi superbi edifici. Ciò si apprende dall'Iscrizione che si legge sul piedistallo di essa colonna, che così ordinariamente vien letta: SENATVS . POPVLVSQVE . ROMANVS . IMP . CAESARI . DIVI . NERVAE . F . NERVAE . TRAIANO . AVG . GERM . DACICO . PONT . MAXIMO . TRIB . POT. XVII . IMP . VI . COS . VI . P . P . AD . DECLARANDVM . QVANTAE . ALTITVDINIS . MONS . ET . LOCVS . TANTIS . OPERIBVS . SIT . EGESTVS . Dalle quali parole può argomentarsi che l'altezza del terreno s'innalzasse per lo avanti al livello della sommità della colonna. Riesce pur piacevole il sapere come alcuni archeologi degli scarsi secoli leggendo quell'epigrafe l'interpretassero in modo da far credere, come ivi si parlasse di cumulo tale di terra innalzato a gradi a gradi a paro della sommità della colonna, a fine di costruirla, e poter così collocare più facilmente i pezzi di marmo uno sopra l'altro.

La meravigliosa colonna coclide è tutta di marmo, alta dal suolo metri 44. 13, e si compone d'un gran piedistallo ornatissimo di scolture rappresentanti a bassorilievo trofei di armi barbariche, sopra il quale s'innalza sulla sua base la colonna composta di 23 pezzi di marmo, e del capitello dorico. Nell'interno è praticabile mediante una scala di 184 gradini, la quale riceve il lume da 43 piccole finestre, e per questa scala si può salire alla sommità di dove si gode una magnifica veduta della sottoposta città. Tutti i pezzi che la compongono sono così divisi:

Pedistalli pezzi N°     " 8
Toro della base     " 1
Fuso della colonna     " 23
Capitello     " 1
Pedistallo della statua     " 1
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Totale      34

L'esterno della colonna è tutto scolpito a bassorilievi d'ottimo stile divisi in 23 giri o fasce e vi sono rappresentati i fatti diversi avvenuti nelle due guerre che Traiano portò ai Daci, e che diedero motivo al Senato di dedicare al di lui onore questo monumento nell'anno 112 dell'era volgare. Vi si contano 2,500 figure umane tutte differenti, oltre una gran quantità di cavalli, armi, machine di guerra, insegne militari, trofei ed altri oggetti tutti interessanti per i costumi.

Le figure hanno quasi tutte due piedi d'altezza, ed il buon gusto dell'arte che vi si ammira, ha resti questo monumento un modello di scuola agli artisti di tutti i tempi.

Il cavedio o corte che girava all'intorno era piccolo, come può vedersi dal piantato, che ancora vi rimane. I portici alti però servivano per poter osservare d'appresso le scolture, ed i fatti in essa rappresentati, e perciò erano a più ordini sovraposti.

Nella sommità eravi la statua in bronzo di Traiano, ed in qualche luogo prossimo esser dovettero le sue ceneri sapendosi dagli storici che quest'ottimo principe ebbe solo l'onore della sepoltura entro il recinto della città. - Sisto V. avendo fatto sgombrare il luogo all'intorno, fece nel 1588 ristorare la colonna con l'opera del cav. Fontana, e sulla sua sommità fece innalzare la statua in bronzo dell'apostolo S. Pietro modellata da Tommaso della Porta e fusa in metallo e dorata da Sebastiano Torresani Bolognese. Questa colonna fu illustrata dal Ciacconi, Fabretti e Bellori.

Biblioteche. - Ai lati della colonna davasi a dritta ed a sinistra l'accesso alle due famose biblioleche greca e latina fondate da Traiano, e che congiuntamente formavano la così detta biblioteca Ulpia, ricca di manoscritti preziosissimi, molti de' quali scritti o piuttosto grafiti in tavolette d'avorio. Questa ricca collezione da Traiano raccolta a pubblico uso venne in seguito, secondo Vopisco, trasportata da Probo nelle terme di Diocleziano.

Tempio. - Dietro la colonna estendevasi il tempio che dall'Imp. Adriano fu eretto a Traiano dopo la sua morte. Quest'edificio prolungavasi fra le due odierne chiese di S. Maria di Loreto, e del SSmo Nome di Maria, internavasi nel luogo dove è il palazzo Imperiali ora Valentini, ed aveva la sua fronte rivolta dalla parte della piazza de' SS. Apostoli. Così gli edifici di Traiano avevano due faccie ornatissime una opposta all'altra. Negli scavi praticati negli scorsi tempi si sono trovati frammenti di colonne, scolture e muri da poter precisare pur anco la forma di questo tempio.

Tutto in somma questo complesso di sontuose fabbriche era di sommo gusto e perfezione, particolarmente nelle scolture, come può rilevarsi dai frammenti che in parte esistono nel recinto fatto dopo le moderne escavazioni, e molto più dalle belle scolture da noi vedute al museo vaticano nelle stanze Borgia, bassorilievi che per il gusto e finezza d'intaglio sorpassano qualunque altro lavoro di simil genere.

TEMPIO DI VENERE E ROMA.

- L'Imp. Adriano a dimostrare il suo genio per le arti, e le sue cognizioni architettoniche, volle edificare un tempio di suo disegno e fu questo di Venere e Roma, che egli fece costruire sotto la sua medesima direzione. Dovendo dedicarsi a due diverse deità fu fatto con celle separate, le quali però erano a contatto col dorso, come può ancora rilevarsi dai pochi avanzi, che rimangono presso la chiesa di S. Francesca Romana, fra l'arco di Tito ed il Colosseo. Era questo tempio fabbricato sopra una platea interamente sollevata da sostruzioni. Questa all'intorno era circondata da un sacro recinto chiuso da muro nei lati più estesi, ed aperta con portico nei lati più brevi, ai quali si saliva col mezzo di scale situate agli angoli dalla parte del Colosseo, e per una grande scala dalla parte del Foro: le moderne escavazioni hanno permesso di prendere una giusta idea delle sue forme. Il tempio sorgeva nel centro della platea, con un portico all'intorno della cella, e doppio nelle facciate, poichè ne aveva due, una dalla parte del foro, e l'altra che guardava l'anfiteatro. Ognuna di queste dava l'accesso ad una cella di una delle due divinità. La doppia fronte del tempio era ornata di bassorilievi analoghi al culto delle deità interne. Il portico rettangolare attorno alla platea aveva 194 palmi di larghezza, e 234 di lunghezza, ed era sostenuto da 38 colonne per lato. Nel tempio poi se ne contavano 10 per ogni fronte, e sei più internamente, e 56 nei lati. Nell'interno di ambedue le celle erano 6 colonne di porfido che dai frammenti ivi rinvenuti si conosce che avevano sopra due palmi di diametro. Le absidi erano adorne di marmi finissimi, e la volta a cassettoni era dorata. Tutto l'edificio era ricoperto di grandi lastre o tegole di bronzo le quali cui consenso dell'Imp. Eraclio furono tolte da Papa Onorio I, per cuoprirne la basilica Vaticana. - Gli avvanzi di colonne di granito bigio che vedonsi all'intorno appartenevano senza dubbio al portico del recinto. Il tempio poi sappiamo, che venne quasi interamente ricostruito ai tempi di Massenzio, come si può conoscere da alcune costruzioni inferiori alle primitive.

MAUSOLEO D'ADRIANO.

- Volle quest'imperatore che un magnifico sepolcro le venisse edificato di là dal Tevere presso gli orti di Domizia, e presso un circo, di cui fu riconosciuta la forma sotto il pontificato di Benedetto XIV. Volle eziandio che un ponte dasse accesso al monumento, che per la solidità e magnificenza sorpassava qualunque altro edificio di simil genere ed egli stesso secondo gli storici diede il disegno del Mausoleo, del ponte, e del circo vicino. Infatti chi si fa a visitare il moderno Castello detto S. Angiolo può di leggieri convincersi

Arco di Settimio Severo

Arc de Septime Sévére.

Mausoleo di Adriano

Tombeau d'Adrien.



della solidità della costruzione. Passando a descriverlo, lasceremo da parte il ponte già disopra osservato (p. 534). Il mausoleo d'Adriano era formato di un grande basamento, o sostruzione quadrata, in mezzo al quale nel centro innalzavasi l'edificio rotondo, che ancora in oggi si vede e serve di maschio al Castello. La costruzione interna è di grandi massi di pietra indigena, l'esterno però era adorno di marmi nobilissimi, colonne e statue. Il corpo rotondo era rivestito senza dubbio di marmi, ed era circondato secondo molti dalle famose colonne di marmo frigio o paonazzetto, che miseramente perirono nell'incendio della basilica di S. Paolo dove furono collocate da Onorio Imp. La sua forma era a guisa di tempio, e ne' quattro angoli del sottoposto quadrato erano gruppi di statue e di cavalli a foggia di quelli che vedonsi al quirinale. Sotto al portico negl'intercolunii esser dovettero statue di bel lavoro, poichè oltre la tradizione che di ciò ha lasciata memoria, basti il riflettere che il famoso Fauno detto di Barberini, perchè da quel pontefice trovato e donato alle sua famiglia, era qui collocato. Si sà ancora dalle storie che le truppe di Bellisario allorchè quivi stanziavano facevano in pezzi le statue, che erano colassù, e quei frammenti scagliavano a propria difesa, sugli assalitori. La sommità poi dell'edificio andava a ristringersi in tanti grandi scaglioni, e sulla cima vuolsi fosse collocata la bella pigna di bronzo da noi osservata nel giardino Pontificio al Vaticano, in mezzo ai due pavoni dello stesso metallo: altri invece vi suppone in cima una statua colossale di Adriano. Rimpetto al ponte era l'ingresso principale del Mausoleo, e da quello per una strada obliquamente circolare e senta gradi, potevasi salire anche in cocchio sino alla prima sommità del monumento, e quella era lastricata di musaico. Nelle escavazioni degli anni scorsi fu scoperta di nuovo la porta e la scala. Nell'interno eravi una o più celle destinate a ricevere le ceneri dei defunti della famiglia Elia, per la quale Adriano fece costruire questo maestoso sepolcro. Le misure di questo erano gigantesche porche il basamento quadrato misura 253 piedi da ogni lato, che formano una circonferenza di piedi 1012. - II corpo rotondo ha il diametro di 188 piedi.

Ora di questo insigne sepolcro non rimane che il misero avvanzo del corpo rotondo scemato in gran parte nella sua sommità sopra la quale sono state aggiunte le moderne costruzioni ad uso di fortezza. Poichè dopo la rinnovazione delle mura fatta da Onorio, quest'edificio in parte già guasto e spogliato de suoi più belli ornamenti servì ad uso di castello, e pare che il primo a ridurlo a quest'uso fosse Teodorico, mentre negli scrittori di quel tempo è detto Castrum Theodorici. I Goti nella loro guerra lo danneggiarono con l'offesa egualmente che con la difesa, e Procopio narra la devastazione dei marmi ed oggetti d'arte, che vi rimanevano ancora. Dopo quella guerra nel IX secolo servì di ricovero alla fazione comandata da un tal Crescenzio Romano che ne fu scacciato da Ottone III., e da ciò tolse il none, che gli si dà nelle carte di quell'epoca di torre o castello di Crescenzio. Il Senato Romano che un tempo l'ebbe in possesso cedette questo forte ai papi, e Bonifazio IX, (con disegno di Niccolò di Pietro Aretino) quindi Alessandro VI, Niccolò V, Pio IV ed Urbano VIII, ne formarono a poco a poco una fortezza regolare quale si vede al presente, soggetta in tutti i tempi alle fazioni di guerra. Ai tempi di S. Gregorio Magno nel 593. prese il nome di Castel S. Angelo, (Castrum S. Angeli), poichè narra la storia dei Papi, che essendo afflitta Roma dal contagio, ed il Papa andando in processione a S. Pietro per ottenere da Dio la cessazione del flagello, giunto sul ponte vedesse sulla sommità di quella rocca un Angiolo in atto di riporre la spada nel fodero a dimostrare il termine del morbo. Fuvvi già nella sommità edificata una piccola cappella, che si disse di S. Michele inter Nubes eretta in memoria delle apparizioni di S. Michele sul monte Gargano in tempo di S. Gelasio Papa, la quale fu demolita nelle successive costruzioni ed il culto della chiesa fu trasferito in S. Angelo in Borgo. Vi fu quindi collocata la statua del suddetto Arcangelo in marmo opera di Raffaelle da Montelupo, alla quale da Benedetto XIV. venne sostituita la statua in bronzo che vi si vede in oggi modellata da Pietro Wenschefeld Fiammingo, e fusa da Francesco Giardoni.

I sopradetti Papi lo resero forte secondo l'uso dei tempi, ed a norma delle cognizioni che avevansi nel fortificare. Alessandro VI vi eresse una torre quadrata sopra il maschio che ancora si scorge chiusa però da due lati da più recenti edifici fatti per comodo del castellano, e degli altri ufficiali del forte. Vi costruì ancora quel Papa l'annesso corridoio o strada coperta che dal Castello communica col palazzo Pontificio Vaticano, perchè potesse nei tempi di fazioni e di guerre aver pronto un ricovero. Di là trovò rifugio nel castello Clemente VII Medici nel famoso assalto di Borbone. Non mancarono le arti di adornare in parte un luogo così celebrato, ed infatti in un salone che è sul davanti e che communica colla loggia che guarda il ponte, sono pitture di Pierino Bonaccorsi detto del Vaga scolaro di Raffaello da Urbino. Nella loggia della parte opposta se ne vedono alcuni di disegno di Raffaella da Montelupo, e vari a freschi di Girolamo Sicciolante da Sermoneta. Come vedemmo di sopra (p. 661) in questo Castello s'incendia il famoso fuoco d'artificio detto la Girandola, ne' giorni solenni della vigilia e festa degli Apostoli SS. Pietro e Paolo (28 e 29 Giugno) protettori di Roma, e per la Pasqua di Risurrezione. Vuolsi che questo spettacolo venisse immaginato dal Buonnarroti e perfezionato dal Bernini. La più sorprendente parte di questo spettacolo grandi consiste nelle così dette scappate, cioè in due grandi quantità di razzi che vengono incendiate in un sol punto al principio ed alla fine, ognuna delle quali conta 4500 razzi. La posizione della mole così isolata rende più bello lo spettacolo che può godersi da più punti.

In questo castello risiede continuamente un Castellano che suol avere il grado di Generale, e col suo permesso soltanto può visitarsi il forte, il quale oltre all'alloggio della guarnigione serve ancora ad uso di prigione di Stato.

TEMPIO DI ANTONINO E FAUSTINA.

- Presso la via Sacra, dove in oggi è la chiesa di S. Lorenzo in Miranda (p. 391) sono da vedersi ancora gli avvanzi magnifici di questo tempio. Il quale eretto in origine dall'Imp. Antonino Pio in onore di sua moglie Faustina la Seniore, dopo la di lui morte il Senato volle fosse dedicato ad esso ancora. Ciò rilevasi dall'iscrizione che si legge sull'architrave nel portico ed in grandi caratteri dice DIVAE . FAVSTINAE . EX . S . C ., alla quale fu quindi sovraposta la seguente linea DIVO . ANTONINO . ET . a completare l'epigrafe di dedica. La costruzione del tempio era di quelle dette prostilo-esastile. Poichè il portico che precede la cella ha sei colonne di marmo cipollino di prospetto e due per ogni lato, di ordine corintio. Esse hanno 43 piedi e tre pollici di altezza comprese la base ed il capitello, ed hanno 4, 6 di diametro. L'architrave che gira intorno alla cella tra un fregio elegantissimo a bassorilievo rappresentante alcuni grifi e candelabri, quale intaglio per la bellezza del disegno e dell'esecuzione viene usato a modello degli artisti studiosi. Le mura della cella sono di grandi massi di pietra albana ben tagliati e commessi, ad erano al disopra rivestiti di marmo, come si scorge dal suddetto fregio che aggetta sensibilmente. Anticamente si saliva alla cella del tempio per mezzo di scalini. Quindi essendo tutto rimaso interrito il prospetto, allorchè Carlo V venne in Roma il magistrato Romano fece sgombrare il luogo dalla terra, a ciò meglio fossero visibili le belle colonne del portico, e l'architetto Torriani allorchè nel 1602. edificò entro la cella antica la moderna chiesa di S. Lorenzo, fece la facciata internamente al portico, al paro della fronte della cella. Così rimasero illese le colonne, le quali nel tempo dell'amministrazione francese furono discoperte del tutto sino all'antico piano. Fra gli edifici antichi disegnati dal Valadier, incisi dal Feoli, ed illustrati da Filippo Aurelio Visconti, evvi ancora questo, che per le belle proporzioni sue serve di esempio agli studiosi di architettura.

COLONNA ANTONINA.

- Questa come fu detto di sopra esisteva in piedi nell'orto dei Signori della Missione presso la Curia Innocenziana a Monte Citorio, e rimaneva in gran parte sepolta. Essendo di gran mole poichè aveva palmi 67 e mezzo di altezza, ed 8 di diametro e formata d'un sul blocco di granito rosso egizio, ne venne da Clemente XI nel i 1705 ordinato lo sterro, e si pensò a collocarla sulla vicina piazza. L'architetto cav. Francesco Fontana nel diriggere l'operazione lasciò cadere la colonna, la quale in parte fu lesa. Si tolse intanto il piedistallo ornatissimo di scolture che venne restaurato dagli scultori Vincenzo Felici e Gius. Napolioni, e Benedetto XIV. con l'assistenza dell'architetto cav. Fuga lo fece trasportare nel centro della piazza avanti il Palazzo di Monte Citorio dove divisava quindi collocare la colonna. Ma ne venne impedito dalla lesione sofferta dalla colonna, ed essendo ivi rimasta abbandonata, Pio VI la fece togliere in pezzi e segare per far uso del marmo per accompagnare i pezzi mancanti dell'obelisco solare, che ora si osserva sulla detta piazza nel luogo dove era il piedistallo, il quale fece togliere e trasportare al Vaticano nel giardino pontificio. In quella base sono scolture relative all'Apoteosi di Antonino e Faustuna. Dalla seguente iscrizione rilevasi che Marco Aurelio e Lucio Vero Imperatori dedicarono questa colonna al loro padre: DIVO . ANTONINO . AVGVSTO . PIO . ANTONINVS . AVGVSTVS. ET . VERVS . AVGVSTVS . FILII . Quest'epigrafe è in un lato, nell'altro opposto è l'apoteosi rappresentata in un genio alato che solleva al cielo le due imperiali persone. Negli altri lati sono molti cavalieri armati indicanti il corteggio funebre, che accompagnava la cerimonia del rogo. Ora questa base è già collocata nei centro del giardino detto della Pigna, e le sculture verranno nuovamente restaurate dal cav. Gius. Fabris scultore Vicentino.

TEMPIO DI MARCO AURELIO.

- I maestosi avvanzi che si osservano nella Piazza di Pietra e formano parte del Moderno edificio della Dogana di Terra riconosconsi generalmente per un lato dei tempio dedicato all'Imp. Marco Aurelio divinizzato. Altri lo credono consacrato da Antonino a Marte, ed alcuni vogliono che non al tempio ma al famoso portico detto di Nettuno o degli Argonauti innalzate da Agrippa appartengano quelle colonne. La più ricevuta opinione però si è quelle, che il portico, detto degli Argonauti dalla famosa pittura che vi era con tal soggetto, fosse più verso il Pantheon e precisamente nel luogo dove ora nel Vicolo detto della Spada d'Orlando scorgonsi i resti delle grandi colonne di marmo caristio, che senza dubbio appartennero a quel portico ed una delle quali vedesi escire fuori sul piano della strada.

Sembra indubitato però per testimonianza degli storici, che quelle undici colonne appartengano al tempio eretto in onore di Marco Aurelio, e se qualche scrittori ed i regionarii lo chiamano di Antonino (Divi Antonini) ciò deriva perchè Marco Aurelio ancora ebbe il nome di Antonino, da non confondersi però col Pio. Anticamente le colonne erano 15, e benchè danneggiate dagl'incendii pur nondimeno conservano la loro bellezza. Esse sono di marmo bianco scanalate con capitelli corinti e la loro altezza è di piedi 41, ed il diametro di 4, 2. - Mirabile e il cornicione in marmo greco danneggiato dal tempo, e risarcito in stucco, per cui il volgo crede erroneamente che sia d'un solo pezzo. Nell'interno resta qualche piccolo avvanzo della cella con cassettoni ornati di stucchi. Fu Innocenzo XII., che con disegno del cav. Francesco Fontana fece ridurre ad uso di dogana per le merci di terra quest'edificio, e per adornare il prospetto prese il partito delle colonne antiche, lavoro compiuto nel 1695. - Sotto il pontifcato di Clemente XII. in uno scavo operato in questa piazza fu rinvenuto un angolo del cornicione del medesimo portico, gentilmente intagliato con teste di lione che servivano per lo scolo delle acque, e questo grosso frammento vedesi al presente collocato nel passaggio che dal Palazzo dei Conservatori conduce alla rocca Capitolina. La piazza poi prese il nome di Pietra dalla quantità grande di frammenti e massi di marmo di ogni grandezza che vi si vedevano ammonticchiati ne' secoli di mezzo provenienti da questo e dalli altri edifici annessi dedicali a Marco Aurelio. Poichè oltre il tempio sappiamo esser stato ivi prossimo il foro, e le belle basi scolpite a bassorilievo, rappresentanti le provincie del Romano Impero, da noi vedute al Campidoglio ed al Palazzo Odescalchi, e tre delle quali sono al Reale Museo Borbonico eli Napoli, decoravano a nostro credere quella piazza, in mezzo della quale era la colonna coclide simila alla Traiana eretta a Marco Aurelio imperatore dal Senato dopo le vittorie riportate sopra i Marcomanni, che si vede nella piazza da essa detta Colonna, e che fu da noi precedentemente descritta (p. 555.). Di queste sculture fa menzione Aurelio Vittore dicendo che ivi erano collocati i simulacri delle romane provincie (provinciarum memoriae). Altri edifici e tutti magnifici erano nei dintorni costruiti dagli Antonini, dei quali però a noi non rimangono vestigie.

ARCO DI SETTIMIO SEVERO.

- Alle falde del Campidoglio in capo al foro romano, si scorre il limoso arco eretto a Settimio Severo Imp. dal Senato e popolo circa l'a. 203 per il trionfo riportato per le guerre contro gli Arabi ed Adiabeni, dopo la disfatta di Pescennio Negro e Clodio Albino, che avevano tentato d'usurpare l'impero. Esso è dedicato a questo Imperatore ed a suoi due figliuoli Caracalla e Geta, i quali cumularono col padre loro l'onore dei trionfo. Anzi secondo gli storici non potendo egli per il male che soffriva alle giunture reggersi in piedi sul carro, permise che Caracalla in di lui luogo compisse la cerimonia passando sotto l'arco con la pompa trionfale.

Tutto il monumento è composto di marmo bianco greco detto salino senza opera di cemento alcuno, ed ha tre fornici, fra i quali quello di mezzo maggiore, e minori i laterali, i quali communicano con quello del centro per mezzo di altri piccoli piccoli archetti. Ogni faccia è decorata di quattro grandi colonnee d'ordine composito scanatale, ed al disopra degli archi sono alcuni bassorilievi rappresentanti i fatti della spedizione contro gli Arabi e gli Adiabeni. Tanto queste sculture che quelle di ornato, le quali servono di decorazione al monumento, sono guaste in gran parte, e di ciò vuolsi maggiormente accagionare la qualità del marmo, meno tenace e durevole alle ingiurie del tempo. Sull'attico è la grande iscrizione la quale indica la dedica dell arco: Essa è la seguente: IMP . CAES . LVCIO . SETTIMIO . M . FIL . SEVERO. PIO . PERTINACI . AVG . PATRI . PATRIAE . PARTHICO . ARABICO . ET. PARTITICO . ADIABENICO . PONTIF . MAXIMO . TRIBVNIC . POTEST . XI . IMP . XI . COS . III . PROCOS . ET . IMP . CAES . M . AVRELIO . L . FIL . ANTONINO . AVG . PIO . FELICI . TRIBUVNIC . POTEST . VI . COS . PROCOS . P . P . OPTIIMS . FORTISSIMISQVE . PRINCIPIBVS . OB . REPUBLICAM . RESTITVITAM . IMPERIVMQUE . POPVLI ROMANI . PROPAGATVR . INSIGNIBVS . VIRTVTIBVS . EORVM . DOMI . FORISQVE . S. P . Q . R .

La fine però della terza linea, e tutta la quarta vedesi nel marmo più bassa di molto, e come scolpita entro un solco, il che dà a conoscere che fu da Caracalla per odio contro l'ucciso fratello ordinata l'abrasione del suo nome dalla iscrizione, come trovasi fatto in quasi tutti i monumenti di quell'epoca dove era nominato, e che in luogo delle parole: optimis fortissimisque princibus, vi fossero le seguenti: ET . P . SEPTIMIO . L . S . GETAE . NOBILISSIMO . CAESARI . OB . etc.

Ornatissimo era l'arco di bronzi fra i quali sulla sommità era il carro o quadriga imperiale, sopra il quale erano le statue dei tre personaggi trionfanti. Ad ogni lato era un milite a cavallo ed uno a piedi. Molti vogliono che Caracalla e non Settimio Severo ne facesse la dedica.

ARCO DI SETTIMIO SEVERO AL FORO BOARIO.

- Appoggiato al lato destro della Basilica di S. Giorgio in Velabro vedesi ancora in uno stato di mediocre conservazione questo archetto dedicato dai banchieri, mercanti, e negozianti del Foro Boario a Settimio Severo, a sua moglie Giulia Pia, ed a suoi figliuoli Caracalla e Geta. La sua forma è quadrata, ed il vano dell'arco è di piedi 9. 7. di larghezza, sopra 18 di altezza. Tutte le sue parti sono sopracaricate d'ornati scolpiti in marmo bianco di cui è formato tutto il monumento, i bassorilievi però sono in gran parte danneggiati dal tempo. Nella fronte è scolpita l'iscrizione dove si vede abraso al solito il nome di Geta, e dice: Imp. Caes. L. Septimio. Severo. Pio. Pertinaci. Aug. Arabic. Adiabenic. Parthic. Max. Fortissimo. Felicissimo. Pontif. Max. Trib. Potest. XII. Imp. XI. Cos. III. Patri. Patriae. Et Imp. Caes. M. Aurelio. Antonino. Pio. Felici. Aug. Trib. Potest. VII. Cos. III. P. P. Procos. Fortissimo Felicissimoque. Principi Et. Juliae. Aug. Matri. Aug. N. Et. Castrorum. Et. Senatus. Et. Patriae. Et. Imp. Caes. M. Aurelii. Antonini. Pii. Felicis. Aug. Parthici. Maximi. Brittannici. Maximi. Argentarii. et. Negotiantes. Boarii. Huius. Loci. Qui. Invehent. Devoti. Numini. Eorum. Ad uno dei lati è un piccolo Ercole, e nell'altro che incassa nel portico della chiesa vicina esser vi deve un Bacco, divinità ambedue tutelari dell'Imp. Settimio e sua famiglia, frequentissime nelle sue monete. La volta interna dell'arco è adorna di rosoni il tutto di mediocre stile, ed indicante di già il principio della decadenza delle arti. Nell'interno sono due grandi bassorilievi in uno è effigiato l'Imp. Settimio con Giulia sua moglie in atto di sacrificare. A rimpetto lo stesso facevasi dalle figure dei due fratelli Caracalla e Geta, ma la figura di quest'ultimo è scarpellata e rasa nel marmo a contestare la nota sanguinosa inimicizia. Vi sono ancora dei fregi indicanti gli utensili sacri destinati ai sacrifizi, vari prigioni condotti dai Romani soldati, ed alcuni bovi condotti al mercato, a denotare il mestiere di alcuni dei negoziatori che avevano eretto l'arco. Il quale fu dedicato principalmente, non dagli argentieri come alcuni falsamente supposero, ma dagli argentarii, cioè dai banchieri, o cambiatori di moneta dal vicino foro boario. Infatti quest'arco fu detto negli scorsi secoli, e chiamasi tuttora volgarmente l'arco degli argentari.

Terme di Diocleziano

Thermes de Diocletien.

Circo di Massenzio

Cirque de Maxence.

TERME ANTONINIANE.

- Furono queste terme con eccessivo lusso edificate dall'Imp. Antonino Caracalla, ed i suoi successori Eliogabalo ed Alessandro Severo vi aggiunsero i portici esterni che formavano il recinto. La ricchezza di questi sontuosi edifici viene contestata dagli oggetti nobilissimi che vi furono rinvenuti in ogni tempo ed in particolare sotto il pontificato di Paolo III. Farnese. Poichè senza parlare della grande quantità di colonne estratte da queste terme, e che quindi passarono ad adornare molte chiese e basiliche, nè delle molte medaglie, camei, urne e bagnarole di granito, di basalte ed altri lavori d'arte; basti il ricordare come furono qui rinvenuti il famoso simulacro colossale dell'Ercole di Glicone ed il gruppo del Toro detti Farnesiani, la Flora, e tante altre insigni statue in marmo, che ora formano il più bel pregio dei Real Museo Borbonico di Napoli. L'ultima colonna che era superstite di questo ricco edificio fu tolta dal Duca Cosimo I. e trasportata in Firenze venne eretta sulla piazza di S. Trinità.

Consistevano queste terme in un vasto recitato di portici, essedre e botteghe, che cingeva i principali edifici da essi costruiti fra il Celio e l'Aventino. Le terme poi componevansi d'immensi saloni, di cortili, di palestre, di luoghi atti alla ginnastica, e di una quantità tale di locali da bagno, che se non errano gli storici, vi si potevano lavare simultaneamente 2300 persone.

Della bellezza di queste terme fa fede Sparziano che le chiama opera egregia (opus egregium) fra le altre magnificenze dell'arte che vi erano annovera la famosa cella soleare. La quale dal Archeologo Guattani fu riconosciuta in una sala così detta, perchè la sua volta era piana, sostenuta da una trabeazione a graticcia di metallo, di sì vasta dimensione, che formava la meraviglia di ognuno. Nel visitare gli avvanzi di queste terme, che in parte sono in custodia del Seminario Romano, si scorge la forma di questo rinnomata cella detta soleare, perchè quella concamerazione di bronzo somigliava l'intrecciatura dei lacciuoli che assicurano le solee o scarpe alla gamba. Altri poi leggendo leggendo cellam soliarem, e non solearem nel passo di Sparziano argomentano derivare questo titolo dal solium, ossia bagno grande.

Mostransi ancora due grandi absidi o emicicli, che facevano capo a due corti eguali addette alla palestra ed agili eserciti ginnastici. In queste essedre furono negli scorsi anni dal colto gentiluomo Vicentino Conte Egidio di Velo rinvenuti i grandi pavimenti di bel mosaico a colori, rappresentanti in molti riquadri le figure dei più rinomati atleti, e giuocatori dell'epoca, vincitori dei premi, e perciò molti coronati, con i loro nomi scritti nello stesso musaico. Questi belli avvanzi vennero per cura del Governo diligentemente ricoperti, e poscia ora ai veggono collocati nel pavimento della grande sala del Pontificio Palazzo Lateranense, e può reputarsi per la vastità il primo musaico antico che si conosca.

La vastità di queste terme può ben comprendersi dalla loro dimensione. Poichè i portici esterni che le cingevano misuravano 1050 piedi per ogni lato, e l'edificio interno, che era quadrilungo, misurava 690 piedi di lunghezza. Tutto l'edificio poi era di due piani, de' quali il superiore era il più ricco, e frà le altre ricchezze notano i storici che vi erano 1600 sedili di marmo. Ora di queste magnifiche terme non rimangono che pochi muri i quali hanno dato campo agli architetti di misurarne le parti, per riconoscerne la configurazione.

ARCO DI GALLIENO.

- Circa l'A. 260 di Cristo un tal Mario Aurelio Vittore di cui la storia non parla, eresse un arco in onore di Gallieno Imp. e di sua moglie Salonina. Esso esiste tuttora presso la chiesa de' SS. Vito e Modesto sull'Esquilino, ed è ha un solo fornice tutto costruito di travertino, ed ha molta solidità. È decorato di semplici pilastri corintii, e la seguente iscrizione che si legge sull'architrave ne spiega la dedica: GALLIENO . CLEMENTISSIMO . PRINCIPI . CVIVS . INVICTA . VIRTVS . SOLA . PIETATE . SVPERATA . EST . ET . SALONINAE . SANCTISSIMAE . AVG . AVRELIVS . VICTOR . DEDICATISSIMVS . NVMINI . MAIESTATIQVE . EORVM .

Nel centro dell'arco sino all'A. 1825 fu una catena di ferro alla quale una volta pendevano le chiavi della porta di Viterbo detta Salsicchia. Il Senato Romano ve la fece porre a memoria e trofeo della vittoria riportata contro quella città allorchè si ribellò nel 1225 alla sua autorità, e fu di nuovo soggiogata. Vi è opinione frà alcuni scrittori che quelle chiavi fossero dell'antico Tuscolo città anteriore alla moderna Frascati, in memoria delta vittoria riportata contro essa città dal Senato Romano sotto Onorio V. nel 1191: la prima opinione però è la più ricevuta.

TEMPIO DEL SOLE.

- Nel giardino del Palazzo Colonna scorgonsi le superbe rovine di questo tempio edificato da Aureliano. Credettero alcuni riconoscervi gli avvanzi del tempio della Salute riedificato da Claudio, altri vi suppose la casa dei Corneli, altri il Senatulo costruito dal pazzo Elagabolo per le donne, altri infine un avvanzo delle terme di Costantino, ed altri un Serapeo ossia un tempio al Sole-Serapide. Il tempio della Salute non era però in questa località ma sulla sommità del colle detto Salutare (V. P. I.); la costruzione poi che rimane non concorda con una casa, nè con un senato, o sala per le adunanze muliebri, e la sua forma non può disgiungersi dall'idea d'un tempio.

È pur vero però che a' tempi d'Aureliano le arti cominciavano a decadere, ma pure osservando gli antichi avvanzi degli edifici sontuosissimi di Palmira, non si potrà dubitare più tanto della probabilità che quell'avvanzo magnifico di frontone fosse del tempio del Sole, che sappiamo avere Aureliano edificato su questo colle. Inoltre può dubitarsi ancora che quel tempio venisse ornato con marmi tolti da altri edifici, costume di già in uso in Roma in quell'epoca, nella quale il capriccio e la fretta prevalevano nell'edificare, e spesso facevasi uso non solo dei marmi e dei materiali, ma convertivansi ad altro uso gl'intieri edificii. Dal conoscere pertanto che una parte ora distrutta di quest'edificio chiamavasi ne' secoli di mezzo Torre di Mesa, argomento esservi stata forse tradizione che ivi esistesse realmente il Senatulo per le donne eretto da Elagabalo e dedicato a sua avola Giulia Mesa e che Aureliano si servisse di quell'edificio per costruirvi il tempio al Sole, quali cose però vogliamo abbiano il peso di mera congettura. - Da questo tempio che rivolgeva la fronte verso il basso del colle ai scendeva nella sottoposta pianura per una sontuosa scala.

TERME DI DIOCLEZIANO.

- Frà gli edifici dell'epoca imperiale, questo è quello di cui ci rimangano maggiori vestigie. Immensa era l'estensione di queste terme, ed erano del pari sontuose e magnifiche. Esse furono erette dagli Imperatori Diocleziano e Massimiano ed avevano 1,200 passi di circuito cioè più esattamente 1069 piedi di lunghezza, altrettanto di larghezza, e 4276 circuito. Erano di forma quadrata, e vuolsi che cullassero la fatica di sette anni a 40,000 operai, la maggior parte cristiani. Avevano attorno un recinto edificato ad uso non solo di precinzione ma eziandio di commodo, ed a vari usi, e nel centro eranvi gli edifici grandi tutti nobilissimi. Può considerarsi la vastità di queste terme riflettendo che la chiesa di S. Bernardo (p. 311) era uno dei calidari o sferisteri angolari, di cui il compagno si osserva incontro la gran parta della Villa Negroni oggi Massimo sul principio della Via Strozzi. Giungeva quindi il recinto sino alla Via del Maccao, e per quella andava alla Via di Porta Pia, per di là tornare alla Piazza di Termini. Frà i due calidari suddetti eravi una grande essedra o emiciclo guernito di scalinata dalla quale probabilmente potevansi osservare i giuochi ginnastici, che si facevano nella piazza interna. - Il corpo principale dell'edificio scorgesi nella chiesa di S. Maria degl'Angeli (p. 258), nel vicino monistero dei PP. Certosini, e nelle fabbriche della Camera, che furono un tempo ad uso di granai, ora sono convertili ad uso della Pia Casa d'Industria. L'ingresso della chiesa suddetta era quello del palazzo delle terme, il primo corpo rotondo serviva di vestibolo alla grande pinacoteca o sala magnifica adorna di colonne di granito sienile di straordinaria mole, la quale fu così ridotta ad uso di chiesa dal Buonaroti, e quindi risarcita dall'architetto Vanvitelli. Nel parlare della chiesa vedemmo come anticamente il suo piano fosse più basso.

In queste terme oltre il commodo del bagno per sopra 3,200 persone eranvi i lunghi addetti allo studio, poichè come vedemmo Probo vi trasportò la biblioteca che era annessa alla basilica Ulpia. Eranvi i natatoii ed i locali destinati alle varie scuole di giunastica, all'armeggiare, alla musica ed all'equitazione, oltre una quantità di portici, e sale magnifiche. Da una iscrizione antica che ora più non esiste, ma che gli scrittori ebbero cura di registrare, si apprende che la dedica di queste Terme fu fatta da Costanzo detto Cloro, e da Massimiano Galerio Cesari, che Diocleziano aveva associati all'impero, e ciò sarà avvenuta mentre egli era occupato nelle molteplici guerre che in quel tempo laceravano dovunque il Romano impero, e ne preparavano la caduta, anzi vuolsi generalmente che la dedicazione venisse fatta l'a. 303. Singolarissimi sono i disegni di queste terme fatti dall'architetto fiammingo Sebastiano D'Oya, ed incisi dal pitture Girol. Coke, pubblicati in Anversa nel 1558 da Antonio Perrenot vescovo di Arras.

Prima di andare più oltre ed internarsi ad osservare gli edifici del tempo della decadenza fà d'uopo considerare brevemente gli avvanzi di quei monumenti dell'epoca imperiale, incerti d'autore, di destinazione o di tempo.

EDIFICI INCERTI.

TEMPIO DI ERCOLE VINCITORE.

- Così molti chiamano questo tempietto che poco lungi dalla sponda sinistra del Tevere si scorge quasi intatto sulla piazza della Bocca della Verità. Altri lo dissero il tempio di Vesta, finchè fu trovata erronea questa opinione essendo il sacrario di quella Dea presso il foro, e sotto al Palatino. Dalle parole di Publio Vittore il quale enumera nella regione VIII due tempj ad Ercole Vincitore uno dei quali presso il foro Boario piccolo e rotondo, parve ad alcuni che questo possa essere quello indicato. Comunque queste opinioni vadano soggette a non lievi controversie, noi però non ci staremo dall'asserire esser questo tempro uno degli edifici antichi più ragguardevoli per l'eleganza della costruzione che lo dimostra dei migliori tempi imperiali, e per la conservazione sua. Poichè sorge il tempio di forma perittera sopra un basamento sul quale gira un portico di 20 colonne di marmo bianco scanalate, di ordine corintio. Tutto il portico gira 156 piedi, e le colonne hanno 3 piedi di diametro e 52 d'altezza col capitello e la base. Il muro della cella è tutto rivestito all'esterno di massi di marmo bianco, ben tagliati e connessi. Tutto l'edificio è in ottimo stato di conservazione poichè non vi manca che l'intavolamento ed una sola delle 20 colonne. Le quali nella rosetta del capitello avendo una pigna, alcuni da ciò derivarono sempre più doversi credere appartenuto il tempio a Vesta, che al par di Cibele aveva quel frutto per simbolo. Fu già veduto disopra come questo tempi i fosse ridotto a chiesa e dedicato a S. Maria del Sole (v. p. 425.), qual titolo fece credere ad alcuni che al Sole potesse essere dedicato quest'edificio. In tempo dell'amministrazione Francese furono demoliti i muri che chiudevano gli intercolunii, e così ora resta più vaga la vista di questo bel monumento. Il quale dall'Accademia d'Archeologia fu tolto ad impresa, col motto: In apricum proferet alludendo al ben divisato sgombramento, ed alle ricerche che si fanno da quella dotta società.

TEMPIO DI APOLLO.

- Nel cortile del convento annesso alla Chiesa di S. Niccola a Cesarini, (vedi pag. 372.) veggonsi in piedi alcune mezze colonne ioniche scanalate di pietra indigena, le quali avendo forse sofferto in qualche incendio, vennero poscia ricoperte di stucco o signino. Credono alcuni che possano essere appartenute ad un tempio d'Apollo, che era presso il Circo Flamminio, ma non vi è su di ciò probabilità alcuna, e questi avvanzi meritano d'essere annoverati fra gli incerti.

TEMPIO DI ROMOLO E REMO.

- La odierna chiesa de' SS. Cosma e Damiano al Foro Romano altro non è che un antico tempio il quale per antica tradizione dicesi dedicato a Romolo ed a Remo, e ad ambedue congiuntamente. Non avendosi nozioni più positive, seguita tuttora a darsi tal nome concordemente a questo edificio, il quale ha avanti un corpo rotondo, che precede una costruzione quadrata entro la quale fu eretta la chiesa nel IV. secolo. Ignorasi quale sia l'epoca precisa della primitiva costruzione, e vuolsi da alcuni, che sia stato ricostruito o ristaurato questo tempio verso l'epoca di Costantino. Ciò che forse rende più probabile la sua destinazione si è che quivi come vedemmo di sopra (vedi pag. 524.) fu trovata la pianta della città di Roma delineata in marmo, che ora esiste sulle pareti delle scale del Museo Capitolino, pianta che avendo l'epoca di Settimio Severo può dar lume intorno all'epoca dell'edificio, se al più non voglia con alcuni credersi qui trasportata all'epoca Costantiniana da altro luogo. È da supporsi che la riverenza per i fondatori della città facesse rispettare dai barbari questo tempio, e non fosse perciò totalmente distrutto, ciò che mostra l'antica porta di bronzo che vuolsi sia la stessa antica, benchè altri la creda provenire da Perugia. Della chiesa v. pag. 262.

SCHOLA CASSII.

- L'edificio antico di cui restano alcune colonne al loro luogo entro la basilica di S. Maria in Cosmedin, viene ora detto da molti la Scuola di Cassio, e si crede esser stato un edificio preceduto ad un portico eretto da un personaggio di tal nome, da uso di scuola pubblica. Alcuni vollero che gli avvanzi appartenessero al tempio della Pudicizia Patrizia, altri a quello della Fortuna o di Matuta, ed altri finalmente a quello di Cerere e di Proserpina. Tutte queste opinioni però sono dubbie poichè non si ha certezza del vero nome e destinazione del monumento. Soltanto può dirsi che la configurazione di quegli avvanzi li fa credere appartenuti piuttosto ad un portico che ad un tempio, e siccome ivi fu poi una scuola di lettere greche dove vuolsi che S. Agostino insegnasse rettorica, qual luogo fece dire il nome di S. Maria in Scuola Graeca alla chiesa attuale, così può congetturarsi che ivi rimanesse sempre una scuola, la quale cambiasse soltanto di denominazione.

Restano ancora eli avvanzi di parte della costruzione, fabbricata a grandi massi di travertini, ed otto colonne del peristilio, cinque delle quali sono nella parte inferiore della chiesa all'intorno, due a sinistra entrando, e due altre nella sagristia. Sono esse di marmo bianco scanalate d'ordine composito, con capitelli di finissimo intaglio, ed hanno 7 piedi di circonferenza. Il buon gusto di questi marmi e le belle proporzioni fanno decidere a credere l'edificio dell'epoca imperiale.

CASTELLO DELL'ACQUA GIULIA.

- Sulla piazza avanti la chiesa di S. Eusebio all'Esquilino scorgesi un antico avvanzo di monumento, il quale viene generalmente riconosciuto per un castello, ossia una gran fontana. Siccome poi sino al tempo di Sisto V. vi erano sotto ai due archetti laterali collocati i due trofei scolpiti in marmo, che ora sono sul parapetto della Piazza di Campidoglio, ed appartennero in origine al Foro di Traiano, così sapendosi che nei dintorni furono i così detti Trofei di Mario ad esso eretti per la vittoria dei Cimbri, atterrati da Silla e rialzati da Cesare, si suppose dagli archeologi antichi che quel monumento e quei trofei fossero quelli di Mario. Infatti la contrada prossima aveva il nome di Vico Cimbro; ma ciò nulla aggiunge alla congettura che quei trofei fossero scolpiti per la vittoria di Mario. Poichè osservandone attentamente la scoltura, i più dotti archeologi rimasero persuasi che quei marmi fossero scolpiti sotto l'impero di Traiano, mentre le armi ivi effigiate sono dei Daci, e non dei Cimbri o dei Teutoni di cui trionfò Mario. Nel parlare degli Edifici di Traiano, vedemmo di sopra come sia probabile opinione che quei marmi decorassero i due monumenti delle Legioni Valeria ed Apollinare, che erano collocti sulla fronte esterna della Basilica Ulpia, come poi passassero a decorare il suddetto castello è difficile indovinare.

E quel castello o fontana viene rettamente giudicato per esser stato costruito per l'acqua Giulia, e non altra, giacchè questa sola ha il livello corrispondente a questo edificio. Resta però sempre incerta l'epoca della costruzione del castello o fontana, e della collocazione dei due trofei sopraindicati.

TEMPIO DI MINERVA MEDICA.

- Un antico edificio esiste entro una vigna situata fra la via che conduce alla porta maggiore e quella che mena a S. Croce in Gerusalemme. Sino dai secoli di mezzo fu denominato dai volgo le Gallucce e quindi si disse ancora il tempio di Minerva Medica che i regionari collocano in queste vicinanze. Dalla prima denominazione delle Gallucce alcuni desunsero la probabilità che fosse la basilica e portico di Caio e Lucio, ma non vi è ragione per certificarlo se non se la probabilità che il volgo da Caio e Lucio abbia formata la corrotta voce di Gallucce. Vi fu ancora chi suppose che questa gran sala rotonda fosse destinata alle consulte dei medici, cioè alle adunanze d'una specie di Collegio Medico eretto sotto la tutela di Minerva Medica; ma anche per questa opinione non vi sono prove per asserirla mentre si appoggia soltanto al ritrovamento ivi fatto d'una statua d'Esculapio. Recentemente il Prof. Nibby propose di credere quest'edificio appartenuto agl'orti Liciniani, che quivi egli colloca, e che in realtà non fosse che un magnifico salone per trattenimento.

L'edificio consiste in una grande rotonda, la maggiore che vi sia dopo il Pantheon, divisa in dieci facce in ciascuna delle quali è una edicola sfondata, fuorchè nella parte o faccia dove è l'ingresso. La sua intera circonferenza è di 330 palmi e negli scorsi anni ha perduta una parte di volta che ora viene sostenuta da travi di legno. Vicino a questi imponenti avvanzi sotto i resti dei sepolcri della famiglia Arrunzia cioè dei liberti di Lucio Arrunzio dove sono da osservarsi alcune urnette e stucchi.

ANFITEATRO CASTRENSE.

- Così viene chiamato dai Regionari questo, anfiteatro, che dal nome si può dedurre essere stato destinato agli spettacoli, che davanti dai soldati Pretoriani, potentissima milizia sotto l'Impero. Gli avvanzi di questa fabbrica veggonsi nel tratto di mura fra le porte Maggiore e di S. Giovanni, parte al di fuori e parte al di dentro in una vigna, poichè nel recinto delle mura edificate da Aureliano vi fu incluso.

Nello scorso secolo vi furono fatti degli scavi e nei sotterranei dell'interno furono rinvenute molte ossa di fiere, delle quali buon numero saranno state uccise in quegli spettacoli. Alcuni poi, senza fondamento di ragione, ne vollero dedurre che fosse destinato ad esercitare i soldati a combattere contro le bestie feroci, genere di combattimento che i Romani lasciavano alla classe vilissima dei gladiatori, ed altri si persuasero che la nobilissima milizia dei pretoriani, fosse destinata a custodire il vivaio delle bestie feroci, che servir dovevano per l'uso di questo e degli anfiteatri.

Incerto è l'autore di questo anfiteatro, tutto d'opera laterizia, con un ordine di colonne corintie, e solo può dirsi che fu certo anteriore al Flavio. Il basamento è di travertini, e sopra al suddetto ordine doveva esservi un ordine di pilastri. Il suo maggior diametro è di circa 90 metri.

SEGUITO DELL'EPOCA IMPERIALE

ARCO DI COSTANTINO.

- Questo magnifica monumento fu eretto dal Senato e Popolo Romano in onore di Costantino Imp. l'anno 326. dopo le vittorie famose riportate sopra Massenzio al Ponte Milvio e sopra Licinio.

Le scolture però che in gran parte bellissime adornano quest'arco, furono tolte all'arco di Traiano. Infatti in esse trovansi espressi i fatti di Traiano nella guerra contro Decebalo Re dei Daci, Partomaspate Re dei Parti, e Partomasiris re di Armenia. Gli altri bassorilievi più piccoli che formano le fasce sono dell'epoca Costantiniana, meno due che vengono dall'arco di Gordiano come può rilevarsi dallo stile rozzo, e già incaminato alla decadenza. Questo accozzamento fece dare meritamente da Milizia a quest'arco il titolo della Cornacchia d'Esopo.

L'Arco ha tre fornici come gli altri, il suo ordine è corintio, e le linee architettoniche sono eccellenti, poichè sono fatte a similitudine di quelle degli archi preesistenti. Da un lato ha quattro colonne di giallo antico, tre ne ha nell'altro, e queste colonne sostengono l'intavolamento tutto di marmo come il resto del monumento. Sopra le colonne sorgono i pilastri ed al di sopra di questi in tanti piedistalli sono statue dei Re prigionieri, ai quali Lorenzino de Medici furtivamente tolse le teste recandole a Firenze e Clemente XII. le fece rifare dallo scultore Pietro Bracci, sotto la direzione del Marchese Capponi, il quale fece ancora un prigioniero in marmo bianco, mentre gli altri sette che appartenevano all'Arco di Traiano sono in marmo paonazzetto. La parte superiore dell'arco ha nell'attico una camera, ed al disopra era la quadriga imperiale in bronzo, ed altri ornati tolti nelle devastazioni e saccheggi che la città ha sofferto. L'iscrizione che è ripetuta sulle due faccie dell'arco è la seguente: OIMP . CAES . FL . COSTANTINO . MAXIMO . P . F . AVGVSTO . S . P . Q . QVOD . INSTINCTV . DIVINITATIS . MENTIS . MAGNITUDINE . CVM EXERCITV . SVO . TAM . DE . TYRANNO . QUAM . DE . OMNI . EIVS . FACTIONE . VNO . TEMPORE . IVSTIS . REMPVBLICAM . VLTVS . EST . ARMIS . ARCVM . TRIVMPHIS . INSIGNEM . DICAVIT . Vuolsi da alcuni che invece delle parole Quod instinctu Divinitatis, vi fossero originalmente queste Quod diis faventibus, e che quelle fossero supplite dopo, quando Costantino fece pubblica professione della Religione Cristiana: e ciò sembra dedotto dal vedere il marmo in quella linea più basso. Sopra gli archetti laterali sul fregio si legge VOTIS . X. e VOTIS. XX. a denotare i voti che di dieci in dieci anni celebrava il Senato per la salute dell'Imperatore. Nella volta dove nei lati è l'immagine di Costantino, è scolpito da un lato LIBERATORI . VRBIS, dall'altro FVNDATORI . QVIETIS .

Quest'arco era in gran parte interrito, e fu Pio VII. che nel 1804 ne fece fare l'intero discoprimento e lo circondò d'un muro circolare. Negli scavi posteriori, che si pratticano tuttora, venne demolito questo muro e tolta tutta la terra all'intorno, vedesi ora l'Arco isolato e reso alla sua primiera situazione passandovi al disotto la strada che conduce a S. Gregorio. È quest'arco pregievolissimo se si considerino le belle scolture del tempo di Traiano, l'indizio certo della decadenza delle arti sotto Costantino, ed esser questo il primo monumento del primo Imperatore cristiano.

COLONNA DI FOCA.

- Questa colonna onoraria che mirasi eretta nel Foro Romano, e la di cui vera destinazione devesi agli scavi fatti fare nel 1813 dall'Amministrazione francese, e quindi proseguiti dalla Duchessa di Devonshire nel 1816, è un monumento perenne della fallacia degli studi archeologici allorchè essi non sono basati sulle ricerche esatte e precise, e della certezza loro quando tutte le più scrupolose indagini vengono praticate. Poichè questa colonna fu sempre in piedi, e gli antiquari sino a quell'epoca variarono sempre di opinione, credendola alcuni appartenuta al Comizio, altri alla Curia, altri al tempio di Giove Statore, altri al ponte di Caligola, ec.

Niuno però si era dato e riflettere l'altezza della sua collocazione, superiore di molto al piano degli altri circonvicini edifici, nè ad alcuno venne in mente di scavare il terreno a pochi palmi per conoscerne il piantato. Ciò che fu fatto in quell'anno, e fu allora conosciuto che la colonna posava sopra un'altissima base dove è scolpita l'iscrizione di dedica, e questa base è collocata sopra una gradinata altissima di undici gradini.

Svanita allora ogni incertezza sulla destinazione del monumento si conobbe esser quella una colonna scanalata di marmo, con base e capitello corintio de' migliori tempi dell'architettura la quale fu impiegata nell'anno 608 dell'era volgare a monumento onorario, innalzato da Smaragdo Esarca d'Italia in onore dell'Imperatore Foca. Il suo diametro è di piedi 4, pollici 2, il piedistallo ne misura 19. 11 di altezza. Dall'iscrizione si apprende come al disopra era collocata la statua dorata in bronzo dell'imperatore. La quale nella sua caduta dal trono sarà stata tolta, come fu raso dall'iscrizione il di lui nome, che vi venne scolpito di nuovo all'epoca dell'ultima discoperta. Ed allora il dotto Filippo Aurelio Visconti diede un'esatta illustrazione di questo monumento, cui aggiunse le incisioni il valente bulino di Vincenzo Feoli.

APPENDICE ALL'EPOCA IMPERIALE

TEMPIO DI GIANO.

- Nel mese di Marzo 1834 nel praticarsi nuove escavazioni nei contorni dell'Arco di Settimio Severo si è rinvenuto il piantato del piccolo tempio di Giano famoso nella Romana Storia. Sappiamo che nel recinto di Servio non vi fu altro tempio di Giano che questo eretto da Romolo dopo l'alleanza con i Sabini. Perciò ad indicare questa concordia stabilita fra i due popoli venne rappresentato Giano con due faccie, una rivolta all'oriente l'altra al tramonto del Sole. La sua forma ci viene descritta da Procopio, che narra esser stato ancora intatto in tempo della guerra Gotica.

Esso era di forma quadrata piccolissimo e tutto rivestito di bronzo al disopra ed all'intorno e con entro la statua dei nume di bronzo alla soli cinque cubiti. Eranvi le porte ancor esse di bronzo e queste tenevansi soltanto aperte in tempo di guerra, e chiudevansi in tempo di pace. Avanti alla piccola edicola o tempietto era l'ara, sicome ricorda il noto verso di Ovidio. nel libro primo dei Fasti.

Ara mihi posita est, parvo coniuncta sacello.

Ora si è trovato il piantato di questo piccolo tempietto, con avanti il pozzo sacro sottoposto all'ara dove il sangue delle vittime, e le ossa riponevansi. Nelle medaglie di Nerone e di qualche altro Imperatore trovasi la vera forma esterna del tempio, intorno al quale scrissero varii, fra i quali Stefano Piale, e poco dopo la ultima discoperta ne scrisse Girolamo Amati, qual lavoro fu l'ultima delle sue letterarie fatiche.

SEZ. QUARTA. - EPOCA QUARTA.

Monumenti dell'Epoca dei Papi.

Gli edifici di quest'epoca cioè del principio della dominazione pontificale sino al Secolo XV sono i più difficili a rintracciarsi, per la loro scarsezza, perchè molti cangiati d'uso, e rifatti sotto differenti forme. La religione fu la prima ad avere edifici più o meno sontuosi secondo l'epoca e lo stato delle arti, e per la pietà dei primi Imperatori cristiani si viddero sorgere le basiliche Vaticana, Ostiense, Sessoriana, Eudossiana, Costantiniana, ed altre molte delle quali però al presente non rimangono che poche traccie, da che col risorgimento delle arti hanno tutte cangiato d'aspetto prendendo nuove forme più magnifiche e belle, mentre le prime erano più venerande per la semplicità loro. Noi nel descrivere nella Sez. Prima della Seconda parte di questa Guida tutte le chiese, abbiamo accennate le parti che rimanevano delle costruzioni di quest'epoca, nè potremo ora tornare sulle stesso argomento. In quanto alle fabbriche civili esse son ben poche, ed ancor queste hanno subito nel decorso dei tempi variazioni tali da non rimanerne neppure le traccie. Indicheremo pertanto quelli pochi resti che sopravvanzarono alle incursioni, ai saccheggi, alle guerre interne, ed ai posteriori cangiamenti avvenuti a mano a mano che la città si è andata abbellendo.

TORRE DELLE MILIZIE.

- Così viene volgarmente chiamati questa torre gigantesca, che si trova inclusa entro il monastero di S. Caterina da Siena (p. 353) al monte Magnanapoli, cioè sulla punta meridionale del colle Quirinale. Essa si eleva ad una grande altezza, ed è di ottima costruzione. Gli archeologi degli scorsi tempi supposero che quella torre fosse stata edificata da Trajano ed assegnata a stanza delle truppe che erano a guardia del vicino foro e degli altri edifici da esso costruiti. Questa supposizione viene ora generalmente rigettata dall'osservarsi il genere di costruzione diversa dall'antica, e dal sapersi, che questa torre fu eretta sul principio del XIII secolo, cioè verso l'anno 1210 da un tal Pandolfo della Suburra Senatore di Roma. Altri poi hanno voluto crederla opera d'un secolo dopo cioè di Bonifacio VIII. La sua forma dimostra esser stata edificata soltanto in occasione delle guerre civili, e delle discordie intestine che tenevano in quei secoli agitata la città di Roma.

TORRE DE' CONTI.

- Il Pontefice Niccolò I. della Famiglia de' Conti edificò questa torre circa l'anno 858. e la sua costruzione mista di selci e mattoni ne dimostra a sufficienza l'epoca. Innocenzo III. Papa della stessa famiglia, nel XIII. secolo la fece risarcire, e vi aggiunse altre fortificazioni con architettura di Marchionne XIII. architetto e sculture Aretino. Sembra che le prime costruzioni di questa specie di fortezza fossero fatte sopra gli avvanzi del tempio della Terra, presso il quale fu la casa di Pompeo il Grande. Ora non ne rimangono che meschini avvanzi, che seguitano però a dare la denominazione alla contrada di Torre de Conti. Di questa torre scrisse una dotta dissertazione nel 1725. Francesco Valesio.

CASA DI COLA DI RIENZO.

- Avanti la chiesa di S. Maria Egiziaca esiste una fabbrica di stravagante forma, formata di costruzione laterizia, e decorata di antichi marmi intagliati, posti alla rinfusa e senza gusto. Il basso popolo fu solito chiamarla la Casa di Pilato. Essa però appartenne senza dubbio al famoso Niccolò Gabrino figlio di Lorenzo, e perciò volgarmente detto Cola di Rienzo, il quale nel mezzo del XIV. secolo, essendo la sede apostolica in Avignone e la città lacerata da civili discordie, sognò di poter risuscitare la romana republica. Egli si fece chiamare Tribuno del Popolo, e dopo varie vicende morì ucciso dallo stesso popolo, che aveva eccitato a rivolta, alli 8 Settembre 1354. - Esso è celebre nella storia non meno per le sue quanto per l'amicizia che ebbe con lui Petrarca, il quale a lui diresse la celebre canzone: Spirto gentil, etc. Nell'architrave curvo d'una finestra si legge scolpito queslo verso latino, che alcuni dallo stile vollero reputare di Petrarca: Adsum Romanis grandis honor populis. L'edificio benchè composto di materiali così diversi, nondimeno attesta l'amore che quel tribuno portava per i marmi antichi di cui era raccoglitore. Tutto ciò si apprende dalla di lui vita, di cui una edizione recente resa pubblica dal Profes. Zeffirino Re è per le mani di tutti.

Si sà poi che la casa suddetta fu prima di Niccolò di Crescenzio capo di fazione nel IX secolo ed era fortificata gagliardemente. E perciò si volle che ad esso spetti la più lunga iscrizione che principia: Non fuit ignarus cujus domus haec Nicolaus: e le sigle che sono all'intorno diconsi appartenenti invece a Cola di Rienzo. Su di ciò saria a vedersi quanto ne scrisse il Pad. Gabrini che pretendeva discendere dalla famiglia del Tribuno, e che scrisse due opuscoli su tal materia.

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Data: 1834 (edited 22 Ottobre 2004)  Autore: Giuseppe Melchiorri (edited Paolo Badalì).