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Deviando adunque nel luogo chiamato de' Pisciarelli a destra della via principale, si giunge dopo circa un miglio alla villa di Adriano Angusto già posseduta dal Conte Fede, ed oggi in gran parte di proprietà del Duca Braschi. La via è moderna, meno in qualche parte dove corrisponde all'antica, come dai poligoni di lava basaltina si riconosce.

Pianta della Villa Tiburtina d'Adriano Augusto tratta da quella di G. B. Piranesi.

Plan de la Ville Tiburtine de l'Empereur Adrien tirèe de celle de G. B. Piranesi.
L'Imperadore Adriano dopo avere scorso più volte le provincie del suo Impero, e specialmente la Grecia, e l'Egitto, volle riunire insieme in una villa presso Roma, alle ultime falde de' monti Tiburtini, tutto ciò, che di più bello avea veduto ne' suoi viaggi, e che avea colpito più la sua immaginazione. In conseguenza egli raccolse in questa villa dentro un circuito di circa dieci miglia, il Liceo, l'Accademia, il Pritaneo, ed il Pecile di Atene, il Canopo di Egitto, la valle di Tempe della Tessaglia, e tutto ciò, che poteva servire a rallegrare lo spirito, esercitare il corpo, e a renderla una dimora degna di un Romano Augusto: quindi oltre ciò vi aggiunse un palazzo Imperiale vastissimo, immense fabbriche per alloggiarvi i soldati della sua guardia; teatri, biblioteche, terme, tempj, e perfino vi volle rappresentare i luoghi della vita futura secondo la descrizione de' poeti, cioè i fiumi infernali, il Tartaro, e gli Elisj. Sparziano, che è il solo scrittore antico, il quale ne parli con qualche precisione, così si esprime al capo XXIII. della vita di questo Augusto: Tiburtinam villam mire exaedificavit, ita ut in ea, et provinciarum, et locorum celeberrima nomina inscriberet: velut Lyceum, Academiam, Prytaneum, Canopum, Poecilen, Tempe vocaret. Et ut nihil praetermitteret etiam inferos finxit. A tutto ciò si devono aggiungere gli ornamenti, de' quali decorò questi stessi edificj, poichè oltre il suo genio per le arti, ne sono un testimonio le preziose scoperte ivi fatte in ogni epoca, e fra le sculture ci basterà notare l'Antinoo di villa Albani bassorilievo unico per la finezza del lavoro, la Flora, e l'Antinoo Egiziano del Museo Capitolino, i due Centauri dello stesso Museo, i due Fauni di rosso antico, uno al Campidoglio, l'altro al Vaticano, e tanti altri monumenti, che formano l'ornamento principale de' Musei Romani, e de' paesi stranieri. Delle pitture non possiamo averne idea, ma possiamo congetturare dai bei mosaici ivi trovati, che non la cedessero in pregio alle sculture, giacchè nella villa Adriana fu scoperto il celebre mosaico delle colombe esistente nel Museo Capitolino, e quello, che adorna la stanza del Fauno al Vaticano. Sembra pertanto, che l'Imperadore Adriano si fosse voluto formare per gli ultimi anni della sua vita una delizia, che gli richiamasse alla mente i viaggi da lui fatti, e le cose osservate nelle provincie più belle dell'Impero. Ivi infatti si ritirò allorchè volle riposarsi dalle fatiche, siccome apprendiamo da Aurelio Vittore nel ristretto della sua vita: deinde, uti solet, tranquillis rebus remissior, rus proprium Tibur secessit, permissa urbe Lucio Aelio Caesari: ipse uti beatis locupletibus mos, palatia extruere, curare epulas, signa, tabulas pictas; postremo omnia satis anxie prospicere quae luxus lasciviaeque essent. Ed ivi fu attaccato da quella malattia, che poi a Baja lo condusse al sepolcro. Morto Adriano, i suoi successori poco si curarono di questa delizia. Si dice, che Caracalla cominciasse a spogliarla de' monumenti più preziosi per adornare le sue Terme in Roma, ma non se ne ha alcuna testimonianza presso gli antichi scrittori, onde questo fatto quantunque sia probabile resta nella incertezza. Più verosimile è, che lo facesse Costantino, il quale spogliò Roma, le città di Italia, di Grecia, dell'Asia, e di Egitto, delle statue, e delle pitture più insigni per adornare la capitale nuovamente da lui edificata sul Bosforo. Dopo quella epoca la villa Adriana dovè soggiacere alle fortune di Roma, e dovè per conseguenza andare in rovina. Molto più soffrì ne' tempi luttuosi della guerra Gotica quando Totila assediò, e distrusse Tivoli, e quando di nuovo vi si fortificò come narra Procopio, giacchè la villa Adriana colla immensità degli edificj, che la formavano era di molto commodo per alloggiarvi i soldati nell'assedio: ed a quella epoca si era già posto in uso di fare man bassa de' monumenti antichi, e Totila in ciò superò tutti gli altri. Cessata quella guerra sopravvennero le scorrerie de' Longobardi, che più feroci ancora di tutti i barbari, che li aveano preceduti, ogni cosa posero a ferro, e a fuoco d'intorno a Roma, come di Astolfo loro Re racconta l'Anonimo Salernitano Chronic. cap. VI. Anzi una Cronaca manoscritta del secolo X., posseduta già dal Cardinale Garampi, afferma chiaramente, che questo Re con sei mila Longobardi salì in Campo Tiburtino, e forse anche egli si accampò nella villa Adriana. Le gare civili, che cessato il dominio de' Longombardi, afflissero tutta l'Italia, e specialmente le guerre fra Roma, e le città circonvicine, finirono di abbattere ciò, che si era salvato dal ferro de' barbari, onde non dee recar meraviglia, se oggi questa villa sia così deformata. Ed Antonio Del Re scrittore del secolo XVI. afferma, che a suo tempo, cioè quando già le arti erano risorte, continuavansi ad impiegare le statue, le colonne, ed i marmi di questa villa a far calce, barbarie, della quale senza le provvidenze del governo non sarebbe stato esente neppure il secolo, nel quale viviamo. Tuttavia ogni giorno per la vetustà, e per ridurre il terreno a coltivazione, si distruggono ruderi, e non è ben sicuro di ritrovare l'anno seguente ciò, che nell'anno precedente si vide. Malgrado però tutte queste rovine, malgrado tutte queste devastazioni, in ogni scavo, che si è fatto in questa villa, si sono rinvenuti, come si vede di sopra, oggetti di gran valore per l'arte; e le rovine stesse degli edificj presentano masse enormi, e pittoresche, e quantunque deformati, in alcuni si riconosce ancora la primitiva destinazione, onde riesce di sommo vantaggio, e diletto il visitarli.
Incominciando il giro di queste rovine, appena entrati si giunge ad un teatro perfettamente conservato, del quale si riconoscono i gradini, la scena, e l'ambulacro, che ricorreva intorno ai gradini. Questo di dietro era addossato al colle, che gli sovrasta, una parte del quale è stato espressamente tagliato. Quattro scale servivano per la comunicazione degli spettatori, e due per la scena; ma queste ultime sono affatto sparite, o forse se ne potranno rintracciare le vestigia scavando. Piranesi nella sua pianta lo ha dato per una Naumachia, avendolo per tale ristaurato, e vi ha immaginato sopra un tempio di Nettuno di pura sua idea. Sotto l'ambulacro si conserva un frammento di una statua colossale di Ercole di perfetta scultura. Verso occidente questo teatro era unito ad un grande edificio quadrilungo, che volgarmente chiamano l'Ippodromo. Questo edificio stesso verso mezzogiorno era adornato di un portico con nicchioni circolari, che serviva di sostruzione al colle, come si vede in molte fabbriche antiche di tal natura, e particolarmente agli orti Sallustiani sotto il Quirinale, al Pincio ec. Di questo non restano, che pochi avanzi presso l'angolo dove si univa al teatro, e qualche vestigio di muro nella parte, che guarda il teatro stesso, fuori della vigna, nella quale oggi è rinchiusa la maggior parte della villa Adriana. Circa l'uso di questa fabbrica, che non ha la più piccola apparenza di un Ippodromo, ce lo mostra Vitruvio, che vuole, che presso i teatri si edifichino de' portici coperti dove la gente si possa ritirare in caso di pioggia. Sovrastanti a questo gran cortile quadrato esistevano ai tempi del Ligorio un piccolo edifizio a croce greca formato da quattro nicchioni circolari, ed un altro edificio quadrato pure con un portico da un lato, del quale non può darsi conto non essendo ora più visibile.
Lasciato il teatro si traversano le rovine dela Palestra, oggi interrate, e ricoperte in gran parte di erba, e di arbusti, cosicchè sono rese quasi impraticabili, a meno di non correre rischio di cadere in qualche precipizio, o di essere morso dai rettili, di cui molto abbondano queste rovine. Piranesi ha dato di questa fabbrica una pianta esatta, dalla quale io ho ritratto la descrizione, che sottopongo. Le palestre erano edificj nella Grecia, che servivano per l'esercizio degli atleti, e per tutto ciò, che avea relazione coll'arte ginnastica. In Roma non furono questa sorte di edificj introdotti se non molto tardi, e furono riuniti alle Terme. Vitruvio, che vivea sotto Augusto, parlando delle palestre nel capo XI. del quinto libro dice a chiare note, che a suo tempo in Roma non se ne vedeva esempio, e perciò conviene dire, che non furono introdotte, se non dopo Vitruvio, forse da Nerone nelle sue Terme. Questa della villa Adriana corrisponde in generale alla palestra, che Vitruvio ci lasciò descritta. Vi si vedeva il peristilio scoperto attorniato da un portico semplice da tre lati, e doppio da quello verso il mezzogiorno, nel quale gli atleti combattevano al coperto dal sole, e dalla pioggia, e negli altri stavano gli spettatori; annesse al peristilio descritto erano le camere destinate ad ungersi, e a spargersi di polvere, chiamate con vocaboli greci Eleothesion, e Conisterion. A queste era contiguo il Xysto; le essedre decorate di eleganti stucchi, e pitture, delle quali alcune ancora possono osservarsi, sebbene rovinate dalla umidità; vi erano camere per i bagni, riconoscendosi ancora la forma, che dal vicino ruscello vi portava l'acqua; vi erano finalmente portici coperti, esistenti ancora in gran parte, i quali sostenevano un edificio superiore. Queste rovine, come tutte le altre della villa Adriana, sono di bellissima costruzione di opera laterizia, e reticolata.
Passata la palestra si veggono le rovine di un Ninfèo, sovrastante alle quali è edificato un casino moderno. Il Nifèo di dietro era addossato al poggio, che era retto da solide sostruzioni a nicchie. Di prospetto si vede ancora un muro lungo, che forse serviva ancora di sostruzione, ed una specie di nicchione nella estremità a destra decorato di tre piccole nicchie ai lati, ed una nicchia più grande in fondo, simile nella forma generale a quel Ninfèo conosciuto sotto il nome di Grotta della Ninfa Egeria. Questo nicchione era come l'estremità di un vasto semicircolo, del quale rimangono parecchie vestigia a sinistra, formato da un semplice muro con varie aperture. Nell'altra estremità di questo semicircolo però non si vedono indizj di un altro nicchione simile a questo, come sembra, che portasse la simmetria. In mezzo al semicircolo suddetto Piranesi suppone, che vi fosse un tempio rotondo di ordine dorico, al quale appartengono que' frammenti di colonne di marmo scanalate, che si veggono presso il casino. La scala di questo tempietto della quale si riconobbero gli avanzi era rivolta verso sud est, e di là per conseguenza era l'ingresso alla cella.
Salendo al casino moderno, e prendendo la via di prospetto, che corrisponde all'antica strada si giunge al Pecile. Come si vede di sopra, Adriano prese l'idea di questo edificio da uno simile, che esisteva in Atene, così chiamato per la varietà delle pitture di Polignoto, che decoravano le sue pareti, siccome apprendiamo da Pausania nelle cose Attiche al cap. 15. Le pitture, che ornavano in Atene il portico di questo nome rappresentavano alcuna delle imprese più segnalate degli Ateniesi, cioè la loro battaglia ad Oenoe contro i Lacedomonj; quella di Teseo contro le Amazzoni; la presa di Troja, il consiglio de' Re contro di Ajace, e la battaglia di Maratona; ivi pure si vedevano parecchi trofei, ed armi tolte ai nemici, ed alcune statue di bronzo, fra le quali quelle di Solone, e di Seleuco Capitano di Alessandro. Ho voluto estrarre questa notizie di Pausania, affinchè si possa meglio conoscere l'uso di questo edificio. Un muro altissimo nella direzione da oriente a occidente divideva il portico in due parti, e metteva quelli, che vi passeggiavano, al coperto dal sole in ogni ora del giorno. Questo esiste ancora pressochè intiero, e di bella costruzione laterizia, e reticolata. Sopra questo muro essere vi doveano le pitture eseguite dai migliori artisti del tempo; ma di queste non resta alcun vestigio, essendo l'intonaco totalmente caduto. Di quà, e di là da questo muro sorgevano ventidue pilastri quadrati per parte, che sostenevano il tetto, giacchè si veggono ancora nel muro stesso gl'indizj delle testate dei travi. Alle due estremità questo portico terminava in due circoli aperti, che insieme colla porta, che era nel mezzo del muro, servivano a mantenere la communicazione tanto fra i due lati del portico stesso, che con un'area quadrilunga, che internamente si apriva. Quest'area era circondata tutta all'intorno da portici, uno de' quali era il Pecile stesso, e nel centro avea una piscina, o natatorio per bagnarsi.
Prendendo la via a sinistra lungo il muro del Pecile, si giunge ad uno de' circoli sovraindicati, che dà ingresso ad un emiciclo, o dieta, decorata di sette nicchie quadrate, e che nell'ingresso principale avea quattro colonne. Questa, che l'ignoranza appella tempio degli Stoici, altro non era, che un luogo di trattenimenti letterarj, e forse quelle nicchie quadrate, che vi si osservano, servivano come di armadj per porre i libri, come si vede in Roma alla Basilica di Costantino, come si vide nella Biblioteca del Foro Trajano, e come ora vedremo nella Biblioteca di questa villa. Il Ligorio asserisce, che a suo tempo questo edificio era decorato di lastre di porfido.
Si passa quindi in un edificio rotondo con un'altra fabbrica nel centro, la quale esternamente conserva la forma circolare, ed interamente è di forma quadrata. Un muro la cinge tutta all'intorno, e fra questo, ed il corpo interno, una parte era decorata di colonne, che formavano un portico coperto tutto all'intorno, ed il resto era allo scoperto, e ripieno di acqua, come un Euripo; il portico communicava col corpo interno per mezzo di quattro ponticelli, ed il pavimento dell'Euripo era di mosaico bianco, e nero con figure di mostri marini ec. Anche i fregj, che decoravano il corpo interno, rappresentavano mostri marini, genj, uccelli, ed altri animali. Ognuno riconosce da questa descrizione, che altro non era, se non un bagno, o luogo da nuotare, e che questo luogo non ha nè la forma, nè le parti di un Teatro, come il volgo lo appella, chiamandolo Teatro marittimo. Il portico decorato di colone, che girava attorno, serviva per quelli, che tenevano compagnia a coloro, che si bagnavano; e le camere del corpo interno della fabbrica, era ad uso di quelli stessi, che si bagnavano. I quattro ponticelli suddetti comunicavano, il primo colla Dieta descritta, il secondo a destra di questo con un nicchione quadrato, accanto al quale si apre un passaggio ad un piccolo emiciclo dove fu trovato il Fauno di rosso antico del Vaticano; il terzo ponticello metteva in prestilio quadrato appartenente alla biblioteca, ed il quarto ha dirimpetto una prospettiva ornata di nicchie. Questo metteva in un giardino, dal quale si saliva alla Biblioteca.

Natatorio nella Villa Adriana. - Natatorium dans la Villa d'Adrien.
La Biblioteca si ergeva sopra un piano reso eguale da solide sostruzioni, che ancora esistono, variate esternamente con nicchioni quadrati, e circolari alternativamente. Essa era distinta in Biblioteca greca, e latina, in due fabbriche separata fra loro, ma che formavano lo stesso corpo di edificio. La Biblioteca greca, della quale ancora esistono le vestigia, era a due piani; ad essa si saliva per una scala rivolta verso settentrione, una sala per trattenimento di chi studiava la precedeva, e quindi si passava nella biblioteca stessa, della quale esiste in gran parte il lato orientale, e meridionale. Dietro alla biblioteca esistono ancora rovine delle camere per suo uso. Viene quindi la biblioteca latina, anche essa preceduta di una camera. La biblioteca latina ha la forma di una tribuna, ed esiste in uno stato migliore della greca. Dietro tutto il corpo della biblioteca vi era un ampio peristilio di forma quadrilunga; nel centro del lato di esso, che è dietro le due biblioteche, si veggono gli avanzi di una fontana.
Ritornando per il bagno circolare al Pecile, e prendendo a sinistra, verso l'oriente si giunge alle rovine del Palazzo Imperiale. Questa massa di rovine, che offre tanti punti di vista pittoreschi coperti di edere, ed altri arbusti, si trova nella parte più alta della villa, e si estende da oriente ad occidente nella direzione del muro del Pecile, venendo ad unirsi con una delle sue estremità alle fabbriche appartenenti alla Biblioteca. Le rovine presentano la più grande magnificenza, e le colonne di cipollino, granito, e bigio, che vi sono state trovate in varie epoche, mostrano quanto fossero le sue sale decorate. Dalle rovine però si può poco concepire la sua forma, e disposizione antica, meno che esso era a più piani. Vi si veggono ancora varj corridori ora sotterrati, ne' quali rimangono indizj delle pitture, che li decoravano; una idea del corpo intiero della fabbrica può aversi dalla pianta della villa da me premessa, dove si trovano notate le parti principali di questo edificio, come esisteva più visibile ne' tempi scorsi.
Dal palazzo Imperiale prendendo la direzione di mezzogiorno, si trovano le vestigia dello Stadio. Questo edificio era tutto proprio della Grecia, ed in conseguenza è l'unico, che ci resti in Italia. Esso serviva per ogni sorta di esercizio degli atleti, e specialmente per il corso a piedi, la lotta, il pugillato, il pancrazio. La sua forma assomiglia un poco ai circhi Romani, sebbene non sia nè così lungo, nè così vasto; la sua direzione è da settentrione a mezzogiorno; sono due linee parallele, che finiscono da un lato in un semicircolo, dall'altro in una retta: non è tutto circondato di sedili per gli spettatori, ma solo circa un terzo di esso nella estremità curva; nel resto era fiancheggiato da fabbriche appartenenti agli atleti stessi, e da portici sostenuti da colonne, che forse servivano pure per gli spettatori; nella estremità rettilinea si veggono tre camere, ed in quella di mezzo una specie di essedra; sì dello stadio, che delle fabbriche annesse, le rovine sono molto riconoscibili da poterne avere una giusta idea, sebbene circa il loro uso sarebbe chimerico volerlo determinare, non essendovi fondamento da appoggiare le congetture.
Dallo Stadio diriggendosi verso occidente, si veggono paralleli ad esso i magnifici avanzi del recinto sacro di un tempio, e qualche residuo della cella. Tre semicircoli immensi formavano questo recinto sacro, ed il quarto lato era attaccato al muro opposto a quello del Pecile, dalla qual parte era il suo ingresso corrispondente all'area del Pecile stesso. A due di questi semicircoli si ascendeva per gradini; il terzo, cioè quello rivolto allo Stadio, era al piano delle fabbriche annesse. Il tempio stesso nel centro di questo recinto si ergeva sopra un alto basamento, e secondo la pianta di Piranesi avea sei colonne di fronte, e cinque ne' lati, la sesta essendo un pilastro, che univasi al muro posteriore della cella come il tempio di Nerva nel suo Foro in Roma. Da quello, che della cella rimane, si vede, che in fondo vi era un'apside, o tribuna, i cui muri laterali andavano a porsi in linea coll'angolo formato dalla unione de' semicircoli, ed uscivano contro l'ordinario dalla linea del peristilio. I semicircoli stessi poi, essendo internamente decorati di colonne parallele ai muri, quello dietro al tempio veniva così ad unire le sue colonne alla cella stessa, che poteva perciò dirsi ornato di colonne anche di dietro, corrispondendo in certa guisa la forma semicircolare di questo portico alla rotondità dell'apside, onde non cadere difetto per la unione, o confusione delle linee. I due semicircoli rivolti a mezzogiorno, ed occidente aveano fenestre. Quello rivolto ad oriente, siccome era unito alle fabbriche annesse allo Stadio, non poteva averle; ma invece di fenestre avea porte, che comunicavano collo Stadio stesso per mezzo di camere, e di una galleria, nel centro delle quali esistono ancora de' ruderi. Quale fosse la divinità, alla quale era dedicato questo tempio, è ignoto; probabilmente Adriano ne avrà tratto l'idea da qualche edificio da lui osservato ne' suoi viaggi; ma io non mi ricordo aver letto nulla di simile nè in Pausania, nè in altri antichi scrittori.
Seguendo la direzione di mezzogiorno, si giunge alle Terme, che presentano ancora molte rovine, sebbene così informi da non potere determinare l'uso di ciascuna delle parti, che le componevano. Queste devono essere state divise in Terme per gli uomini, ed in Terme per le donne, giacchè da Sparziano sappiamo quanto studio l'Imperadore Adriano ponesse in fare separatamente bagnare i due sessi; ma il volere definire quale parte di queste terme fosse assegnata agli uni, ed alle altre, è affatto impossibile.
Dalle Terme si passa direttamente al Canopo. Dal testo di Sparziano riferito in principio si è veduto, che Adriano, fra gli edificj, de' quali decorò la sua villa, vi fece anche il Canopo, e che questo fosse nel luogo, che descriviamo, apertamente lo mostra la scoperta ivi fatta di molte statue egizie, e fra queste di quella di Canopo, divinità, alla quale era questo luogo dedicato, le quali insieme furono raccolte nel Museo Capitolino per ordine di Benedetto XIV. l'anno 1748. nella sala detta perciò del Canopo. Prima però di venire alla descrizione precisa di questa parte della villa Adriana, credo, che non sarà inopportuno, che dia qualche notizia sopra Canopo stesso, e la divinità ivi adorata in Egitto, poichè così si potrà maggiormente conoscere l'edifizio fatto a sua imitazione. Centoventi stadj distante da Alessandria, verso oriente presso l'ultima foce del Nilo giaceva una città di nome Canopo, o Canobo, della quale dice Strabone, lib. XVII. pag. 551., che avea avuto il nome dal nocchiero di Menelao ivi morto, e che avea il tempio celebre di Serapide molto venerato, nel quale si aveano oracoli da' sogni: fra Canopo, ed Alessandria vi era un canale, sul quale nelle feste di Serapide molto si tripudiava da uomini, e donne sopra navigli, e perciò vi erano sulle rive molte taverne. Questo tempio, come tutti gli altri celebri del Paganesimo, fu affatto distrutto da Teodosio, siccome racconta Eunapio nella vita di Edesio. Il Serapide, che si adorava in Canopo, non era il Serapide comune, poichè Pausania nella Corinzia, capo IV., chiaramente lo distingue. Parlando della cittadella di Corinto dice: e due altri recinti vi sono di Serapide, il secondo de' quali è sacro a quello, che Serapide di Canopo addimandasi. Sotto quale forma lo rappresentassero, Rufino nella Storia Ecclesiastica al capo XXVI. del libro II. lo descrive: unde ipsum Canopi simulacrum pedibus perexiguis, attracto collo, et quasi sugillato, ventre tumido in modum hydriae, cum dorso aequaliter tereti formatur. Questa descrizione non può meglio corrispondere alla statua della divinità principale trovata in questo luogo, che come gli altri simulacri della stessa divinità non è propriamente altro, che una idria, o vaso da attingere acqua, sormontato da una testa, e coperto di figure geroglifiche in rilievo. Se vogliamo portare più oltre le nostre congetture, osserverò, che sotto questa idria altro gli Egiziani non veneravano, che l'acqua del Nilo stesso, come il recipiente della sua acqua, che si portava ogni anno in processione, siccome si vede nel bassorilievo isiaco nella sala di Mercurio, volgarmente chiamato l'Antinoo al Vaticano. La testa, che vi si vede sovrapposta, varia nella forma, in altri trovandosi con una piccola barba, in altri senza, onde vi si deve riconoscere il Sole sotto le forme di Oro, e di Arpocrate, divinità Egiziane, la prima delle quali è rappresentata colla barba per mostrare il sole già adulto, l'altra senza, per mostrarlo ancora bambino. Ciò premesso, il Canopo della villa Adriana altro non era, che una rappresentazione del tempio di Canopo in Egitto, dedicato al Serapide Canopeo. La valle, nella quale Adriano edificò il tempio, è lunga palmi 882, e larga 340; in fondo si vede una specie di tribuna, alla quale si ascendeva per varj gradini; una doppia fronte di sei colonne decorava questa tribuna medesima, nel fondo della quale era il simulacro di Canopo. Tutta l'area davanti al tempio era riempiuta di acqua, e formava una specie di piscina da rassomigliare al canale, nel quale si celebravano le feste Canopèe. Intorno all'area esistono ancora gli avanzi delle sostruzioni, che reggevano i due poggi, entro i quali tutto l'edificio si trova, e che pare furono espressamente scavati. Dietro la Tribuna esiste ancora un corridore, che mostra gl'indizj di essere stato dipinto, e le vestigia de' condotti, che portavano l'acqua nella fronte esterna, dove sembra, che vi fossero fontane, le quali riempivano lo stagno. Questo è uno degli edificj meglio conservati della villa Adriana, e facilmente si trae l'idea della sua forma.

Avanzi delle Terme nella villa Adriana. - Restes des Thermes dans la Villa d'Adrien.

Canopo nella Villa Adriana. - Canope dans la Villa d'Adrien.
Dal Canopo andando verso occidente, e ritornando verso il Pecile, si trovano magnifiche sostruzioni conosciute sotto il nome di Cento Camerelle dalla moltitudine delle camere, che queste formano. Sembrò ad alcun improbabile, che queste camere abbiano mai servito di abitazione, e molto meno, che siano gli avanzi degli alloggiamenti de' soldati pretoriani, come si crede. Ma che esse lo fossero, si renderà più probabile, se si considera, che ciascuna di queste camere, delle quali si contano due, ed anche tre piani, anticamente erano separate, come le celle de' nostri conventi, e che l'apertura, che oggi le fa comunicare una all'altra, è moderna, come dalla irregolarità sua apparisce; esternamente una galleria, o meniano serviva di comunicazione comune, e ad essa corrispondevano le porte di ciascuna camera. Ciò posto, quale edifizio poteva essere più proprio ad un alloggiamento di truppe, che questo? Quindi nello stesso tempo si aveano i due risultati di sostenere il monte per mantenere il piano dell'area del Pecile, e di profittare del sito. Dietro, dove il muro è addossato al colle, per preservarlo dalla umidità è stato fatto doppio; altro segno, che queste camere erano per uso di abitazione. Nell'angolo formato da questa stessa fabbrica si osserva un edificio semicircolare, che forse serviva di corpo di guardia. Appunto nelle adiacenze del Castro, e principalmente in quella parte, che è più verso il nord, sono state trovate l'Arpocrate, e la Flora Capitolina.
Di là da questi alloggiamenti si pongono i giardini dell'Accademia, altro edificio, che Adriano volle copiare da Atene, come dal passo riportato di Sparziano rilevasi, dove un podere da Academo, o Ecademo, donato al pubblico, si rese così celebre per la scuola ivi stabilita da Platone, che fece dare alla sua setta il nome di Accademici, e fece collo stesso nome appellare ne' tempi meno antichi molte società letterarie. Le rovine dell'edificio, che porta questa denominazione, e che si trovano a mezzodì del Canopo, dietro di esso, erano molto più riconoscibili a' tempi di Ligorio; oggi quel poco, che ne resta, è divenuto affatto informe, onde gioverà meglio, per averne una idea, osservarlo sulla pianta generale. Merita però di essere veduta la bella sostruzione fatta per mantenere tutta questa parte allo stesso livello, nella estremità della quale verso occidente si vede un edificio esternamente quadrato, ed internamente rotondo, con due scale a chiocciola, pel quale si communicava alle parti superiori. Nelle rovine dell'Accademia furono trovati i Centauri Capitolini, varj mosaici, e fra questi il celebre mosaico delle Colombe.
Dopo le rovine dell'Accademia, continuando la direzione ad oriente, si trovano quelle del secondo teatro, meno conservato del primo, e diviso in due precinzioni, che ai tempi di Ligorio era in istato da poterne trarre un esatto disegno.
Prendendo quindi la direzione verso il settentrione, si vede l'ingresso agl'Inferi consistente in una fossa, o vallata scavata nel piano più alto del colle; essa è lunga palmi 635, larga 72. Questa termina come in una nicchia di ornamenti grossolani, ai fianchi della quale sono i due ingressi interiori degl'Inferi. Questi erano composti di quattro grandi corridoi sotterranei, che insieme formavano un ampio rettangolo, del quale i due lati maggiori erano lunghi 1400 palmi, e larghi, ed alti 21; i due minori erano lunghi 350 palmi, e larghi, ed alti come gli altri; il lume lo ricevevano superiormente dalla volta per mezzo di 79 abbaini, ciascuno de' quali avea 8 palmi di diametro. Da questi quattro grandi corridoi si distaccavano altre vie, una delle quali dovea portare ai Campi Elisj, che forse esistevano in quel vasto piano esteso più di 200 palmi per ciascun lato, nel quale non appariscono segni di fabbrica.
Di là dagl'Inferi si veggono verso mezzogiorno gli avanzi di un edifizio di forma bizzarra, composto di un muro nella direzione da oriente ad occidente, che avea colonne da ambo i lati, e formava un portico da passeggio simile al Pecile; questo è appellato comunemente il Licèo, quantunque non conosca i motivi, che possono avere determinato Ligorio, e Piranesi a dargli questa precisa denominazione, seppure non fu perchè non riconobbero altro sito, al quale si potesse applicare questo nome.
Altre rovine d'incerto uso si osservano continuando ad andare verso mezzogiorno. Voltandosi al nord si vede una deliziosa valle, che corrisponde alla Tempe di Adriano; e come la vera valle di Tempe nella Tessaglia è traversata dal fiume Peneo, così questa è irrigata da un limpido ruscello.
Seguendo la direzione di questa valle per ritornare al luogo d'onde si è cominciato il giro della villa, si ritorna alla Palestra, dove di là dal ruscello si osservano pochi avanzi del terzo teatro, pressochè intieramente distrutto dopo l'epoca di Ligorio, che lo vide non solo esistente, ma vi riconobbe la scena, i portici, l'orchestra, sette porte, e sei scale per salire ai gradini; Kircher pretende, che in questo teatro solo siansi rinvenute 40 statue.
Uscendo dalla villa Adriana, o per dir meglio, da quella parte della villa già proprietà del Conte Fede, nella contrada a sinistra chiamata Pantanello, il Cav. Hamilton trovò una innumerabile quantità di frammenti di statue, braccia, teste, gambe, ec. messe tutte insieme ne' secoli barbari per farne calcina.