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Viaggio Antiquario ne' contorni di Roma - Tomo I: Edizione Elettronica

CAPO XVIII.


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Viaggio a Labico, e Preneste.

Dopo aver osservato le rovine di Gabii, e Collazia, l'ordine esigge, che ci volgiamo a Labico, e Preneste, e alle loro vicinanze, e con queste due antiche città si chiuderà il primo volume de' viaggi intorno a Roma.

La stessa porta, per la quale uscimmo nell'andare a Gabii, serve per andare a Labico, e Preneste, cioè la porta Maggiore, e perciò rimetto al capitolo del viaggio di Gabii per tuttociò, che concerne le due vie Prenestina, e Labicana, la porta stessa, e gli acquedotti, che ivi si osservano, appartenenti alle acque Claudia, Aniene Nuovo, Marcia, Tepula, Giulia ec. Ivi pure osservai, che a Preneste si andava per la porta Prenestina, e per la via Labicana, poichè la porta Labicana è stata chiusa, e la via Prenestina antica non è più praticabile pe' legni.

Via Labicana.

La via Labicana chiamavasi in tal guisa, perchè per essa si andava a Labico, che noi vedremo avere esistito dove è oggi il villaggio detto la Colonna. Essa, secondo Strabone, andava a riunirsi alla via Latina alla stazione ad Pictas, che, secondo ho mostrato nel mio trattato sulle vie degli Antichi, era situata nel sito oggi chiamato Fontana delle Macerie, forse dai ruderi, e macerie dell'antica stazione stessa, 25 miglia distante da Roma. Questa via si segue per la strada moderna fino a Torre Nuova cinque miglia lungi da Roma, dopo la quale la via Labicana teneva una direzione più a destra entro i campi, fino a che presso la Colonna si divideva, e con un ramo saliva a Labico, e con due altri andava a trovare la via Latina ad Pictas, e a Preneste. Infatti ho scorte le vestigia dell'antica via fino a Torre Nuova, e non ne ho più incontrate se non sotto la Colonna.

Vivario.

Premesso questo, uscendo dalla porta Maggiore, e prendendo la strada a destra, fra questa porta, e quella di S. Giovanni esisteva l'antico Vivario, cioè il serraglio delle bestie feroci, che servivano ne' pubblici giuochi, siccome narra Procopio nel I. dalla Guerra Gotica capo 22., e 23.: Così vicino alla porta Prenestina, in quella parte del recinto, che i Romani chiamano Vivario, e dove il muro più che altrove può battersi, egli con molte truppe portossi . . . A caso il muro, che era in quel luogo, tanto era in rovina, che i mattoni non stavano troppo commessi insieme: i Romani antichi poi l'aveano esternamente cinto di un altro piccolo muro, non per alcuna maggior sicurezza, imperciocchè non era munito di torri, nè vi erano stati fatti merli, nè alcuna altra cosa da potere respingere un attacco nemico contro le mura; ma l'aveano fatto per un certo piacere non bello, cioè per custodire in questo luogo i leoni, e le altre belve; e perciò viene appellato Vivario: imperciocchè questo nome danno i Romani al luogo dove è solito custodirsi le bestie, che non sono domestiche. Da questa descrizione pare riconoscersi il sito, che subito si vede a destra della porta Maggiore, onde non sembrerà temerario supporre, che ivi fosse il Vivario da Procopio descritto, e che quel piccolo muro moderno abbia preso il posto di quel recinto antico, che in questo passo di Procopio si legge.

Sepolcro di S. Elena.

Dopo circa tre miglia si trova a sinistra il sepolcro di Elena madre di Costantino, chiamato oggi Tor Pignattara dai vasi, che quì si trovano impiegati nella volta per renderla più leggiera, come si osserva al Circo creduto di Caracalla, in un edificio presso il Pago Lemonio sulla via Appia, ed in un altra fabbrica presso Torre de' Schiavi sulla via Prenestina. Tutti questi monumenti per la loro costruzione mostrano essere della decadenza, e in niuna fabbrica del secolo buono si trova usato questo metodo di volte, onde può ormai definirsi, che tutti quelli edificj dove tal uso si osserva, che potranno per l'avvenire scoprirsi, sono tutti de' tempi, in cui l'arte di fabbricare era già caduta in decadimento. In questo rudere fu trovato il magnifico sarcofago di porfido, che oggi si osserva nel museo Vaticano nella sala a croce greca incontro all'altro, simile di forma, ma con differenti rilievi, già esistente nel sepolcro di Costanza. Questo sarcofago trovato a Tor Pignattara servì a racchiudere il corpo di Elena madre di Costantino; come l'altro servì per Costanza sua figlia. Presso questo rudere si vede edificata una piccola chiesa moderna ai Santi Martiri Pietro, e Marcellino. Questa però è di antichissima origine essendo stata fabbricata da Costantino, siccome narra Anastasio nella vita di Silvestro: Eisdem temporibus Augustus Costantinus fecit Basilicam Beatissimis martyribus Marcellino presbytero, et Petro Exorcistae inter duas lauros, et mausoleum ubi beatissima mater ipsius sepulta est Helena Augusta in Sarcophago porphyretico via Lavicana miliario ab urbe Roma tertio; e quindi registra i doni, che lo stesso Augusto fece a questa Chiesa, e fra questi: Ante sepulcrum Beatae Helenae Augustae fecit ex metallo porphyretico exculptis sigillis pharacanthara viginti ex argento purissimo pensantia singula libras vigenti. Il corpo però di questa Santa, secondo Socrate sulla sua Storia Ecclesiastica lib. I. c. 13. fu trasportato poi a Costantinopoli, e riposto ne' sepolcri Imperiali. Sotto questa Chiesa esiste un antico cemeterio Cristiano detto de' SS. Pietro, e Marcellino, del quale si trova menzione negli scrittori ecclesiastici, e specialmente negli atti de' martiri.

Via Labicana e Rovine sopra di essa.

Poco dopo a destra si vede rasente alla strada moderna qualche indizio dell'antica via Labicana, la quale quì dovea tenersi un poco più a destra della strada moderna, ma come osservasi dai ruderi de' sepolcri che la fiancheggiavano, non tarda a rimettersi nel canale della strada attuale. Quindi a destra, nella Tenuta, che porta il nome di Tor Pignattara si veggono i ruderi di due sepolcri ridotti a casale moderno. Quello di forma rotonda è ben conservato, e la camera sepolcrale, è sotto il livello della strada moderna. Poco dopo si vedono a sinistra gli avanzi magnifici di un acquedotto, che non potendo appartenere ad alcuna delle acque conosciute, nè per la direzione, nè pel livello, conviene dire che sia quello dell'acqua Alessandrina così chiamata da Alessandro Severo, che la condusse per uso delle sue Terme, fabbricate presso quelle di Nerone: Opera veterum principum instauravit: ipse nova multa constituit: in his thermas nominis sui juxta eas quae Neronianae fuerunt, aqua inducta, quae Alexandrina dicitur. Così Lampridio nella vita di Alessandro al capo XXIV. Il Fabretti è andato più oltre, ed ha scritto una opera eccellente sugli acquedotti solo per provare, che questa acqua Alessandrina è quella stessa, che poi condottata da Sisto V. prese il nome di Felice. Infatti la direzione de' due acquedotti pare essere la stessa, quasi fino alla loro origine. Quest'acquedotto Alessandrino è di opera laterizia, ed è conservato in gran parte nella campagna; e molto più lo era un secolo fà giacchè ogni giorno cade, o si distrugge espressamente qualche arco per ridurre il suolo a coltura. Si vedono quindi a qualche distanza altra rovine a sinistra; e a destra qualche rudere de' tempi della decadenza, di uso incerto. Rasente alla strada ho veduto un pavimento di mosaico, che dovea appartenere a qualche sepolcro, ma questo ora deve essere distrutto.

immagine della carta dei contorni di Collazia, Gabii, Labico, e Preneste

CARTA DE' CONTORNI DI COLLAZIA, GABII, LABICO, E PRENESTE. - CARTE DES ENVIRONS DE COLLATIE, GABII, LABICUM, ET PRAENESTE.

Torre Nuova, Pupinia.

Dopo avere passato un ponte, si veggono a destra de' pini, che con altri alberi si estendono fino alla strada. A dire il vero, nella desolazione generale della campagna questo tratto di verdura fa rassomigliare in certa guisa questo luogo a Palmira posta in mezzo ai deserti della Siria. Questi alberi appartengono insieme coll'annesso Casale e Chiesa alla casa Borghese, e portano il nome di Torre Nuova. Quì la via Labicana si perde affatto di vista tenendosi sempre a destra, e la strada fino sotto alla Colonna è moderna. Torre Nuova è circa 7 miglia distante dalla Porta Maggiore, ed ivi si passa sopra un ponte un ramo dell'acqua Crabra, che si distacca dal ramo principale vicino alli Centroni, sotto Frascati, e quindi unendosi con altri fossi va a sboccare nell'Aniene fra le tenute della Cervaretta e la Rustica. Ne' contorni di Torre Nuova dovea essere quella parte dell'Agro Romano antico, che dicevasi Pupinia, dove Regolo, che poi morì a Cartagine avea il suo podere, che coltivava colle proprie sue mani. Ciò si definisce in primo luogo da un passo di Livio al Libro VI. della III. Decade, capo VI. dove parla della marcia di Annibale contro Roma: Inde Algido Tusculum petiit; nec receptus moenibus infra Tusculum dextrorsus Gabios descendit. Inde in Pupiniam exercitu dimisso VIII. millia passuum a Roma posuit castra. Dirà forse taluno, che dovea essere più verso Gabii; ma siccome si sa da Festo nella voce Pupinia, che era circa Tusculum urbem, cioè, che apparteneva al territorio di Tuscolo; ed essendo fra Tuscolo, Gabii, e Roma a 8 miglia da questa ultima città, non poteva essere che fra Torre Nuova, e la via Tusculana. Questo tratto di paese era infecondo, e di cattiva aria secondo Columella nel capo IV. del lib. I. de Re Rustica, dove parlando di Marco Attilio Regolo citato di sopra dice: Nam Pupiniae pestilentis simul et exilis agri cultorem eum fuisse loquuntur historiae. Lo stesso dice Valerio Massimo al capo IV. dal libro IV., alludendo a Regolo: Illi etiam praedivites, qui ab aratro accersebantur, ut Consules fierent, voluptatis caussa sterile, atque aestuosissimum Pupiniae solum versabant: deliciarumque ignari vastissimas glebas plurimo cum sudore dissipabant. Anche Cicerone nella II. Orazione della legge Agraria c. 35. parla della sterilità di questo territorio ponendolo in certa guisa a confronto colla ricchezza di quelli della Campania: Agros vero Vaticanum, et Pupiniam cum suis optimis atque uberibus campis conferendos scilicet non putabunt.

Lago Regillo.

La strada passa avanti il casale, e la chiesa di Torre Nuova, la quale oggi è di possessione del principe Borghese, come si disse, e deve avere succeduto all'antico pago Pupinia, siccome si è finora discorso. Si passa quindi presso un sepolcro a destra, e dopo circa due miglia da Torre Nuova si traversa un ruscello sopra un ponte, che dicesi della Selvetta. Due altre miglia più lungi si passa avanti l'osteria del Finocchio, che ha tratto nome dall'abbondanza di questo vegetabile ne' suoi contorni. Si cominciano a vedere dentro le terre certi piedistalli di muro, che sono gl'indizj dell'acquedotto dell'acqua Felice, che circa due miglia dopo l'Osteria del Finocchio traversa la strada. Poco più di un miglio più oltre, cioè circa 13 miglia distante da Roma la strada rade a sinistra un piccolo lago pieno di giunchi, ed altre erbe palustri, e cratere di un'antico vulcano, come oltre la sua forma è chiaro, per la cava di quella lava basaltina ferrigna, volgarmente chiamata selce, che ivi dappresso ritrovasi. Questo lago giace alle falde di un colle assai elevato chiamato Monte Falcone, coperto di macerie, indizj di antica popolazione. Il Lago è il famoso Regillo, presso il quale successe la celebre battaglia fra i Romani e i Latini, l'anno di Roma 254 vinta da Dittatore Aulo Postumio, la quale pose fine alla guerra contro i Latini: Aulus Postumius Dictator, dice Livio al capo XI. del II. libro, Titus Aebutius magister equitum, magnis copiis peditum, equitumque profecti, ad Lacum Regillum in agro Tuscolano agmini hostium occurrerunt. Questo lago appunto è il solo che nell'Agro Tuscolano si trovi. Anzi io resto meravigliato come più tosto Livio nol pose in agro Labicano; ma ai tempi di Livio Labico era distrutto, come or ora da Strabone vedremo, e perciò per meglio distinguere il Lago Regillo lo pose in Agro Tusculano; oppure, ed è ciò più verosimile, l'Agro Labicano non si estese da questa parte dove abbiamo veduto che l'Agro Tusculano giungeva fino alle 8. miglia presso Roma, e per conseguenza molto più dovea estendersi fino quì, che tanto più dappresso a Tusculo si trova. Meglio però descrive i luoghi Dionigi, il quale al libro VI. p. 343. così si esprime, parlando del Dittatore Postumio: e conducendo nella notte il suo esercito con passo affrettato arriva presso i Latini, che si erano accampati presso il Lago chiamato Regillo in un luogo forte, e pone il campo sopra il capo de' nemici in un colle alto, e di accesso difficile. Da questo passo si riconoscono meglio i tratti de' luoghi, de' quali parliamo, e pare che i Romani scegliessero per loro campo appunto il monte Falcone, mentre i Latini aveano occupato qualcuno de' colli adjacenti.

immagine del lago Regillo

Lago Regillo. - Lac Regille.

Labico, oggi la Colonna.

Dopo circa un miglio si giunge alla Osteria della Colonna, così chiamata da un villaggio dello stesso nome posto sopra di un'alto colle, a destra della via. Ivi la generalità de' Geografi, e degli Antiquarj pongono l'antica città di Labico, che dava nome alla via Labicana. Osserviamo primieramente cosa ne dica Strabone al libro V. p. 164. Quindi si unisce con essa (la Latina) ancora la via Labicana, che comincia dalla porta Esquilina, dalla quale comincia ancora la Prenestina, ed avendo lasciato questa ed il campo Esquilino a sinistra cammina più di 120 stadj, (cioè più di 14 miglia) ed accostandosi all'antico Labico luogo distrutto, che giace sopra una eminenza, lascia questo ed il Tusculo a destra, e finisce alla stazione ad Pictas, e nella via Latina. Questo passo esclude certamente Val-Montone, che altri presero per Labico, che non solo si trova a sinistra della Labicana, ma invece di 14, o 15 miglia dove Strabone pone Labico, è 27 da Roma distante. Esclude anche Lugnano dove Ficoroni si studiò di porlo facendo una opera espressa per provarlo, giacchè Lugnano non si trova sulla destra della Labicana, ed è 23 miglia circa distante da Roma. Ma il passo di Strabone conviene perfettamente con la Colonna: 1.° La Colonna giace sopra un colle elevato, che è una delle ultime prominenze de' monti Tusculani; 2.° Si trova fralle 14 e 15 miglia distante da Roma. 3°. E' a destra della Via Labicana. Imperciocchè questa via dopo Torre Nuova si tiene sempre a destra della Labicana, e Prenestina moderna come si vide a suo luogo; ma quando è sotto la Colonna dovea con un ramo salire alla Colonna, cioè a Labico, coll'altro costeggiando le falde del monte veniva a raggiungere come viene infatti a raggiungere la strada moderna presso l'Osteria della Colonna, e lascia a destra questo villaggio, e Tusculo per passare a Statuas, Pictas, e riunirsi alla via Latina presso quest'ultimo luogo, che corrisponde alla odierna Fontana delle Macerie, passata l'Osteria di Mezza-Selva. A queste prove, che quasi geometricamente dimostrano l'esistenza di Labico sul colle della Colonna si aggiunge una prova di fatto. Dal passo riferito di Strabone si vede, che ai tempi di Tiberio, ne' quali questo insigne Geografo vivea, Labico era distrutto; anzi la parola greca, della quale egli fa uso, ϰατεσϖασμενῳ,significa propriamente sradicato, onde non esisteva per così dire neppure una pietra dell'antica città. Ma l'amenità di quel colle vi attrasse di nuovo ne' primi secoli dell'Impero abitanti, i quali siccome ebbero origine dalla stazione Itineraria, che sotto Labico, come oggi l'Osteria della Colonna, esisteva, si chiamarono Labicani, o Lavicani Quintanenses. Imperciocchè ad Quintanas dicevasi la stazione, come dall'Itinerario di Antonino, e dalla carta Peutingeriana apprendiamo, i quali concordemente pongono l'ad Quintanas sulla via Labicana a XV. miglia. Ora che i Labicani Quintanesi esistessero dove è oggi la Colonna, oltre gl'Itinerarj lo provano le iscrizioni trovate alla Colonna medesima; e fra queste quella riportata dal Fabretti nel trattato degli Acquedotti Dissert. III. n. XXXI.

D . M.
PARTHENIO . ARCARIO
REI . PVBLICAE
LAVICANORVM
QVINTANENSIVM

E quì prima di proseguire le nostre ricerche sopra Labico è da notare, che tanto nelle Lapidi, quanto negli scrittori antichi, trovasi indistintamente il nome di Labico, e i derivati da esso scritto col b, e col v, quindi Labico e Lavico, Labicano, e Lavicano si rinviene. Ciò accade per la grande affinità, che nella lingua latina aveano le due labiali citate, come può oggi osservarsi nella pronuncia del b, nella lingua spagnuola, il cui suono è un misto di b, e di v. Questa stessa osservazione può farsi a riguardo delle due lettere sovraindicate in altre parole, specialmente nelle lapidi.

Ora è tempo di parlare un poco più distintamente della storia del primo Labico, e quindi qualche cosa si dirà sul secondo, o sopra i Labicani Quintanesi, sebbene assai scarse siano le notizie di questa seconda parte. Non sono di accordo gli antichi scrittori sulla fondazione di Labico se da chi, o quando fosse fabbricato. Virgilio nel libro VII. v. 796. sembra volere fare già esistere Labico a' tempi della guerra contro Turno, enumerando questa città fralle altre, che vi presero parte contro Enea:

Et Sacranae acies, et picti scuta Labici.

ma Dionigi Alicarnasseo nel libro VIII. p. 494. apertamente dichiara, che Labico era colonia Albana, e perciò la sua fondazione deve porsi dopo quella di Alba, e forse fu edificata da Latino Silvio, il quale secondo Livio al capo 2. del I. libro dedusse parecchie colonie ab eo coloniae aliquot deductae. Seppure per accordare Virgilio con Dionigi non debba supporsi distrutto quel primo Labico, e riedificato poi dagli Albani. La sua storia ci è ignota, finchè non prese parte nelle guerre de' Latini contro i Romani. Noi troviamo Labico entrare nella lega generale del Lazio per rimettere i Tarquinj sul trono, siccome narra Dionigi nel lib. V. p. 326. Quindi per la pace, che dopo la battaglia del Regillo fu fatta fra i Romani, e i Latini, i Labicani divennero loro alleati, e tanto saldi rimasero nel loro partito, che quando Coriolano divenuto nemico della patria, si portò contro le città alleate di Roma, assalì ancora Labico, e non potè renderla, che con molta fatica; siccome narra Dionigi nel libro VIII. p. 494. La città in quella sciagura fu posta in schiavitù, e i beni de' cittadini divisi fra i soldati Volsci. Questa presa è accennata ancora da Livio nel libro II. c. 20. e cade l'anno 262 di Roma, 491 anni avanti l'Era Volgare. Passato quel turbine Labico ritornò in forze, e noi troviamo in Livio lib. 4. c. 25 e 26, che i Labicani l'anno 336 di Roma, 417 avanti l'era volgare entrarono in lega cogli Equi nemici eterni del nome Romano. I Romani dal canto loro avendo in considerazione la fedeltà mostrata da' Labicani nella scorreria di Coriolano spedirono ambasciadori a Labico, cercando di avere una spiegazione di questa loro condotta; ma i Labicani schermendosi non diedero che vaghe risposte, onde i Romani incaricarono i Tusculani di sorvegliarli. L'anno seguente però si dichiararono apertamente contro i Romani, e di concerto cogli Equi entrarono nel territorio Tusculano, lo devastarono, e si accamparono ad Algido. Questa condotta irritò sommamente i Romani, che dichiararono la guerra a Labico, e marciarono contro l'esercito collegato. L'imprudenza però di chi li guidava fece loro riportare una sconfitta completa. Ma avendo scelto per Dittatore Quinto Servilio Prisco, questi rincoraggiò i Romani, ristabilì i loro affari, e diede una tale disfatta ai collegati, che non poterono salvarsi se non nelle mura di Labico stesso. Il Dittatore inseguilli e prese di assalto la città colle scale, e la diede in preda ai soldati. Quindi i Romani vi spedirono una colonia di 1500 uomini assegnando a ciascun colono due jugeri di terreno. Ecco quanto si sa di Labico fino all'anno 337 di Roma. Dopo vi rimane un vuoto nella sua storia fino ai tempi di Cicerone, il quale parla di Labico come di una città in estremo decadimento, che appena avea uomini, che partecipassero della carne alle Ferie Latini sul monte Albano. Così quel grande Oratore si esprime nella orazione a favore di Plancio capo IX. Nisi forte te Lavicana, aut Bovillana, aut Gabina vicinitas adjuvabat: quibus e municipiis vix jam qui carnem Latinis petant inveniuntur. Da questo passo apprendiamo inoltre, che era a' tempi di Cicerone un municipio. Se vogliamo avventurare una congettura sulla laguna, che v'è nella storia di Labico, possiamo asserire, che molto essa, o almeno il suo territorio dovè soffrire nella incursione di Annibale, il quale vi passò assai dappresso; e molto più dovè soffrire nella guerra Sillana, nella quale forse come Preneste avrà seguito il partito di Mario. E a quella guerra si deve principalmente attribuire lo stato di avvilimento in cui trovavasi a' tempi di Cicerone. Dopo questa epoca la sua decadenza crebbe tanto, che in meno di un secolo, cioè sotto Tiberio quando scrisse Strabone, Labico era totalmente distrutto, come si vide di sopra. Quando cominciasse a risorgere è incerto; ma una gran causa del suo rifiorimento fu la stazione stabilita abbasso del colle, sul quale era l'antico Labico situato, e che come si vide fu detta ad Quintanas forse dal XV. miglio della via Labicana, sul quale era questa stazione. Ne' primi quattro secoli dell'Impero, il Labicum Quintanense fioriva in guisa, che parecchi Vescovi Labicani si trovano nell'Ughelli citati; dopo dovè decadere, e restare distrutta, come altre città delle vicinanze Roma, non so se da' barbari, o dalle guerre civili. Sappiamo però di certo, che fino dall'anno 1053 della era volgare l'odierno paese della Colonna esisteva, avendo una tale Contessa Emilia, della quale farò menzione nella Storia di Palestrina, preso in quell'anno in marito un personaggio, che si dice de Columna, e che è il più antico rampollo, che si conosca della nobilissima casa Colonna, la quale appunto trasse nome da questo castello, donde traeva l'origine. Circa l'etimologia di questo nome moderno di Labico, non potrei congetturare altro, che sia venuto da una qualche colonna antica restata ivi in piedi dell'antica città. E da un diploma di Enrico III. anteriore ancora di quattro anni al fatto or ora citato, in data del primo di Gennajo 1047 si rileva, che non solo questo luogo esisteva, ma che aveva il titolo di città: Kalendis Januariis actum ad Columna civitatem(Gattola Historia Monasterii Cassinensis Tom. I. Access.). Dopo da una copia d'Istrumento esistente nell'Archivio Barberini (Cred. XV. Maz. I. n. I. lett. E. casella 186.) fatto l'anno 1292 ai 28 di Aprile si osserva, che il Castello, che così è chiamato, della Colonna era già in possesso della famiglia di questo stesso nome. Allorchè Bonifacio VIII. distrusse Palestrina ed altri castelli de' Colonnesi, distrusse anche la Colonna, e forse con tanto maggiore impegno, che portava il nome della famiglia sua nemica. Laonde Stefano e Sciarra Colonna l'anno 1304 impetrarono durante il conclave dopo la morte di Benedetto XI. dal Popolo Romano la sentenza, che Pietro Gaetani sborsasse loro in reintegramento de' danni sofferti sotto Bonifacio VIII. La somma di 100000 fiorini d'oro, e per renderla vieppiù efficace la fecero inserire nello Statuto di Roma. La Colonna così risorse di nuovo dalle sue rovine, ed in una carta dell'Archivio Vaticano segreto riportata dal Petrini nelle Memorie Prenestine sotto il numero 43. troviamo citato uno Stefano Petrucci Nobile uomo della Colonna, uno di quegli incaricati di trattare la pace fra Lorenzo Colonna, ed Eugenio IV. l'anno 1433. Dopo quella epoca questo villaggio non porge più oggetto degno di essere rammentato.

Agro Labicano.

Il Territorio Labicano non poteva essere molto esteso, poichè era assai stretto da quelli di Praeneste e di Tusculum, e Cicerone nella II. orazione sulla Legge Agraria c. 35. ne parla in modo da farlo credere poco fertile. Pure le uve Labicane erano celebri, e Capitolino nella vita di Caracalla al capo XI. scrive di quel crudele Imperadore, che fralle molte frutta, che divorava a digiuno, mangiava centum persica Campana, et melones Ostienses decem, et uvam Labicanam pondo vigenti.

Villa Labicana di Cesare.

Di ville in questo territorio ristretto poche ne conosciamo: un fondo vi avea M. Manlio, che Cicerone cita nel VI. de' Paradossi num. III. Ma soprattutto celebre fu la villa Labicana di Giulio Cesare, nella quale Svetonio al capo 83 dice, che quel Dittatore fece il suo testamento: Postulante ergo L. Pisone socero, testamentum ejus aperitur, recitaturque in Antonii domo, quod Idibus Septembribus proximis in Lavicano suo fecerat, demandaveratque Virgini Vestali Maximae. Nè di questa villa, nè delle altre antiche memorie di Labico altro ci resta, che qualche iscrizione sparsa ne' Musei. Il voler determinare ove precisamente fosse la villa di Cesare, sembra temerario, ma essendo un luogo così rimarchevole per il testamento, che vi fece, il quale decise del suo successore, mi si permetterà di avanzare la congettura, che essa potesse essere situata presso la stazione della Via Labicana chiamata ad Statuas, la quale si trova tre miglia distante dalla osteria della Colonna, a destra della via Labicana medesima, dove esistono ancora ruderi disfatti di antichi edificj. La distanza corrisponde perfettamente con quella segnata sulla carta Peutingeriana, e forse quella stazione traeva nome da qualche statua di Cesare ivi posta. Io non conosco altri luoghi del territorio Labicano, nel quale si possa con più fondamento stabilire la villa di Cesare. Imperciocchè le rovine che sul Monte-Falcone si osservano sovrastanti al Lago Regillo, oltre l'essere più proprie di una città, che di una villa, appartengono, come vedemmo, all'Agro Tusculano, e non al Labicano.

Sorgenti dell'Acqua Felice.

Nell'andare a Preneste si passa oggi presso questa stazione ad Statuas, poichè si segue fino là la direzione dell'antica via Labicana. Poco prima di giungervi si lascia a sinistra il colle delle Pantanelle, dove sono le sorgenti dell'Acqua Felice, condotta da Sisto V. forse corrispondenti a quelle dell'antica acqua Alessandrina come il Fabretti cercò di provare. Si disse Acqua Felice dal nome, che Sisto V. portava avanti di essere Papa.

Via antica.

Alla stazione ad Statuas è succeduta, sebbene in situazione diversa la moderna osteria di S. Cesareo, dove la via Labicana antica formava un trivio; il ramo destro andava a raggiungere la via Latina prima della stazione ad Pictas, e poteva piuttosto chiamarsi un diverticolo, che una via, il ramo di mezzo è la Labicana propriamente detta, e raggiungeva la Latina alla stazione ad Pictas, come dagl'Itinerarj apparisce; per questa oggi si va a Valmontone, lasciando l'antica via dopo circa tre miglia di là da S. Cesareo. Finalmente il ramo a sinistra conduceva, siccome ancora conduce, a Preneste. Questa città si presenta da lungi sul dorso di un monte, in una forma anfiteatrale; la via dopo S. Cesareo si vede scavata fralle rupi, coperte di alberi, e di verdura, e di un'amenità deliziosa. Essa conserva per circa tre miglia l'antico suo pavimento costrutto come nelle altre vie consolari di massi poligoni di lava basaltina ferrigna commessi mirabilmente insieme. Ne' due lati esistono ancora le crepidini, che legavano la strada; la sua larghezza da una crepidine all'altra è di circa quattordici piedi.

Pedum, Zagarolo.

Appena passato S. Cesareo, che si lascia a destra si stacca dalla via principale a sinistra una strada moderna, che mena a Zagarolo. Avendo io osservato, che parecchie vie antiche, come dalla carta topografica premessa a questo viaggio si rileva, tenevano la direzione di questo luogo, ciò prova evidentemente, che esso sia antico, e come antico non potè essere, che Pedum. Cluverio riconobbe in Zagarolo un antico luogo; ma errò nel situarvi Labico, poichè, come a suo luogo fu veduto, Labico era a destra, e non a sinistra della via Labicana; Labico era circa quindici miglia, e non già più di venti distante da Roma. Io vi pongo Pedum, perchè questo luogo, ponendo insieme i passi di Livio, Plutarco, e Dionigi era posto fra Labico, Preneste, e Bola, e assai vicino a Preneste. Che fosse a Preneste vicino, Livio lo afferma, il quale nel libro VIII. c. II. così si esprime: Neque tamen nisi admodum a paucis populis Pedani adjuti sunt. Tiburtes, Praenestinique, quorum ager proprior erat ad Pedum pervenere. Che non fosse distante molto da Velletri, cosicchè questa città ne sostenesse le ragioni, Livio stesso nel capo precedente lo mostra: Pedanos tuebatur Tiburs, Praenestinus, Veliternusque populus. Che si trovasse presto Labico, e Bola oggi Poli, lo mostra Plutarco nella vita di Coriolano al capo XXVIII. dove tratta delle gesta, e delle conquiste di quel Romano irritato contro la sua patria; così Marcio li guidò contro le città stesse, ed avendo preso di viva forza i Tolerini, i Labicani, i Pedani, ed i Bolani ancora, che se gli erano opposti, mise le persone in schiavitù, e saccheggiò le ricchezze. Questo stesso fatto viene narrato da Livio nel II., e da Dionigi nell'VIII., ed ambedue dicono, che Coriolano preso Labico si impadronì di Pedo. Se pertanto Pedo fu fra Bola, Labico, Velletri, e Preneste, e più vicino di tutti a questa ultima, esso non potè esistere, che sul colle dove oggi si vede Zagarolo.

Preneste.

Finalmente si giunge sotto Preneste, dove si cominciano a costeggiare le sostruzioni inferiori del tempio della Fortuna. Le prime sono di opera laterizia di perfetta costruzione, e sono decorate di nicchie circolari; quindi se ne veggono altre di massi rettangolari di peperino composte come due muri a risega, uno dietro l'altro. E siccome questa costruzione è similissima a quella delle mura recentemente scoperte a Pompeii, quindi credo, che siano le antiche mura di Preneste ridotte da Silla in sostruzioni inferiori del tempio. Continuando a costeggiare queste sostruzioni si giunge alla porta chiamata del Sole, per la quale si entra in Preneste.

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Data: 1819 (edited 14 novembre 2002)  Autore: Antonio Nibby (edited Jacopo Aizpuru).